Archivio per cantautore

Poetry Vicenza 2017

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 marzo 2017 by Michele Nigro

(FONTE)

FESTIVAL DI POESIA CONTEMPORANEA E MUSICA
LETTURE/ PERFORMANCE/ RECITAL / TAVOLE ROTONDE

DAL 17 MARZO AL 4 GIUGNO 2017

Il festival di poesia e musica Poetry Vicenza, alla sua terza edizione, rinnova la volontà di aprire le frontiere a una varietà sia di lingue sia di culture. In circa due mesi di eventi ospitiamo, nella città del Palladio, poeti, musicisti, poeti-cantautori, artisti, galleristi, stampatori, editori, attori, critici e traduttori per una lettura particolare della nostra contemporaneità. Con profondità di scrittura e d’impegno intellettuale, e attraverso una dose non indifferente di creatività, questi ospiti ci dimostrano che non si può vivere offuscati né dai facili consumismi né da certi meccanismi del “fare” comune. Il “fare” poetico è altra cosa, anche se spesso biasimato per essere fuori moda, o controcorrente: metterlo “in scena” è la nostra sfida, una sfida consumata in un campo, quello letterario, che può non solo produrre cultura, ma talvolta anche la crescita economica d’un territorio. Preparando questo Festival i sostenitori, di concerto con gli organizzatori, hanno avuto l’intento primario di invitare voci plurali da ogni parte del globo, coinvolgendo diverse associazioni culturali cittadine, e quattro Istituti Superiori perché l’intera città sia teatro d’un progetto comune: quello di donare gratuitamente poesia in luoghi architettonici e artistici esclusivi, e condividerla con le nuove generazioni nella speranza, se non nella certezza, che poeti, pubblici, e operatori riescano a tirar fuori dai recessi d’un’epoca oscurata com’è quella attuale una manciata di pepite lucenti, e impreziosire così il cammino a noi tutti per il resto dell’anno.

Marco Fazzini, Direttore artistico di Poetry Vicenza

I protagonisti, le date, i luoghi

MARTEDÌ 21 MARZO –  Palazzo Leoni Montanari, ore 18.00
GIORNATA MONDIALE POESIA: AMORE TRADUTTORE.
5 POETI PER LA TRADUZIONE. LETTURE E TESTIMONIANZE DI:
ANNA MARIA CARPI, FABIO SCOTTO, BIANCA TAROZZI,
RINO CORTIANA, ANDREA MOLESINI.
A cura di Biancamaria Rizzardi
Musiche di Paolo Birro

VENERDÌ 31 MARZO – Der Ruf, ore 21.00
CORDE MIGRANTI: SYLVIE GENOVESE
UNA PERFORMANCE DI MUSICA E POESIA

SABATO 1 APRILE – Palazzo Chiericati, ore 18.30
CENTRO/PERIFERIA
JEFFREY WAINWRIGHT (INGHILTERRA)
→ A cura di Gregory Dowling
LASANA M. SEKOU (ST MARTIN)
→ A cura di Michela Calderaro
Musiche di Massimo Tuzza (percussioni) e Filippo Rinaldi (basso)

DOMENICA 2 APRILE – Palazzo Leoni Montanari, ore 18.00
DUE POETI-CANTAUTORI
ERIC ANDERSEN (STATI UNITI) e MICHELE GAZICH (ITALIA)
→ A cura di Marco Fazzini

DOMENICA 9 APRILE – Hands, ore 18.00
LEZIONE D’AUTORE: HAIKU E ZEN
→ Con il filosofo e saggista Giangiorgio Pasqualotto

SABATO 15 APRILE – Palazzo Chiericati, ore 18.00
LIBRO D’ARTISTA: FULVIO TESTA PER G. BAFFO (1694-1768)
→ Con l’artista Fulvio Testa e l’editore Alberto Tallone

DOMENICA 23 APRILE – Palazzo Leoni Montanari, ore 18.00
POESIA NELLA TRASPARENZA DEL SUONO
SOLENSENBLE: DEL CHIARO E DEL DIVINO
Coro di voci femminili. Silvia Paoletti, Chiara Pierangelo, Silvia Pollet,
Bianca Simone, Elisabetta Tiso, Rossana Verlato

SABATO 29 APRILE – Palazzo Leoni Montanari, ore 18.00
TRA LETTERATURA E SCIENZA NEL-MONDO-A-VENIRE
PAOLO FERRARI: VOCE E PENSIERO
Presenta: Susanna Verri
→ 
Voci recitanti: Paolo Ferrari ed Erika Carretta
→ Musiche e voce di Paolo Ferrari (piano)

DOMENICA 30 APRILE – TheArtsBox, ore 18.00 
CARATTERI MOBILI, CARTE, TORCHI, EDITORI DI PREGIO
Incontro con gli editori e stampatori Silvio Antiga, Martino Marderstaig, Lucio Passerini
→ A cura di Daniela Brunelli, Presidente Società Letteraria di Verona
→ Musiche di Victor Valisena

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“Nessuno nasce pulito”: la playlist (vol.I)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto 2016 by Michele Nigro

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Può un libro di poesie avere una propria playlist musicale? A quanto pare : d’altronde la poesia è anche musica e la musica da sempre attinge dalla poesia per rifornirsi di parole. Quindi niente di nuovo… La playlist qui presentata è composta da brani, direttamente o indirettamente, “vicini” alle poesie della raccolta “Nessuno nasce pulito”. Brani eterogenei che, rispettando l’ormai collaudata idea di webpoetry che coltivo da anni su questo blog (accostando parole, immagini e musica), sono stati scelti perché in sintonia con i versi durante la creazione dei componimenti – anche se l’atto poietico avviene prevalentemente nel silenzio, seguendo le immagini della mente e la musicalità interiore – o perché, come è successo in alcuni casi, addirittura l’hanno ispirati o perlomeno influenzati. A volte s’intuisce l’abbinamento con una poesia del libro, altre volte no: all’ascolto la miscellanea prodotta crea un effetto interessante, come in un lento viaggio attraverso paesaggi differenti l’uno dall’altro, di poesia in poesia. Per il momento sono riuscito a isolare solo un numero di brani (26) sufficiente ad allestire un primo volume, in seguito forse ne cercherò altri. Buon ascolto e, ovviamente, buona lettura!

Per ascoltare la playlist su Spotify, clicca qui!

Vinicio Capossela nel paese dei coppoloni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 gennaio 2016 by Michele Nigro

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Lo so, ora siete tutti presi dal successo ai botteghini del film di Checco Zalone e vi starete ancora piegando dalle risate per le sarcastiche sferzate che il geniale comico barese ha inflitto alle italiche debolezze, ma desidero tentare ugualmente di buttare giù alcune considerazioni riguardanti una pellicola che certamente non avrà le fortune economiche di Zalone (e come potrebbe in soli due giorni di programmazione nelle sale?) e che merita un altro tipo di analisi e di apprezzamento. E nel farlo contrapporrò alla domanda “Quo vado?” formulata da Checco Zalone, scimmiottando il titolo di un famosissimo kolossal del ’51, un’altra ben più consistente e profonda che Vinicio Capossela porge insistentemente a se stesso e agli spettatori nel corso del suo film intitolato “Vinicio Capossela – Nel paese dei coppoloni” (e ispirato al romanzo – “Il paese dei coppoloni” – scritto dall’artista di origine irpina): <<Chi siete? A chi appartenete? Cosa andate cercando?>>. Una serie di domande che non hanno un tono severo come quelle rivolte dal doganiere ai poveri Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”, ma posseggono la delicatezza di chi semplicemente desidera riscoprire le proprie radici, e l’urgenza “filosofica” di chi vuole dare un senso meno superficiale al proprio esistere. Le risposte a questo trittico di domande saranno di volta in volta diverse per ognuno di noi: per Capossela, cantautore e musicista polistrumentista, una sarà <<vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri…>>, anche se indipendentemente dal tipo di risposta (e di interessi culturali ed esistenziali), si scorgerà una radice comune a motivare la ricerca: il bisogno di raggiungere gli archetipi del nostro esistere. E per farlo occorre ritornare alle origini, incontrare personaggi e visitare luoghi, ascoltare racconti, confrontarsi con simboli primordiali, riscoprire oggetti arcaici dimenticati e seppelliti dalla grande storia; riappropriarsi della tradizione non per rimanerne prigionieri ma per comprendere meglio il proprio cammino, giustificarlo nel tempo presente.

