Archivio per cantautore

In principio era il Suono…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2013 by Michele Nigro

Angelo Branduardi - Satriano di LucaniaIl concerto di Angelo Branduardi, ieri sera nella piazzetta centrale di Satriano di Lucaniaun gradevole paesino della mia amata Basilicata, è cominciato con una doverosa premessa, condivisa quasi sottovoce dall’Artista e in maniera ieratica come se fosse un segreto da maestro a discepolo: un suggerimento su come predisporsi all’ascolto del suo live partendo da lontano, da un incipit evangelico, da una teoria al limite dell’esoterico. A Branduardi non interessano più di tanto le “canzoni”: la sua esperienza cantautorale affonda le radici in una ricerca sonora primordiale, in quel confine sottile, poco visibile e quasi impercettibile che separa la scienza del suono da una “spiritualità che non va confusa con la religione”, ci tiene a precisare il grande menestrello, autore di pagine importanti della storia musicale italiana e internazionale. 

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…” leggiamo nella Bibbia e precisamente nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18). Siamo stati educati – ricorda Branduardi – a interpretare il termine Verbo come “parola”, ma altre traduzioni e tradizioni (più antiche e non meno importanti di quella cristiana) ci rivelano che il Verbo usato nel Prologo dall’evangelista Giovanni in realtà coinciderebbe con il Suono, non in senso “musicale”. Dio nel momento della creazione non si è espresso, non ha parlato, non ha pronunciato parola alcuna (Dio non è un essere superiore che blatera, non è parola ma azione; il Verbo che è presso Dio, al punto da coincidere con Dio stesso, indica l’agire, il fare che crea, il pensiero che dà vita al mondo), ma ha delegato al Suono, quale strumento del fare, alla vibrazione sonora, la responsabilità di mettere in moto e in ordine i componenti inerti dell’universo in vista della costruzione del Creato. Una verità esoterica tenuta per definizione nascosta, o volutamente male interpretata, dalla religiosità occidentale “ufficiale” forse perché troppo meccanicistica, naturale; o forse perché in occidente siamo stati educati a un Dio padre “antropomorfizzato” che, nonostante il libero arbitrio, dall’alto muove i fili del teatrino e una teoria del genere sarebbe terribilmente vicina a una spiegazione fisica e quindi scientifica e non divina e misteriosa. Anche se la teoria del suono all’origine dell’universo non spiega tutto e rimane essa stessa un affascinante mistero che trova alcune timide spiegazioni in antichissimi insegnamenti e tracce religiose che si perdono nel tempo.

Dal Suono deriverebbe il tutto visibile e invisibile, e lo sciamano rappresenta l’esempio più autentico e antico di “ingegnere del suono” prestato alla spiritualità: i suoni prodotti dallo sciamano nel corso dei suoi riti inducono a una ricerca interiore e l’alterazione dello stato di coscienza che ne consegue è l’unica strada per la visualizzazione di un mondo spirituale altrimenti inaccessibile e per ritornare a quel Suono originario a cui si fa riferimento nel Vangelo di Giovanni.

Branduardi prima di cominciare lo spettacolo ha invitato il pubblico a ritrovare una concentrazione interiore che non deve coinvolgere solo i musicisti bensì tutti, e che non prevede il delirio insensato per la canzonetta: anche il suono prodotto su un palco durante uno spensierato festival estivo deriva da quel Suono primordiale e creatore, senza soluzione di continuità. Quindi la musica è uno strumento mistico, è spiritualità, è consapevolezza di non essere creatori ma semplici sub-creatori, mediatori e prosecutori di un Suono antichissimo. Lo sciamano Branduardi, oltre alla riproposizione d’ufficio dei brani popolari appartenenti al suo repertorio, ha saputo emozionare e catturare l’attenzione più intima del pubblico, trasportandolo verso uno sperimentalismo apparentemente improvvisato, come nel caso della registrazione dal vivo di alcune tracce sonore eseguite con il proprio violino e utilizzate come base musicale per un successivo brano. Si tratta di momenti unici, irriproducibili, personalizzati, che vanno oltre il “brano famoso” o il coro da stadio. La vera ricerca musicale che “guarisce” è questa.

