Archivio per astrofisica

Non andammo mai su Plutone

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 luglio 2015 by Michele Nigro

pluton600

La fede laica nell’immagine

ritardato tocco telemetrico

paziente dialogo con il mortale creatore.

Ceneri sparse su un dio lontano

nuovi orizzonti della fantasia

che abita luoghi impossibili.

Lunghi viaggi, oltre la morte

per catturare l’origine del tutto.

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“Interstellar” vs “2001: A Space Odyssey”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 novembre 2014 by Michele Nigro

bowman vs cooper

Tempesta solare

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 9 gennaio 2014 by Michele Nigro

Vento-solare

Una macchia

compare sul volto della divinità

brillamenti, moniti dall’infinito

disturbano

la gloriosa esistenza del piccolo uomo.

Effetti cosmici

sull’umore tecnologico di scimmie evolute

e radiazioni

sulla pelle elettrica della civiltà.

Navigo a vista in un mare di plasma

tra uragani magnetici

e aurore colorate di morte.

Eruzioni stellari di energia

provocano

un blackout dell’orgoglio mammifero,

il delirio di onnipotenza

devia la sua rotta.

Saluti da Marte!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 agosto 2012 by Michele Nigro

Sorseggiando un caffè, comodamente seduto davanti allo schermo del mio pc, osservo le prime foto inviate dal rover “Curiosity” e provenienti dalla superficie del lontano pianeta rosso, meglio conosciuto come Marte. Le immagini del quarto pianeta del sistema solare non sono una novità: già altre sonde e altri robot, durante passate missioni, hanno inviato scatti suggestivi. A dir poco commovente e trasudante romanticismo è, ad esempio, la foto di un tramonto marziano inviata dal rover Spirit nel 2005.

L’immagine (non importa se a bassa o ad alta risoluzione), più di ogni altro freddo dato strumentale di tipo numerico, è in grado di creare un contatto reale e immediato tra ciò che sembra impossibile e lontano, e la nostra quotidianità apparentemente scontata e conosciuta. L’immagine non ha bisogno quasi mai di interpretazioni: un tramonto è un tramonto, una roccia è una roccia, la polvere è polvere anche su altri mondi. Un tempo, quando le cartoline spedite dai luoghi di vacanza, prima dell’avvento dei videofonini e degli mms, andavano ancora di moda, i parenti costretti a rimanere a casa ricevevano, con tanto di firma e di eventuale post scriptum, la prova tangibile e inconfutabile della nostra presenza nel luogo desiderato e raggiunto. Come a voler dire “Eccomi arrivato!”, “Sto bene!”, “Vedi in che posto mi trovo?”, “Il viaggio è andato liscio!”…

Prima dell’era delle esplorazioni spaziali l’immaginario collettivo si nutriva di descrizioni fantasiose ed esagerate partorite dalla penna di alcuni audaci scrittori di genere: fu anche grazie a questi voli pindarici se la scienza riuscì in certi casi a trovare la forza e le soluzioni giuste per superare determinati punti oscuri. La fantasia spesso ha suggerito forme, sistemi, idee: la tecnologia ha creduto di saper trovare una serie di risposte dal nulla, ma anche l’immaginario di inventori e costruttori era già stato precedentemente inseminato dai fotogrammi mentali di pochi folli visionari dediti alla scrittura e all’arte del disegno. Tutto ciò è durato fino a quando la scienza non ha cominciato ad accumulare dati e tra questi una serie corposa di immagini provenienti dai nuovi mondi scoperti ed esplorati. Da questo punto in poi è stata la realtà visiva, corroborata dai dati strumentali, che ha cominciato a nutrire (e a correggere) la fantasia. C’è stata come una sorta di scambio di favori tra la realtà oggettiva e la fantasia.

Nelle foto inviate dal rover “Curiosity” non troviamo traccia del pianeta Marte descritto da Ray Bradbury nella sue “Cronache marziane” o nel film “Atto di forza” di Paul Verhoeven. Il pianeta immortalato dai robot della NASA è un pianeta “nudo”, deprivato della fantasia popolare e delle sovrastrutture immaginifiche di cui avevamo bisogno negli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo. La realtà è questa: prendere o lasciare! E noi prendiamo. E nell’accettare questa realtà “resettiamo” la nostra fantasia per ricalibrarla in base a nuove esigenze scientifiche, per assecondare nuovi parametri di ricerca: non più marziani verdi con gli occhi sulle antenne ma “semplici” molecole organiche; non più città sotterranee appartenenti a civiltà estinte ma gas e acqua… L’esperienza di “Curiosity” continuerà a ridisegnare un nuovo metodo induttivo da applicare alla planetologia: l’umiltà dei particolari fisico-chimici quasi impercettibili contro l’illusione letteraria di popolazioni extraterrestri già belle e pronte per il primo contatto. La cultura d’evasione si trasforma in fantasia controllata e scientificamente coerente.