Vinicio Capossela compie questa operazione con stupore fanciullesco, assecondando una certa predisposizione al meraviglioso, immerso in quell’atmosfera onirica appartenente da sempre al “personaggio Capossela” e che già caratterizza le sue opere musicali, ma anche con la consapevolezza di chi sa perfettamente cosa cercare e dove: di tanto in tanto, tra un capitolo e l’altro del film, immerge fogli scritti nell’acqua o li getta nel fuoco, come a voler riconsegnare un significato al significante, come a voler dire che le storie raccolte e raccontate appartengono prima di tutto agli elementi, alla natura, e in secondo luogo alla parola e all’uomo che è di passaggio. Gli archetipi sono eterni: l’uomo li fa propri per il tempo che gli è concesso vivere, per poi restituirli al legittimo proprietario, a madre natura che li conserva ed elargisce a chi sa leggerli.

<<A chi appartenete?>>, perché noi non siamo liberi ma siamo legati – apparteniamo, appunto – a una storia, un territorio, un popolo, una famiglia, una tradizione. Possiamo nascere in Germania, come è capitato a Vinicio Capossela; possiamo allontanarci dall’appartenenza assecondando percorsi controculturali o per altre esigenze pratiche, ma alla fine dobbiamo dare ascolto a quei richiami ancestrali che fanno vibrare la nostra intimità genealogica. La mitologia paesana, tra un aneddoto e un canto antico, è il patrimonio ereditato da chi comincia questo viaggio: un viaggio a ritroso nel tempo “non tanto per conoscere, quanto per ri-conoscere e quindi riconoscersi”; lo stesso Capossela definisce il romanzo da cui è tratto il film come un romanzo picaresco, “un libro di cammino”: lungo la strada il viandante legge i segni abbandonati, arrugginiti, appartenenti a un insegnamento non scritto ma tramandato per altre vie, ausculta gli oggetti che hanno ancora tante storie da raccontare. Anche la descrizione di un matrimonio d’altri tempi o di un piatto da cucinare contiene istruzioni provenienti da epoche lontanissime e sagge. Il messaggio è nelle cose, nelle forme che la natura offre al viandante, nella musica ottenuta con strumenti arcaici… A confortare questa teoria c’è un punto nel film in cui Capossela afferma che il sacro ha abbandonato i luoghi deputati alla sacralità, ovvero le chiese: da lì se l’è svignata; il sacro si è trasferito in luoghi e oggetti prosaici, perché come dice lo stesso Capossela l’obiettivo (del libro e del film) è quello di far prevalere la verità dell’immaginazione sulla menzogna della realtà. Solo chi usa la propria immaginazione può cogliere la bellezza e il sacro lì dove gli altri non andrebbero mai a cercarli. E infatti grida Capossela in una scena del film, mentre cavalca una trebbiatrice volante: “Al Padreterno le cose inutili gli sono sempre venute bene!”

Logiche autunnali

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“Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza”

(“Nomadi”, Juri Camisasca)

 

Logiche autunnali

La gioia perversa del declino

Che cos’è l’autunno se non un’anti-primavera, una meta-stagione, un video reverse della natura, un’idea per canzoni e poesie, l’attesa gioiosamente malsana di un periodo sospeso senza energia e senza speranza, il movimento rallentato verso l’angolo spento di un ciclico andare?

Le ingenue illusioni primaverili e le forzate previsioni generate da un ottimismo solare lasciano il posto a un’assoluta e salvifica mancanza di pretese, non priva di fede: si attende il nulla con fiducia, il letargo dell’iniziativa con un’operosa umiltà, la contemplazione di un’apparente morte stagionale che invece è vita, sobria e sfornita di annunci vacanzieri.

Veni l’autunnu
scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi
e accumincia ‘a scola [1]

Vi può essere felicità nell’immagine statica di muti rami spogli?

Mentre la primavera è un tempo durante il quale il corpo e la mente si preparano all’azione indispensabile e vincente, alla sensualità che previene i rimpianti per le occasioni perse, citate ne “Le passanti” di Fabrizio De André, l’autunno è la stagione del libero arbitrio, dell’atarassia e del disincanto: si può scegliere di seguire l’assopimento pre-letargico dettato dal momento o coltivare una non richiesta intraprendenza fuori tempo.

La sorpresa che possiamo offrire a noi stessi consiste nel traslare una vitalità scontata e pubblicizzata – silenziosamente ma con piglio inesorabile, mentre le foglie cominciano a cadere preannunciando la periodica fine di un necessario slancio riproduttivo – dall’epoca della linfa bollente a quella del freddo esistenziale che nasconde gallerie di ghiaccio percorse a sorpresa dall’aria calda di un’insospettabile passione. La scelta, compiuta in una fase durante la quale – a differenza dell’estate – nessuno pretende niente dagli altri, è più autentica, non sottoposta a pressioni dogmatiche travestite da favorevoli previsioni del tempo che inducono all’impresa.

Ho tentato di vivere ad oltranza

superando la capacità genetica a gioire

ricevuta in eredità dal caso

ma era ridicolo quello strafare inquieto

con cui tradivo la mia natura silente.

Scelsi uno sguardo corrucciato a coprire

la felice verità invisibile agli occhi dell’ovvio,

sviando il giudizio di masse superflue

con rari sorrisi come caramelle per stolti. [2]

L’uomo autunnale, lasciandosi forgiare dal silenzio che ama e cerca, pregusta la landa gelida del futuro imminente di cui sarà protagonista incontrastato il Generale di napoleonica memoria: egli, l’uomo dell’equinozio d’autunno, sorride dinanzi allo schermo grigio e uggioso dell’inverno intravisto all’orizzonte, lì dove altri rabbrividiscono, s’intristiscono, foto-deprimendo il loro ego, rifugiandosi in un nuovo e lontano miraggio primaverile, prigionieri di un ciclo meteorologico senza fine (nonostante, a dire di qualche cittadino non avvezzo alla campagna, non ci siano più le mezze…).