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L’ “Apriti Sesamo” tour e il ritorno del tappeto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 24 febbraio 2013 by Michele Nigro

Battiato Roma 20-2-2013

Nel primo dei concerti romani dell’ “Apriti Sesamo” tour, lo scorso 20 febbraio 2013, Franco Battiato forse ha voluto farci capire principalmente due cose: che la vita è fatta di “ritorni” e che la ciclicità esistenziale è una regola da accettare giocando. E Battiato gioca tornando a sedersi sul suo ormai mitico “tappeto da concerto” (che, se non erro, non utilizzava da un po’ di tempo), rimettendosi a stuzzicare il pubblico con una piccola tastiera elettronica allestita ad altezza di tappeto o trasformando la struttura musicale di un brano sempreverde di Juri Camisasca“Nomadi” – affidando l’incipit a un’insolitamente quieta chitarra classica suonata da Davide Ferrario (un bravo musicista che generalmente vediamo piegato sulla sua chitarra elettrica, sfidando le normali leggi della fisica lombare!). Ritorni contenenti videoclip degli anni ’80 usati come sfondo per il concerto e geometrie allucinogene in movimento – sempre alle spalle della sua band “classico-rockettara” – per rispolverare gli antichi fasti della sperimentazione elettronica degli anni ’70 che, come ammesso dallo stesso Battiato, all’epoca provocò in altre parti d’Europa e nel mondo un successo superiore a quello ottenuto grazie agli album successivi e più “popolari”.

Partendo dal bis, forse la parte più interessante del concerto (vedi video incluso in questo post), Battiato ricanta “Aria di rivoluzione” dall’album “Sulle corde di Aries”: che l’assessore di Rosario Crocetta si sia invaghito del programma politico di Ingroia? Il video che sta circolando in rete in questi giorni, in cui il cantautore siciliano fa gli auguri ad Antonio Ingroia definendolo “uomo libero”, sembrerebbe confermare una simpatia di Battiato per quelle formazioni politiche – compreso il M5S di Grillo – che durante queste elezioni avranno il compito, stando ai sondaggi, di scardinare i vecchi schieramenti residenti in parlamento da tanti, troppi anni. Anche Battiato è un uomo libero, e valuta gli uomini e le donne impegnate in politica in maniera trasversale, al di là dei colori: mentre augura il meglio a Ingroia (che non ha avuto un rapporto idilliaco con Bersani durante la campagna elettorale), durante uno dei suoi brevi monologhi cuscinetto tra un brano e l’altro, il Maestro cita il senatore del PD Enzo Bianco, seduto nelle prime file dell’auditorium Conciliazione e candidato a sindaco di Catania (si comincerà a discutere delle amministrative catanesi, precedute dalle consuete primarie che ormai caratterizzano tutti gli appuntamenti elettorali del centro-sinistra, subito dopo le politiche nazionali del 24 e 25 febbraio). Anche quello politico è un ritorno: dopo la passione “radicale”, Battiato a distanza di anni riscopre il coinvolgimento nella politica (anche se indirettamente non lo ha mai smesso di fare: canzoni come “Povera patria” e “Inneres Auge”, presenti nel bis di Roma, rappresentano una forma diversa di politica). Questa volta impegnandosi in prima persona nel miglioramento della cosa pubblica, e precisamente di quella culturale siciliana (e italiana). Ce la farà nonostante le casse regionali vuote? Vedremo. Di “vuoto” Franco Battiato se ne intende, ma stavolta il “senso di vuoto” provocato da un certo tipo di politica sarà duro da sconfiggere. In Enzo Bianco Battiato vede una possibilità di riscatto per la città siciliana cara al nostro musicista; così come in Battiato molti fan, siciliani e non, rivedono una possibilità di ritorno verso quote culturali più alte, senza per questo sperperare denaro pubblico.

E si diverte a ritornare anche sul “Telesio”, cantando per la prima volta un brano affidato nell’opera al sopranista Paolo Lopez. Coinvolgente, sempre durante il bis, la rivisitazione di “Propiedad Prohibida” ripescata da “Clic”.

Dopo un inizio dedicato al suo ultimo album “Apriti Sesamo”, e che dà il nome al tour, Battiato ritorna a cantare, per la gioia dello spirito di chi sa di portarsi a casa un’esperienza estatica, prelibatezze del tipo “Il Mantello e la Spiga”, “L’ombra della luce”, “Lode all’Inviolato”: brani non recenti che si collegano perfettamente alla tensione spirituale del nuovissimo “Un irresistibile richiamo”.

Ritorni, insomma: come quelli verso territori interiori trascurati a causa di una vita effimera, la nostra, che spesso ignora la spiritualità. Chiudere il cerchio riscoprendo antiche ricerche musicali, senza rimpianti, senza esaltare l’importanza del cammino compiuto. Con leggerezza.

Un po’ inflazionato a mio avviso, mi perdoneranno gli altri estimatori, il clichè della corsa sotto il palco a suon di “Cuccurucucù”: forse un modo per ritornare a quote terrene prima di uscire in strada, dopo la fine del concerto, o forse solo una comprensibile scusa per andare a sfiorare la mano di un uomo che è sempre più limitativo definire semplicemente ‘cantautore’. Battiato, al di là dei concerti, è prima di tutto un ricercatore, un punto di riferimento spirituale, oserei dire “un’immagine divina di questa realtà”.

