Archivio per bioregionalismo

Contro i (recenti) film sulla Lucania

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 ottobre 2017 by Michele Nigro

versione pdf: Contro i (recenti) film sulla Lucania

un paese quasi perfetto

Ormai sembra essere diventata una moda che rende bene al botteghino: rappresentare la Lucania (Basilicata per politici e navigatori satellitari) dal punto di vista cinematografico è l’idea del momento. Almeno un tipo di idea, perché la “terra di mezzo” lucana – come location e fonte d’ispirazione – non è per niente estranea alle attenzioni della settima arte.

Certo, qualche dubbio nasce quando si passa da Pasolini e Rosi a Rocco Papaleo e Massimo Gaudioso, ma non essendo un critico cinematografico (e soprattutto uno storico della critica cinematografica) mi limiterò a un lieve spetteguless goliardico da spettatore in poltrona.

Capisco che “Matera 2019” incombe (e di infrastrutture serie – nonostante l’ok dal Cipe per far arrivare la ferrovia a Matera – manco l’ombra!) e bisogna ‘pompare’ con la pubblicità offerta da film-spot; capisco che regione, province, comunità montane puntino sulla facile promozione turistica “per mezzo pellicola” per attirare, nella migliore delle ipotesi, visitatori appassionati di antropologia, etnologia e paesologia; capisco che dopo l’uscita di filmetti come “Basilicata coast to coast”, “Un paese quasi perfetto” (infilandoci in mezzo anche “Benvenuti al Sud”, pur trattandosi di una location non lucana, da cui sono state scopiazzate alcune idee!) ci abbiano preso gusto nel rappresentare la Lucania in un certo modo, ma in tutta sincerità, a me personalmente, certi luoghi comuni e certe generalizzazioni da cultura di massa di bassa lega, proprio non vanno giù! Neanche sorseggiando un ottimo Aglianico del Vulture… Parlo di “cultura di massa di bassa lega” perché determinati contenuti, se sono di qualità, possono essere veicolati anche sfruttando i grandi numeri (la casalinga di Voghera sembra stupida, ma se uno le cose gliele presenta come si deve…): dipende sempre da chi gestisce la comunicazione di massa, se una “capra” (sgarbianamente parlando) incapace di distinguere Potenza da Matera (o peggio, Potenza da Napoli) o una mente un po’ più consistente che non ha paura di comunicare concetti importanti alla massa televisiva della prima serata generalista.

Se l’intento era quello di mescolare la denuncia sociale alla commedia, allora mi dispiace annunciarvi che il risultato è deludente: è meglio fare una scelta di campo (o commedia, o denuncia sociale) perché così facendo si rischia di disperdere il potere espressivo di una storia, in tanti rivoli insignificanti.

Perché sono così pesante? Perché se ironizzi su una frana che blocca da anni una strada importante che dovrebbe mettere in comunicazione un paese con il mondo esterno (invece di mettere al muro e “fucilare” i politici che non si danno una mossa per ripristinare la viabilità), si finirà col pensare che in fin dei conti siamo pur sempre al Sud dove tutti i guai si superano con l’ironia, la pazienza e il mandolino, che è andata sempre così, da quando mondo è mondo, che le lungaggini burocratiche e il lassismo amministrativo è inutile combatterli perché fanno parte del folklore locale, che è meglio passarci sopra mangiando tarallucci e bevendo vino, anzi è meglio passarci sopra con la vecchia teleferica della miniera, che nell’epilogo del film (“Un paese quasi perfetto”) si trasforma in un’idea imprenditoriale, perché tanto è meglio mettersi l’anima in pace e rimboccarsi le maniche: di sviluppo industriale, di progresso, di occupazione proveniente dall’alto, manco a parlarne. Embè, siamo al Sud: l’avevate dimenticato?

