Archivio per campagna

Il vuoto e la città

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 dicembre 2013 by Michele Nigro

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Dal balcone del mio confino

osservo in strada la benefica assenza

di persone e mezzi.

Traffico zero illuminato

dai lampioni di una notte calma.

Natura immobile e oscura

interrotta dai finestrini veloci di un treno

sotto il cielo sereno e stellato

dell’autunno che concede grazie

agli esuli sulla via del ritorno.

Sento gli echi ammalianti

delle finte opportunità perse

provenire dai grandi centri

dell’umanità inscatolata e sveglia

“lì dove tutto accade

ed è un peccato perderselo!”

Tra neon e anatomie eleganti in metrò

motori diretti nel caos che conta

e piazze gremite di eventi,

un nulla sapiente mi richiama all’ordine

verso la verità e i suoi silenzi parlanti.

Quello che per voi è il centro del mondo

per me sarà la periferia della ricerca.

Il vuoto è l’origine del vero,

dove la mente che non immagina si dispera

nel punto in cui l’aria ferma della notte

rasserena gli animi dei non pentiti.

Un paese come lingua di lava vibra nel buio

sulla collina nera del suo vedere infinito,

sembra galleggiare nel cielo notturno

appeso alle stelle e ai pensieri di chi non dorme.

L’essere al centro non vi salverà

dagli incubi della vita che manca.

Seguire il momento

andare e venire

tra il vuoto e la città

come in un pendolo esistenziale

oscillare

cercando bolle semplici di felicità inesplorata,

imprigionata nelle contrade dell’altrove.

Addio, Raffaele Rago!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 agosto 2012 by Michele Nigro

(il Prof. Raffaele Rago: secondo da destra)

Ho incontrato l’ultima volta Raffaele Rago per strada alcune settimane fa: cordiale come sempre, scherzoso, disponibile, umano e fraterno. Qualcuno potrebbe dire che le mie sono le classiche parole diplomatiche da utilizzare in pubblico quando viene a mancare una persona conosciuta o un amico. Ma Raffaele Rago era proprio così! Punto.

Lo conobbi anni fa grazie all’attività redazionale della versione cartacea di “Nugae” e dall’alto della sua esperienza giornalistica non lesinò consigli, proposte, critiche, incoraggiamenti… In seguito contribuì personalmente al miglioramento della rivista anche con alcuni suoi scritti (vedi “Nugae” n.8 pag. 7 e 21; n.9 pag. 15 e 37). Era uno studioso appassionato e un combattivo revisionista storico: posso dire senza ombra di dubbio che è stato grazie a lui se ho conosciuto il revisionismo risorgimentale e meridionalista. Raffaele era generoso: tra un caffè al chiosco di Piazza della Repubblica a Battipaglia e una passeggiata in centro, tra una conversazione dotta e un aneddoto divertente, non dimenticava mai di regalarmi una pubblicazione storica interessante, la copia di qualche periodico, degli appunti preziosi riguardanti la storia di Battipaglia o del Meridione, o semplicemente una risata allegra. Raffaele era un tipo giocoso. “Voi italiani…!” mi diceva spesso con piglio brigantesco, per sottolineare in maniera scherzosa ma convinta la sua disappartenenza ad un’Italia postunitaria frutto dell’avventura garibaldina – a suo dire scellerata! – e per riproporre le sue documentate nostalgie borboniche, punti fermi dei suoi numerosi articoli pubblicati su varie riviste e quindicinali. Raffaele era conosciutissimo e benvoluto: passeggiare con lui significava interrompere la conversazione ogni dieci secondi per un saluto a cui rispondere o per una calorosa stretta di mano a qualche amico di vecchia data. Indimenticabili le sue telefonate: quando ci lasciavamo in strada con qualche dubbio dopo una discussione su argomenti storici e culturali, era solito andare a casa, controllare immediatamente una data, l’etimologia di un termine, un fatto storico, e telefonarmi per continuare la conversazione e per confermare la sua meticolosità di studioso. Aveva insegnato, senza mai smettere di farlo!

Raffaele era un poeta; come ci ricorda Angelo Magliano nella sua recensione alla raccolta “Parole in fila” – vol.2 – di Rago (pubblicata sul n.9 di “Nugae” a pag. 37): <<L’autore ha saputo cogliere ed isolare, nella vasta trama delle esperienze comuni, le sensazioni e le impressioni più fuggevoli e quelle che più facilmente sfuggono ai più. Le ha fissate in parole con una sensibilità acuta e fresca. La poesia di Rago, fatta di piccole cose, esalta la visione del particolare rifiutando sia le vaste e complesse architetture sia la ricerca di un tono alto e di un linguaggio indeterminato e stilizzato. La forza della sua poesia sta tutta nell’intensità con cui è vissuto l’attimo contemplativo e non nel processo intellettuale per cui si ordinano e si compongono le intuizioni originarie. A costruire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra.>>

Battipaglia, e oserei dire l’intero Meridione, ha perduto una grande anima. Ci mancheranno il tuo amore per Campagna, la tua passione per il Sud e i suoi “briganti”, la tua ricerca storica, la tua sensibilità poetica e il tuo sapere. La tua simpatia.

