Archivio per archeopsiche

Limbico on the Moon

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 giugno 2014 by Michele Nigro

“If you believed they put a man on the moon, man on the moon.
If you believe there’s nothing up my sleeve, then nothing is cool.”

l'uomo rettile pierangelo rita

Un cervello ancestrale pulsa

sotto le viscere della coscienza.

Rozzi istinti primordiali e antiche memorie

riemergono prepotenti

dalle mode della neocorteccia.

Confusione e conflitto

tra nuovi pensieri e gesti antenati,

nel mammifero superiore

persiste l’utopia del controllo.

Rettili in giacca e cravatta

inviano sonde su lontani pianeti,

testimoni meccanici

di un riuscito errore evolutivo.

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Anestesia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 Mag 2014 by Michele Nigro

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La volontà fa quello che può

contro l’avanzata del buio artificiale,

innumerevoli stati di coscienza

dopo millenarie lotte evolutive

capitolano simili a baluardi indifesi

dinanzi alle truppe chimiche della scienza.

Privo di memoria e dolore, tagliato fuori dagli eventi

in quale angolo silenzioso si rifugia l’io scacciato dalla realtà?

La coscienza superiore in esilio

vaga senza tempo

tra deserti primordiali e oasi d’archetipi

in cerca di un passaggio per il ritorno.

Alta fedeltà

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 Mag 2014 by Michele Nigro

ad Hachikō

Ripetizione costante nel tempo

di uno schema d’amore casuale,

breccia tra inutili parole umane.

Legami inscindibili, senza prezzo

riaffiorano linguaggi dimenticati dell’anima,

solide scelte istintive

nel cieco caos di un’esistenza effimera.

Orologio interiore, consuetudine puntuale

scritta in muti codici primordiali,

un’irragionevole speranza combatte

contro l’evidenza del destino.

Il grazie infinito tra le specie

resistente alle stagioni e agli umori

obbedisce a ordini invisibili, spezzati solo dalla morte.

Un’incrollabile fede animale, insegnamento antico e vivo

fa vibrare le corde ancestrali dell’uomo culturale

da secoli sepolte sotto strati gloriosi di quotidiana banalità.

Hachiko

Hachikō

Bevo per ricordare!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2014 by Michele Nigro

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Dai profondi cunicoli dell’inconscio

insufflate dai fumi della regressione

risalgono come ebbre mongolfiere colorate

i ricordi di zone dimenticate della storia

di inespresse soluzioni crepuscolari.

Sfuggo agli stili convenzionali del mio tempo

rimuovo gli ostacoli della ragione e mi autoriparo

riplasmo lo schema comportamentale ereditato

gettando zavorre dottrinali e assiomi mentali,

schiavo di una comoda amnesia sociale

ricostruisco le strutture inadatte

alterando la percezione di valori accettati.

La resistenza a disimparare

si dissolve dinanzi al dolce assedio neurale

di un boccale schiumoso,

profeta alcolico di eretiche novità.

Filogenesi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 aprile 2014 by Michele Nigro

Dal mare antico degli archetipi

riemergono ricordi e forme ancestrali

funzioni atrofizzate dell’io.

Rammento le mie branchie

il rumore del liquido materno

le innumerevoli specie morenti

parti inutili abbandonate nel passato

l’organismo indeciso che fui

mentre attendo, seduto in una posa innaturale

il prossimo metrò.

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Vanishing on 7th Street

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 gennaio 2014 by Michele Nigro

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“Stay in the light – Rimani nella luce” recita la locandina del film Vanishing on 7th Street catalogato nel genere thriller/horror ma che offre elementi per un messaggio che va oltre la semplice funzione di “mettere paura”. Quando la notte cala, delle ombre inquietanti prendono il sopravvento lì dove la luce è scarsa o del tutto assente causando la misteriosa scomparsa delle persone che incontrano. Sopravvive solo chi comprende l’importanza della luce, naturale o artificiale: l’unico strumento in grado di tenere lontane le ombre; anche se le ombre, lo sappiamo, sono generate dalla luce. Ma non queste.

Cosa rappresentano queste ombre in continua ricerca di esseri viventi da trascinare con se? Le anime dei morti? Nuove forme del male? Evocazioni di sconosciute forze ancestrali? Non è importante conoscere la loro precisa natura, la loro origine, quanto piuttosto il loro rapporto con la luce: forse le ombre rappresentano il prodotto finale del male prodotto da un’umanità che si è allontanata dalla luce morale? O sono forze oscure, nate con il mondo, che già in passato hanno compiuto simili incursioni nella storia dell’umanità?