Eppure lo scrittore, a differenza dello scienziato che analizza dati in maniera rigorosa e su di essi basa ogni tipo di conclusione, si accontenta di poco per ripartire: la sua “subcreazione da scrittoio”, facendo leva sulla visione di una catena di montagne marziane o di una landa sassosa priva di vegetazione, ridona vitalità a una fantasia apparentemente sottomessa e silenziosa. E a quel punto gli basterà poco. Basterà la notizia della presenza di acqua su Marte per ritornare a immaginare oceani, per riabitare foreste e ridiscendere fiumi, per concepire forme di vita senzienti nascoste tra le colline, per trasformare il semplice silenzio inorganico in un complesso rumore biologico; sarà sufficiente il rilevamento di un composto organico nel suolo per reinventare esistenze scomparse e per ritornare finalmente a raccontare storie.

Buon lavoro “Curiosity”!

L’addio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 marzo 2012 by Michele Nigro

Al di là del campo di forza usato in sostituzione dell’antico materiale chiamato vetro, Giove appariva enorme, paterno, costante come un pensiero silenzioso ma prepotente. Testimone gassoso e muto di migliaia di vite sospese nel vuoto. I colori crema e marrone della sua atmosfera, impegnata in bizzarre formazioni cicloniche e anticicloniche, inducevano alla meditazione.

Il “Belvedere”, come era stato ribattezzato il ponte di osservazione della stazione orbitante adoperando un termine d’antan ripescato dagli archivi linguistici, era il luogo preferito dagli abitanti della Jupiter IV, frequentato dai civili e dall’equipaggio in libera uscita.

Ilia e Decker, seduti su una plexi-panchina attendevano, come erano soliti fare durante i momenti di pausa dai loro rispettivi lavori, la comparsa della Grande Macchia Rossa sull’orizzonte gioviano. Senza dire una parola e rispettando le esigenze rotatorie del grande pianeta, fissavano fiduciosi lo spazio siderale.

“Eccola!” – Ilia interruppe il silenzio con l’entusiasmo di chi osserva per la prima volta un nuovo fenomeno. La Grande Macchia Rossa apparve lentamente: una tempesta di metano e ammoniaca nell’atmosfera di Giove che in passato aveva fatto da leit motiv afono ai baci appassionati dei due giovani amanti, nonostante i divieti di prossimità in luogo pubblico vigenti nella stazione. Ma non in quella occasione. Quella volta non c’era spazio per l’intimità, ma solo per una controllata disperazione.

“Sei proprio decisa?” – domandò per l’ennesima volta Decker continuando a far finta di osservare la Grande Macchia Rossa che intanto era completamente riemersa dall’orizzonte.

“Sì. Conosci le mie intenzioni… E vorrei sentirti vicino in questo momento, anche se si tratta di una prova dolorosa per te.”

“Ilia, non puoi chiedermi di approvare la tua partenza! Lo sai che già mi manchi?”

“Decker, è una grande prova anche per me.”

“Allora resta!”

Ilia non rispose ma alzandosi dalla plexi-panchina si avvicinò al campo di forza che la separava dal baratro siderale, come se quei pochi metri le permettessero di vedere meglio la Grande Macchia Rossa distante milioni di chilometri. Decker, poggiando i gomiti sulle ginocchia, aveva imprigionato la testa tra le mani come a voler impedire che esplodesse.

Una folta scolaresca del primo stadio educativo, accompagnata da un androide insegnante della serie alfa-3, transitava in una fila ordinata per due, proprio alle spalle di Ilia che continuava imperterrita a cercare tra le nubi vermiglie del dio pianeta una valida risposta al suo dolore.

“… Giove possiede una vasta atmosfera e un mantello di idrogeno metallico che esercitano altissime pressioni sul nucleo di natura rocciosa…” – spiegava la voce innaturale dell’androide.