Addio Raffaele! E grazie…

<<Dopo l’unità d’Italia e precisamente dal 1876 al 1901, si calcola che in tutto il “regno” ci furono 5.792.546 emigrati, nella sola Calabria 310.363 così suddivisi: Cosenza 166.815; Catanzaro 108.721; Reggio Calabria 34.827 (da Emilio Franzina, “La grande emigrazione” Ed. Marsilio – Venezia 1976). Milioni di “cafoni” parteciparono, in modo attivo, allo sviluppo delle Americhe, dell’Argentina, del Brasile, del Venezuela e dei paesi del Nord Europa (Belgio, Germania, Francia, Svizzera) ed ovviamente dell’Italia Padana. Primeggiano gli U.S.A. Il 90-95% degli italo-americani sono di origine meridionale. Non bisogna dimenticare che dei 5 milioni e più di emigrati, 3 milioni e più erano meridionali. E’ da tener presente che gli emigrati non dimenticarono mai la loro terra, infatti, dopo essersi “sistemati”, inviarono soldi (tanti!) per rendere sempre più belli i loro paesi…>> tratto da “Emigrazione” di Raffaele Rago (Nugae n.8 – n.9 / 2006)

Le roselline di Persano

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2011 by Michele Nigro

Tra le sue mani non più tanto giovani Giulia stringeva, delicatamente e con perizia museale, una foto in bianco e nero. Ne aveva tante di foto così e la scatola di fortuna che le conteneva nella credenza della camera da pranzo ormai aveva raggiunto un “punto di non ritorno” strutturale e di tanto in tanto avvenivano rigurgiti fotografici con pezzi di storia che cadevano sul pavimento. Il fascino della fotografia trovava in quella scatola la sua massima realizzazione e non erano certamente le pose studiate di qualche artista della messa a fuoco a rendere uniche quelle foto, ma i momenti storici che casualmente e nostalgicamente testimoniavano.

Gerarchi fascisti in alta uniforme, orgogliosi soldati con i capelli lucidi di brillantina Linetti prima della partenza per il fronte, donne affascinanti di porcellana e talco sfuggite al cinema della “Belle Epoque”, bambini imbalsamati dinnanzi al mago fotografo… Tutte le tipologie umane di un’Italia scomparsa erano contenute in quella scatola magica.

La foto che Giulia aveva riesumato durante il pomeriggio afoso di quella estate meridionale non era particolarmente “storica”, se per Storia intendiamo solo gli eventi che accomunano più di cento o mille persone.

Ma alla storia di Giulia apparteneva e come. E questa era la sola cosa che contava.

Gli attimi immortalati dalla pellicola rappresentano le ingenue speranze di chi crede nell’infinito ed è proprio questa illusione che ci spinge ogni volta a premere il pulsante dello scatto di una macchina fotografica.

L’illusione dura quanto la stessa frazione di secondo in cui avviene l’apertura e la chiusura velocissima dell’otturatore. Dopo di che le foto diventano foglie secche che, distaccandosi dall’albero della vita, vanno incontro al proprio destino. Solo alcune raggiungeranno i cosiddetti posteri che a volte sono così “posteri” con la mente (molto posteri…Troppo posteri!) da non accorgersi di quelle foglie secche. Schiavi eterni di una corsa al progresso che li rende inconsapevoli persino della loro stessa data di nascita. Il “fogliame” raggiunge, percorrendo itinerari impossibili da ricostruire, attraverso incendi e alluvioni, guerre e traslochi, i nostri coloratissimi giorni. A volte pernottano per decenni nelle soffitte della nostra indifferenza fino a costituire scomodi lasciti per veloci figli professionisti accompagnati da isteriche mogli, sacerdotesse degli umori e dei ricordi coniugali. Altre volte, per nostra fortuna e per onestà storica, le foglie sono raccolte diligentemente negli album del cuore di chi crede nella memoria. E Giulia apparteneva sicuramente a quest’ultima categoria.