L’autunnalità non è mai stata solo una condizione meteorologica: perché, come recita il titolo di una canzoncina di Dear Jack, “La pioggia è uno stato d’animo”. È realmente autunno solo quando è autunno in te! Ci siamo convinti del fatto che siano le intemperie a influenzare la nostra interiorità emotiva – il che per alcuni, i meteoropatici ad esempio, e nella fattispecie i cosiddetti “depressi invernali” affetti da SAD (Seasonal Affective Disorder), è anche vero – mentre invece è esatto il contrario: vi può essere una “felicità perversa” (perversa per i discepoli della Dea Melanina) in un giorno senza sole, nel rumore della pioggia (“… Odi? La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitío che dura/e varia nell’aria/secondo le fronde/più rade, men rade…” [3]), in un bosco innevato, nei lampi notturni come flash provenienti dalla macchina fotografica di un dio pronto a immortalare l’umana caducità, nell’impari lotta metropolitana a suon di soffiatori e rastrelli contro le feuilles mortes [4] simili a pensieri rinsecchiti raccolti alla fine di un’estate, nel vento forte che prepotentemente s’incunea nelle narici al punto da farci pensare – in preda a un inebriante senso di rianimazione – di non aver mai respirato fino ad allora… Felicità per un peggioramento del meteo che non metta a rischio, sia chiaro, l’incolumità degli abitanti di un territorio, come accade troppo spesso a causa di una trasandatezza amministrativa che sfocia in un dissesto idrogeologico mortale!

Vuoi mettere una giornata uggiosa

nuvole nere in cielo

minacciose e severe come matrigne

con la solare prevedibilità dell’io estivo?

Vorresti paragonare i misterici scrigni

e le magiche elucubrazioni

di un pomeriggio desolato e grigio

con i vortici popolosi delle feste?

“Datemi un temporale

una biblioteca

un gatto nero

… e vi trasmuterò il mondo!”

Un’acquosa aria elettrica

m’invita ad esplorare

i cauti incubi del quotidiano.

Vi ho mai parlato dei danni

che i raggi solari dell’ingenuo

mi causano sulla pelle dell’anima?

Lo spirito casalingo del fuoco

illumina i sapienti libri eterni,

lontano dai percorsi consueti

di un borghese “dì di festa”.

E speriamo che piova ancora. [5]

L’uomo delle solitarie passeggiate su strade di foglie morte ricerca la vita in quei luoghi in cui la maggioranza dei suoi simili ha smesso di cercarla, perché così è stato insegnato loro dal pratico buonsenso di un immaginario collettivo limitato.

E mi piaceva camminare solo
per sentieri ombrosi di montagna,
nel mese in cui le foglie cambiano colore,
prima di addormentarmi all’ombra del destino… [6]

La soddisfazione derivante da un’apparente stabilità esistenziale e la voglia di intraprendere un nuovo cammino a volte sono incompatibili: per cominciare una ricerca (fosse anche solo una quest vissuta nella nostra mente!) occorre avere il coraggio di mettersi in discussione, abbandonando le proprie comode certezze:

No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo. [7]

E l’inizio di un autunno è il momento propizio per entrare in crisi (dal latino crĭsis, dal greco κρίσις – krísis: “decisione”, “scelta”, “giudizio”, “separazione”…) perché:

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità… [8]

Un’esistenza rallentata ma rigogliosa pullula nei silenziosi sottoboschi tramortiti dai primi freddi mattini, compagni di soli pallidi e senza gloria che attendono di prevalere sulle nebbie come il sole di Austerlitz.

Non fa promesse l’autunno: esso semplicemente è, prendere o lasciare (ma lasciare per andare dove? Ai Caraibi, come quelli che inseguono l’estate per paura del freddo e del fisco?); immobile come la natura in pausa sul bordo nuvoloso dell’inverno; deciso preparatore atletico per tempi duri; severo come chi ha l’ingrato compito di annunciare ai presenti che la festa è finita.

L’autunno è un “tipo serio”, tempo assertivo nonostante il suo essere congiunzione, ma dotato di dolcezza e di comprensione infinite: ti lascia prendere le ultime cose da terra, ti attende sull’uscio, ti fa preparare le valigie con calma, senza la nevrosi dei viaggi estivi, mentre ti illustra con voce sussurrata il programma per i mesi successivi, ovvero mentre ti rivela che in realtà non c’è alcun programma, perché la vocazione dell’autunno è quella di essere zona sospesa dell’andare pubblico, angolo privilegiato per la riflessione che precede il cristallizzarsi degli intenti, attimo transitorio – e non ancora del tutto incantato – verso il gelo definitivo, nel corso del quale prendere le ultime decisioni sfuggite all’afoso caos agostano.

Sembra che ti metta fretta con la sua presenza: l’anno in fin dei conti è agli sgoccioli; ma l’autunno ti lascia libero dinanzi all’inesorabilità del nulla e della morte. Vuole che l’incontro tra te e l’infinito sia onesto e concreto, voluto anche se inevitabile; disintossica il ritmo della vita dalle frivolezze estive per far compiere all’uomo la sua scelta in maniera meditata ed equilibrata.

L’estate sta finendo e un anno se ne va,
sto diventando grande: lo sai che non mi va [9]

In realtà è bello invecchiare (“…Viva la Gioventù,/che fortunatamente passa,/senza troppi problemi…” [10]); o meglio: è bello raggiungere un’età – diversa per ognuno – in cui saggezza e possibilità di azione, esperienza e progettualità, siano in perfetto equilibrio. Saper convertire il “diventare grandi” da condizione opprimente a ottima opportunità, questo è o dovrebbe essere l’obiettivo del crescere. La fine dell’estate non deve essere vissuta come una feroce deprivazione da parte del tempo, bensì come una parentesi durante la quale analizzare in piena libertà e serenità il cammino compiuto, per raccogliersi in vista di nuove possibilità. E l’autunno, che segue questa fine, è il periodo ideale – più della primavera – per ricominciare: come accade durante l’imbrunire (… clemente è l’imbrunire/balsamo serale per animi piagati… [11]), è il momento in cui, liberati dalla morsa dei raggi solari, ci si confida di più, mimetizzati dalla semioscurità.

Poche le cose che restano alla fine di un’estate
La quiete dei colori autunnali si rifletterà sulle strade e sugli umori
Come il dolce malessere dopo un addio. [12]

Le carni espanse e sguaiate, cotte al sole dell’assurdo, rientrano nei ranghi di un’estetica composta; la mente spiaggiata su orizzonti impropri si ricompone pian piano, cercando pensieri semplici e familiari. L’umanità reduce dai flussi migratori del consumismo (in antitesi scaramantica a quelli recenti per disperazione, fame e guerre), spinta da paure ancestrali riproposte dalla saltuaria consapevolezza della sua precarietà su questo pianeta, comincia a trasformare e conservare i frutti raccolti dall’edulcorato entusiasmo estivo. L’uomo-conserva, adoperando barattoli e cotture prolungate, batte in ritirata accampandosi tra le mensole di una dispensa interiore, mentre l’uomo autunnale avanza con vitalità e passo coraggioso sotto le prime dolci piogge, come se si apprestasse a vivere l’occasione irripetibile e fanciullesca di una gelida estate.

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Faber… Vita, Amore, Anarchia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 28 aprile 2014 by Michele Nigro

1660513_622209314538084_4136706508286725222_nPompeilab ricorderà Fabrizio. Musica, poesia e parole saranno l’anima. Band locali, amici ed affetti ne saranno i portatori.
Per il sesto anno consecutivo Pompeilab prova, pur conoscendo la difficoltà e la complessità dell’impresa, ad abbracciare Fabrizio De Andrè a 15 anni dalla sua scomparsa.
Il poeta, “precauzionalmente un cantautore”, ha lasciato la sua voce nei nostri genitori prima che in noi, e resterà indelebile anche nei nostri figli di oggi e di domani. L’arte di Faber la riscopriamo ogni giorno nelle sue parole ed in quei mille pensieri che, fatti poesia, riescono a palesarsi dinanzi ai nostri occhi nei tanti attimi di vita quotidiana. In un dolore come in una gioia. In un sorriso di una passante come negli occhi della donna amata. Nelle lotte di un popolo contro un sopruso così come nella consapevolezza dell’amarezza della vita ogni volta che ci cascano addosso pesi e responsabilità.