Un sogno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 9 febbraio 2013 by Michele Nigro

Raramente ricordo i miei sogni…

GEORGE BENSON

C’è un monumento a Roma, forse una chiesa trasformata in museo, che ha una fessura lungo uno dei suoi muri di pietra esterni. Secondo un’antica leggenda chi infila in quella fessura un proprio oggetto, riceverà in cambio fortuna, felicità e una lunga vita. George Benson, in visita a Roma con la sua famiglia – la moglie, una giovane e bella donna di colore, era vestita elegantemente, coperta da uno scialle e portava i capelli sciolti -, aveva deciso di infilare nella fessura del monumento romano, dopo averlo avvolto in un panno bianco, una copia della sua autobiografia. Prevenendo il suo gesto dissi: “Aspetta! Prima di lanciarla nel buio di quella fessura, fammi leggere la tua autobiografia.” Mi accontentò. George Benson avrebbe avuto altri ventun’anni di vita felice, interrotta non si sa bene da cosa… Tentai di entrare nel monumento per capire la funzione di quel luogo magico ma un custode severo mi fermò facendomi notare che si entrava lì dentro gratuitamente solo di mercoledì. E il giorno in cui incontrai George Benson a Roma non era un mercoledì.

Mimmo Cavallo e la questione meridionale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 dicembre 2012 by Michele Nigro

Ricevo dal contatto Youtube Tullietto 76 e con piacere divulgo una notizia musicale interessante e “rivoluzionaria”…

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<<… Ti comunico che è in vendita in tutti i negozi di dischi il nuovo album di Mimmo Cavallo, dal titolo QUANDO SAREMO FRATELLI UNITI, disponibile anche online su diversi siti come Amazon e IBS. Premesso che il grande Rino Gaetano nel lontano 1980 definì Mimmo Cavallo il suo alterego, ti invio sei link contenenti tre nuovissimi brani del geniale cantautore pugliese “FORA SAVOIA”, “SIAMO BRIGANTI” ed “EZECHIA DA VERONA”, e i link del fan club, del sito e del profilo facebook. Tra le altre cose Mimmo Cavallo è in tour nei maggiori teatri italiani con due spettacoli favolosi: il primo dal titolo “COME DIVENTAMMO ITALIANI”, l’altro “FORA SAVOIA”. I due spettacoli stanno registrando il tutto esaurito ovunque. Dal momento che oramai la televisione pubblica è diventata un enorme contenitore puzzolente di merda, in cui invitano i soliti falliti e le solite mignotte di turno, internet credo rappresenti una validissina alternativa per far conoscere a quanta più gente possibile grandi artisti come Mimmo Cavallo, quindi se puoi divulga la notizia. Il nuovo lavoro discografico dell’artista salentino è un capolavoro assoluto, contiene ben 16 brani e, pensa un po’, è in vendita al prezzo stracciato di appena 10 euro. Le canzoni dell’album vanno dal rock al blues al folk, senza tralasciare elementi di musica etnica: è davvero una meraviglia, tant’è che da alcune fonti giornalistiche è stato definito il lavoro più fresco e ispirato dell’ultimo ventennio. C’è da aggiungere ancora che Mimmo Cavallo è stato ed è tutt’ora uno dei più grandi autori di canzoni scritte per altri cantanti, infatti ha composto per Mia Martini, Fiorella Mannoia, Loredana Berte’, Ornella Vanoni, Gianni Morandi, Mariella Nava, Syria e per Zucchero il gettonatissimo brano “Vedo Nero”. Inoltre c’è da ricordare che Mimmo Cavallo in un certo periodo degli anni ’80, precisamente dal 1980 al 1984, sbaragliò nelle classifiche degli album più venduti, artisti del calibro di Phil Collins, Vasco Rossi, Gianna Nannini e Pino Daniele, tenendo testa a Pink Floyd, Police ecc. Ti ripeto, sta solo a noi informare e far conoscere, ciao e grazie. Facciamo in modo che l’Italia non dimentichi i suoi figli migliori.>>

http://www.mimmocavallo.fan-club.it/

http://www.mimmocavallo.it/

http://www.facebook.com/mimmo.cavallo3

La Passacaglia di Franco Battiato

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2012 by Michele Nigro

Pochi giorni fa è uscito il singolo “Passacaglia” tratto dal nuovo album di inediti di Franco Battiato intitolato “Apriti Sesamo”. Ancora una volta il cantautore siciliano fa da ponte tra antico e moderno, tra musica colta e musica popolare, traducendo in suoni contemporanei (suscitando già le perplessità di alcuni puristi e dei soliti nostalgici del periodo pre-sgalambrico) una forma musicale appartenente alla tradizione e che nel corso dei secoli è diventata un vero e proprio genere musicale: la passacaglia appunto. Battiato si è ispirato, rielaborandola sia dal punto di vista musicale che testuale, alla Passacaglia della vita di Stefano Landi (1587 – 1639), già rivisitata tempo fa, ma senza subire grandi trasformazioni, da un altro grande cantautore italiano: Angelo Branduardi.

