Archivio per arcaico

Liberté, Égalité, Physicalité

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 dicembre 2015 by Michele Nigro

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Contenuti in spazi

disegnati da altri

ai fianchi le regole

del vivere sociale,

obliteratrici d’aria

la fila per morire

i divieti di fumo all’inferno

la linea gialla dell’anima

da non oltrepassare

le opinioni da corridoio

e le guerre inventate

gli orari d’ingresso

ai non luoghi.

In silenzio, al buio

dinanzi a un fuoco antico

le leggi della fisica

sole mi posseggono

nell’illusione del vero.

La casa degli orologi fermi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 settembre 2015 by Michele Nigro

è ora

Bloccato è il tempo

su una miriade

di lancette immobili,

sui pollai marci e senza vita

nei giardini dimenticati,

sui ventri panciuti di vecchi pettegoli

seduti ai lati della strada appia

e in attesa di morire,

sui cancelli arrugginiti

che portano a terre spente

ignorate dai giovani,

sulle tegole sbiadite dal sole

lì dove non t’arrampichi più

cardellino anchilosato dagli anni,

sui muri fradici

ricoperti di muschio indisturbato.

E sulla collezione di sveglie che non svegliano

disseminate ai quattro angoli domestici,

testimoni di un’altra dimensione

silenziose macchine

ferme su orari bizzarri

a cui non dai corda

per mancanza di fretta.

Un senso di serena libertà temporale

risale dal ticchettio assente

nelle stanze congelate dai ricordi

e pronte per l’eternità.

Oktoberfest

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2014 by Michele Nigro

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Omaggio a una ciclica caducità, come morti in battaglia

senza speranza cadono foglie stanche

di vite brevi soleggiate e gloriose,

segni ingialliti di una lenta resa stagionale.

Si lasciano andare

ebbre di ricordi estivi al sapor di clorofilla

lungo linee di gravità trasversale

al ritmo di espirazioni ventose.

 

Piccoli uomini fatti di rami nodosi

legati con spaghi di tempo,

sacerdoti inconsapevoli in templi viventi

pulsanti di linfa sotto tetti di cielo

con gesti magici ereditati

compiono riti arcaici

graditi a un dio agricolo dimenticato.

In anticipo sul Generale

spinti dal cambio d’umore di una terra

in mutazione cromatica

conservano spicchi di natura

energia colorata dietro preziosi vetri rozzi

per le tavole di domani.

 

Nuovi silenzi nei boschi e nuovi frutti

nutrono le quiete scelte radicali.

Un suono di campana

annuncia la fine della guerra

e l’inizio di dolci esili.

Regredito

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 settembre 2014 by Michele Nigro

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Privo di gusci tecnologici

e distrazioni elettriche

l’uomo nevrotico ritorna al pensiero di se

cantando l’elogio della disinformazione.

È costretto da una spaziale restrizione

del suo io drogato di app

a ricercare, non senza spasimi

un’essenza dimenticata.

Le tenebre preindustriali

la lentezza dell’azione storica

un silenzio antifuturista, vicario di glorie meccaniche.

Suoni naturali

fino a ieri seppelliti sotto chili di pubblicità

trasportati da un vento arcaico

rammentano l’onesta posizione nel cosmo

all’essere pensante che si crede dio.

L’uso della parola non bastava

la mente esplora oltre il dicibile.

Comincia così il vero spettacolo

della vita interiore.

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Vanishing on 7th Street

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 gennaio 2014 by Michele Nigro

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“Stay in the light – Rimani nella luce” recita la locandina del film Vanishing on 7th Street catalogato nel genere thriller/horror ma che offre elementi per un messaggio che va oltre la semplice funzione di “mettere paura”. Quando la notte cala, delle ombre inquietanti prendono il sopravvento lì dove la luce è scarsa o del tutto assente causando la misteriosa scomparsa delle persone che incontrano. Sopravvive solo chi comprende l’importanza della luce, naturale o artificiale: l’unico strumento in grado di tenere lontane le ombre; anche se le ombre, lo sappiamo, sono generate dalla luce. Ma non queste.