(FONTE)

Il “Telesio” olografico di Franco Battiato e la teoria dell’universo ologramma

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 aprile 2014 by Michele Nigro

il-tredicesimo-piano

Se si ritornasse veramente a se stessi,

nel senso auspicato da Agostino,

nel senso del reditus in se ipsum,

sparendo il mondo esterno,

sparendo la natura, spariremmo noi stessi.

Dobbiamo riversarci interamente fuori di noi, per essere

(dal Primo Atto)

Si legge nel Manifesto del Connettivismo: <<Noi crediamo che il mistero dell’universo sia codificato in una chiave inafferrabile e indistruttibile: l’ologramma. Il principio olografico, il modello olonomico della mente e l’olomovimento: dalla struttura della realtà ai nostri schemi di senso la percezione conosce un solo paradigma, che racchiude le istanze della relatività e dell’indeterminazione.>> Il poliedrico musicista siciliano Franco Battiato grazie al suo Telesio, opera lirica in due atti e un epilogo dal libretto originale del filosofo Manlio Sgalambro, dimostra di aver rielaborato in forma teatrale un paradigma non più confinato in ambito teorico e scientifico ma fruibile a livello pratico, adattandolo a una ben precisa esigenza artistica. L’assenza fisica degli attori sulla scena, sostituiti da proiezioni olografiche preregistrate, realizza la relatività della percezione, sorprendendo i puristi dell’unicità del momento recitativo incarnato dalla presenza, ogni sera diversa e irripetibile, di persone reali.

Ma che cosa significa essere reali? Battiato non sceglie a caso l’olografia per rappresentare scenicamente la vita e il pensiero Bernardino_Telesiodel filosofo cosentino Bernardino Telesio, XVI secolo, che, criticando la fisica aristotelica basata su principi universali come materia, forma, sostanza, tentò di far capire ai suoi coevi la funzione principale svolta dalla percezione sensoriale nella spiegazione dei principi primi che sono alla base degli eventi naturali.

Telesio non conosceva l’olografia e non aveva a disposizione la meccanica quantistica. I sensi possono essere più importanti di una spiegazione metafisica: e quindi via dalle tavole attori e pesanti scenografie da trasportare di teatro in teatro. Battiato abdica alla materia e affida tutto all’illusione dei sensi. La scelta tecnica di questa particolare esperienza artistica si lega in maniera indissolubile ai contenuti del pensiero filosofico rappresentato. L’illusione della tridimensionalità offerta dall’olografia vince sulla falsa autorevolezza della materia. Grazie alla memorizzazione dell’informazione visiva, in seguito proiettata per mezzo di una luce laser, lo spiritus degli attori – per dirla alla Telesio! -, o meglio la loro passione recitativa, il movimento teatrale, il canto, unitamente agli allestimenti scenici, sopravvivono all’assenza fisica dei corpi e delle scenografie. Non si tratta di una semplice videoregistrazione di cui siamo consapevoli: l’ologramma sfida la coscienza disinformata sulla vera natura del visto. Come a voler dire: non è importante se sei a conoscenza della reale esistenza di quello che vedi, perché conta innanzitutto la percezione (o sarebbe meglio dire l’intuizione) dei contenuti.Battiato_Sgalambro

Solo il suono, e quindi la musica, è un fattore cosmico primordiale: pur essendo soggetto alle stesse regole della fisica quantistica, grazie alla sua preesistenza (lo sciamanesimo druidico, e non solo, ritiene che la musica sia un elemento inscindibile dalle origini dell’universo e collegabile al biblico “In principio era il Verbo” ovvero il suono iniziale che spiega la cosmogonia) ha un posto privilegiato nell’economia scenica. Uniche presenze dotate di consistenza fisica durante la prima, infatti, sono i musicisti dell’orchestra diretti dal Maestro Carlo Boccadoro: legame sopravvissuto tra sogno e realtà, l’immaterialità del suono prodotto dal vivo fa da trait d’union tra l’ologramma e la materia umana pagante presente in sala sotto forma di spettatori ben vestiti. Il concetto di truffa viene in tal modo sostituito dal bisogno di evoluzione: il fatto di aver acquistato un biglietto per vedere ologrammi invece di attori impegnati a sudare sotto i riflettori, a cantare e a ricordare battute, deve essere accolto come una sfida filosofica lanciata alle proprie abitudini sensoriali.

Viviamo in un universo strettamente interconnesso: nessun individuo è totalmente indipendente (anzi non lo è per niente), tutto è collegato a un ordine implicito invisibile. Superare la materialità dell’attore è solo il primo passo verso la scoperta di una nuova dimensione in cui siamo, olisticamente parlando, immersi. La fisica quantistica annulla l’importanza di un io organizzato ma illusorio; la soggettività (e quindi il malsano desiderio d’interazione tra attore e spettatore) è il residuo di una presunzione meccanicistica destinata, con il tempo e con l’umiltà derivante dall’esercizio di un altro tipo di osservazione, a estinguersi. La natura, c’insegna il pensiero di Telesio, va studiata attraverso i sensi e contemporaneamente per mezzo della negazione di questi: allo stesso modo l’esperienza sensoriale dell’ologramma minaccia il dominio della materia, perché quello che conta è la connessione delle parti tra di loro e con il tutto, e non la loro presunta autonomia.

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In principio era il Suono…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2013 by Michele Nigro

Angelo Branduardi - Satriano di LucaniaIl concerto di Angelo Branduardi, ieri sera nella piazzetta centrale di Satriano di Lucaniaun gradevole paesino della mia amata Basilicata, è cominciato con una doverosa premessa, condivisa quasi sottovoce dall’Artista e in maniera ieratica come se fosse un segreto da maestro a discepolo: un suggerimento su come predisporsi all’ascolto del suo live partendo da lontano, da un incipit evangelico, da una teoria al limite dell’esoterico. A Branduardi non interessano più di tanto le “canzoni”: la sua esperienza cantautorale affonda le radici in una ricerca sonora primordiale, in quel confine sottile, poco visibile e quasi impercettibile che separa la scienza del suono da una “spiritualità che non va confusa con la religione”, ci tiene a precisare il grande menestrello, autore di pagine importanti della storia musicale italiana e internazionale. 