Il concetto musicale di variazione, caratteristica fondamentale della passacaglia, è applicabile anche alla nostra vita. Il “passare la calle”, ovvero la strada, è un simbolo che non appartiene solo a coloro che vivono e lavorano in strada, i musicisti girovaghi e i viandanti, ma anche a tutti gli altri esseri viventi che si apprestano, come natura vuole, a lasciare questa vita terrena o più semplicemente a cambiare modo di vivere, evolvendo nel corso dell’esistenza. L’attraversamento quale simbolo di trasformazione di una vita, di una carriera artistica, di un passaggio esistenziale interiore… Anche la morte è un passaggio e non la fine di tutto, ma accettarla non è semplice. Tutto finisce: i governi, gli imperi, i papati, le ricchezze, l’interesse nei confronti di un lavoro o la passione per una persona amata, la vita. E la fine può giungere in qualsiasi momento, anche mentre stiamo facendo ciò che desideriamo (come si legge nel testo di Landi: Si more cantando, si more sonando […] Si more danzando, bevendo, mangiando…).

Quella che segue è un’analisi del tutto personale del testo del brano “Passacaglia” di Franco Battiato e non rappresenta assolutamente un’esegesi definitiva che può compiere solo l’autore. O meglio, gli autori, dal momento che, come accade ormai da anni, la rielaborazione del testo è avvenuta in collaborazione con il filosofo siciliano Manlio Sgalambro. Da notare le parti del testo che ripropongono esattamente, soprattutto nell’incipit, alcuni passaggi della “Passacaglia della vita” di Landi e altre parti in cui Battiato in modo palese personalizza il testo, attingendo elementi dalla propria vita, nonostante il lavoro coautorato con Sgalambro.

Ah come ti inganni
se pensi che gli anni
non han da finire
è breve il gioire
i sani gli infermi
i bravi gli inermi
è un sogno la vita
che passi gradita.

Non importa come tu abbia trascorso la tua esistenza, se sia stato sano o malato, lavoratore o scansafatiche. Un’unica verità accomuna tutti gli esseri viventi e in particolar modo gli esseri umani dotati, a differenza degli altri esseri senzienti, di una coscienza: la vita non dura per sempre – siamo “Di passaggio”, cantava lo stesso Battiato anni fa – l’eventuale gioia che ne trai è breve ed è destinata a finire. Così breve e sfumata da sembrare un sogno; quindi cerca di viverla in maniera gradevole e se possibile utile dal punto di vista della crescita personale.

Vorrei tornare indietro
per rivedere il passato
per comprendere meglio
quello che abbiamo perduto
viviamo in un mondo orribile
siamo in cerca di un’esistenza.

Anche se ci sforziamo di vivere correttamente, veniamo spesso e volentieri colti dalla tentazione di voler tornare indietro, per rifare il percorso, per rivivere meglio periodi della nostra vita durante i quali l’istinto negativo ha prevalso sulla comprensione. Oppure, anche se non abbiamo compiuto gravi errori, semplicemente per rivedere meglio alcune scene che ci sono sfuggite e aiuterebbero a comprendere la nostra vita attuale. Siamo prigionieri del presente e spesso non siamo consapevoli di ciò che abbiamo perduto: gli autori, credo, in questo passaggio non si riferiscono solo a una perdita personale, legata all’arco esistenziale del singolo individuo, ma a un impoverimento dell’umanità che travalica la persona e coinvolge l’essere umano in generale. La regola del “guardarsi indietro” vale anche per l’uomo di altre epoche, ma sembra che l’assurda vita frenetica dell’uomo del terzo millennio abbia aggravato questa perdita di dati esistenziali. Infatti Battiato non esita a dichiarare che viviamo in un mondo orribile: e non si riferisce solo alle cattive notizie dei telegiornali ma allo stile di vita che abbiamo adottato, illudendoci di vivere. Vivere respirando e pagando le tasse non è vivere: la vera esistenza, quella che in pochi ormai cercano con impegno, è tutta un’altra cosa. Forse già la scelta di ricercare un’esistenza superiore sarebbe un segno positivo, rappresenterebbe un tentativo di allontanamento volontario dall’abbrutimento, anche se i risultati, per debolezza o disattenzione, non sempre sono garantiti.

La gente è crudele
e spesso infedele
nessun si vergogna
di dire menzogna
i giovani putti
e gli uomini tutti
non val il fuggire
si plachi l’ardire.

