Archivio per beat generation

Antologia “Archetipi Poetici”: intervista all’Autore Michele Nigro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 dicembre 2018 by Michele Nigro

versione pdf: intervista a Michele Nigro

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Antologia “Archetipi Poetici”: intervista all’Autore Michele Nigro

  

 a cura di Francesco Innella

 

Qual è o quale dovrebbe essere, secondo te, la funzione della poesia nella società attuale? Chi fa poesia oggi, come si muove nel contesto socio-culturale o come dovrebbe muoversi?

La funzione della poesia dovrebbe essere quella di non avere funzioni; l’atto poetico non trasforma direttamente la società, né la migliora né la peggiora: è una pratica solitaria, intima (anche per il lettore; altro che poetry slam e sciocchezze simili!); una ricerca arcaica che, pur essendo influenzata dal contesto socio-culturale, dovrebbe seguire una via autonoma e interiore. Le diatribe con il mondo editoriale, le pubblicazioni, i “firmacopie”, i vari “premifici”, le vendite, le presentazioni, persino questa intervista, sono solo degli incidenti che nulla hanno a che fare con la creazione di un verso. Non credo nell’azione civile della poesia, anche quando ci riferiamo a esempi autorevoli. I poeti engagé sono tali per vendere di più, e perché quella della solitudine è una sfida che fa paura. Sono un anarco-individualista: credo nell’influenza sul singolo e del singolo, nel tempo. Ci vuole fede… Tanta fede!

Come nasce la tua poesia? Potresti “illustrarci” la tua poetica e dirci quali sono le caratteristiche peculiari del tuo linguaggio poetico? Quali poeti ti hanno ispirato?

Non ho mai “deciso” di scrivere; è la parola che viene a cercare me, in modi e tempi non concordati: se il mio radar è acceso, può prendere forma qualche verso interessante intorno al quale si condensa tutta la struttura di quella che in seguito ho l’ardire di chiamare ‘poesia’. Utilizzo il verso libero ma questo non significa trascurare una musicalità, un ritmo non rimato interno alla struttura. Non amo i “belletti” e i ricamini, non me ne frega niente della metrica, del “bel verso” e della tradizione. Mi è capitato di introdurre termini “moderni” nei miei versi (anche in altre lingue), ma come dicevo poc’anzi la poetica, intesa come ricerca interiore individuale, deve conservare una sua arcaicità.

Fare una cernita di chi mi avrebbe influenzato è praticamente impossibile: le mie letture eterogenee spaziano dai poeti della Beat Generation a Shakespeare, da Giorgio Manganelli a John Donne, dall’amato Edgar Lee Masters (la cui Antologia mi è entrata nelle ossa) al nostro Alfonso Gatto, da Whitman a Salinas; per non parlare dei miei numerosi coevi… Non mi ha ispirato nessuno, a livello conscio: cerco di emulare me stesso. Cerco solo di realizzare la poetica di Michele Nigro.

Quale è stato il criterio con cui hai scelto le dieci poesie inserite nell’antologia “Archetipi Poetici”? Quale tra esse ti rappresenta di più?

Non ho adottato alcun criterio: ho lasciato carta bianca al curatore iniziale che ha selezionato le poesie presenti nell’antologia prelevandole dalla mia raccolta edita “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0 – 2016). Mi piace che sia stata scelta A prophecy. Tuttavia, dovendo rifare l’antologia oggi non lascerei più quelle: appartengono a una raccolta di poesie il cui stile, tranne pochi casi, sto già rinnegando. La poesia è movimento in se stessi: rinnegarsi è importante.

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La poetica “maledetta” di Roberto Miglino Gatto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 agosto 2016 by Michele Nigro

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Rosario Carello, nella prefazione a “Poesie perdute”, non usa mezzi termini: nella poesia di Roberto Miglino Gatto vi sono la stessa ansia, inquietudine e insoddisfazione presenti nei versi di quelli che un tempo furono definiti “poeti maledetti”. Squarci di vita folle; esistenzialismi registrati senza aspettarsi niente in cambio, né aiuti né condanne; “urli” degni di Ginsberg anche se meno rabbiosi e più rassegnati: appare scontato il passaggio da Rimbaud, Baudelaire, Verlaine ai poeti e romanzieri della cosiddetta beat generation impregnati di strada e di notti con sfumature situazioniste a esistere in giro (Guy Debord docet!), senza meta e speranza. Quelle di Gatto sono poesie fatte di attimi sensoriali mai fini a se stessi, che preparano il terreno a condizioni dell’anima, a interiorità disperate che forse non cercano più neanche una risposta, ma si limitano a fissare un vissuto scellerato.