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…” leggiamo nella Bibbia e precisamente nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18). Siamo stati educati – ricorda Branduardi – a interpretare il termine Verbo come “parola”, ma altre traduzioni e tradizioni (più antiche e non meno importanti di quella cristiana) ci rivelano che il Verbo usato nel Prologo dall’evangelista Giovanni in realtà coinciderebbe con il Suono, non in senso “musicale”. Dio nel momento della creazione non si è espresso, non ha parlato, non ha pronunciato parola alcuna (Dio non è un essere superiore che blatera, non è parola ma azione; il Verbo che è presso Dio, al punto da coincidere con Dio stesso, indica l’agire, il fare che crea, il pensiero che dà vita al mondo), ma ha delegato al Suono, quale strumento del fare, alla vibrazione sonora, la responsabilità di mettere in moto e in ordine i componenti inerti dell’universo in vista della costruzione del Creato. Una verità esoterica tenuta per definizione nascosta, o volutamente male interpretata, dalla religiosità occidentale “ufficiale” forse perché troppo meccanicistica, naturale; o forse perché in occidente siamo stati educati a un Dio padre “antropomorfizzato” che, nonostante il libero arbitrio, dall’alto muove i fili del teatrino e una teoria del genere sarebbe terribilmente vicina a una spiegazione fisica e quindi scientifica e non divina e misteriosa. Anche se la teoria del suono all’origine dell’universo non spiega tutto e rimane essa stessa un affascinante mistero che trova alcune timide spiegazioni in antichissimi insegnamenti e tracce religiose che si perdono nel tempo.

Dal Suono deriverebbe il tutto visibile e invisibile, e lo sciamano rappresenta l’esempio più autentico e antico di “ingegnere del suono” prestato alla spiritualità: i suoni prodotti dallo sciamano nel corso dei suoi riti inducono a una ricerca interiore e l’alterazione dello stato di coscienza che ne consegue è l’unica strada per la visualizzazione di un mondo spirituale altrimenti inaccessibile e per ritornare a quel Suono originario a cui si fa riferimento nel Vangelo di Giovanni.

Branduardi prima di cominciare lo spettacolo ha invitato il pubblico a ritrovare una concentrazione interiore che non deve coinvolgere solo i musicisti bensì tutti, e che non prevede il delirio insensato per la canzonetta: anche il suono prodotto su un palco durante uno spensierato festival estivo deriva da quel Suono primordiale e creatore, senza soluzione di continuità. Quindi la musica è uno strumento mistico, è spiritualità, è consapevolezza di non essere creatori ma semplici sub-creatori, mediatori e prosecutori di un Suono antichissimo. Lo sciamano Branduardi, oltre alla riproposizione d’ufficio dei brani popolari appartenenti al suo repertorio, ha saputo emozionare e catturare l’attenzione più intima del pubblico, trasportandolo verso uno sperimentalismo apparentemente improvvisato, come nel caso della registrazione dal vivo di alcune tracce sonore eseguite con il proprio violino e utilizzate come base musicale per un successivo brano. Si tratta di momenti unici, irriproducibili, personalizzati, che vanno oltre il “brano famoso” o il coro da stadio. La vera ricerca musicale che “guarisce” è questa.

L’ “Apriti Sesamo” tour e il ritorno del tappeto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 24 febbraio 2013 by Michele Nigro

Battiato Roma 20-2-2013

Nel primo dei concerti romani dell’ “Apriti Sesamo” tour, lo scorso 20 febbraio 2013, Franco Battiato forse ha voluto farci capire principalmente due cose: che la vita è fatta di “ritorni” e che la ciclicità esistenziale è una regola da accettare giocando. E Battiato gioca tornando a sedersi sul suo ormai mitico “tappeto da concerto” (che, se non erro, non utilizzava da un po’ di tempo), rimettendosi a stuzzicare il pubblico con una piccola tastiera elettronica allestita ad altezza di tappeto o trasformando la struttura musicale di un brano sempreverde di Juri Camisasca“Nomadi” – affidando l’incipit a un’insolitamente quieta chitarra classica suonata da Davide Ferrario (un bravo musicista che generalmente vediamo piegato sulla sua chitarra elettrica, sfidando le normali leggi della fisica lombare!). Ritorni contenenti videoclip degli anni ’80 usati come sfondo per il concerto e geometrie allucinogene in movimento – sempre alle spalle della sua band “classico-rockettara” – per rispolverare gli antichi fasti della sperimentazione elettronica degli anni ’70 che, come ammesso dallo stesso Battiato, all’epoca provocò in altre parti d’Europa e nel mondo un successo superiore a quello ottenuto grazie agli album successivi e più “popolari”.

Partendo dal bis, forse la parte più interessante del concerto (vedi video incluso in questo post), Battiato ricanta “Aria di rivoluzione” dall’album “Sulle corde di Aries”: che l’assessore di Rosario Crocetta si sia invaghito del programma politico di Ingroia? Il video che sta circolando in rete in questi giorni, in cui il cantautore siciliano fa gli auguri ad Antonio Ingroia definendolo “uomo libero”, sembrerebbe confermare una simpatia di Battiato per quelle formazioni politiche – compreso il M5S di Grillo – che durante queste elezioni avranno il compito, stando ai sondaggi, di scardinare i vecchi schieramenti residenti in parlamento da tanti, troppi anni. Anche Battiato è un uomo libero, e valuta gli uomini e le donne impegnate in politica in maniera trasversale, al di là dei colori: mentre augura il meglio a Ingroia (che non ha avuto un rapporto idilliaco con Bersani durante la campagna elettorale), durante uno dei suoi brevi monologhi cuscinetto tra un brano e l’altro, il Maestro cita il senatore del PD Enzo Bianco, seduto nelle prime file dell’auditorium Conciliazione e candidato a sindaco di Catania (si comincerà a discutere delle amministrative catanesi, precedute dalle consuete primarie che ormai caratterizzano tutti gli appuntamenti elettorali del centro-sinistra, subito dopo le politiche nazionali del 24 e 25 febbraio). Anche quello politico è un ritorno: dopo la passione “radicale”, Battiato a distanza di anni riscopre il coinvolgimento nella politica (anche se indirettamente non lo ha mai smesso di fare: canzoni come “Povera patria” e “Inneres Auge”, presente nel bis di Roma, rappresentano una forma diversa di politica). Questa volta impegnandosi in prima persona nel miglioramento della cosa pubblica, e precisamente di quella culturale siciliana (e italiana). Ce la farà nonostante le casse regionali vuote? Vedremo. Di “vuoto” Franco Battiato se ne intende, ma stavolta il “senso di vuoto” provocato da un certo tipo di politica sarà duro da sconfiggere. In Enzo Bianco Battiato vede una possibilità di riscatto per la città siciliana cara al nostro musicista; così come in Battiato molti fan, siciliani e non, rivedono una possibilità di ritorno verso quote culturali più alte, senza per questo sperperare denaro pubblico.

E si diverte a ritornare anche sul “Telesio”, cantando per la prima volta un brano affidato nell’opera al sopranista Paolo Lopez. Coinvolgente, sempre durante il bis, la rivisitazione di “Propiedad Prohibida” ripescata da “Clic”.

Dopo un inizio dedicato al suo ultimo album “Apriti Sesamo”, e che dà il nome al tour, Battiato ritorna a cantare, per la gioia dello spirito di chi sa di portarsi a casa un’esperienza estatica, prelibatezze del tipo “Il Mantello e la Spiga”, “L’ombra della luce”, “Lode all’Inviolato”: brani non recenti che si collegano perfettamente alla tensione spirituale del nuovissimo “Un irresistibile richiamo”.

Ritorni, insomma: come quelli verso territori interiori trascurati a causa di una vita effimera, la nostra, che spesso ignora la spiritualità. Chiudere il cerchio riscoprendo antiche ricerche musicali, senza rimpianti, senza esaltare l’importanza del cammino compiuto. Con leggerezza.