Per non parlare delle numerose zone industriali create nel deserto, funzionanti per qualche anno (giusto il tempo di qualche ciclo elettorale) o addirittura mai entrate in funzione, che potrebbero dare lavoro a tantissimi lucani e che invece stanno a marcire sotto il sole dopo aver preso il posto di alvei fluviali e aver spianato vallate stupende per fare spazio a un “progresso industriale” inattivo. Veramente abbiamo ridotto la nostra critica sociale e politica alla critica verso le “pale eoliche”? Veramente crediamo che uno dei problemi maggiori della Lucania siano le pale eoliche e non le “palle” propinateci da politici e imbonitori che hanno tentato di trasformare la Basilicata in una discarica nucleare non molti anni fa? Per non parlare dei danni ambientali causati da un certo “avventurismo petrolifero” che ha favorito i soliti pochi.

Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, l’idea di far divertire la gente appendendola a un cavo d’acciaio non è nemmeno lucana ma è stata intelligentemente importata dalla Francia: non ce l’ho con il Volo (figuriamoci, mi piace e l’ho fatto già due volte!) ma le “idee lucane”, quelle ereditate dalla storia e dalla tradizione (e non importate da fuori), sono altre e ovviamente tenute nascoste, sottovalutate e trascurate perché sono meno turistiche, meno impattanti dal punto di vista pubblicitario, meno divertenti, più impegnative culturalmente. E soprattutto è più difficile farci dei filmetti sopra! Voi ce lo vedreste uno di questi registi da “pro loco” a girare un lungometraggio su una storia ambientata nel medioevo lucano in stile Ermanno Olmi? E chi lo andrebbe a vedere? Ah, non sapevate che anche la Lucania ha avuto il medioevo? È chiaro che è molto più semplice (e redditizio) girare un filmetto basandolo su luoghi comuni, piatti locali, scemenze varie e finte denunce sociali tanto per darsi uno spessore etico…!

Passino l’elegia del viaggio a piedi nella “Basilicata…” di Papaleo e il potere introspettivo della strada (sono d’accordo con lui: la Lucania, i paesaggi naturalistici in genere, possono essere gustati solo grazie all’andatura lenta del camminatore. Duccio Demetrio, autore del saggio Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, sarebbe orgoglioso di Papaleo!); passino le inquadrature mozzafiato che rendono solo in parte la bellezza (a volte arida ma affascinante) di certi luoghi lucani; passi l’elogio di una riscoperta provincia a discapito di una città sempre più difficile da vivere (invertendo il processo che portò negli anni ’50 e ’60 all’abbandono delle campagne per inseguire il sogno industriale nel Nord Italia o in altri paesi – oggi l’abbandono è ancora in atto, avviene in direzione “estero” su un livello professionale più alto, e molti comuni per rimpolpare la popolazione sono ricorsi ai tanto vituperati migranti -, anche se per invertire il processo in maniera convincente occorrono idee e denari, e la sola passione per il borgo, ahimè, non è sufficiente!). Passi il messaggio della valorizzazione delle risorse di zona in vista di un rafforzamento delle economie locali (sottotitolo non dichiarato: non fate i soliti meridionali imbroglioni, spioni, scoraggiati e pigri, e datevi da fare!). Passi l’idea sana che le cose che all’esterno (o, in maniera eccessivamente autocritica, da noi stessi) sono considerate “segnali di arretratezza”, in realtà, se viste con occhi diversi e lungimiranti, diventano tesori della tradizione e potenzialità non da convertire o sostituire ma da proteggere ed esaltare. Non avere vergogna della propria “povertà” e semplicità, ma farle diventare fonti di ricchezza. Come già accade, anche senza suggerimenti cinematografici.

benvenuti_al_sud

Passino queste ed altre cose interessanti che ho intenzione di salvare anche se non le citerò, ma non riesco a comprendere la facilità con cui vengono applicati certi stereotipi. Non riesco a capire perché i cassintegrati lucani dovrebbero essere dei semi-alcolizzati: vedi il personaggio di Silvio Orlando che nel film “Un paese quasi perfetto” ogni sera se ne torna alticcio e barcollante verso casa (conosco tanti amici in Lucania che, pur non lavorando più, sono ottimi ebanisti, suonano nella banda, fanno jogging e non toccano la bottiglia!) o che non ha voglia di cercare lavoro fuori dal paese quando invece conosciamo bene la storia dell’emigrazione italiana interna e quella dei lucani nel mondo. Non riesco a capire perché, sempre nel suddetto film, l’unico capace di utilizzare internet nel paese (come se compiesse una magia in un villaggio africano!) sia un tipo “racchio”, quasi un “subumano” di lombrosiana memoria (non me ne voglia l’attore se lo hanno fatto apparire così!), quando invece nella zona della Lucania da me frequentata – nonostante si parli tanto di digital divide – tutta la gioventù, bella, fresca e sveglia, è connessa in maniera disinvolta e anzi, a detta di alcuni, sarebbe connessa anche in maniera eccessiva, forse perché bisognosa di cercare in rete opportunità e confronti.