… di puttana in puttana

così come vado con loro

tornerei indietro di decennio in decennio

fino ad arrivare ad un primitivismo ottuso

di selvaggio e incoscienza d’animale…

C’è bisogno di recuperare il piglio ancestrale dell’esistenza per salvarsi dal presente doloroso: ricercare una propria origine primitiva attraverso bassi istinti animaleschi, catartici e liberatori.

… Notte

e fuochi accesi

sulle strade

nero asfalto

ruvido

e tu fanciulla

al mio fianco…

Un culto, anch’esso maledetto, della strada notturna che libera e condanna al tempo stesso: i riti sessuali con donne sconosciute e selvagge; la disperazione del viandante; la degenerazione, innominabile compagna di cammino verso la dannazione…

… falsi gemiti di piacere

di notti, che vanno via.

È una poesia ricca di sensualità e di sessualità: disseminata di orgasmi, letti disfatti, piccoli seni da baciare o mordere, labbra, capelli biondi, femmine in calore… Sesso disperato, salvifico, compulsivo; sesso rubato, pagato; sprazzi di sesso cercati per noia o per ingordigia lungo i margini esterni della notte e della ragione. Sesso senza nome come a volersi fottere il mondo intero, prima che il mondo fotta il poeta; altre volte è un sesso con nome (<<… questa notte / cerchiamo un po’ d’amore […] Vada per Eva lo fa con passione>>). È un sesso preliminare o sostitutivo di una fuga solo immaginata o irrealizzabile.

Andrò via di qui

[…]

Questa città non mi dà niente

dimenticherò questa strada

dimenticherò quel bar

dimenticherò tutto di me

anche il tuo sorriso…

La notte è sempre presente: testimone fedele di gesti inconfessabili, di ubriacature, di dannazioni e di tristi solitudini a un certo punto non più confortate da “compagni” funzionanti come in passato.

… notte solitudine

[…]

… questa bottiglia non serve

mi tormenta questa bottiglia

mi tormenti tu che non ci sei.

Momenti di perdizione che lasciano spazio alla coltivazione di una fede bizzarra, a strane “preghiere” di fortuna pensate dopo una difficile notte. In questa melma c’è il tempo e la forza di aggrapparsi a Dio e di dire:

… Ti ringrazio Gesù Santo

che mi hai tirato fuori dalla fossa…

[…]

Ora fa’ che non mi perda più.

E quasi come a voler portare il figlio di Dio dalla propria parte, dissacrandolo o amandolo in modo inconsueto:

Ti ho visto

Gesù benedetto

a bere un po’ di vino

e anche tu

al Vico delle Nevi

a cercare un po’ d’amore.

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Born on the Fourth of July

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 novembre 2014 by Michele Nigro

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Potrai dire un giorno

d’aver creduto, sbagliando

sacrificato gli anni migliori

veduto passare l’amore

senza poterlo cucire sulla pelle

tradito da una fede inutile.

Potrai dirlo,

d’aver capito troppo tardi

quali cose valgono e quali

solo propaganda del nulla

al potere, malsana bandiera di patria a luglio.

Un cieco ideale uccise la vita vera

la sua ridicola essenza casalinga, non eroica

sul fronte della ragion di stato,

reduce da te stesso

trascini quel che resta dell’orgoglio

lungo strade impotenti di sguardi pietosi

sofferta sopravvivenza all’errore.

Generazione ingannata, fottuta

illusa delusa abbandonata

ricominci a vedere con occhi nuovi

prima ancora di camminare

su gambe vecchie

code inermi di sirene in congedo.