Cosa rappresentano queste ombre in continua ricerca di esseri viventi da trascinare con se? Le anime dei morti? Nuove forme del male? Evocazioni di sconosciute forze ancestrali? Non è importante conoscere la loro precisa natura, la loro origine, quanto piuttosto il loro rapporto con la luce: forse le ombre rappresentano il prodotto finale del male prodotto da un’umanità che si è allontanata dalla luce morale? O sono forze oscure, nate con il mondo, che già in passato hanno compiuto simili incursioni nella storia dell’umanità?

L’uomo contemporaneo è legato alla tecnologia e la luce elettrica, prodotto del suo ingegno, rappresenta uno dei massimi esempi di come la civiltà umana sia riuscita a prevalere sulle tenebre del mondo primitivo, sulla notte: continuare a fare luce, rimanere nella luce anche quando la nostra stella non c’illumina, quando la notte è più lunga del dì, costituisce in questo caso un elemento di sopravvivenza che va oltre l’utilità pratica dell’invenzione elettrica. La luce salva la vita ai superstiti, li preserva dal buio che conduce a morte certa. Così come il fuoco scoperto dai primi uomini li preservò dalla ferocia degli animali selvatici. La luce intimorisce chi ama le tenebre: è una valida barriera contro il male; è la conoscenza che rende sicuro il cammino dell’uomo.

“Io esisto!” dice uno dei personaggi un attimo prima di essere “inghiottito” dalle ombre, lasciando solo i propri vestiti svuotati del loro contenuto. Se c’è luce tu puoi vedermi, quindi esisto, ci sono per te e per il mondo, sembrerebbe voler dire. Cosa sarebbe l’umanità tecnologica senza la luce prodotta? Cosa potremmo fare tutti noi senza corrente elettrica, senza l’energia luminosa? Ben poco. Esistiamo in quanto fruitori di una tecnologia che non ci lascia mai soli, al buio, ma ci rende protagonisti della storia, anche di notte, facendo la differenza. Eppure dovremmo ricordare – e in un anfratto della nostra mente il ricordo persiste – che siamo esistiti anche quando non c’era l’odierna tecnologia, quando non esisteva la corrente elettrica che illumina e rende viva un’abitazione. Le ombre forse sono il ricordo dell’oscurità preindustriale, sono le paure legate a un’epoca dimenticata, rimossa, e ritornano per riportare gli esseri umani all’origine. Dove vanno i corpi catturati dalle ombre? Si trasformano essi stessi in ombre, quindi in un certo qual modo continuano a “vivere” in un’altra dimensione, sotto altre forme. Nel buio. Anche le ombre dei protagonisti “caduti”, alla fine del film, continueranno a sussurrare “Io esisto!”: un modo per ricordare che esiste una zona oscura che non scomparirà mai e che convive con la storia dell’uomo o forse è la voce di una speranza oltre la morte.

Vanishing on 7th Street è un film che prende spunto da una paura arcaica, quella del buio. Ognuno di noi, almeno una volta nel corso della propria esistenza – soprattutto da bambini – ha avuto paura del buio: poi crescendo, grazie alla razionalità che smorza i timori archetipici, riusciamo a superare la paura dell’ignoto, del non conoscibile contenuto nel buio e protetto dal buio. Anche da grandi si può avere paura del buio, perché l’istinto, soprattutto durante quei momenti in cui siamo emotivamente “scoperti” e più deboli, ci guida verso zone della nostra mente dove la logica non prevale, lì dove ritorniamo a essere bambini inconsapevoli e bisognosi di luce rassicurante.

