Archivio per biotecnologia

Risveglio (incipit transumano)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 luglio 2013 by Michele Nigro

singpict1Vedo! Sento! Penso!

Nuove scene appaiono sullo schermo della mia rinascita. L’oscurità che avvolgeva il tempo e lo spazio ha ceduto il passo alla vittoria tecnologica dell’uomo sulla morte.

Non ho più un corpo, la malattia ha compiuto il proprio dovere fino in fondo. Ma il ricordo di Valeria è nitido come un cielo spazzato dal vento che lascia intravedere particolari minuti lungo i pendii di montagne lontane. È la prova che il “trasferimento” ideato dal dottor Kurzweil ha avuto successo.

Tento, adoperando la mia nuova strana volontà, di far ruotare gli strumenti che nei prossimi mesi o anni sostituiranno quegli organi che nell’altra vita chiamavo ‘occhi’.

La cerco, ma non c’è.

Arturo Toscanini e Wernher von Braun

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 novembre 2012 by Michele Nigro

Dov’è il microchip?

Non appena l’ologramma del maestro Toscanini posò la bacchetta da direzione sul leggio tra gli applausi del pubblico, l’olomusic si spense automaticamente facendo sparire nel nulla la Carnegie Hall di New York, e i pensieri della Rossa ripiombarono nel baratro psicologico creato dai fatti accaduti in chiesa poche ore prima. Vi sono momenti, nella vita di un individuo, durante i quali il cervello si rifiuta di affrontare immediatamente i guai che si presentano lungo il cammino e così se ne va in giro alla ricerca automatica e casuale di una soluzione, vagando nel buio, a volte guidato dal suono, con la speranza di avvistare una luce lontana, una casa accogliente per la mente, un fuoco amico scoppiettante di fortuite verità salvifiche. La musica classica eseguita dal direttore schiaffeggiato dal fascismo, però, non l’aveva aiutata.

Era vero. Pur di proteggere il programma, il Servo aveva sacrificato la vita di suo padre, il Dottor “E”, creatore del programma di eugenetica elaborato dalla FutureProg per coadiuvare segretamente esperimenti di purezza ariana. I neonazisti del Terzo Millennio ci si gingillavano da alcuni anni con grandi investimenti, provocando rigurgiti pseudoscientifici di una delle più scellerate pagine della storia umana del XX secolo, da molti pericolosamente archiviata.

Non era certamente un caso che fosse proprio la TecnoMafia berlinese a occuparsi del recupero di quel maledetto programma, già macchiato di sangue, e senza essere mai stato usato.

La morte del Dottor “E” era stata la giusta punizione per chi collabora consapevolmente a un progetto diabolico, oppure era la normale uscita di scena di un’ingenua e sfruttata pedina divenuta poco importante? Non era necessario, a questo punto, saperlo.

Ciò che di tanto in tanto la risvegliava dall’oblio in cui era immersa fin dal suo ritorno dalla Cattedrale degli Apostoli fu la rabbia nei confronti del Servo, causata dalla facilità con cui quest’ultimo aveva, a suo modo, risolto il problema della loro protezione.

Non aveva bisogno di balie, lei. Sapeva badare a se stessa… nonostante la presenza minacciosa di mafiosi teutonici che le davano la caccia.

I due uomini entrati in chiesa, mentre si “confessava” con il don Abbondio di questa strana guerra tecnologica fatta a suon di dischetti ultracapienti e pen drive organiche, non erano (per sua fortuna!) dei berlinesi, ma due agenti dei Servizi Segreti di Sua Maestà Carlo d’Inghilterra, il real coglione ormai invecchiato, e tenuto in piedi da costose e sofisticate biotecnologie anti-age Made in England, che aveva combinato altri casini imperiali nel secolo passato, alimentando lo sporco lavoro dei tabloid del suo Paese. Gli stessi Servizi Segreti che a suo tempo deviarono magistralmente le indagini di Scotland Yard sul coinvolgimento di Buckingham Palace nella morte di Lady D.

– Non si sono certamente precipitati per salvaguardare la mia incolumità! – aveva quasi gridato la Rossa non appena li vide entrare in chiesa, mentre il Servo cercava di calmarla spiegandole che era per il suo bene.

– Ma perchè sei così ingenuo? – la Rossa lo aveva etichettato senza pietà nel momento in cui già stava per uscire dal confessionale, dirigendosi verso i due individui con in faccia il sorriso di chi vede gli angeli custodi mandati da Dio – Non lo sai che americani e inglesi fanno questo fin dalla fine degli anni 40 del secolo scorso? – riprese fiato – Con la scusa di proteggere e prevenire, di esportare democrazia, si impossessano delle scoperte altrui e trasformano le idee malvagie dei dittatori in “bene comune”… Secondo te come sono andati sulla Luna e come hanno fabbricato le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki? Berlinesi e inglesi: stessa inculatura, ma in lingue diverse!