E fu così che dialogando con il figlio Lele sul significato storico e personale di certe foto e sulle vicende sconosciute a esse legate, nacque l’idea di quella pomeridiana escursione nei campi fioriti della storia. Lele non era insensibile a certi racconti e anche se dimostrava una fisiologica insofferenza nei confronti delle complicate ramificazioni parentali e degli intrighi genealogici su cui Giulia spesso si attardava con passione e dovizia storiografica, nutriva un distaccato rispetto per le storie della madre e pensava che in fin dei conti rappresentavano i prodromi della cultura che l’aveva accolto anni addietro al momento della sua nascita. A volte Lele si commuoveva interiormente riflettendo sul coraggio di quegli anni divenuti storia e sui cambiamenti di quelle persone a lui care osservate sempre da una prospettiva viziata dall’abitudine. In quei momenti pensava: “Anche la nonna è stata giovane? Incredibile!”

L’automobile sgangherata guidata da Lele si diresse con i suoi vecchi pneumatici in direzione di Eboli. Superò le deserte strade estive dell’incrocio per Campagna e s’impegnò sui dossi di quella strada tanto cara a Lele perché ricca di ricordi avventurosi legati al suo passato da “giovane esploratore” e alle disperate ricerche di fresche fontane per dissetare le gole impolverate dopo i chilometrici tragitti percorsi a piedi tra canti e zaini in spalla. Anche Lele aveva la sua storia.

In vista della discesa tortuosa che porta a Serre, Lele girò a destra – direzione Persano – e s’infilò in una stradina parallela alla strada ferrata. Mentre sterzava con facilità pensava sorridendo alle vite sprecate di scrittori e di matematici solitari che con le loro famigerate “macchine del tempo” hanno torturato i nostri fanciulleschi pomeriggi trascorsi mangiando “pane e fantasia”. Siamo noi le vere macchine del tempo: è inutile costruire grotteschi strumenti che viaggiano nel tempo… Basta una foto, una madre invecchiata al punto giusto e una discreta automobile che non ti lascia a piedi. E la cosa più straordinaria è che il “meccanismo” funziona davvero!

Infatti, alla fine della stradina ecco apparire dalle nebbie del tempo il “famoso” e tante volte nominato “casello”. Il padre di Giulia, e quindi il nonno di Lele, era stato capostazione delle ferrovie sulla linea Salerno–Potenza e spesso avevano cambiato casa, o meglio casello, per esaudire le volontà della direzione del personale ferroviario: Romagnano, Baragiano, Eboli…

Ma Persano rappresentava il luogo delle massime gioie e dei massimi dolori. L’infanzia felice e naturale tra il tifo da Salmonella che serpeggiava e le riunioni di famiglia alla luce di lampade a petrolio; i treni che transitavano di notte e i bambini che da sotto le coperte li scambiavano per draghi; le storie sui “lupi mannari” che il bisnonno Alberto pungeva con uno spillone giusto in fronte per farli ritornare “umani”; il “verme solitario” che si prendeva con la carne di maiale; la seconda guerra mondiale e le pagelle fasciste; il vescovo di Campagna – Monsignor Palatucci – che mentre aiutava il nipote a salvare gli ebrei dalla deportazione si concedeva momenti di svago pranzando a casa di nonno Michele e svolgendo la funzione di tutore di Adolfo, fratello di Giulia; le biciclette che si potevano lasciare appoggiate ai muri perché “durante il fascismo nessuno rubava” e altre ingenue leggende; la cioccolata degli americani e gli ex alleati tedeschi sempre più arrabbiati con gli “italiani traditori”.

E poi, ancora, i bombardamenti dei “fratelli” americani che come sempre fanno capire, dall’alto della loro potenza militare e tecnologica, chi comanda; la salvezza dalle bombe dormendo nelle gallerie ferroviarie dopo che sirene rauche avvertivano dell’arrivo dei bombardieri statunitensi; le camicette confezionate con il tessuto dei paracadute dell’aviotrasportata americana; i pidocchi dell’esercito italiano; i balilla pentiti; lo sbarco a Salerno; la nonna Clementina malata di malaria e salvata da un veterinario dell’esercito americano che mentre le propinava una purga equina disse ai figli in un italiano stentato: “…Mammà, domani o salvare o morire…O.K.?”; le patate cucinate in tutti i modi perché c’erano solo quelle da mangiare; i ladri “scomparsi” durante il fascismo che riaffioravano per la fame; i vestiti fatti in casa e le scarpe nuove che si attendevano come si attende la nascita di un bambino; il primo ghiaccio fatto da una macchina frigorifera; i primi frutti esotici mangiati grazie a un’acculturata cugina romana; i brani di Glenn Miller e della libera musica americana; i dischi fonografici delle opere di Verdi gettati tra i binari durante i barbarici saccheggi delle truppe tedesche in ritirata; i primi fidanzamenti e le feste alla diga di Persano…

Il casello era non solo l’abitazione del capostazione, che aveva il compito di regolare il traffico ferroviario con le sole forze della vista, della paletta luminosa, del telegrafo e del fischietto, ma era il punto nevralgico dei passaggi a livello, prima della loro automazione… Grosse responsabilità miste a scene di vita casalinga: il berretto da ferroviere posato sul tavolo vicino al pane appena sfornato e alla carne di maiale da insaccare nei budelli.