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Vinicio Capossela nel paese dei coppoloni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 gennaio 2016 by Michele Nigro

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Lo so, ora siete tutti presi dal successo ai botteghini del film di Checco Zalone e vi starete ancora piegando dalle risate per le sarcastiche sferzate che il geniale comico barese ha inflitto alle italiche debolezze, ma desidero tentare ugualmente di buttare giù alcune considerazioni riguardanti una pellicola che certamente non avrà le fortune economiche di Zalone (e come potrebbe in soli due giorni di programmazione nelle sale?) e che merita un altro tipo di analisi e di apprezzamento. E nel farlo contrapporrò alla domanda “Quo vado?” formulata da Checco Zalone, scimmiottando il titolo di un famosissimo kolossal del ’51, un’altra ben più consistente e profonda che Vinicio Capossela porge insistentemente a se stesso e agli spettatori nel corso del suo film intitolato “Vinicio Capossela – Nel paese dei coppoloni” (e ispirato al romanzo – “Il paese dei coppoloni” – scritto dall’artista di origine irpina): <<Chi siete? A chi appartenete? Cosa andate cercando?>>. Una serie di domande che non hanno un tono severo come quelle rivolte dal doganiere ai poveri Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”, ma posseggono la delicatezza di chi semplicemente desidera riscoprire le proprie radici, e l’urgenza “filosofica” di chi vuole dare un senso meno superficiale al proprio esistere. Le risposte a questo trittico di domande saranno di volta in volta diverse per ognuno di noi: per Capossela, cantautore e musicista polistrumentista, una sarà <<vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri…>>, anche se indipendentemente dal tipo di risposta (e di interessi culturali ed esistenziali), si scorgerà una radice comune a motivare la ricerca: il bisogno di raggiungere gli archetipi del nostro esistere. E per farlo occorre ritornare alle origini, incontrare personaggi e visitare luoghi, ascoltare racconti, confrontarsi con simboli primordiali, riscoprire oggetti arcaici dimenticati e seppelliti dalla grande storia; riappropriarsi della tradizione non per rimanerne prigionieri ma per comprendere meglio il proprio cammino, giustificarlo nel tempo presente.

Vinicio Capossela compie questa operazione con stupore fanciullesco, assecondando una certa predisposizione al meraviglioso, immerso in quell’atmosfera onirica appartenente da sempre al “personaggio Capossela” e che già caratterizza le sue opere musicali, ma anche con la consapevolezza di chi sa perfettamente cosa cercare e dove: di tanto in tanto, tra un capitolo e l’altro del film, immerge fogli scritti nell’acqua o li getta nel fuoco, come a voler riconsegnare un significato al significante, come a voler dire che le storie raccolte e raccontate appartengono prima di tutto agli elementi, alla natura, e in secondo luogo alla parola e all’uomo che è di passaggio. Gli archetipi sono eterni: l’uomo li fa propri per il tempo che gli è concesso vivere, per poi restituirli al legittimo proprietario, a madre natura che li conserva ed elargisce a chi sa leggerli.