Sì, avevano bisogno di una donna, stavolta avevano bisogno della Rossa. O meglio: avevano bisogno del programma. Lo avrebbero ripulito dalla sua vergognosa patina razzista riciclandolo sulle edulcorate vie del liberismo economico: eugenetica aziendale e commerciale.

Ma lei l’aveva nascosto molto bene. E poi ci sarebbe stato bisogno della password alfaideogrammatica inventata da suo padre, per aprirlo e renderlo operativo.

Non poteva dimenticare la faccia attonita dei due “setter inglesi” mentre la videro risalire sulla Ducati e soprattutto il ghigno nervoso di uno dei due quando lei si lasciò sfuggire con aria beffarda, prima di chiudere la visiera del casco – … non lo avrete mai!

– Ah! Servo, Servo, fratello mio: solo il prete potevi fare, fesso come sei. – ritornò a pensare la Rossa abbracciata dalla calda accoglienza della sua stanza. La malizia di questo suo ultimo pensiero rappresentava il segno di un rinnovato vigore morale e la tanto attesa uscita dall’oblio del dopo Toscanini. Forse, nonostante la confusione di quelle ultime ore, aveva ancora la situazione in pugno.

– Mio padre: un pazzo? Un ingenuo? Chissà. – sussurrò la Rossa mentre continuava ad accarezzarsi il braccio – Però che genialata nascondere il microchip con la password sotto il mio tatuaggio!

La morte ai tempi del postumano

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre 2012 by Michele Nigro

“I’ve seen things you people wouldn’t believe.
Attack ships on fire off the shoulder of Orion.
I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhauser gate.
All those moments will be lost in time, like tears in rain.
Time to die.”

Roy Batty

La morte ai tempi del postumano

“… E tutti quei momenti

andranno perduti nel tempo

come lacrime nella pioggia…”

(dal film Blade Runner)

Perché moriamo? Da sempre gli esseri umani, andando al di là del semplice vivere fisiologico, si sono posti questa domanda scomoda, ancora oggi orfana di una risposta esaustiva. La consapevolezza della propria esistenza è un fardello evolutivo toccato in eredità all’Homo Sapiens: tutte le esperienze della vita, la musica ascoltata, i libri letti, i panorami che hanno riempito i nostri occhi, i tramonti che hanno suscitato riflessioni, i luoghi geografici esplorati e quelli visitati con la fantasia, i ricordi erotici, gli infiniti territori dell’inner space, sono informazioni destinate all’oblio.

Non sono mai riuscito a individuare il senso logico della morte nel contesto generale dell’economia universale: la semplice esigenza di “fare spazio” non regge dinanzi all’ingiustificato spreco di esperienza causato dalla Grande Equalizzatrice; esperienza che potrebbe risultare utile nel tempo, realizzando un’eredità diretta e non più differita. Deve esserci una ragione materialistica decisamente meno nobile, di tipo filontogenetico, a cui abbiamo attribuito passivamente un carattere di naturalità: impedire all’essere umano di esprimere la propria divinità nel corso dell’esistenza. L’unico momento di ‘gloria’ è quello rappresentato dal crossing over: dobbiamo morire, ma prima di farlo siamo invitati a dare una mescolatina ai ‘dadi genetici’ in vista di un nuovo essere che ci succeda, sperando in un possibile miglioramento dell’umanità. Da qui l’assillo della riproduzione e delle ingenue speranze familiari: la vita in fin dei conti è sinonimo di speranza nella varietà. Esclama Eduardo De Filippo nella commedia intitolata “Mia famiglia”, interpretando il personaggio di Alberto Stigliano nel momento in cui viene a conoscenza della paternità che lo renderà a suo dire immortale: “… io nun mor cchiù!” (trad.: io non muoio più!)

La morte, quando non è prematura, interviene sempre in concomitanza con il massimo grado di consapevolezza raggiunto dall’individuo: si tratta di un sistema di sicurezza interno, di un relè temporizzato installato nel meccanismo della vita per bloccare una eventuale fuga di notizie verso l’infinito. Per ritornare a capire, per gareggiare di nuovo e vincere finalmente il premio in palio rappresentato dal senso della vita, bisognerebbe ricominciare a vivere per re-imparare, con la speranza di aver conservato la memoria delle vite precedenti. Ma purtroppo non funziona così.