L’uomo contemporaneo è legato alla tecnologia e la luce elettrica, prodotto del suo ingegno, rappresenta uno dei massimi esempi di come la civiltà umana sia riuscita a prevalere sulle tenebre del mondo primitivo, sulla notte: continuare a fare luce, rimanere nella luce anche quando la nostra stella non c’illumina, quando la notte è più lunga del dì, costituisce in questo caso un elemento di sopravvivenza che va oltre l’utilità pratica dell’invenzione elettrica. La luce salva la vita ai superstiti, li preserva dal buio che conduce a morte certa. Così come il fuoco scoperto dai primi uomini li preservò dalla ferocia degli animali selvatici. La luce intimorisce chi ama le tenebre: è una valida barriera contro il male; è la conoscenza che rende sicuro il cammino dell’uomo.

“Io esisto!” dice uno dei personaggi un attimo prima di essere “inghiottito” dalle ombre, lasciando solo i propri vestiti svuotati del loro contenuto. Se c’è luce tu puoi vedermi, quindi esisto, ci sono per te e per il mondo, sembrerebbe voler dire. Cosa sarebbe l’umanità tecnologica senza la luce prodotta? Cosa potremmo fare tutti noi senza corrente elettrica, senza l’energia luminosa? Ben poco. Esistiamo in quanto fruitori di una tecnologia che non ci lascia mai soli, al buio, ma ci rende protagonisti della storia, anche di notte, facendo la differenza. Eppure dovremmo ricordare – e in un anfratto della nostra mente il ricordo persiste – che siamo esistiti anche quando non c’era l’odierna tecnologia, quando non esisteva la corrente elettrica che illumina e rende viva un’abitazione. Le ombre forse sono il ricordo dell’oscurità preindustriale, sono le paure legate a un’epoca dimenticata, rimossa, e ritornano per riportare gli esseri umani all’origine. Dove vanno i corpi catturati dalle ombre? Si trasformano essi stessi in ombre, quindi in un certo qual modo continuano a “vivere” in un’altra dimensione, sotto altre forme. Nel buio. Anche le ombre dei protagonisti “caduti”, alla fine del film, continueranno a sussurrare “Io esisto!”: un modo per ricordare che esiste una zona oscura che non scomparirà mai e che convive con la storia dell’uomo o forse è la voce di una speranza oltre la morte.

Vanishing on 7th Street è un film che prende spunto da una paura arcaica, quella del buio. Ognuno di noi, almeno una volta nel corso della propria esistenza – soprattutto da bambini – ha avuto paura del buio: poi crescendo, grazie alla razionalità che smorza i timori archetipici, riusciamo a superare la paura dell’ignoto, del non conoscibile contenuto nel buio e protetto dal buio. Anche da grandi si può avere paura del buio, perché l’istinto, soprattutto durante quei momenti in cui siamo emotivamente “scoperti” e più deboli, ci guida verso zone della nostra mente dove la logica non prevale, lì dove ritorniamo a essere bambini inconsapevoli e bisognosi di luce rassicurante.

Eppure nel film saranno proprio due bambini a fuggire e a lasciare finalmente la città invasa dalle ombre, impauriti ma spinti da un coraggio riscoperto che istintivamente ordina loro di rimanere nella luce. Forse i bambini, grazie alla loro semplicità, rappresentano l’unica possibilità per il futuro di un’umanità che ancora può sperare di sopravvivere nonostante le ombre generate dagli adulti ovvero gli errori verso se stessi e gli altri, le scelte scellerate, i fatti scabrosi di cui ci nutriamo, il male causato e alimentato, le “ombre morali” che ognuno di noi porta dentro di se…

Live at Pompeii

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 marzo 2012 by Michele Nigro

Era il 5 ottobre del 1971. Un’anomala giornata autunnale con aspirazioni primaverili.

Mio padre spingeva lentamente il passeggino, con dentro la versione demo del sottoscritto, lungo il viale alberato che lambisce i muri cancellati dei famosi scavi di Pompei. Avevo cinque mesi, una cuffietta azzurra in testa per farmi ammirare dalle giovani donne e un genitore amorevole che assaporava quel momento di serenità contemplandomi di tanto in tanto come se fossi il primo bambino del pianeta nato dopo secoli di sterilità. Una serenità destinata a durare poco.