<<A chi appartenete?>>, perché noi non siamo liberi ma siamo legati – apparteniamo, appunto – a una storia, un territorio, un popolo, una famiglia, una tradizione. Possiamo nascere in Germania, come è capitato a Vinicio Capossela; possiamo allontanarci dall’appartenenza assecondando percorsi controculturali o per altre esigenze pratiche, ma alla fine dobbiamo dare ascolto a quei richiami ancestrali che fanno vibrare la nostra intimità genealogica. La mitologia paesana, tra un aneddoto e un canto antico, è il patrimonio ereditato da chi comincia questo viaggio: un viaggio a ritroso nel tempo “non tanto per conoscere, quanto per ri-conoscere e quindi riconoscersi”; lo stesso Capossela definisce il romanzo da cui è tratto il film come un romanzo picaresco, “un libro di cammino”: lungo la strada il viandante legge i segni abbandonati, arrugginiti, appartenenti a un insegnamento non scritto ma tramandato per altre vie, ausculta gli oggetti che hanno ancora tante storie da raccontare. Anche la descrizione di un matrimonio d’altri tempi o di un piatto da cucinare contiene istruzioni provenienti da epoche lontanissime e sagge. Il messaggio è nelle cose, nelle forme che la natura offre al viandante, nella musica ottenuta con strumenti arcaici… A confortare questa teoria c’è un punto nel film in cui Capossela afferma che il sacro ha abbandonato i luoghi deputati alla sacralità, ovvero le chiese: da lì se l’è svignata; il sacro si è trasferito in luoghi e oggetti prosaici, perché come dice lo stesso Capossela l’obiettivo (del libro e del film) è quello di far prevalere la verità dell’immaginazione sulla menzogna della realtà. Solo chi usa la propria immaginazione può cogliere la bellezza e il sacro lì dove gli altri non andrebbero mai a cercarli. E infatti grida Capossela in una scena del film, mentre cavalca una trebbiatrice volante: “Al Padreterno le cose inutili gli sono sempre venute bene!”

NO ALLE TRIVELLAZIONI IN BASILICATA!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 novembre 2014 by Michele Nigro

Segnalo la manifestazione che si terrà il prossimo 8 novembre a Potenza, Piazza Mario Pagano, alle ore 09.30. Un’iniziativa di protesta fortemente voluta dai Lucani e da numerosi comitati e associazioni uniti per salvare la bellissima Terra di Basilicata.

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Il Limite Ignoto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 ottobre 2014 by Michele Nigro

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Qual è il confine tra un’esistenza regolare

e la ribellione?

Zone spontanee e indefinite di territorio selvaggio

resistono ai pratici attacchi del reale.

Sulla linea gialla della civiltà

passeggia solitario il cercatore di margini invisibili

per salvarsi da automatismi storici.

Non c’è frontiera se non nel cuore

e nella mente

avidi proprietari di angoli inespugnabili.

Sospeso nella provincia, congeli spazio e tempo

dissociato, non partecipi alle statistiche di regime

e ti spedisci al confino, libero e a tratti felice

in attesa di giorni adatti alle tue previsioni

conservate in archivi pazienti.

Ingranaggio educato e silenzioso

di un orologio asociale

che passa al bosco

si ritrae nella foresta

si dà alla macchia.

Waldgänger.

Gli ultimi quattro versi sono un riferimento al

“Trattato del Ribelle” (Der Waldgang) di Ernst Jünger

L’intervista mancata a Teddy Kaczynski!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 settembre 2010 by Michele Nigro

Alcuni mesi fa, interessandomi di Singolarità Tecnologica e dei “rimedi” proposti da chi vede nel fenomeno una seria minaccia per l’umanità, ebbi l’istintiva e per certi versi incauta idea di scrivere una lettera-intervista al detenuto Theodore John Kaczynski, tristemente noto anche come Unabomber, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Florence (Colorado – U.S.A.) dove sta scontando l’ergastolo senza alcuna possibilità di sconti di pena o altre agevolazioni riservate a quei prigionieri capaci di avere nel corso degli anni una cosiddetta “buona condotta”.

Lo scopo della mia lettera-intervista (Ted Kaczynski in questi anni di detenzione ne ha ricevute migliaia di lettere, certamente non tutte approdate nella sua cella) era quello di approfondire le tematiche decisamente interessanti, nonostante i metodi illogici e disumani adottati dal nostro ecoterrorista, contenute nel Manifesto di Unabomber (titolo originale: La Società Industriale ed il Suo Futuro). Un “saggio” costituito da 232 punti in cui è riassunto, a volte in maniera lucida, geniale e convincente, altre volte scadendo in passaggi ingenuamente farneticanti, l’intero pensiero socio-ecologico, tecnologico e rivoluzionario dell’ex matematico di Harvard e Berkeley.