Eppure nel film saranno proprio due bambini a fuggire e a lasciare finalmente la città invasa dalle ombre, impauriti ma spinti da un coraggio riscoperto che istintivamente ordina loro di rimanere nella luce. Forse i bambini, grazie alla loro semplicità, rappresentano l’unica possibilità per il futuro di un’umanità che ancora può sperare di sopravvivere nonostante le ombre generate dagli adulti ovvero gli errori verso se stessi e gli altri, le scelte scellerate, i fatti scabrosi di cui ci nutriamo, il male causato e alimentato, le “ombre morali” che ognuno di noi porta dentro di se…

Fuoco amico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 4 novembre 2013 by Michele Nigro

Digital StillCamera

La scoperta fortuita divenne progresso sferragliante,

la storia dell’umanità

buia come un camino senza fiamma

fu invasa da luce e calore.

Me lo ricordano a distanza di millenni

le scoppiettanti lingue di fuoco

di un incerto pomeriggio autunnale.

La certezza della combustione

la sua irreversibilità storica

la bellezza chimica che distrugge

tra gioiosi colori cangianti.

Testimone di inquiete riflessioni,

di atroci ripensamenti

e di vuoti riempienti…

Filosofia casalinga

vecchi mobili senza valore

da ardere

insieme a ricordi spenti.

Space clearing e piromania.

Alla fine vince il tepore

sulla fredda precarietà del nostro essere

immobili e distanti dagli eventi.

Racconti davanti al fuoco,

nella migliore delle ipotesi

silenzi narranti e sbadigli.

L’uomo arcaico danza tra le fiamme,

muore agonizzante e felice

per le alte temperature

di una cosmogonia da tinello.

Compagno di una solitudine ricercata

ascoltatore intransigente e spietato

purificatore simbolico dell’io

inceneritore di personaggi inutili

e vite passate.

L’angolo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 settembre 2013 by Michele Nigro

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L’angolo

 

Sbattuto nella tempesta

come legno umano

che solca i mari della vita

tra mille affanni

non dimenticare di coltivarti!

Scoprirsi e amarsi

nel luogo in cui sei vero, nudo

e silenzioso volare alto

assaporando il vuoto sensato.

Fatiche e inganni

tensioni e giochi di potere

burocrazia esistenziale.

Solo quando emigri nell’angolo

ritorni all’origine che fortifica

al mito incorruttibile

lasciandoti alle spalle

fallimenti e sconfitte.

Seduto nell’angolo

contemplo la mia precarietà

protetto da un cielo stellato

avvolto nel ricordo senza tempo.

Elogio della fuga,

alibi per la mente,

dolce terra promessa,

bugia veniale,

cambio di prospettiva,

interlinea dell’anima.

La pausa dal vortice

ha un indirizzo conosciuto,

ingoio veleno e sgambetti

ma non nell’angolo

non lì, dove i morti si affiancano ai vivi,

dove tutto è ideale e perfetto

e la mancanza di futuro

non incide sull’io sempreverde.

Lì dove immobile visito l’universo

azzerando pensieri e sudore.

In attesa, ormai salvo,

della prossima tempesta.

In principio era il Suono…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2013 by Michele Nigro

Angelo Branduardi - Satriano di LucaniaIl concerto di Angelo Branduardi, ieri sera nella piazzetta centrale di Satriano di Lucaniaun gradevole paesino della mia amata Basilicata, è cominciato con una doverosa premessa, condivisa quasi sottovoce dall’Artista e in maniera ieratica come se fosse un segreto da maestro a discepolo: un suggerimento su come predisporsi all’ascolto del suo live partendo da lontano, da un incipit evangelico, da una teoria al limite dell’esoterico. A Branduardi non interessano più di tanto le “canzoni”: la sua esperienza cantautorale affonda le radici in una ricerca sonora primordiale, in quel confine sottile, poco visibile e quasi impercettibile che separa la scienza del suono da una “spiritualità che non va confusa con la religione”, ci tiene a precisare il grande menestrello, autore di pagine importanti della storia musicale italiana e internazionale. 