Ilia era una ragazza forte ma in quel momento il pesante silenzio di Decker opprimeva in maniera impietosa il suo animo determinato. Si girò di scatto, ripercorse il breve tragitto che la separava da Decker e utilizzando una riscoperta freddezza disse: “Devo andare Decker! È quello che desidero… Hanno bisogno di me”.

Decker liberò la testa dalla morsa organizzata dalle sue stesse mani e si mise in piedi come se un manovratore occulto avesse tirato dei fili invisibili collegati al suo corpo.

“Anche qui c’è bisogno di te.”

“Lo sai che non è la stessa cosa.”

“Questa città orbitante ha bisogno di gente come te e me. Puoi assistere le migliaia di abitanti di questo mondo artificiale con la stessa competenza che regaleresti laggiù…”

“Non è lo stesso…”

“… le tue conoscenze sarebbero sprecate in quei posti…”

“… non sarebbero sprecate…”

“… gli androidi farebbero il tuo lavoro senza sacrificare amore, affetti, progetti condivisi… Senza stancarsi, senza il bisogno di alimentarsi o di dormire, senza soffrire… Senza il rischio di morire.”

“Gli androidi sono efficienti ma non possono riprodurre e offrire alla gente di quei mondi una cosa che ho imparato anche grazie a te, Decker.”

“Cosa?”

“L’amore.”

Ilia aveva scelto un amore più grande: voleva essere una missionaria nelle colonie umane sui Pianeti Esterni scoperti nel ventitreesimo secolo, durante la Grande Era dell’Esplorazione Extrasolare. Un tipo di amore che richiedeva abnegazione e lunghi viaggi in sospensione criogenica, e dall’esito incerto.

Decker tentò di prendere le mani di Ilia ma lei si ritrasse con delicatezza e diede il colpo di grazia a un legame ormai dissolto: “Ieri ho depositato il mio atto di castità nell’elaboratore della Grande Anima”.

Decker si lasciò cadere sulla plexi-panchina come se si fosse arreso dinanzi a una forza invincibile di natura superiore. Era davvero finita.

Non aveva capito niente: aveva pensato o forse aveva costretto la propria mente a pensare che quello di Ilia fosse solo un passeggero interesse umanitario, esplorativo e scientifico. Nei giorni precedenti aveva rifiutato l’idea inconscia ma reale che Ilia potesse concedersi totalmente alla Grande Anima. Per sempre.

Tutta la passione, la vita condivisa, le intense emozioni provate insieme a quella ragazza che non riconosceva più e i sentimenti coltivati per anni, si volatilizzavano su quel ponte di osservazione come gas industriali liberati in un giorno di vento forte sulla Terra. Per un istante aveva desiderato che un’avaria del sistema di mantenimento vitale della stazione disattivasse i campi di forza, facendo risucchiare nel vuoto cosmico quella realtà artificiale divenuta insopportabile, insieme ai suoi pazienti attori inquadrati e felici.

“Questa sera prima della partenza ci sarà la cerimonia della vestizione.” – aggiunse Ilia, infierendo sul corpo e sulla mente di Decker. “Vorrei che tu partecipassi: sarebbe importante per me.”

“Ci sarò. Se è questo che vuoi.” – rispose con rassegnazione Decker.

La città orbitante Jupiter IV proseguiva il suo cammino gravitazionale intorno al quinto pianeta del Sistema Solare e la Grande Macchia Rossa era ormai quasi del tutto scomparsa dietro l’ennesimo orizzonte. Tra qualche giorno sarebbe riapparsa.

Ilia, invece, no.

L’errore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 29 dicembre 2010 by Michele Nigro

<<L’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, l’aritmia sinusale, la poesia inedita di Dio, il filo di lana che sfugge alla maglia, il vizio del Creatore, la sbavatura d’inchiostro sulla rivista patinata, le gambe storte del campione, il graffio sul disco, la sordità del compositore… L’errore è la compassione che si prova per il magnifico, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il piccolo mammifero che sopravvive all’estinzione, è “la pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo”, è l’amico dimenticato, è la prima cellula tumorale, è la madre che uccide il neonato, è la nave inaffondabile che affonda, è il grattacielo che crolla, è l’eroe che muore per un raffreddore, è la pioggia col Sole, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… E’ la vita…

“L’idea è morta… L’Errore ha annunciato i nomi del Governo Rivoluzionario… Lutto in famiglia!” – urlò come un dannato Niccolò dal campanile verso un vecchietto seduto sotto un albero il quale, mentre si asciugava il sudore con un fazzoletto bianco, lo sventolò verso l’astrofilo pazzo come per dire: “… hai ragione! … mi arrendo!”