Allegata alla lettera-intervista una copia del mio breve saggio “La bistecca di Matrix”: una specie di piccolo “dono” o, se preferite, uno “scambio di opinioni” su questioni di interesse umanistico affrontate in maniera diametralmente opposta a quella di Kaczynski: boicottare… scegliendo! Dopo alcune settimane ecco arrivare la tanto agognata risposta ma non da parte di Kaczynski, bensì da parte dell’istituto penitenziario:


Ora, anche una persona dotata di intelligenza media (come nel caso del sottoscritto) capirebbe che dietro il rifiuto “ufficiale” di far pervenire il mio semplice e innocuo (per non dire insignificante!) saggio nelle mani di Kaczynski si nasconde la volontà ufficiosa ma piuttosto evidente di bloccare una serie di domande, contenute nella mia lettera-intervista, che secondo gli amministratori carcerari di Unabomber potrebbero incentivare una discussione che – non so se lo sanno i carcerieri di Kaczynski! – è già abbastanza accesa in tutto il mondo da anni e riguarda la situazione sociale, economica, tecnologica, ecologica dell’intera umanità.

La parte più, diciamo così, “divertente” della risposta da parte dell’amministrazione carceraria di Florence è quella in cui si afferma, riferendosi al mio saggio “La bistecca di Matrix”, che certe pubblicazioni – in base al Regolamento del carcere parzialmente citato nella lettera di risposta (inviata per conoscenza anche a Kaczynski come si evince dal primo rigo) – possono essere rigettate al mittente nel caso in cui costituiscano “…detrimental to the security, good order, or discipline of the institution…” e – ciliegina sulla torta! – “…or if it might facilitate criminal activity.”

Immaginatevi, a questo punto, Ted Kaczynski che dopo aver letto il mio saggio – in cui tra l’altro affermo buonisticamente che l’umanità potrà migliorare solo se presterà attenzione agli insegnamenti silenziosi provenienti dai libri e non certamente confezionando bombe! – posa l’opuscolo sul letto e comincia a dar di matto gridando e sbattendo la testa contro le sbarre della propria cella o che s’inventa, stimolato dal mio scritto, un nuovo modo per fabbricare e spedire ordigni esplosivi in tutto il mondo usando il servizio postale del penitenziario statunitense…

Capisco che Kaczynski abbia tentato il suicidio in passato (quindi è meglio non stuzzicarlo con certe letture) e che non sia una star hollywoodiana da adulare ed esaltare (dopo quello che ha combinato con i suoi pacchi-bomba!) come se si trattasse di George Clooney che passa sul red carpet degli Oscar, ed ammetto anche che nel mio piccolo saggio ci siano elementi che potremmo forzatamente definire “eversivi” (il carattere rivoluzionario di tali elementi si esprime sempre ed esclusivamente in ambito culturale, senza mai proporre rimedi pratici drastici capaci di ledere la sicurezza e la dignità del lettore o degli esseri umani che il lettore incontra lungo il suo cammino quotidiano), ma questo tentativo di “seppellire vivo” Ted Kaczynski nella propria cella, è solo un modo maldestro e ingenuo di bloccare una discussione doverosa e pacifica sul destino forse non troppo roseo della nostra colorata e ipervitaminica “civiltà tecnologica”. Come afferma provocatoriamente il titolo della prefazione di Antonio Troiano a “Il manifesto di Unabomber” pubblicato da Stampa Alternativa: “C’E’ UN PO’ DI UNABOMBER IN CIASCUNO DI NOI”; e con questo titolo non si vuole certamente sottolineare la presunta capacità di ognuno di noi di confezionare una bomba da spedire a Tizio o a Caio perché rappresentano dei simboli da abbattere nell’ambito di una rivoluzione dinamitarda, febbricitante e sconsiderata, bensì l’Unabomber che c’è in tutti noi deve essere capace di “far esplodere” una serie di domande scomode in grado di mettere in crisi un Sistema imperante e che quotidianamente assecondiamo senza battere ciglio!