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…” leggiamo nella Bibbia e precisamente nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18). Siamo stati educati – ricorda Branduardi – a interpretare il termine Verbo come “parola”, ma altre traduzioni e tradizioni (più antiche e non meno importanti di quella cristiana) ci rivelano che il Verbo usato nel Prologo dall’evangelista Giovanni in realtà coinciderebbe con il Suono, non in senso “musicale”. Dio nel momento della creazione non si è espresso, non ha parlato, non ha pronunciato parola alcuna (Dio non è un essere superiore che blatera, non è parola ma azione; il Verbo che è presso Dio, al punto da coincidere con Dio stesso, indica l’agire, il fare che crea, il pensiero che dà vita al mondo), ma ha delegato al Suono, quale strumento del fare, alla vibrazione sonora, la responsabilità di mettere in moto e in ordine i componenti inerti dell’universo in vista della costruzione del Creato. Una verità esoterica tenuta per definizione nascosta, o volutamente male interpretata, dalla religiosità occidentale “ufficiale” forse perché troppo meccanicistica, naturale; o forse perché in occidente siamo stati educati a un Dio padre “antropomorfizzato” che, nonostante il libero arbitrio, dall’alto muove i fili del teatrino e una teoria del genere sarebbe terribilmente vicina a una spiegazione fisica e quindi scientifica e non divina e misteriosa. Anche se la teoria del suono all’origine dell’universo non spiega tutto e rimane essa stessa un affascinante mistero che trova alcune timide spiegazioni in antichissimi insegnamenti e tracce religiose che si perdono nel tempo.

Dal Suono deriverebbe il tutto visibile e invisibile, e lo sciamano rappresenta l’esempio più autentico e antico di “ingegnere del suono” prestato alla spiritualità: i suoni prodotti dallo sciamano nel corso dei suoi riti inducono a una ricerca interiore e l’alterazione dello stato di coscienza che ne consegue è l’unica strada per la visualizzazione di un mondo spirituale altrimenti inaccessibile e per ritornare a quel Suono originario a cui si fa riferimento nel Vangelo di Giovanni.

Branduardi prima di cominciare lo spettacolo ha invitato il pubblico a ritrovare una concentrazione interiore che non deve coinvolgere solo i musicisti bensì tutti, e che non prevede il delirio insensato per la canzonetta: anche il suono prodotto su un palco durante uno spensierato festival estivo deriva da quel Suono primordiale e creatore, senza soluzione di continuità. Quindi la musica è uno strumento mistico, è spiritualità, è consapevolezza di non essere creatori ma semplici sub-creatori, mediatori e prosecutori di un Suono antichissimo. Lo sciamano Branduardi, oltre alla riproposizione d’ufficio dei brani popolari appartenenti al suo repertorio, ha saputo emozionare e catturare l’attenzione più intima del pubblico, trasportandolo verso uno sperimentalismo apparentemente improvvisato, come nel caso della registrazione dal vivo di alcune tracce sonore eseguite con il proprio violino e utilizzate come base musicale per un successivo brano. Si tratta di momenti unici, irriproducibili, personalizzati, che vanno oltre il “brano famoso” o il coro da stadio. La vera ricerca musicale che “guarisce” è questa.

I due lati della casa

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 luglio 2013 by Michele Nigro

MagritteRené Magritte – L’impero della luce (L’Empire des lumières)*, 1953–54

I due lati della casa

La mia casa ha due viste

due modi di intendere la vita.

Una si apre sulla strada trafficata

esistenza che cerca compagnia

tra schiamazzi e strusci estivi

automobili, giostre e feste patronali.

L’altra si nutre da millenni

di pipistrelli e vecchie querce

sul mare stellato

della notte arcaica e silenziosa.

Oscillo, eterno cercatore,

tra appartenenza e libertà

progresso e conservazione

tra il presente e i ricordi

bisognoso di entrambi i lati.

Il fumo aromatico di una pipa solitaria

si sovrappone al nitido schema

della costellazione dell’Orsa Maggiore

mentre fioche luci di fari lontani

scompaiono e riappaiono

divorate dai boschi notturni e briganti

di una Lucania ancora vergine.