Dall’interno dell’area archeologica proveniva una musica strana, inquietante, evocativa, che passo dopo passo aumentava di volume: sembrava che gli inespressi echi musicali di quella civiltà sepolta dalla furia lavica del Vesuvio stessero riemergendo dalle rovine e dal tempo per impartire agli uomini moderni lezioni arcaiche lasciate in sospeso.

Ma non si trattava di morti che reclamavano attenzione in maniera bizzarra: i creatori vivi e vegeti di quella musica ancestrale e moderna erano Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, quattro capelloni londinesi in trasferta nel sud Italia. I “Pink Floyd” stavano registrando in quei giorni, a poche decine di metri dalla casa dei miei genitori, il video-concerto “Live at Pompeii” e avevano piazzato la loro sofisticata strumentazione al centro dell’anfiteatro chiuso al pubblico, sfruttando come sfondo il vulcano in quiescenza e il cielo nitido di un insolito autunno. Tecnologia del suono e archeologia: gli amplificatori della rock band britannica dissotterravano non reperti statici da inviare nei musei ma vibrazioni dimenticate di antiche esistenze ormai divenute polvere. Antico e moderno, sacro e profano, giovane e vecchio…

Improvvisamente cominciai ad agitare braccia e gambe liberandomi dalla copertina in cui mamma mi aveva avvolto con tanta premura e sbarrando gli occhi lasciai cadere il ciuccio sul cuscino come a voler partecipare ai vocalizzi di Gilmour, anche se l’unica cosa che la mia bocca riuscì a produrre fu una bollicina di saliva contenente una nota acida al sapore di latte.

Il seme progressive era stato casualmente piantato nel terreno nervoso del mio cervello vergine. Avevo ricevuto il mio imprinting psichedelico: una sorta di investitura sonora impartita dall’alto di quelle rovine silenziose e all’apparenza senza vita.

“Drogati!” – sentenziò tra sé e sé mio padre, un poliziotto vecchio stampo che aveva vissuto il ’68 dall’altra parte della barricata, indossando l’elmetto della famigerata Celere e manganellando figli dei fiori da Torino a Napoli. Quella irriverente commistione tra musica rock e archeologia lo indisponeva. Vedendomi agitato pensò che mi fossi spaventato a causa delle potenti bacchettate di Nick Mason sulla batteria e aumentò il passo per salvarmi da quelle strane sonorità. Non possedevo ancora l’età adatta e gli strumenti linguistici per biasimarlo, altrimenti gli avrei detto: “Papà! Frena e fammi ascoltare in santa pace!”

TINTIN e la psicogenealogia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 novembre 2011 by Michele Nigro

“I morti non sono degli assenti, sono solo degli invisibili”

S. Agostino

Che relazione può mai esserci tra Tintin, il protagonista del fumetto di Hergé, in questi giorni riproposto al cinema nel film d’animazione intitolato “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno” con la regia di Steven Spielberg e co-prodotto dal ‘tolkieniano’ Peter Jackson, e la cosiddetta psicologia transgenerazionale o psicogenealogia? Apparentemente nessuna se non fosse per il fatto che due personaggi collaterali, l’ebbro Capitano Haddock e il suo infido rivale Ivan Ivanovich Sakharine, vivono nel corso della storia delle vere e proprie esperienze psicogenealogiche.

Mi spiego meglio. Quando il Capitano Haddock, nel deserto e successivamente nell’infermeria di un accampamento della Legione Straniera, rivive le esperienze marinare dell’antenato Sir Francis Haddock (esperienze indotte, per motivi di facilitazione narrativa, dalla lunga permanenza sotto il sole e dagli effetti dell’alcool etilico ingerito), dimostra di essere una vittima inconsapevole degli influssi del suo avo. Lo studio di questi ‘influssi’, in vista di una guarigione del discendente, è compito della psicologia transgenerazionale. Ma cos’è la psicogenealogia?