Il corpo invecchiato non può più sostenere l’azione derivante dalla consapevolezza. Il corpo giovane, al contrario, usa la propria energia intatta per imparare ciò che non avrà il tempo di mettere in pratica. Perché questa corsa illogica? Che senso ha questa ciclicità che nella maggior parte dei casi non lascia tracce nella storia? Il concetto di impermanenza ci consola, ma non risolve la delusione derivante dall’abbandono imminente di ciò che abbiamo raccolto con tanta pazienza nel corso dell’esistenza. La reincarnazione immemore è solo un altro modo per spiegare il ciclo del carbonio.

Vitalità e inesperienza; vecchiaia e saggezza. Invertire la posizione degli addendi è un lusso che l’universo sembra non volerci concedere: il segreto per attuare l’inversione è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di alcuni miliardi di scimmie evolute. C’è solo un breve lasso di tempo intermedio – nel mezzo del cammin di nostra vita – durante il quale vitalità e saggezza sembrano sfiorarsi: in quel periodo ci viene concessa una serie striminzita di occasioni che, una volta sprecate, lasciano nell’essere umano il sapore amaro di una lotteria non vincente e irripetibile.

Per gabbare questa fallimentare condizione ‘naturale’ l’umanità ha inventato i graffiti rupestri, le religioni, l’architettura cimiteriale, l’autobiografismo e la letteratura, la dagherrotipia, il cinema, il proletariato e l’immortalismo dei poveri, le storie di paese, i filmini della prima comunione e delle vacanze, le teche televisive, i supporti mnemonici esterni, i videotestamenti. Fino ad arrivare ai profili sui social network come extension dell’anima: la singolarità informativa avanza inesorabile. Il pensiero biologico s’innesta sui fiumi elettrici della solitudine ipertestuale. “A cosa stai pensando?” – chiede in maniera fredda e utilitaristica il social network simulando una finta empatia. E noi giù a confessare emozioni, speranze, sospetti, sentimenti; a condividere idee, immagini, progetti, azioni. Sperando così di non morire.

L’obiettivo è un’immortalità grossolana e inefficace che segue le mode e le tecnologie dell’epoca: il desiderio di consegnarsi all’eternità ha origini antiche e non avrà mai fine.

La soluzione transumanista

La morte secondo il transumanesimo non è rappresentata dalla morte fisica propriamente detta ma dal tentativo di superare la caducità del corpo in quanto tale: paradossalmente il movimento transumanista utilizza l’eliminazione del concetto assolutistico di corpo umano per combattere la morte. Morire per non morire.

Alcuni rabbrividiscono dinanzi alle ipotesi fantascientifiche illustrate nel transumanesimo, ma il dato più affascinante e paradossale è che i transumanisti avversano la fantascienza fine a se stessa. Il pregio-difetto della fantascienza è quello di possedere il potere di proporre scenari futuri già pronti e digeriti: questo potere a volte spaventa chi non ha gli strumenti adatti per decodificare il messaggio fantascientifico. Avevo bisogno di questa premessa per affermare che il transumanesimo non è la descrizione di ciò che potrebbe avvenire in futuro ma rappresenta una scelta culturale già in atto da centinaia di anni, da quando l’uomo ha cominciato a utilizzare la tecnologia per migliorare la propria vita. Ripenso alle proto-forme di transumanesimo incontrate finora nella mia vita di uomo nato nel ventesimo secolo: le lenti a contatto di mia sorella, la dentiera di mia zia, il pacemaker, gli apparecchi acustici, le protesi all’anca, la farmacologia anti-aging, la trapiantistica… Quello che sembrava avveniristico un tempo, oggi è diventato ‘normale’. I confini tra ciò che è già stato sperimentato e ciò che domani potrebbe diventare realtà non sono netti: l’uso terapeutico delle cellule staminali ne è una prova.

I transumanisti sono gli eretici del terzo millennio: superato, non senza sacrifici ed evitando roghi, l’antropo-geocentrismo e dopo aver ricevuto conferma persino da parte della Specola Vaticana che è la Terra a girare intorno al Sole e non il contrario, ora i nuovi eretici si apprestano a scardinare un altro tipo di antropocentrismo: quello organico.