La fontana ormai asciutta

legata agli echi di giochi bambini

difende i propri spazi melmosi

dalle nuove costruzioni

di generazioni senza memoria.

Da strade poco illuminate

riemergono le passeggiate di ieri

masticando erbe selvatiche

tra i passi avvolti dal silenzio del tempo

di persone assenti e quasi dimenticate,

e nuove rotte di aerei ignoranti

come stelle cadenti orizzontali.

Intorno ai lampioni di campagna

vortici di insetti assetati di luce

simulano, fedeli nei secoli,

movimenti cosmici senza nome.

Sospeso sui balconi di una casa ambigua

il corpo respira quiete

tra progetti futuri e pesanti eredità

tra desideri e doveri

sogno e risveglio

fantasia e realtà

antico e moderno

ricerca e disincanto

natura e asfalto

mistero e certezza

poesia e tecnica…

Fino alla fine della notte.

* Magritte: «Nell’Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia.»

Obiettivi arcaici

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 27 luglio 2013 by Michele Nigro

147492956517049659_hyRr5MGu_f-e1347805023905“Il mio modo arcaico di fare poesia nasce dall’esigenza di fornire, prima di tutto a me stesso e poi anche all’eventuale lettore, un’immagine scremata, sobria, asciutta, arcaica appunto di ciò che la vita mi fornisce quotidianamente o mi ha fornito in passato. Questa scelta, a volte, va a discapito di quella poesia concepita come intrattenimento piacevole e di una metrica ‘educata’ e matematicamente coerente. La rima è al servizio di una ‘filastrocca primordiale’ perché l’obiettivo del verseggiare è la ricerca di una verità seppellita sotto tonnellate di avverbi, aggettivi inutili e di immagini collettive di origine televisiva che non appartengono all’individuo. Uno degli obiettivi della poesia è ‘ripulire’ l’Io da certi prolungamenti prosaici per ritornare alle origini del pensiero. I singoli versi composti da non più di tre o quattro parole, determinano nella mente del lettore la formazione di frammenti lapidari, scomodi da leggere, grezzi, sacrificando consapevolmente la bellezza e la musicalità, e rasentando in alcuni casi un’ossessiva paronomasia. Anche le ricerca di una ‘rima interna’ contribuisce ad alimentare un suono ossessivo che è catarsi.” (m.n.)

Vent’anni

Roventi ferri dormienti
di ruggine pazienza
bollenti bulloni morenti
sferragliante partenza.

Inesorabili fischi trilli
con lamenti di molle
instancabili estivi grilli
scuri armenti tra le zolle.

Treni trainanti troie
verso città di studio
e civiltà in tripudio
sui seni allattanti noie.

***

Fuoco antico

Accese nervature lignee
come dolori scoperti
lambite da lingue sanguigne
chiome di calori incerti.

Bocca di calda grappa
morente su ceppi meditati
vene di antica mappa
silenziosi vecchi antenati.

***

Il tempo

Inchiostro rosso riesumato
come sangue bollente
di un mostro grosso trascurato
che langue incoerente.

Sberleffi di gente morta
facili previsioni.
Sonori ceffi su mente corta
gracili ribellioni.

Una fede passiva
conta gli anni
occasione furtiva
un’onta d’inganni.

Io amai la goccia
per la pazienza viva
osservai la roccia
d’antica sembianza priva.

Coscienza e dolori
richiedono vendetta
la terra e gli odori
già odono la vetta.

***

Fiori di strada

Poesie sgranate
ermetici rosari
rivedute carte
perdute e amate
fonetici calzari
eresie in arte.

Orfani puri
assenti tutori
gerani duri
coscienti untori.

Fiori di strada
follia invidiata
cori di rada
morìa agognata.

Accademici idioti
appassite vigne
anemici zeloti
indispettite tigne.

***

Ritorni di carta

Professori in scaletta
manifesti a colori
signori in giacchetta
vani gesti e scalpori.