Da psicogenealogia e costellazioni familiari: <<… La psicogenealogia è una disciplina che si occupa degli influssi che gli avi possono avere nei confronti di un discendente. Quello della psicogenealogia è un campo multidisciplinare che coinvolge la psicologia e le scienze etnoantropologiche…>>; e sul sito psicogenealogia-costellazioni.it: <<… La psicogenealogia è una tecnica, sistemica, familiare e transgenerazionale con delle forti connotazioni psicanalitiche, che si è sviluppata negli anni ’80 grazie alle ricerche di Anne Ancelin Schützenberger. Anna Ancelin chiama psicogenealogia il lavoro con il genosociogramma; secondo questo approccio, i traumi, i segreti, i conflitti vissuti in modo drammatico, possono condizionare, per trasmissione transgenerazionale inconscia, i discendenti che possono diventare portatori di disturbi e malattie, come di comportamenti bizzarri e inesplicabili…>>.

E ancora, da un’altra fonte: <<Insomma è come se la persona interessata entrasse involontariamente in un tunnel di “passato-presente che va e che viene” – per usare le parole della fondatrice di questo approccio –  e fosse trasportata da un’ “alleanza invisibile” in una situazione in cui sembra che debba “pagare un debito”, un “pegno”, almeno fino a quando il creditore non venga visto, la programmazione transgenerazionale disattivata e il debito smetta di ancorare l’individuo al passato, personale o transgenerazionale, lasciando libero e meno pesante e coercitivo il suo presente. Insomma egli ha l’opportunità di cominciare a vivere la propria vita e non più quella di un bisnonno “gasato” durante la Prima Guerra Mondiale o di un fratellino morto prematuramente di cui i genitori non hanno mai potuto fare il lutto, e di cui porta persino il nome.>>

In tutto questo Tintin sembrerebbe svolgere la funzione di “osservatore razionale esterno” mentre il Capitano Haddock è costretto a subire la programmazione transgenerazionale, a pagare il suo pegno: il giovane reporter disegnato da Hergé rappresenta il collegamento con la realtà presente; è colui che nella storia ha le idee chiare, che ha un approccio “freddo” e meccanico con la ricerca della verità. Sembra insomma che nell’esistenza di Tintin non agiscano forze provenienti dal passato (perché il suo ideatore non gli ha fornito né una famiglia, né un passato), come invece succede all’amico Capitano.

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Le ragioni del cuoco: note esegetiche per “Pancetta affumicata”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 Mag 2010 by Michele Nigro

Note esegetiche supplementari per una corretta lettura del racconto sci-fi intitolato “Pancetta affumicata”

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Amici Lettori.

Pur essendo consapevole della profondità d’animo e della ineccepibile scrupolosità interpretativa che vi caratterizza, l’Autore del racconto “Pancetta affumicata” percepisce con umiltà l’esigenza di fornirvi alcuni elementi fondamentali per una corretta presa di coscienza derivante dal messaggio contenuto nel racconto stesso.

Il titolo sicuramente potrebbe trarre in inganno il lettore abituato ai temi “alti” della letteratura e una superficiale lettura “casereccia” del racconto farebbe perdere di vista il messaggio attualissimo nascosto dietro la patina di una fantascienza ritagliata da un materiale cinematografico fin troppo diffuso. L’Autore non vi chiede un immediato e chirurgico abbattimento dei vostri pregiudizi nei confronti del genere fantascientifico pregandovi di rivalutare, in una sede poco adatta, la valenza di un suo attributo pedagogico e oserei dire addirittura “morale”, ma vuole focalizzare la vostra attenzione sui temi “altri” contenuti nel racconto.

Primo fra tutti l’affascinante tema della colonizzazione oltre la Terra: da sempre l’uomo si spinge oltre i confini impostigli dalla Natura e le conseguenze di tale ricerca hanno causato dei momenti storici incancellabili che ancora oggi hanno ripercussioni nella nostra esistenza. Vi starete chiedendo se sto omettendo volutamente le reali ragioni di tale “spinta” e la risposta è no! L’Autore sa benissimo che dietro le grandi esplorazioni non campeggiano solo motivi romantici e spirituali ma più forti esigenze economiche e militari hanno sempre giocato un ruolo fondamentale. Il potere di pochi regnanti si è celato dietro le vesti di sognatori e geografi, uscendo allo scoperto nei momenti più opportuni per il tornaconto dell’investitore. Nel racconto è infatti palesemente dimostrato il chiaro intento di una futura società tecnocratica motivata da mire energetiche che mette da parte la romantica tavolozza dell’esploratore dinanzi ai colori freddi e metallici offerti dall’universo. Le immagini, per noi emozionanti, delle sonde Voyager sono ormai una consuetudine passatista nella pseudo-vita degli abitanti della stazione spaziale “Jupiter III”; immagini sottoposte ad un processo di assuefazione visiva che trasforma il “meraviglioso” in “quotidiano”. Solo le anime capaci di auto-rigenerarsi e i “poeti spaziali” riescono a riesumare dalle fosse comuni dell’abitudine antichi scenari che mai tramonteranno per l’uomo che è ancora capace di stupirsi.