Battiato con questi versi affonda il bisturi nel tessuto malato della società in cui viviamo. La vita del singolo individuo e quella dell’intera umanità sembrano essere caratterizzate dalle stesse patologie: la crudeltà, l’infedeltà, l’assenza di vergogna e quindi la sfacciataggine, la propensione alla menzogna sono diventati i punti di riferimento del nostro agire quotidiano. Non abbiamo più maestri da cui imparare: i politici e i dirigenti, che più di tutti dovrebbero insegnare la responsabilità e l’amore per il bene comune, ed essere di esempio per la società che pretendono di governare, stanno compiendo un arrembaggio etico senza precedenti.

Perché accade tutto questo? Cos’è che non ci permette di capire che quella intrapresa è una strada errata? Sia i giovani che gli adulti hanno lo stesso comportamento: sfuggono alle proprie responsabilità senza porsi domande scomode e in grado di far invertire la rotta a un’esistenza diretta verso la morte interiore. E soprattutto credono di poter sfuggire alla morte, quella vera, corporale, che attende ognuno di noi alla fine del percorso. Dinanzi a tale verità schiacciante e per questo rassicurante, non val il fuggire. Tutto ciò che facciamo sembrerebbe duraturo e tutto ci sembra fattibile perché già vissuto da altri furbi prima di noi; non ci sono regole ma solo opportunità da cogliere al volo. Crediamo di vivere in eterno e non consideriamo il fatto che certi errori possono determinare l’esito di un’intera vita: non sempre si ha il tempo materiale per correggere i propri errori e non comprendiamo che perdere la prima occasione che ci viene data, può risultare fatale. Mancanza del senso della morte e “possibilismo” esasperato: questi i mali da combattere. Si plachi l’ardire come a voler dire sii umile, “abbassa la cresta”, non credere di essere eterno e punta alle cose che contano, andando al di là del possesso e delle piccole furberie quotidiane. L’ardimento è un coraggio baldanzoso di natura effimera che ci permette di compiere gesti clamorosi ma vuoti dal punto di vista della vera ricerca interiore.

Vorrei tornare indietro
per rivedere gli errori
per accelerare
il mio processo interiore
ero in quinta elementare
entrai per caso nella mia esistenza
fatta di giorni allegri
e di continue esplorazioni
e trasformazioni dell’io.

Si dice sempre che “per capire il presente bisogna studiare il passato”. Gli storici questo lo sanno bene: chi conosce la storia prevede gli eventi e spesso riesce a subodorare certi pericolosi ricorsi storici. Anche a livello personale vale la stessa regola: prendersi del tempo per ripercorrere mentalmente il proprio passato, affrontando anche certi fantasmi irrisolti legati ai propri errori, può servire a sbloccare un’esistenza congelata in un presente inconsapevole e cieco. Rivedere gli errori, come in un film interiore, ripercorrere le pagine poco edificanti della propria vita, anche se è un’operazione fastidiosa e dolorosa, può essere utile per oliare gli ingranaggi di una crescita che non procede come avevamo programmato. Insomma, per darci una mossa! Per accelerare, prima che sia troppo tardi, un processo interiore di crescita e di evoluzione che non ha nulla a che vedere con l’essere belli, muscolosi, sensuali, potenti, vincenti dal punto di vista professionale, politico, sociale. Spesso non abbiamo o non vogliamo avere memoria del nostro passato: ricordiamo solo il passato recente, quello conveniente, quello che ci espone il meno possibile al giudizio degli altri. Ricordare la propria infanzia richiede un certo coraggio misto alla voglia di mettersi in gioco, esponendosi, lasciando che gli altri vedano come eravamo, prima che le sovrastrutture dell’adulto seppellissero il nostro vero io acerbo. Spesso confondiamo la “nascita ostetrico-ginecologica” con quella esistenziale: quand’è che cominciamo a vivere veramente? Quando comincia la nostra voglia di mettersi in gioco? Quand’è che cominciamo ad avere consapevolezza del nostro esistere? A porci domande? L’inizio di questo percorso non viene deciso a tavolino ma è un inizio personalizzato, intimo, unico, casuale. Battiato afferma, probabilmente riferendosi a se stesso: ero in quinta elementare / entrai per caso nella mia esistenza. C’è chi entra nella propria esistenza anche prima di frequentare la quinta elementare, qualcun’altro molto tempo dopo o addirittura mai! Ma cosa può scatenare questo ingresso casuale nell’esistenza? E quale è stata la causa che ha scatenato in particolare l’entrata del giovane Francesco Battiato nella propria esistenza? Da cosa è simboleggiato l’inizio della sua ricerca interiore? Afferma Mena Battaglia, estimatrice delle opere musicali di Franco Battiato: <<Io credo che, in realtà, si riferisca ad un episodio in particolare: quando una sua maestra gli fece rileggere un tema che lui scrisse per la precisione in terza elementare e che cominciava così: “Io, chi sono?”. Molti anni dopo Battiato è riuscito a trovare la risposta a quella domanda nella ricerca della Verità Assoluta, nella Consapevolezza del Sè che si attua con la meditazione.>>