“Il Cambio-di-Idea è consultabile alla pagina 33 del capitolo “Difetti”, paragrafo “Falliti”…!” – disse poi a se stesso rientrando nel campanile.

Il caldo sortiva già i suoi primi effetti, quando improvvisamente sprazzi di biografie si affacciarono nella memoria del ragazzo: “… abbandonò presto la professione di ingegnere per dedicarsi al jazz e alla letteratura…”; “… Condannato a morte nel 1849 con l’accusa di attività sovversiva, si vide commutare, ormai davanti al plotone di esecuzione, la pena a 4 anni di lavori forzati…”; “… Dopo aver studiato medicina, si unì al gruppo di giovani intellettuali riuniti attorno a Pietro Gobetti. Dedicatosi alla pittura, fece parte dei “Sei pittori di Torino” che si dichiararono avversi ad ogni forma di accademismo.”

“Viviamo di abitudini e aborriamo l’ignoto…” – continuava Niccolò – “… senza il coraggio della retrocessione, senza colpi di coda, evitando quelle periodiche sconfitte che ci fanno crescere e che ci fanno più belli e maturi!” – e ripensava agli studi di astrofisica da poco abbandonati per noia.

Anche nella tanto amata sinfonia numero 40 in Sol minore K 550 di Mozart c’erano degli “errori”, ma era proprio grazie a essi che l’anima del giovane misantropo veniva toccata in profondità… Errori di lunghe riflessioni dopo ritmi serrati e decisi e di tonalità incalzanti che nascondevano tensioni spirituali infinite e suddivise, per motivi di burocrazia musicale, in “molto allegro”, “andante”, “minuetto: allegretto”, “allegro assai”.

“Siamo tutti schiavi della forma e c’è sempre un ricco e grasso vescovo da cui farsi commissionare un lavoro…” – concluse beffardo.

Niccolò si sentiva confortato dai suoi stessi pensieri perché nella sua brevissima vita aveva commesso già molti errori e pur trattandosi di errori “umani” sapeva in cuor suo che facevano parte di un Piano.

Anzi, di una Legge.

Certamente non sarebbe riuscito a calcolare il giorno e l’ora della sua morte, ma quante “eclissi” aveva affrontato nella vita. E ogni volta aveva sempre ingannato la sua personale “fine del mondo”.

“L’Universo commette errori da milioni di anni in assenza di clamori e di opinioni superficiali. Gli errori umani, invece, sono costantemente accompagnati da rumori, scalpori, vergogne…” – sentenziò.

Niccolò invidiava i corpi celesti e chissà quante volte avrebbe voluto sostituirsi a uno di essi per commettere in santa pace un suo personale, silenzioso e calcolato errore.

Eclissarsi dolcemente tra le gambe lisce del dubbio e risvegliarsi, senza troppi perché, in un’altra vita. Timbrare il cartellino dell’ufficio con la morte nel cuore e vedere la passione partire su un treno come un’anima che vede il corpo morto.

“Scommetto che il Sole non sa di essere uno dei soggetti principali del diagramma di Hertzsprung-Russell…!” – pensava Niccolò – “… e sta lì, nel suo angolo di universo, senza pavoneggiarsi con gli altri astri e senza aver coscienza dei propri errori… Beato…”

“La Società Produttiva esige il sacrificio dell’Uomo Pigro sull’altare della Fede… E quest’uomo vive Vite Parallele supportato da bidoni di Maalox per non bucare lo stomaco sotto le picconate dell’etichettocrazia…!” – continuava l’astrofilo – “… ma non riusciranno a piegarmi… Sarò anche asociale, ma amo le sfide!”

“Certa gente crede di possederti con la prevedibilità dei tuoi bisogni, ma non prevede certamente che si può uscire di scena facendo leva sull’imprevedibile cambio di rotta… Con eleganza… Con stile… Seraficamente… Senza pathos…”

E mentre aggiustava il fuoco della videocamera compiacendosi del suo personale elogio della fuga: “… senza lanciare inutili accuse verso la società o sporcare il pavimento di sangue come a casa di Caccioppoli e Debord…! Semplicemente esistendo… Come il Sole!”>>

(tratto da Ékleipsis)

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