È proprio in questo contesto che si muovono i personaggi “ribelli” del racconto. Non ribelli nel senso sessantottino del termine, con tanto di volantino ciclostilato e bomba molotov, ma “ribelli passivi” che ricercano nella propria mente – nel cosiddetto inner space – i fossili comportamentali di un Homo sapiens estinto dal punto di vista naturale ma recuperabile sul versante archeopsichico (gli istinti come reperti archeologici). Il gusto per il cibo, la poesia per una bella ragazza, il ricordo della storia, i rapporti umani, il sesso, la ricerca personale e slegata dai dogmi di una dittatura dolce e tecnocratica…: queste ed altre esigenze dettate da un improbabile individualismo gustativo vengono interpretate come pericolosi scostamenti dalla media in una società orbitante che deve rispettare – si dice: “per sopravvivere!” – le regole del sistema. Un rispetto imposto da chi vuole far credere alla massa che le regole siano state create per il benessere di tutti, ma che in realtà celano da sempre la difesa di equilibri economici troppo importanti per i “pochi” che contano. Una storia antica che viene riproposta al di là dei confini terrestri e temporali. La fantascienza da sempre consente al lettore di compiere un’operazione di estraniazione dal presente in vista, paradossalmente, di un’analisi del presente stesso.

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Archeopsichico Ballard!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , on 15 aprile 2010 by Michele Nigro

“Il mondo sommerso”