Potrai dire un giorno, moderno Francesco

di aver amato comunque e con più forza

aggrappato al ricordo ubriaco

di un’esistenza che non ritorna.

a Ron Kovic

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Frate Kerouac

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 1 aprile 2013 by Michele Nigro

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<<… Non ho ancora trovato la tomba di Schindler, ma domani continuerò la mia ricerca con informazioni più sicure. Anche perché non posso leggere le iscrizioni su tutte le tombe di Gerusalemme! Che giro ragazzi oggi! Stavo morendo disidratato sotto il sole di Palestina. Ho visto molto della zona est e ho pranzato tardi: alle 16…

Tornando a Casa Nova mi sono concesso una doccia, ho rasato la barba e ho cenato. E il dopo cena è stato interessante perché ho fatto quattro chiacchiere con il simpatico e molto estroverso direttore di Casa Nova che è, indovinate un po’, un “francescano”! Anche se vedendolo a tutto si penserebbe ma non che si tratti di un religioso: jeans, camicia, uno scotch whisky “on the rocks” in una mano e una sigaretta accesa nell’altra. Seduto sulla poltrona del bar di Casa Nova, ci ha eruditi sulla sua vita fricchettona e sul perché fosse diventato frate. Praticamente un Jack Kerouac latino (ci è sembrato che parlasse in spagnolo con i dipendenti anche se con noi ha utilizzato un ragionevole italiano) che dopo aver trascorso una giovinezza “on the road”, girando in moto l’America del Sud, si ritrova a fare il francescano in terra santa… Che personaggio! Con noi si è aperto di più che con gli altri pellegrini, anche se lo abbiamo visto sempre giocare con i bambini dei turisti facendo loro il solletico: forse vedendoci tutti impolverati, sudati e ricoperti di zaini, avrà ripensato per un attimo alla sua giovinezza scapestrata. Anche se non sono sicuro che quella sua giovinezza sia del tutto finita. Lo vedo ancora “on the road”… Lasciamo che il frate finisca il suo scotch e ci avviamo, nonostante la giornata piena vissuta, verso un’altra notte tra le strade di Gerusalemme. […]

Abbiamo fatto di nuovo le 3 del mattino! Stavolta ci cacciano da Casa Nova. Ma per fortuna il “frate beat” ci concede un’ulteriore deroga sugli orari. Adoro questi religiosi elastici che non opprimono la libertà dei laici.>>

(tratto da Viaggio in Israele)

Beat: beati o battuti? (1967 – 2007)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2013 by Michele Nigro

<<… Il 40° anniversario della Summer of love del 1967 – a San Fran­cisco – è, in realtà, solo un pretesto utilizzato da noi per parlare d’altro: i fermenti culturali beat erano già cominciati da un bel po’ di tempo. Dalla fine della seconda guerra mondiale (affondando le lunghe radici in Walt Whitman, William Blake, Henry David Thoreau, Edgar Allan Poe, Aldous Hu­xley…) fino alla metà degli anni 60, furono realizzate le pre­messe da cui scaturirono gli eventi successivi, quelli – tanto per intenderci – che culminarono nel “mitico” e cinematografico 1968, e che ormai fa parte prepotentemente dell’imma­ginario collettivo (riassunto nel famigerato e riduttivo “sesso, droga e rock’n’roll”) solo grazie ai luoghi comuni diffusi nel mondo dall’industria filmica di Hollywood e ad alcune noti­zie di cronaca ormai passate alla Storia.