Non dobbiamo pensare, però, a un’esistenza concentrata e senza tregua sulla ricerca spirituale e caratterizzata da un ammaestramento severo del proprio mondo interiore: Battiato parla, giustamente, di giorni allegri ovvero di giochi, di spensieratezza infantile, di una sana “ignoranza”, di regole arcaiche e istintive accettate senza discutere, di una libera casualità che permette all’essere umano di compiere quelle necessarie e continue esplorazioni conducendolo a conseguenti e vitali trasformazioni dell’io. Si tratta di crisi indispensabili, di richieste ben precise provenienti da quella componente vera e primordiale racchiusa in ognuno di noi: guai se non sentissimo l’esigenza di esplorarci e di trasformarci in base alle nuove direttive dettate dall’io. La morte può essere anche rappresentata dalla mancanza del passaggio: il “non passare la calle”, l’assenza di variazioni musicalmente parlando, è un altro modo, più doloroso e innaturale, di morire restando apparentemente in vita.

vorrei tornare indietro
nella mia casa d’origine
dove vivevo prima di arrivare qui sulla terra

Questa volta il tornare indietro desiderato da Franco Battiato non riguarda la storia visibile dell’individuo, quella compresa tra il momento della nascita biologica e il presente, ma è un riavvolgere il nastro per ritornare verso origini superiori, non biologiche, metafisiche. Quella ricercata dagli autori è una casa d’origine particolare, non di tipo genitoriale ma ultraterrena, immateriale, noumenica. O forse una dimora di cui non si ha memoria; una dimora cosmica, pura, lontanissima, primordiale e quindi non inquinata da sovrastrutture fisiologiche, da pseudo-consapevolezze o da debolezze terrene. Alcuni parlano di memoria intra-uterina o addirittura di memoria karmica; si tratta di memorie non disponibili per tutti ma che bisogna saper risvegliare con tecniche particolari: siamo più antichi e complessi dello stupido uomo consumatore descritto dalle pubblicità.

entrai per caso
nella mia esistenza
di antiche forme
e insegnamenti
e trasformazioni dell’io
e trasformazioni dell’io.

Da questa dimensione primordiale, non tangibile, si passa per caso in un’esistenza che nessuno di noi sceglie consapevolmente: Battiato non è ateo, crede in un disegno superiore ma non crede in un destino preconfezionato da cui è difficile liberarsi. La casualità interessa l’inizio del percorso ma in seguito possiamo migliorare e crescere con la forza di volontà, la disciplina e l’esercizio. Veniamo al mondo circondati da antiche forme culturali ereditate, già presenti prima del nostro arrivo, e riceviamo insegnamenti dalla nostra famiglia di origine (o da maestri incontrati sempre per caso che forniscono, a chi ha sete di miglioramento, indispensabili “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” ma efficace), anche se con il tempo e grazie a una speciale ricerca capiamo che le nostre vere origini travalicano gli affetti familiari, le culture dominanti e i saperi secolari.

Un passo dopo l’altro, un pezzettino alla volta, assistiamo alle trasformazioni dell’io: quell’entità granitica che chiamiamo personalità diventa plastilina; l’indispensabile diventa superfluo, le “questioni di principio” materia per barzellette. Così ognuno di noi realizza la propria passacaglia: un passaggio di stato esistenziale che non riguarda solo la morte, ma i numerosi passaggi e le necessarie trasformazioni che dovrebbero caratterizzare la vita di un essere umano in evoluzione.

Ma per evolvere bisogna morire. Morire bisogna!

Patti Smith has the power

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 luglio 2012 by Michele Nigro