L’obiettivo del transumanesimo non è solo quello, già di per sé importante, di migliorare qualitativamente e allungare la vita dell’essere umano (ending aging), ma di abbandonare sul ciglio della strada la corruttibilità del corpo in vista di un’evoluzione postumana e di tendere all’immortalità. L’incontro tra scienza medica e transumanesimo ha creato una ‘medicina estrema’ che non si occupa più in maniera passiva degli effetti della malattia quando questa si presenta, o nella migliore delle ipotesi facendo prevenzione, ma affrontando la morte in maniera drastica eliminando il corruttibile. Tuttavia l’immortalità, all’interno del movimento transumanista, non viene vissuta come un presuntuoso obiettivo su cui intestardirsi forzando i tempi, ma come la conseguenza naturale di un miglioramento da conquistare passo dopo passo. Afferma l’estropista Max More: <<… io preferisco il termine “vita estesa” (o “vita di durata indeterminata” o “senza età”) al termine “immortalità fisica”, in quanto sono tutt’altro che sicuro che l’immortalità vera e propria – cioè una vita che duri, letteralmente, per sempre – sia possibile. […] sostengo che l’immortalità non è veramente l’obiettivo per la maggior parte di noi transumanisti. L’obiettivo sono le aspettative di vita senza limiti. Il nostro obiettivo è di migliorare continuamente noi stessi e di migliorare le nostre capacità, il che rende il decadimento tipico dell’invecchiamento e la morte involontaria nostri nemici mortali. Vogliamo vivere sia ora che in un futuro indefinito. Ma non possiamo essere sicuri che vorremo continuare a vivere in un lontano futuro. Forse, dopo secoli o millenni, sceglieremo di ripristinare il processo di invecchiamento e di permettere che la nostra vita fisica raggiunga la sua fine…>> Quindi la morte come casualità o come scelta, non più la morte come epilogo scontato di un processo biologico naturale. Anche nel manifesto dell’AIT (Associazione Italiana Transumanisti) ritroviamo lo stesso tipo di sottolineatura: <<… i transumanisti italiani si impegnano a limitare drasticamente l’uso della parola ‘immortalità’. Noi non promettiamo l’immortalità, né la indichiamo come nostro obiettivo programmatico…>>

Vivendo più a lungo e meglio, il postumano avrà a disposizione più tempo per combattere l’annichilimento esperienziale, per migliorare se stesso anche da un punto di vista psicologico e finalmente donare con serenità il peso dei propri anni agli altri, senza l’opprimente presenza di una morte imminente che si nasconde dietro l’angolo.

Immortalità mentale

<<Che cosa resterà di me? Del transito terrestre? Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?>> si chiedeva Franco Battiato nel brano “Mesopotamia”. Non esiste solo l’immortalità del corpo. E poi, che cosa significa ‘corpo’? L’involucro organico che adoperiamo nello spazio e nel tempo non è immutabile: non mi riferisco agli evidenti cambiamenti morfologici che inevitabilmente avvengono nel corso degli anni ma alla graduale sostituzione, a livello cellulare, del nostro intero organismo con uno identico. Ciò è possibile perché le direttive genetiche rinchiuse nelle nostre cellule sotto forma di DNA ripropongono ai ‘manovali’ sempre lo stesso progetto: anche se invecchiamo e i lavori di manutenzione diminuiscono, rimaniamo sostanzialmente fedeli allo schema iniziale e il naturale turnover cellulare non ci fa diventare qualcun altro. Siamo sempre noi, ma in un corpo sostituito: quindi possiamo affermare che una sorta di “transumanesimo naturale” già avviene da migliaia di anni.

Afferma il filosofo greco Eraclito nel suo trattato Sulla natura: <<Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.>> Panta rhei os potamòs (πάντα ες ποταμός): tutto scorre come un fiume. Gli antichi pensatori avevano percepito qualcosa grazie alla loro infinita e genuina saggezza, ma non possedevano gli strumenti scientifici per dimostrarlo: moriamo e rinasciamo più volte nel corso della nostra esistenza. Perché non farlo per divenire postumani?

Ma che significa essere se stessi? Le cellule dell’organismo subiscono un processo di sostituzione programmato e dopo un certo periodo di tempo il nostro corpo è quasi totalmente ‘nuovo’. Il ‘quasi’ è d’obbligo perché in realtà alcuni tipi di cellule, in primis quelle nervose, sono costanti nel corso della vita e non vengono sostituite. Questa ‘esclusione’, dal restyling periodico, delle cellule del sistema nervoso spiega il perché della conservazione della memoria, il perdurare di ciò che definiamo personalità, compresi certi difetti caratteriali. E questo dato fisiologico è anche la prova indiretta che la ‘mente’ o ‘anima’ (rispettando l’approccio di tipo rispettivamente cognitivo o spirituale che ognuno di noi può avere nei confronti di tale argomento) è allocata nel nostro cervello. Un paziente lobotomizzato rimane ‘se stesso’? E un individuo che subisce un trauma cranico irreversibile? O un paziente colpito da encefalite letargica o dal morbo di Parkinson?