Sulla beat generation, alla quale appartenne un gruppo ristret­to ma combattivo di scrittori e poeti (rappresentarono la vera spina dorsale del movimento), è stato detto tutto e il contrario di tutto: ed è per questo che ancora oggi si è indecisi su quale sia il significato definitivo della parola “beat”: per alcuni deriva da beatitude (beatitudine) ovvero quello “stato di grazia” che scaturisce da un’intensa ricerca spirituale (spesso coadiuvata da droghe allucinogene, alcool e misticismo catto-buddista); per altri, primo fra tutti lo stesso Ke­rouac che coniò il termine nel 1947 (anche se aveva già scritto all’età di 11 anni il suo primo racconto intitolato “The Cop on the Beat”), beat è sinonimo di “battuto” dalla società (o battuto nel senso di ritmato come il jazz di “Frisco“), “sconfitto” dalle regole, “incompreso” dalla famiglia, “perdente” sugli inflessibili scenari economici e per questo “ribelle” nei confronti del Sistema: lo stato d’animo, insomma, di una “gioventù bruciata” americana che pur provenendo (o proprio per questo) da un “vittorioso” secondo con­flitto mondiale, sentì il bisogno di cercare freneticamente il vero significato della vita (la metafisica delle cose quotidiane da contrapporre alle esperienze intellettuali e positiviste degli scrittori europei) non nel successo, nell’esasperante efficientismo di un’America puritana e maccartista, nella carriera e nella stabilità di una vita regolare (scrive Ginsberg in America: “… Lascerai che la tua vita emotiva sia guidata dalla rivista Time?”), addirittura negli allignati valori estetici della letteratura ufficiale, ma nella libertà di un attimo fuggente, seppur estremo. A me piace pensare che beat sia la fusione di tutti questi significati: il disincanto del perdente non deve essere vissuto come una forma di debolezza e di chiusura in un mondo ipervitaminico e produttivistico, ma come punto di forza per una ricerca impopolare ma vera; per distaccarsi dagli schemi imposti; per raggiungere una nuova visione delle cose… Cosa è sopravvissuto di quel movimento? (continua)…>>

tratto da Beat, beati o battuti. 1967-2007 , editoriale n.14/2007, rivista “Nugae”

quarta n.14

(quarta di copertina del n.14 di “Nugae”)

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Alcune copie del numero speciale di “Nugae” (n.14 – Luglio/Settembre ’07), dedicato ai poeti della Beat Generation e al 40° anniversario della “Summer of Love” di San Francisco, furono spedite alla Libreria “City Lights” e in particolare verso le mani esperte di Lawrence Ferlinghetti e Jack Hirschman…

… la risposta:

Dear Michele:

Lawrence Ferlinghetti asked me to send you a note on his behalf thanking you for sending him the copies of Nugae, which he is enjoying looking through. He is always happy to hear from Italy!(…) But again, Lawrence is most appreciative of your magazine.

Sincerely,

Garrett Caples

Assistant to Mr. Ferlinghetti

Editorial Assistant City Lights Books

16 maggio 2007: Ferlinghetti e Hirschman a Salerno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2010 by Michele Nigro

“Leggende a piede libero”

cronaca di un incontro pubblico

Parcheggiare in città diventa sempre più difficile e come se non bastasse sono già in ritardo!

Quando finalmente entro, l’auditorium è già pieno come un uovo, ma non importa: lo scopo dell’happening vale certamente qualche piccolo sacrificio e poi i posti a sedere sono per le autorità, gli accademici di una certa età e la gente puntuale.

Riesco, insieme ad altri “avventurieri della parola”, a trovare un posto per terra – come in una sorta di sit-in letterario – in un angolo del palco, quasi sotto il pianoforte del jazzista Gaspare Di Lieto che con le sue improvvisazioni accompagnerà di lì a poco il reading: così sotto, che intravedo la meccanica del piano e vibro anch’io insieme alle corde colpite dai martelletti… Ormai i canoni scenografici della serata sono stati rivoluzionati da uno squilibrato rapporto tra massa umana partecipante e capacità della struttura ospitante; il moderatore, per non deludere nessuno, non può fare nient’altro che dire al microfono: “…se ci stringiamo, c’entriamo tutti… venite avanti che c’è posto anche qui sul palco!” Un “vecchietto” in prima fila, che mi ricorda tanto il cacciatore di pelli Zeb McCaine del telefilm “Alla conquista del west”, palesemente divertito dall’inondazione di carne ascoltatrice, fa con la mano un gesto incitatore come per dire “avanti ragazzi! …avanti!” Non è un “vecchietto” qualsiasi: è Jack Hirschman, uno dei più grandi poeti statunitensi contemporanei. E al suo fianco, apparentemente disinteressato alle dinamiche di sala, “un vegliardo ancor più vegliardo” (anno di nascita 1919) che osserva serafico gli assestamenti del pubblico con in testa uno di quei berretti che usano gli agricoltori del Minnesota: si tratta, niente popò di meno, di Lawrence Ferlinghetti, uno degli ultimi bardi della beat generation, una vera e propria leggenda vivente. (Continua sul pdf: Ferlinghetti e Hirschman a Salerno)

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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