Di quel nonno fugace Lele conservava solo alcune foto e il fischietto con cui fece partire migliaia di treni tra i fichi d’India, i muri di pietra dove le lucertole s’abbronzavano e le signorine anni trenta fresche di sapone e rossetto appoggiate alle loro biciclette nell’attesa che il passaggio a livello si levasse. La “poetica del treno” non ha eguali tra gli slanci emotivi e artistici dedicati alle invenzioni dell’uomo.

E cosa dire delle stazioni e dei loro antichi arredamenti: le scomode panche di legno duro a strisce che neanche nella casa di un fachiro; le palme piantate forse in epoche d’entusiasmi colonialistici; le fontanelle con il tasto da tenere premuto sennò non bevi; i bagni delle donne più puliti di quelli degli uomini; i campanelli d’arrivo del treno con su scritto il nome della città di provenienza; le tremolanti luci lontane che ti tradiscono sull’arrivo reale del locomotore; le scintille delle frenate dei treni pesanti che d’estate appiccano timidi incendi lungo le sterpaglie della strada ferrata. E ancora: l’odore di piscio che risale dai binari perché c’è sempre qualcuno che va in bagno durante le fermate nelle stazioni; le attese per l’ultimo convoglio sulle panchine di marmo freddo durante le sere estive in compagnia di pensieri tristi e del frinire di instancabili cicale; il chioschetto con le rotelle che vende panini alla salmonella e birre quasi calde; i grossi bracci che servivano acqua alle locomotive durante “l’età del carbone”; le rimesse abbandonate dove riposano le carrozze andate in pensione; il deposito bagagli semideserto; la sala passeggeri divisa per classi e la sala scambi piena di pulsanti luminosi che sono la passione dei bambini…

Tutti questi ricordi erano racchiusi nel suono stridente del fischietto del nonno di Lele.

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Coltivando un’idea

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 settembre 2010 by Michele Nigro

[…] Osservando la campagna lucana all’imbrunire, mentre due gatti miagolano feroci prima di un combattimento, mentre un cane abbaia lontano e la campana del paese suona, scandendo le monotone ore di questo luogo sperduto e ignorato dalla grande storia, mi è venuta in mente un’idea grossolana e primordiale… Utilizzare gli elementi, naturali e umani, già presenti sul territorio della regione Basilicata, per sviluppare una ricerca. Quando dico “elementi” intendo dire odori, colori, suoni, personaggi, sfumature, fatti locali, eventi storici dimenticati, sprazzi fotografici, sussurri, suggestioni, silenzi, case di pietra, legna bagnata, erba, falchi, polli, colombi, tramonti, montagne, stagioni, movimenti di paese, magie, leggende, il significato del tempo, gli strumenti musicali antichi, i tanti esodi di cui si sono perse le tracce, panorami, analogie, trame “fantasy” che s’intrecciano con la realtà… Tutto! Anche solo la luce di un lampione che illumina una siepe potrebbe innescare un flusso narrativo o saggistico… Se ho le idee abbastanza chiare su come procedere nella direzione di una lettura preliminare delle molteplici carte a mia disposizione e della successiva scrittura derivante dal riscontro di tutte quelle analogie che la lettura mi porrà dinanzi, non ho un’altrettanta sicurezza sul versante della condivisione tra questo mondo scritturale e quello potenziale di tipo socio-affettivo: sapersi giostrare tra la carta e “la vita” sarà arduo… Ma non si dice sempre che quando teniamo veramente a una cosa, il tempo alla fine si trova? Forse la soluzione è nella praticità mista alla disciplina: riuscire a essere metodici.

Un altro aspetto che emerge da queste mie poche righe scritte a mano è quello della penna che, scivolando quasi silenziosamente sulla paziente carta, è in grado di far parlare l’anima in modo più efficace dell’elettrica tastiera di un personal computer. E questo già lo sapevo! Chissà se alcune future pagine di questa ricerca ancora in fase embrionale non dovranno per forza di cose essere realizzate proprio utilizzando la vecchia, cara, insostituibile carta imbrattata dall’inchiostro…

Quella della ricerca tolkieniana in terra lucana la vedo ancora come un’idea quasi irrealizzabile: un’impresa per me enorme e che forse mai concretizzerò se non nell’universo della mia fantasia, dove tutto è possibile. Eppure mi è molto caro, ogni volta che ritorno in Lucania e a dire il vero anche quando sono altrove, il pensiero di questo progetto che ancora oscilla nella mia mente tra il narrativo e il saggistico, facendo prevalere quest’ultimo aspetto a causa della natura storico-scientifica della ricerca che mi prefiggo di attuare quanto prima. […]

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