Un po’ inflazionato a mio avviso, mi perdoneranno gli altri estimatori, il clichè della corsa sotto il palco a suon di “Cuccurucucù”: forse un modo per ritornare a quote terrene prima di uscire in strada, dopo la fine del concerto, o forse solo una comprensibile scusa per andare a sfiorare la mano di un uomo che è sempre più limitativo definire semplicemente ‘cantautore’. Battiato, al di là dei concerti, è prima di tutto un ricercatore, un punto di riferimento spirituale, oserei dire “un’immagine divina di questa realtà”.

Un sogno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 9 febbraio 2013 by Michele Nigro

Raramente ricordo i miei sogni…

GEORGE BENSON

C’è un monumento a Roma, forse una chiesa trasformata in museo, che ha una fessura lungo uno dei suoi muri di pietra esterni. Secondo un’antica leggenda chi infila in quella fessura un proprio oggetto, riceverà in cambio fortuna, felicità e una lunga vita. George Benson, in visita a Roma con la sua famiglia – la moglie, una giovane e bella donna di colore, era vestita elegantemente, coperta da uno scialle e portava i capelli sciolti -, aveva deciso di infilare nella fessura del monumento romano, dopo averlo avvolto in un panno bianco, una copia della sua autobiografia. Prevenendo il suo gesto dissi: “Aspetta! Prima di lanciarla nel buio di quella fessura, fammi leggere la tua autobiografia.” Mi accontentò. George Benson avrebbe avuto altri ventun’anni di vita felice, interrotta non si sa bene da cosa… Tentai di entrare nel monumento per capire la funzione di quel luogo magico ma un custode severo mi fermò facendomi notare che si entrava lì dentro gratuitamente solo di mercoledì. E il giorno in cui incontrai George Benson a Roma non era un mercoledì.

Mimmo Cavallo e la questione meridionale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 dicembre 2012 by Michele Nigro

Ricevo dal contatto Youtube Tullietto 76 e con piacere divulgo una notizia musicale interessante e “rivoluzionaria”…

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<<… Ti comunico che è in vendita in tutti i negozi di dischi il nuovo album di Mimmo Cavallo, dal titolo QUANDO SAREMO FRATELLI UNITI, disponibile anche online su diversi siti come Amazon e IBS. Premesso che il grande Rino Gaetano nel lontano 1980 definì Mimmo Cavallo il suo alterego, ti invio sei link contenenti tre nuovissimi brani del geniale cantautore pugliese “FORA SAVOIA”, “SIAMO BRIGANTI” ed “EZECHIA DA VERONA”, e i link del fan club, del sito e del profilo facebook. Tra le altre cose Mimmo Cavallo è in tour nei maggiori teatri italiani con due spettacoli favolosi: il primo dal titolo “COME DIVENTAMMO ITALIANI”, l’altro “FORA SAVOIA”. I due spettacoli stanno registrando il tutto esaurito ovunque. Dal momento che oramai la televisione pubblica è diventata un enorme contenitore puzzolente di merda, in cui invitano i soliti falliti e le solite mignotte di turno, internet credo rappresenti una validissina alternativa per far conoscere a quanta più gente possibile grandi artisti come Mimmo Cavallo, quindi se puoi divulga la notizia. Il nuovo lavoro discografico dell’artista salentino è un capolavoro assoluto, contiene ben 16 brani e, pensa un po’, è in vendita al prezzo stracciato di appena 10 euro. Le canzoni dell’album vanno dal rock al blues al folk, senza tralasciare elementi di musica etnica: è davvero una meraviglia, tant’è che da alcune fonti giornalistiche è stato definito il lavoro più fresco e ispirato dell’ultimo ventennio. C’è da aggiungere ancora che Mimmo Cavallo è stato ed è tutt’ora uno dei più grandi autori di canzoni scritte per altri cantanti, infatti ha composto per Mia Martini, Fiorella Mannoia, Loredana Berte’, Ornella Vanoni, Gianni Morandi, Mariella Nava, Syria e per Zucchero il gettonatissimo brano “Vedo Nero”. Inoltre c’è da ricordare che Mimmo Cavallo in un certo periodo degli anni ’80, precisamente dal 1980 al 1984, sbaragliò nelle classifiche degli album più venduti, artisti del calibro di Phil Collins, Vasco Rossi, Gianna Nannini e Pino Daniele, tenendo testa a Pink Floyd, Police ecc. Ti ripeto, sta solo a noi informare e far conoscere, ciao e grazie. Facciamo in modo che l’Italia non dimentichi i suoi figli migliori.>>

http://www.mimmocavallo.fan-club.it/

http://www.mimmocavallo.it/

http://www.facebook.com/mimmo.cavallo3

La Passacaglia di Franco Battiato

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2012 by Michele Nigro

Pochi giorni fa è uscito il singolo “Passacaglia” tratto dal nuovo album di inediti di Franco Battiato intitolato “Apriti Sesamo”. Ancora una volta il cantautore siciliano fa da ponte tra antico e moderno, tra musica colta e musica popolare, traducendo in suoni contemporanei (suscitando già le perplessità di alcuni puristi e dei soliti nostalgici del periodo pre-sgalambrico) una forma musicale appartenente alla tradizione e che nel corso dei secoli è diventata un vero e proprio genere musicale: la passacaglia appunto. Battiato si è ispirato, rielaborandola sia dal punto di vista musicale che testuale, alla Passacaglia della vita di Stefano Landi (1587 – 1639), già rivisitata tempo fa, ma senza subire grandi trasformazioni, da un altro grande cantautore italiano: Angelo Branduardi.

Il concetto musicale di variazione, caratteristica fondamentale della passacaglia, è applicabile anche alla nostra vita. Il “passare la calle”, ovvero la strada, è un simbolo che non appartiene solo a coloro che vivono e lavorano in strada, i musicisti girovaghi e i viandanti, ma anche a tutti gli altri esseri viventi che si apprestano, come natura vuole, a lasciare questa vita terrena o più semplicemente a cambiare modo di vivere, evolvendo nel corso dell’esistenza. L’attraversamento quale simbolo di trasformazione di una vita, di una carriera artistica, di un passaggio esistenziale interiore… Anche la morte è un passaggio e non la fine di tutto, ma accettarla non è semplice. Tutto finisce: i governi, gli imperi, i papati, le ricchezze, l’interesse nei confronti di un lavoro o la passione per una persona amata, la vita. E la fine può giungere in qualsiasi momento, anche mentre stiamo facendo ciò che desideriamo (come si legge nel testo di Landi: Si more cantando, si more sonando […] Si more danzando, bevendo, mangiando…).

Quella che segue è un’analisi del tutto personale del testo del brano “Passacaglia” di Franco Battiato e non rappresenta assolutamente un’esegesi definitiva che può compiere solo l’autore. O meglio, gli autori, dal momento che, come accade ormai da anni, la rielaborazione del testo è avvenuta in collaborazione con il filosofo siciliano Manlio Sgalambro. Da notare le parti del testo che ripropongono esattamente, soprattutto nell’incipit, alcuni passaggi della “Passacaglia della vita” di Landi e altre parti in cui Battiato in modo palese personalizza il testo, attingendo elementi dalla propria vita, nonostante il lavoro coautorato con Sgalambro.

Ah come ti inganni
se pensi che gli anni
non han da finire
è breve il gioire
i sani gli infermi
i bravi gli inermi
è un sogno la vita
che passi gradita.