Entra sul palco in silenzio e al buio, senza fluttuare nel cono di luce di un proiettore ossequioso: il pubblico impiega alcuni secondi per capire che la poetessa e cantautrice statunitense è già pronta in posizione davanti al microfono per trasportarci lungo la sua carriera musicale. “I’m here!” dirà subito dopo per rassicurare la folla disorientata dalla sua semplicità. Patti Smith non è il tipo di artista che crea suspense facendo entrare prima i propri musicisti per lanciare uno stacchetto preparatorio; entra insieme a loro, mescolata tra tecnici e ombre… Alla chetichella! A sessantasei anni suonati se ne fotte di fare la diva: capelli lunghi legati in due trecce da bambina impertinente ma cresciuta; una giacca con le maniche arrotolate, un jeans ‘vissuto’ e una t-shirt grigia a coprire un paio di seni cadenti. Patti Smith ha fascino da vendere: le sue rughe, la sua danza lieve e la sua voce inconfondibile, raccontano una storia intensa fatta di poesia, di impegno sociale, di dolore personale e di voglia di trasmettere al proprio pubblico solo ciò che conta veramente. Senza fronzoli, senza effetti speciali o altri trucchi per attirare la benevolenza di una folla già consapevole del valore di una cantautrice che ha avuto il coraggio di interrompere in passato una invidiabile carriera musicale per amore, di mettere su famiglia e di ritornare dopo anni alla grande sul palcoscenico con nuove cose da dire e cantare al mondo. Instancabile sacerdotessa del rock!

Patti Smith – una Bob Dylan al femminile con sfumature alla Jim Morrison – possiede un movimento felpato e un sorriso sobrio: è il sorriso sereno di chi ha già trovato nel potere della parola poetica la forza per comunicare ciò che serve comunicare. Ogni tanto saltella sul palco per dimostrare a se stessa che nonostante l’età ha ancora voglia di farlo; sussurra frasi dolci e per nulla retoriche al suo pubblico sottolineando la bellezza delle montagne che circondano Giffoni Valle Piana (piccolo e fortunato comune della provincia di Salerno dove da anni si svolge un famoso Festival internazionale del Cinema per ragazzi); sputacchia sul palco senza troppe remore per scacciare i moscerini attirati dalle luci di scena e che tra una strofa e l’altra di un brano s’insinuano nella sua bocca; manda bacini a chi dal basso la chiama affettuosamente “Patti! Patti!” come se mandasse bacini ai suoi figli, ormai grandi, Jackson e Jessica. Alza il pugno davanti a se mentre canta con energia “Gloria”, “Because the night” e la travolgente “People have the power” come a voler trasmettere una necessaria forza per combattere; una forza che nelle sue canzoni è sempre presente.

Patti Smith ha la forza! Ha avuto e ha la forza di unire la poesia al rock, di invogliare alla lotta adoperando una fermezza non priva di dolcezza. Ha la forza di prendersi del tempo tra un brano e l’altro senza l’ansia di dover mantenere una tensione spettacolare inutile e nevrotica. Patti Smith ha ancora la forza di dedicare le sue canzoni ai poeti di tutte le epoche e di tutte le zone del pianeta: in particolare ad Allen Ginsberg, tra i tanti che hanno avuto e hanno in comune con lei la capacità di usare la forza detonante della parola per cambiare realmente l’animo dell’ascoltatore, evitando barocchismi.

Alla fine saluta tutti con calma, senza agitarsi: sembra quasi che voglia guardare e salutare uno a uno i singoli componenti del suo pubblico, come a voler registrare l’individuo, il suo volto umano e non solo il suo numero di biglietto. Vuole tenerli tutti con se perché sa che il pubblico è impermanente ma è anche l’unico erede della sua parola penetrante e poeticamente rock.

(foto by Michele Nigro; Giffoni Valle Piana, Salerno; 19/7/2012)

Franco Battiato. Soprattutto il silenzio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 luglio 2011 by Michele Nigro

Quando parliamo di canzone siamo abituati a riferirci, per merito o per colpa di un certo condizionamento sanremese, a un tipo di componimento musicale e vocale caratterizzato da un filo logico ben evidente, le cui parti (introduzione – strofa – ritornello – strofa – inciso musicale – finale) soddisfano una coerenza ‘scolastica’ di fondo. La “trama” di queste canzoni è facile da individuare ed è per questo motivo che riescono a rispettare certi parametri standard accettati dalla maggioranza: “Canzone vocale. Musica destinata al popolo, di facile presa e assimilazione, si giovò agli inizi di elementi colti e popolari…” (fonte Wikipedia)