Presuntuosa stirpe
sofferenti pagliacci
untuosa sirte
tra morenti ghiacci.

Riscoperti autori
d’alienati meriggi
deserti di umori
costipati miraggi.

Cartaceo coìre
per serate uggiose
grigiaceo morire
dimenticate spose.

Diaspore letterarie
dai cassetti profanati
idrovore precarie
fazzoletti incorniciati.

Fuoco antico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 8 aprile 2012 by Michele Nigro

 

Accese nervature lignee

come dolori scoperti

lambite da lingue sanguigne

chiome di calori incerti.

Bocca di calda grappa

morente su ceppi meditati

vene di antica mappa

silenziosi vecchi antenati.

Live at Pompeii

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 marzo 2012 by Michele Nigro

Era il 5 ottobre del 1971. Un’anomala giornata autunnale con aspirazioni primaverili.

Mio padre spingeva lentamente il passeggino, con dentro la versione demo del sottoscritto, lungo il viale alberato che lambisce i muri cancellati dei famosi scavi di Pompei. Avevo cinque mesi, una cuffietta azzurra in testa per farmi ammirare dalle giovani donne e un genitore amorevole che assaporava quel momento di serenità contemplandomi di tanto in tanto come se fossi il primo bambino del pianeta nato dopo secoli di sterilità. Una serenità destinata a durare poco.

Dall’interno dell’area archeologica proveniva una musica strana, inquietante, evocativa, che passo dopo passo aumentava di volume: sembrava che gli inespressi echi musicali di quella civiltà sepolta dalla furia lavica del Vesuvio stessero riemergendo dalle rovine e dal tempo per impartire agli uomini moderni lezioni arcaiche lasciate in sospeso.

Ma non si trattava di morti che reclamavano attenzione in maniera bizzarra: i creatori vivi e vegeti di quella musica ancestrale e moderna erano Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, quattro capelloni londinesi in trasferta nel sud Italia. I “Pink Floyd” stavano registrando in quei giorni, a poche decine di metri dalla casa dei miei genitori, il video-concerto “Live at Pompeii” e avevano piazzato la loro sofisticata strumentazione al centro dell’anfiteatro chiuso al pubblico, sfruttando come sfondo il vulcano in quiescenza e il cielo nitido di un insolito autunno. Tecnologia del suono e archeologia: gli amplificatori della rock band britannica dissotterravano non reperti statici da inviare nei musei ma vibrazioni dimenticate di antiche esistenze ormai divenute polvere. Antico e moderno, sacro e profano, giovane e vecchio…

Improvvisamente cominciai ad agitare braccia e gambe liberandomi dalla copertina in cui mamma mi aveva avvolto con tanta premura e sbarrando gli occhi lasciai cadere il ciuccio sul cuscino come a voler partecipare ai vocalizzi di Gilmour, anche se l’unica cosa che la mia bocca riuscì a produrre fu una bollicina di saliva contenente una nota acida al sapore di latte.

Il seme progressive era stato casualmente piantato nel terreno nervoso del mio cervello vergine. Avevo ricevuto il mio imprinting psichedelico: una sorta di investitura sonora impartita dall’alto di quelle rovine silenziose e all’apparenza senza vita.

“Drogati!” – sentenziò tra sé e sé mio padre, un poliziotto vecchio stampo che aveva vissuto il ’68 dall’altra parte della barricata, indossando l’elmetto della famigerata Celere e manganellando figli dei fiori da Torino a Napoli. Quella irriverente commistione tra musica rock e archeologia lo indisponeva. Vedendomi agitato pensò che mi fossi spaventato a causa delle potenti bacchettate di Nick Mason sulla batteria e aumentò il passo per salvarmi da quelle strane sonorità. Non possedevo ancora l’età adatta e gli strumenti linguistici per biasimarlo, altrimenti gli avrei detto: “Papà! Frena e fammi ascoltare in santa pace!”

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