di J. G. Ballard

 ♦
È un romanzo che oserei definire psico-climatologico in quanto l’Autore, scrittore all’avanguardia della narrativa inglese e dotato di un accattivante linguaggio scientifico usato con dimestichezza, utilizza futuri (e, purtroppo, non del tutto inverosimili!) scenari cataclismatici, per analizzare gli stadi mentali involutivi di un gruppo di scienziati alle prese con la perlustrazione di città sommerse.
La storia è questa: una sessantina di anni prima dell’epoca in cui si svolgono i fatti contenuti nel romanzo, alcune tempeste solari hanno causato un surriscaldamento globale che a sua volta ha prodotto lo scioglimento dei ghiacci polari e quindi un innalzamento delle acque a livello planetario. Iguane e piante tropicali hanno invaso le costose suite, ormai allagate, di quei grattacieli che una volta rappresentavano il cuore della finanza mondiale e della vita agiata di popolose metropoli.
Ma la fantascienza, come spesso accade, è solo una scusa per parlare d’altro… Infatti, parallelamente a questa trasformazione climatica dannosa, Ballard svolge, focalizzando l’attenzione su alcuni dei suoi personaggi, una “ricerca intima” che non si occupa di surriscaldamenti, piante e rettili, ma evidenzia l’irrefrenabile involuzione dell’essere umano in un ambiente mutato e reso primordiale da eventi relativamente recenti. Il brano seguente, tratto dal capitolo intitolato “Verso una nuova psicologia”, meglio di ogni recensione ci svela non solo il vero obiettivo del romanzo, ma sottolinea chiaramente l’imprinting che Ballard acquisì lavorando per anni in una rivista scientifica e che ne influenzò naturalmente il linguaggio narrativo: “E così lei ha paura che l’aumento della temperatura … stia risvegliando … ricordi sepolti nelle nostre menti?”. “Non nelle nostre menti, Robert. Questi sono i ricordi più antichi del mondo, i codici temporali presenti in ogni nostro gene e in ogni nostro cromosoma. Ogni gradino che siamo riusciti a salire nella nostra scala evolutiva è una pietra miliare fatta di ricordi organici,… Come la psicanalisi si prefigge di ricostruire la situazione traumatica originaria al fine di provocare la liberazione del materiale rimosso, così ora noi stiamo precipitando nel nostro passato archeopsichico, riscoprendo gli antichi tabù e gli istinti primordiali rimasti sopiti per migliaia di anni… Ognuno di noi ha la stessa età dell’intero regno biologico e il nostro flusso sanguigno è immissario dell’immenso oceano della sua memoria collettiva… L’odissea uterina del feto in crescita riassume in sé l’intero passato biologico…”.
Il titolo del romanzo di Ballard possiede un doppio senso: il “mondo sommerso” è sì un chiaro riferimento alla geografia stravolta di un futuro pianeta Terra, ma è anche il nome di una sfida psicologica che prende vita al di là della volontà umana. Pochi i momenti di lucidità scientifica dei personaggi come quelli riportati nella citazione. Anche perché i veri profeti dell’involuzione sono, quasi a voler omaggiare il padre della psicanalisi S. Freud, i sogni: solo chi ne sa interpretare gli intimi messaggi, può dipanare la matassa subcosciente di chi avverte un impulso ma non ne sa dare una spiegazione: la voglia di ritornare ad uno stato primordiale mai conosciuto direttamente, ma presente nei meandri dell’Io. Il termine “archeopsichico” – introvabile nel mio vocabolario ma ampiamente utilizzato dagli psicanalisti e dagli esploratori dell’inner space – è il cuore semantico del romanzo; senza di esso il lavoro di Ballard risulterebbe asservito ai compendi di un’accademica e rigida neurologia.
D’altro canto, nel notissimo saggio Which Way to Inner Space – apparso nella rivista New Worlds nel maggio 1962 – l’autore inglese parla di rinnovamento dei moduli fantascientifici, pensando soprattutto alla tematica temporale, non più intesa come il convenzionale viaggio nel tempo ma piuttosto come artificio utile per mettere in evidenza taluni aspetti della vicenda arcaico-collettiva dell’umanità e mostrare i risvolti psicologici del rapporto tra sensibilità umana e dimensione temporale: “[…] vorrei che la SF elaborasse concetti come zona tempo, tempo profondo e tempo archeopsichico. Vorrei vedere più idee psicoletterarie, più concetti metabiologici e metachimici, vorrei vedere dei sistemi temporali personali, delle psicologie e degli spaziotempi sintetici, e quei remoti ed oscuri semi-mondi che avvertiamo nei dipinti delle personalità dissociate, tutto in completa poesia speculativa e fantasia scientifica.” Insomma, per lo scrittore l’unico grande territorio inesplorato è rappresentato dall’universo interiore dell’uomo che, più dello spazio interplanetario, riserva, a chi vi si avventuri, non poca materia narrativa. (1)
Le continue notizie sullo stato climatologico del pianeta Terra ci inducono inevitabilmente a riprendere in considerazione le tematiche catastrofiche ed affascinanti di un romanzo scritto nel 1962. Ma non bisogna totalmente abbandonarsi al messaggio calamitoso in esso chiaramente contenuto: Ballard vuole dirci di più… Mentre misuriamo i ghiacci, le piogge e i livelli marini, dovremmo prendere in considerazione anche l’evoluzione intima dell’uomo, le sue trasformazioni psicologiche, gli impulsi primordiali ricoperti da una lunga serie di strati culturali… Nessuno di noi sa se, un giorno, ci sveglieremo in un mondo come quello descritto dall’Autore, ma l’ipotesi di doverci confrontare con un’involuzione neurale è senz’altro intrigante. E chissà se tale involuzione non sia già cominciata.
(1) tratto dall’articolo “Chronopolis” di J.G. Ballard: la città e il tempo di Francesco Marroni.
James Graham Ballard è nato nel 1930 a Shangai dove suo padre lavorava. Dopo l’attacco a Pearl Harbor è stato internato con la famiglia in un campo di prigionia e solo nel 1946 è riuscito a tornare in Inghilterra. Ha lavorato per una rivista scientifica, poi si è dedicato alla scrittura. Da Crash, pubblicato nel 1973, David Cronenberg ha tratto l’omonimo film. L’impero del sole, apparso nel 1984, sull’esperienza autobiografica nel campo di prigionia, è stato portato sullo schermo da Steven Spielberg. Dei suoi romanzi Feltrinelli ha pubblicato Super-Cannes (2000), La mostra delle atrocità (2001), Il condominio (2003), Millennium People (2004) e Crash (2004). Il mondo sommerso, del 1962, è uno dei suoi primi libri.
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