Se c’è un cantautore italiano che ha avuto il coraggio, nonostante le sue primissime esperienze nel mondo della musica leggera siano state proprio di stampo popolar-commerciale, di tagliare il cordone ombelicale dal rischio di standardizzazione, questo è senza alcuna ombra di dubbio Franco Battiato. La scelta di abbandonare certi stilemi inflazionati gli è valsa fin da subito la definizione di “cantante difficile”. Una definizione piuttosto ‘superficiale’ che serve all’ascoltatore medio per giustificare la propria pigrizia nei confronti di un tipo di ‘canzone’ che innegabilmente richiede (per non dire esige) volontà e amore per la ricerca (interiore e culturale in senso lato): alcune canzoni che potremmo definire ‘facili’ nascondono, dietro una struttura apparentemente scontata, una complessità tematica non trascurabile; la ‘difficoltà’ insita nell’ascolto dei brani musicali di Battiato riguarda, secondo il mio umile punto di vista, l’eterogeneità dei messaggi contenuti che non fornisce un appiglio sicuro e stabile a chi, invece, ha bisogno di sicurezze non solo nella ‘vita materiale’ di tutti i giorni ma anche mentre ascolta una canzone. Ascoltando un brano di Battiato (mi riferisco al periodo durante il quale Battiato è stato anche autore dei testi) ci accorgiamo quasi sempre dell’inesistenza di una “trama”, di una struttura logica che ingabbia l’esperienza spazio-temporale dell’ascoltatore. Lo scopo di Battiato non è quello di confezionare un “raccontino musicato” per soddisfare il romanticismo dei molti, ma di descrivere atmosfere, stati d’animo immutabili, condizioni interiori, passioni carnali, ricerche spirituali adattabili all’uomo dell’antica Grecia e all’umanità tecnologica del terzo millennio:

<<… Le tue strane inibizioni
che scatenano il piacere
lo shivaismo tantrico
di stile dionisiaco
la lotta pornografica dei Greci e dei Latini
la tua pelle come un’oasi nel deserto ancora mi cattura
ed è bellissimo perdersi in quest’incantesimo…>>

(tratto da Sentimiento Nuevo)

E’ evidente che una siffatta canzone non può trovare riscontro tra chi sente l’esigenza semplicistica e appagante della rima “cuore-amore”. La canzone reinventata da Battiato ha il compito non dichiarato di sradicare l’ascoltatore dalle sue abitudini sonore per proiettarlo verso nuovi scenari esotici ed esoterici. Battiato non è assillato dall’idea di doversi ‘giustificare’ con gli ascoltatori: mette a disposizione sprazzi di esperienza (viaggi, letture, pensieri, doni meditativi, attimi, fotogrammi esistenziali, sfumature antropologiche, echi del passato, visioni, traguardi interiori, se necessario ingenuità…) su tappeti musicali di volta in volta differenti e che hanno il compito di veicolarli. Spetta all’estimatore/ascoltatore, partendo dai dati forniti in maniera apparentemente affastellata, compiere una ricerca capace di ripercorrere all’inverso (dalla foce alla sorgente) i cammini culturali proposti dal cantautore andando al di là della musica e in alcuni casi anche al di là dei testi. Le frasi ‘esoteriche’ che a volte ritroviamo nei testi delle canzoni di Battiato rappresentano delle “tracce” da sviluppare: è l’ascoltatore che sceglie il grado di penetrazione della propria ricerca. Sviluppare queste tracce, però, non significa essere sicuri di raggiungere la verità assoluta: ripercorrere determinati sentieri può aiutarci a creare empatia tra noi e il nostro cantautore, e a condividere le sue esigenze spirituali. Ma l’unicità dell’esperienza interiore è irriproducibile.

Come è possibile, allora, seguire (capire) un simile cantautore?

C’è chi si abbandona a una semplice e per certi versi comoda ‘istintualità sonora’: lasciarsi trasportare verso paesaggi interiori rivitalizzati dalla musica, senza porsi troppe domande di natura ‘esegetica’; c’è chi, invece, tenta (e sottolineo ‘tenta’) di interpretare ‘cerebralmente’ e di contestualizzare le intenzioni testuali del cantautore, fornendo una ‘mappatura’ biografica, culturale e discografica.

Annino La Posta, autore del libro intitolato “Franco Battiato. Soprattutto il silenzio” (ed. Giunti – 2010), fornisce al lettore gli elementi necessari per la costruzione di questa ‘mappa’ esistenziale e discografica, senza avere la pretesa di ‘congelare’ il lavoro interpretativo sulla musica o sui testi di Battiato (-Sgalambro) perché, come dice lo stesso autore nella prefazione: “il compito che un libro come questo è chiamato ad assolvere è quello di mostrare, di chiarire, di rendere più fruibile una materia complessa, cercando di dare la misura di un autore tanto singolare.” Pur essendo consapevoli, aggiungo io, che la complessità per sua natura non può essere contenuta ma solo temporaneamente arginata e rallentata. Giusto per avere il tempo di osservarla e fotografarla. Il libro di La Posta è un testo utile che possiede una struttura ‘enciclopedica’: il racconto, diviso in gruppi di anni (si parte dall’intervallo temporale 1945-1971), riguardante la vita personale e artistica di Franco Battiato, si alterna a ‘schede’ che hanno il non facile compito di ‘spiegare’ – brano per brano! – gli album musicali finora pubblicati dal cantautore siciliano. Fino al 2009.

Un gran bel viaggio attraverso la vita e le opere di un grande uomo e di un grande cantautore. Buona lettura.

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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