Non importa come tu abbia trascorso la tua esistenza, se sia stato sano o malato, lavoratore o scansafatiche. Un’unica verità accomuna tutti gli esseri viventi e in particolar modo gli esseri umani dotati, a differenza degli altri esseri senzienti, di una coscienza: la vita non dura per sempre – siamo “Di passaggio”, cantava lo stesso Battiato anni fa – l’eventuale gioia che ne trai è breve ed è destinata a finire. Così breve e sfumata da sembrare un sogno; quindi cerca di viverla in maniera gradevole e se possibile utile dal punto di vista della crescita personale.

Vorrei tornare indietro
per rivedere il passato
per comprendere meglio
quello che abbiamo perduto
viviamo in un mondo orribile
siamo in cerca di un’esistenza.

Anche se ci sforziamo di vivere correttamente, veniamo spesso e volentieri colti dalla tentazione di voler tornare indietro, per rifare il percorso, per rivivere meglio periodi della nostra vita durante i quali l’istinto negativo ha prevalso sulla comprensione. Oppure, anche se non abbiamo compiuto gravi errori, semplicemente per rivedere meglio alcune scene che ci sono sfuggite e aiuterebbero a comprendere la nostra vita attuale. Siamo prigionieri del presente e spesso non siamo consapevoli di ciò che abbiamo perduto: gli autori, credo, in questo passaggio non si riferiscono solo a una perdita personale, legata all’arco esistenziale del singolo individuo, ma a un impoverimento dell’umanità che travalica la persona e coinvolge l’essere umano in generale. La regola del “guardarsi indietro” vale anche per l’uomo di altre epoche, ma sembra che l’assurda vita frenetica dell’uomo del terzo millennio abbia aggravato questa perdita di dati esistenziali. Infatti Battiato non esita a dichiarare che viviamo in un mondo orribile: e non si riferisce solo alle cattive notizie dei telegiornali ma allo stile di vita che abbiamo adottato, illudendoci di vivere. Vivere respirando e pagando le tasse non è vivere: la vera esistenza, quella che in pochi ormai cercano con impegno, è tutta un’altra cosa. Forse già la scelta di ricercare un’esistenza superiore sarebbe un segno positivo, rappresenterebbe un tentativo di allontanamento volontario dall’abbrutimento, anche se i risultati, per debolezza o disattenzione, non sempre sono garantiti.

La gente è crudele
e spesso infedele
nessun si vergogna
di dire menzogna
i giovani putti
e gli uomini tutti
non val il fuggire
si plachi l’ardire.

Battiato con questi versi affonda il bisturi nel tessuto malato della società in cui viviamo. La vita del singolo individuo e quella dell’intera umanità sembrano essere caratterizzate dalle stesse patologie: la crudeltà, l’infedeltà, l’assenza di vergogna e quindi la sfacciataggine, la propensione alla menzogna sono diventati i punti di riferimento del nostro agire quotidiano. Non abbiamo più maestri da cui imparare: i politici e i dirigenti, che più di tutti dovrebbero insegnare la responsabilità e l’amore per il bene comune, ed essere di esempio per la società che pretendono di governare, stanno compiendo un arrembaggio etico senza precedenti.

Perché accade tutto questo? Cos’è che non ci permette di capire che quella intrapresa è una strada errata? Sia i giovani che gli adulti hanno lo stesso comportamento: sfuggono alle proprie responsabilità senza porsi domande scomode e in grado di far invertire la rotta a un’esistenza diretta verso la morte interiore. E soprattutto credono di poter sfuggire alla morte, quella vera, corporale, che attende ognuno di noi alla fine del percorso. Dinanzi a tale verità schiacciante e per questo rassicurante, non val il fuggire. Tutto ciò che facciamo sembrerebbe duraturo e tutto ci sembra fattibile perché già vissuto da altri furbi prima di noi; non ci sono regole ma solo opportunità da cogliere al volo. Crediamo di vivere in eterno e non consideriamo il fatto che certi errori possano determinare l’esito di un’intera vita: non sempre si ha il tempo materiale per correggere i propri errori e non comprendiamo che il fatto di perdere la prima occasione che ci viene data, possa risultare fatale. Mancanza del senso della morte e “possibilismo” esasperato: questi i mali da combattere. Si plachi l’ardire come a voler dire sii umile, “abbassa la cresta”, non credere di essere eterno e punta alle cose che contano, andando al di là del possesso e delle piccole furberie quotidiane. L’ardimento è un coraggio baldanzoso di natura effimera che ci permette di compiere gesti clamorosi ma vuoti dal punto di vista della vera ricerca interiore.

Vorrei tornare indietro
per rivedere gli errori
per accelerare
il mio processo interiore
ero in quinta elementare
entrai per caso nella mia esistenza
fatta di giorni allegri
e di continue esplorazioni
e trasformazioni dell’io.

Si dice sempre che “per capire il presente bisogna studiare il passato”. Gli storici questo lo sanno bene: chi conosce la storia prevede gli eventi e spesso riesce a subodorare certi pericolosi ricorsi storici. Anche a livello personale vale la stessa regola: prendersi del tempo per ripercorrere mentalmente il proprio passato, affrontando anche certi fantasmi irrisolti legati ai propri errori, può servire a sbloccare un’esistenza congelata in un presente inconsapevole e cieco. Rivedere gli errori, come in un film interiore, ripercorrere le pagine poco edificanti della propria vita, anche se è un’operazione fastidiosa e dolorosa, può essere utile per oliare gli ingranaggi di una crescita che non procede come avevamo programmato. Insomma, per darci una mossa! Per accelerare, prima che sia troppo tardi, un processo interiore di crescita e di evoluzione che non ha nulla a che vedere con l’essere belli, muscolosi, sensuali, potenti, vincenti dal punto di vista professionale, politico, sociale. Spesso non abbiamo o non vogliamo avere memoria del nostro passato: ricordiamo solo il passato recente, quello conveniente, quello che ci espone il meno possibile al giudizio degli altri. Ricordare la propria infanzia richiede un certo coraggio misto alla voglia di mettersi in gioco, esponendosi, lasciando che gli altri vedano come eravamo, prima che le sovrastrutture dell’adulto seppellissero il nostro vero io acerbo. Spesso confondiamo la “nascita ostetrico-ginecologica” con quella esistenziale: quand’è che cominciamo a vivere veramente? Quando comincia la nostra voglia di mettersi in gioco? Quand’è che cominciamo ad avere consapevolezza del nostro esistere? A porci domande? L’inizio di questo percorso non viene deciso a tavolino ma è un inizio personalizzato, intimo, unico, casuale. Battiato afferma, probabilmente riferendosi a se stesso: ero in quinta elementare / entrai per caso nella mia esistenza. C’è chi entra nella propria esistenza anche prima di frequentare la quinta elementare, qualcun’altro molto tempo dopo o addirittura mai! Ma cosa può scatenare questo ingresso casuale nell’esistenza? E quale è stata la causa che ha scatenato in particolare l’entrata del giovane Francesco Battiato nella propria esistenza? Da cosa è simboleggiato l’inizio della sua ricerca interiore? Afferma Mena Battaglia, estimatrice delle opere musicali di Franco Battiato: <<Io credo che, in realtà, si riferisca ad un episodio in particolare: quando una sua maestra gli fece rileggere un tema che lui scrisse per la precisione in terza elementare e che cominciava così: “Io, chi sono?”. Molti anni dopo Battiato è riuscito a trovare la risposta a quella domanda nella ricerca della Verità Assoluta, nella Consapevolezza del Sè che si attua con la meditazione.>>