Alla cortese attenzione del

Signor Theodore John Kaczynski

Florence, Co (U.S.A.)

Gentile Signor Theodore John Kaczynski,

pur conoscendo la sua storia personale da molto tempo, solo recentemente ho avuto la concreta possibilità di leggere attentamente il suo Manifesto intitolato “La società industriale e il suo futuro”: un saggio molto interessante e ricco di verità incontestabili soprattutto nei punti riguardanti “la psicologia della moderna sinistra”, “la sovrasocializzazione”, “il processo del potere” e “le attività sostitutive” che sono alla base del successo di quel potere che il sistema industriale esercita su tutti noi da molto tempo. Condivido gran parte delle sue idee anche se non credo in una realizzazione dell’ideale luddista su questo pianeta e durante questa era: siamo troppo imbrigliati in ciò che abbiamo costruito nel corso degli ultimi secoli e siamo troppo pigri per una rivoluzione radicale. E il suo esempio, soprattutto nella sua triste fase violenta, non ha certamente agevolato un seppur timido tentativo di “rivoluzione anti-tecnologica” su base ambientalista e pacifista. Credo, invece, nell’iniziativa individuale e costante nel tempo (da non sottovalutare) e nell’applicazione personalizzata e pacifica di alcune delle sue sagge indicazioni. Alcuni punti del suo Manifesto, invece, sono semplicemente incompleti e frettolosi (come Lei stesso ha ammesso in uno dei punti finali) e altri ancora decisamente ingenui!

Sono giunto alla lettura del suo Manifesto grazie al mio interesse nei confronti della cosiddetta Singolarità Tecnologica (ovvero un punto critico del progresso tecnologico accelerato che oltrepasserà la capacità di comprensione e prevenzione dell’umanità) descritta principalmente da Vernor Vinge (“Singolarità Tecnologica” – 1993) e Ray Kurzweil (“The Law of Accelerating Returns”)…

Vorrei farle alcune domande a titolo personale, se è possibile.

– A distanza di anni dalla prima stesura del suo Manifesto “La società industriale e il suo futuro” e alla luce della recente crisi mondiale che sta mettendo a dura prova i sistemi economici dei maggiori paesi industrializzati (causando disoccupazione, precariato e crolli finanziari), quali aspetti della sua analisi e della “strategia” proposte nel Manifesto vorrebbe cancellare, modificare o evidenziare con maggior forza? Crede che il suo Manifesto sia ancora attuale?

– Cosa ne pensa dell’esperienza del “bioregionalismo” che in America e in altre zone del mondo sta cercando di rivalutare l’importanza delle piccole comunità autonome e del contatto diretto con il territorio e la natura? Potrebbe, questa esperienza, costituire un esempio di “rivoluzione” pacifica anche se in scala ridotta e senza causare la totale eliminazione della tecnologia?

– Lei pensa che durante gli anni trascorsi dalla pubblicazione del suo Manifesto il controllo del comportamento umano da parte del Sistema sia aumentato oppure c’è una maggiore consapevolezza da parte dell’umanità e quindi una più raffinata possibilità di scelta? E quali nuove forme di controllo intravede nell’immediato futuro della società?

– Esistono, secondo Lei, nuove forme dittatoriali (sociali ed economiche) difficilmente intercettabili? E che tipo di lavoro può fare l’essere umano su sé stesso per affinare la propria capacità di evidenziarle?

– Ora che di fatto, a causa di una certa “diluizione ideologica”, non esiste più una vera forza politica di sinistra, se confrontata con quella originale, crede che la strategia contenuta nel suo Manifesto sia realizzabile oppure intravede altri ostacoli?

– Cosa ne pensa delle previsioni contenute nelle opere della fantascienza distopica passata e recente? Quali sono le sue letture preferite in questo periodo della sua vita?