È vero, anche i ‘pensieri’ mutano con il tempo nelle persone sane: i ricordi che definiamo ‘vividi’ in realtà sono solo le ombre di una realtà vissuta, riduzioni psico-cinematografiche della verità; gli errori cognitivi infestano anche a distanza di anni le nostre presunte certezze sensoriali. Crediamo di aver visto; crediamo di aver udito; crediamo di aver capito… Nonostante tutto, il fatto di ‘essere noi stessi’ è legato principalmente alla permanenza nel tempo delle nostre capacità cognitive e al contrario non è per niente minacciato dalla ciclica sostituzione degli epatociti del nostro fegato.

Alla luce di questa premessa appare chiaro l’impegno di quei transumanisti che sostengono la causa dell’immortalità mentale, l’unica che conta, per mezzo della tecnica del mind uploading. L’immortalità del corpo sembrerebbe quasi passare in secondo piano: per sopravvivere, per conservare la propria ‘essenza’ e rimanere se stessi in eterno, occorre trasferire la ‘mente’ dal cervello biologico a un supporto inorganico capace di ospitarla. Fare uno ‘scanning’ della struttura sinaptica del proprio cervello, però, non è sufficiente: per restare se stessi ‘altrove’ è necessario far sopravvivere anche tutte le informazioni che ci rendono unici e che sono rese possibili nel corso dell’esistenza organica proprio grazie alla suddetta struttura sinaptica: valori, idee, emozioni, ricordi, predisposizioni, sensazioni, obiettivi… Conservarsi con il mind uploading significa archiviare anche errori cognitivi, illusioni, fantasmi sensoriali, sogni e incubi. Per continuare a essere ‘originali’. E soprattutto è necessario riuscire a far interagire questa massa di dati con il mondo esterno anche dopo la morte del corpo fisico: se vogliamo che il mind uploading non sia solo uno backup statico, un mero ‘disco di ripristino’ congelato nell’attimo dello scanning.

Dualismo cartesiano, addio!

La tecnica del mind uploading sarebbe irrealizzabile senza il convinto superamento, filosofico e tecnico-scientifico, del dualismo cartesiano. La ‘mente’ o ‘anima’ è il prodotto più nobile della nostra attività cerebrale: quando il nostro corpo muore, termina anche ogni attività mentale cognitiva. Questo è dovuto alla stretta e scientificamente provata interdipendenza esistente tra il mondo delle idee e il cervello che le produce. Cartesio, pur sostenendo la tesi dell’eterogeneità della res cogitans rispetto alla res extensa, ovvero della distinzione netta tra anima e corpo, tradisce una lieve sfumatura materialista in seno alle proprie argomentazioni nel momento in cui individua nella ghiandola pineale, situata al centro del cervello, la sede dell’anima. Il padre della filosofia moderna, pur non possedendo le prove scientifiche necessarie, seppe fornire uno spunto rivoluzionario senza per questo negare l’indipendenza tra anima e corpo. Cartesio nel suo Trattato sull’uomo parla di “vento molto sottile”, di “fiamma molto viva e molto pura”, di “spiriti animali” ma afferma anche che: <<… la parte del corpo, in cui l’anima esercita immediatamente le sue funzioni non è affatto il cuore, nemmeno tutto il cervello, ma solo una parte interna di questo, che è una certa ghiandola molto piccola, situata in mezzo alla sua sostanza…>> Anche se Cartesio inverte l’ordine dei movimenti, andando dall’anima verso il corpo e non viceversa come siamo più propensi a credere oggi, ha il merito innegabile di aver concentrato l’attenzione intorno al cervello: aveva intuito che “lì dentro” avvengono eventi importanti legati all’origine dell’anima.

Quindi l’anima non esistendo in qualità di ‘soffio divino’ ma essendo il risultato di un’attività neurologica riproducibile, apre alla possibilità di una sua ‘archiviazione’.

Solo se avremo la possibilità di scegliere un mind uploading non distruttivo la nostra morte fisica diverrà una vera e propria esperienza da valutare post mortem, conservando la consapevolezza della vita fisica precedente. ‘Vedersi’ morire attraverso i nuovi ‘occhi’ della macchina che ci accoglie e valutare le dinamiche del trapasso non come ‘spiriti fluttuanti’ in cerca di sviluppi escatologici di stampo dantesco, bensì nelle vesti di noi stessi sotto altra forma. Come fantasmi dentro la macchina.

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