Non dobbiamo pensare, però, a un’esistenza concentrata e senza tregua sulla ricerca spirituale e caratterizzata da un ammaestramento severo del proprio mondo interiore: Battiato parla, giustamente, di giorni allegri ovvero di giochi, di spensieratezza infantile, di una sana “ignoranza”, di regole arcaiche e istintive accettate senza discutere, di una libera casualità che permette all’essere umano di compiere quelle necessarie e continue esplorazioni conducendolo a conseguenti e vitali trasformazioni dell’io. Si tratta di crisi indispensabili, di richieste ben precise provenienti da quella componente vera e primordiale racchiusa in ognuno di noi: guai se non sentissimo l’esigenza di esplorarci e di trasformarci in base alle nuove direttive dettate dall’io. La morte può essere anche rappresentata dalla mancanza del passaggio: il “non passare la calle”, l’assenza di variazioni musicalmente parlando, è un altro modo, più doloroso e innaturale, di morire restando apparentemente in vita.

vorrei tornare indietro
nella mia casa d’origine
dove vivevo prima di arrivare qui sulla terra

Questa volta il tornare indietro desiderato da Franco Battiato non riguarda la storia visibile dell’individuo, quella compresa tra il momento della nascita biologica e il presente, ma è un riavvolgere il nastro per ritornare verso origini superiori, non biologiche, metafisiche. Quella ricercata dagli autori è una casa d’origine particolare, non di tipo genitoriale ma ultraterrena, immateriale, noumenica. O forse una dimora di cui non si ha memoria; una dimora cosmica, pura, lontanissima, primordiale e quindi non inquinata da sovrastrutture fisiologiche, da pseudo-consapevolezze o da debolezze terrene. Alcuni parlano di memoria intra-uterina o addirittura di memoria karmica; si tratta di memorie non disponibili per tutti ma che bisogna saper risvegliare con tecniche particolari: siamo più antichi e complessi dello stupido uomo consumatore descritto dalle pubblicità.

entrai per caso
nella mia esistenza
di antiche forme
e insegnamenti
e trasformazioni dell’io
e trasformazioni dell’io.

Da questa dimensione primordiale, non tangibile, si passa per caso in un’esistenza che nessuno di noi sceglie consapevolmente: Battiato non è ateo, crede in un disegno superiore ma non crede in un destino preconfezionato da cui è difficile liberarsi. La casualità interessa l’inizio del percorso ma in seguito possiamo migliorare e crescere con la forza di volontà, la disciplina e l’esercizio. Veniamo al mondo circondati da antiche forme culturali ereditate, già presenti prima del nostro arrivo, e riceviamo insegnamenti dalla nostra famiglia di origine (o da maestri incontrati sempre per caso che forniscono, a chi ha sete di miglioramento, indispensabili “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” ma efficace), anche se con il tempo e grazie a una speciale ricerca capiamo che le nostre vere origini travalicano gli affetti familiari, le culture dominanti e i saperi secolari.

Un passo dopo l’altro, un pezzettino alla volta, assistiamo alle trasformazioni dell’io: quell’entità granitica che chiamiamo personalità diventa plastilina; l’indispensabile diventa superfluo, le “questioni di principio” materia per barzellette. Così ognuno di noi realizza la propria passacaglia: un passaggio di stato esistenziale che non riguarda solo la morte, ma i numerosi passaggi e le necessarie trasformazioni che dovrebbero caratterizzare la vita di un essere umano in evoluzione.

Ma per evolvere bisogna morire. Morire bisogna!

Patti Smith has the power

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 luglio 2012 by Michele Nigro

Entra sul palco in silenzio e al buio, senza fluttuare nel cono di luce di un proiettore ossequioso: il pubblico impiega alcuni secondi per capire che la poetessa e cantautrice statunitense è già pronta in posizione davanti al microfono per trasportarci lungo la sua carriera musicale. “I’m here!” dirà subito dopo per rassicurare la folla disorientata dalla sua semplicità. Patti Smith non è il tipo di artista che crea suspense facendo entrare prima i propri musicisti per lanciare uno stacchetto preparatorio; entra insieme a loro, mescolata tra tecnici e ombre… Alla chetichella! A sessantasei anni suonati se ne fotte di fare la diva: capelli lunghi legati in due trecce da bambina impertinente ma cresciuta; una giacca con le maniche arrotolate, un jeans ‘vissuto’ e una t-shirt grigia a coprire un paio di seni cadenti. Patti Smith ha fascino da vendere: le sue rughe, la sua danza lieve e la sua voce inconfondibile, raccontano una storia intensa fatta di poesia, di impegno sociale, di dolore personale e di voglia di trasmettere al proprio pubblico solo ciò che conta veramente. Senza fronzoli, senza effetti speciali o altri trucchi per attirare la benevolenza di una folla già consapevole del valore di una cantautrice che ha avuto il coraggio di interrompere in passato una invidiabile carriera musicale per amore, di mettere su famiglia e di ritornare dopo anni alla grande sul palcoscenico con nuove cose da dire e cantare al mondo. Instancabile sacerdotessa del rock!

Patti Smith – una Bob Dylan al femminile con sfumature alla Jim Morrison – possiede un movimento felpato e un sorriso sobrio: è il sorriso sereno di chi ha già trovato nel potere della parola poetica la forza per comunicare ciò che serve comunicare. Ogni tanto saltella sul palco per dimostrare a se stessa che nonostante l’età ha ancora voglia di farlo; sussurra frasi dolci e per nulla retoriche al suo pubblico sottolineando la bellezza delle montagne che circondano Giffoni Valle Piana (piccolo e fortunato comune della provincia di Salerno dove da anni si svolge un famoso Festival internazionale del Cinema per ragazzi); sputacchia sul palco senza troppe remore per scacciare i moscerini attirati dalle luci di scena e che tra una strofa e l’altra di un brano s’insinuano nella sua bocca; manda bacini a chi dal basso la chiama affettuosamente “Patti! Patti!” come se mandasse bacini ai suoi figli, ormai grandi, Jackson e Jessica. Alza il pugno davanti a se mentre canta con energia “Gloria”, “Because the night” e la travolgente “People have the power” come a voler trasmettere una necessaria forza per combattere; una forza che nelle sue canzoni è sempre presente.

Patti Smith ha la forza! Ha avuto e ha la forza di unire la poesia al rock, di invogliare alla lotta adoperando una fermezza non priva di dolcezza. Ha la forza di prendersi del tempo tra un brano e l’altro senza l’ansia di dover mantenere una tensione spettacolare inutile e nevrotica. Patti Smith ha ancora la forza di dedicare le sue canzoni ai poeti di tutte le epoche e di tutte le zone del pianeta: in particolare ad Allen Ginsberg, tra i tanti che hanno avuto e hanno in comune con lei la capacità di usare la forza detonante della parola per cambiare realmente l’animo dell’ascoltatore, evitando barocchismi.

Alla fine saluta tutti con calma, senza agitarsi: sembra quasi che voglia guardare e salutare uno a uno i singoli componenti del suo pubblico, come a voler registrare l’individuo, il suo volto umano e non solo il suo numero di biglietto. Vuole tenerli tutti con se perché sa che il pubblico è impermanente ma è anche l’unico erede della sua parola penetrante e poeticamente rock.

(foto by Michele Nigro; Giffoni Valle Piana, Salerno; 19/7/2012)

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