P.S.: prima di leggere il suo Manifesto, alcuni anni fa, ho scritto un breve saggio intitolato “La bistecca di Matrix” (“La bistecca di Matrix”, vedi libretto allegato). Si tratta di uno scritto in cui descrivo alcuni aspetti coercitivi caratteristici della società moderna e la soluzione culturale che propongo per evitarli: solo la libertà offerta dalla cultura può spezzare le catene del Sistema; solo grazie alla vivida consapevolezza derivante dal sapere variegato e autentico potremo scegliere e interrompere la corsa tecnologica voluta dal Sistema economico imperante e accelerante.

Forse è presuntuoso da parte mia pensarlo, ma ho intravisto alcune analogie tra il mio breve scritto e il suo Manifesto!

Spero in una sua lettura del mio piccolo libro: non so se Lei conosce la lingua italiana, ma spero che la traduzione in inglese allegata possa almeno trasmetterle il senso generale del mio pensiero.

Sarei molto contento di poter ricevere un suo parere: sarebbe per me davvero importante!

Cordiali saluti.

Michele Nigro


DOMANDE CHE NON HANNO OTTENUTO RISPOSTA!

Forse un giorno ci riproverò…


Per scrivere a Teddy Kaczynski:

Theodore John Kaczynski

04475 – 046

U.S. PENITENTIARY MAX

P.O. BOX 8500

FLORENCE  CO  81226 – 8500

U.S.A.

James Koller, il poeta del “bioregionalismo”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2010 by Michele Nigro
Un antidoto per combattere gli effetti deleteri di una corsa tecnologica in cui siamo coinvolti nostro malgrado; un metodo pratico per prevenire e forse evitare la cosiddetta “Singolarità Tecnologica”; una filosofia socio-politica e biologica concreta per realizzare la presa di coscienza auspicata dagli “accelerazionisti”; uno stile di vita che va al di là del semplice ambientalismo…
Queste e tante altre le caratteristiche del Bioregionalismo. Anni fa, intervistando uno degli esponenti più interessanti del movimento bioregionalista americano, il poeta James Koller, ebbi la netta sensazione di trovarmi dinanzi a un movimento totale, multidisciplinare e al tempo stesso non applicabile in maniera generalizzata, ma rispettoso delle caratteristiche naturali regionali e realizzabile dopo un lento studio preliminare, caso per caso, comunità per comunità, territorio per territorio. Di seguito vi propongo uno stralcio di quella intervista…

<<[…] Che cos’è il bioregionalismo?
Un’isola ha un perimetro chiaramente definito. Ciò che accade sull’isola, a proposito della struttura dell’ambiente e in termini di economia e dinamica della popolazione, fa parte di modelli biogeografici. I famosi ecosistemi, i cui perimetri sono meno chiaramente definiti su un più vasto gruppo di terreni contigui, sono analogamente regioni con modelli biogeografici. Si deve pensare a tali regioni come a delle bioregioni. Il movimento bioregionale iniziò negli U.S.A negli anni ’70 quando i componenti di gruppi ecologicamente consapevoli, specialmente coloro che sentivano di essere parte di una “società alternativa”, si risistemarono nelle abitazioni o nelle aree nuove, cercando di ridefinire e di capire ex novo il concetto di “regione” in termini di ecologia e del “vivere in maniera giusta” in quelle aree prescelte. Uno studio della progressione culturale umana e delle usanze in questi luoghi aiutò a chiarire i modelli biogeografici e quei cambiamenti positivi o negativi che si erano effettuati o che erano stati resi possibili con ogni nuovo tentativo. Con opportuni cambiamenti si poteva ottenere una certa sostenibilità. Oltre la scienza venne la conoscenza degli spiriti di un luogo che hanno bisogno di mantenere la felicità. Tutte le culture, umana, animale o vegetale, come anche il luogo fisico in sé, necessitavano di essere in armonia se si volevano ottenere le condizioni per vivere una “buona vita”. Il bioregionalismo si occupa di questi argomenti. […]>>
(tratto da “Nugae” n.8; intervista a cura di Michele Nigro, traduzione di Maria Rosaria D’Alfonso)

Per leggere l’intervista completa:

intervista James Koller

Per leggere la versione in inglese:

NUGAE INTERVIEW 2nd draft (FINAL DRAFT)

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di Michele Nigro

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