Archivio per canzone

Radio Varsavia Live Band

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 12 febbraio 2014 by Michele Nigro

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In principio era il Suono…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2013 by Michele Nigro

Angelo Branduardi - Satriano di LucaniaIl concerto di Angelo Branduardi, ieri sera nella piazzetta centrale di Satriano di Lucaniaun gradevole paesino della mia amata Basilicata, è cominciato con una doverosa premessa, condivisa quasi sottovoce dall’Artista e in maniera ieratica come se fosse un segreto da maestro a discepolo: un suggerimento su come predisporsi all’ascolto del suo live partendo da lontano, da un incipit evangelico, da una teoria al limite dell’esoterico. A Branduardi non interessano più di tanto le “canzoni”: la sua esperienza cantautorale affonda le radici in una ricerca sonora primordiale, in quel confine sottile, poco visibile e quasi impercettibile che separa la scienza del suono da una “spiritualità che non va confusa con la religione”, ci tiene a precisare il grande menestrello, autore di pagine importanti della storia musicale italiana e internazionale. 

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…” leggiamo nella Bibbia e precisamente nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18). Siamo stati educati – ricorda Branduardi – a interpretare il termine Verbo come “parola”, ma altre traduzioni e tradizioni (più antiche e non meno importanti di quella cristiana) ci rivelano che il Verbo usato nel Prologo dall’evangelista Giovanni in realtà coinciderebbe con il Suono, non in senso “musicale”. Dio nel momento della creazione non si è espresso, non ha parlato, non ha pronunciato parola alcuna (Dio non è un essere superiore che blatera, non è parola ma azione; il Verbo che è presso Dio, al punto da coincidere con Dio stesso, indica l’agire, il fare che crea, il pensiero che dà vita al mondo), ma ha delegato al Suono, quale strumento del fare, alla vibrazione sonora, la responsabilità di mettere in moto e in ordine i componenti inerti dell’universo in vista della costruzione del Creato. Una verità esoterica tenuta per definizione nascosta, o volutamente male interpretata, dalla religiosità occidentale “ufficiale” forse perché troppo meccanicistica, naturale; o forse perché in occidente siamo stati educati a un Dio padre “antropomorfizzato” che, nonostante il libero arbitrio, dall’alto muove i fili del teatrino e una teoria del genere sarebbe terribilmente vicina a una spiegazione fisica e quindi scientifica e non divina e misteriosa. Anche se la teoria del suono all’origine dell’universo non spiega tutto e rimane essa stessa un affascinante mistero che trova alcune timide spiegazioni in antichissimi insegnamenti e tracce religiose che si perdono nel tempo.

Dal Suono deriverebbe il tutto visibile e invisibile, e lo sciamano rappresenta l’esempio più autentico e antico di “ingegnere del suono” prestato alla spiritualità: i suoni prodotti dallo sciamano nel corso dei suoi riti inducono a una ricerca interiore e l’alterazione dello stato di coscienza che ne consegue è l’unica strada per la visualizzazione di un mondo spirituale altrimenti inaccessibile e per ritornare a quel Suono originario a cui si fa riferimento nel Vangelo di Giovanni.

Branduardi prima di cominciare lo spettacolo ha invitato il pubblico a ritrovare una concentrazione interiore che non deve coinvolgere solo i musicisti bensì tutti, e che non prevede il delirio insensato per la canzonetta: anche il suono prodotto su un palco durante uno spensierato festival estivo deriva da quel Suono primordiale e creatore, senza soluzione di continuità. Quindi la musica è uno strumento mistico, è spiritualità, è consapevolezza di non essere creatori ma semplici sub-creatori, mediatori e prosecutori di un Suono antichissimo. Lo sciamano Branduardi, oltre alla riproposizione d’ufficio dei brani popolari appartenenti al suo repertorio, ha saputo emozionare e catturare l’attenzione più intima del pubblico, trasportandolo verso uno sperimentalismo apparentemente improvvisato, come nel caso della registrazione dal vivo di alcune tracce sonore eseguite con il proprio violino e utilizzate come base musicale per un successivo brano. Si tratta di momenti unici, irriproducibili, personalizzati, che vanno oltre il “brano famoso” o il coro da stadio. La vera ricerca musicale che “guarisce” è questa.

Un sogno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 9 febbraio 2013 by Michele Nigro

Raramente ricordo i miei sogni…

GEORGE BENSON

C’è un monumento a Roma, forse una chiesa trasformata in museo, che ha una fessura lungo uno dei suoi muri di pietra esterni. Secondo un’antica leggenda chi infila in quella fessura un proprio oggetto, riceverà in cambio fortuna, felicità e una lunga vita. George Benson, in visita a Roma con la sua famiglia – la moglie, una giovane e bella donna di colore, era vestita elegantemente, coperta da uno scialle e portava i capelli sciolti -, aveva deciso di infilare nella fessura del monumento romano, dopo averlo avvolto in un panno bianco, una copia della sua autobiografia. Prevenendo il suo gesto dissi: “Aspetta! Prima di lanciarla nel buio di quella fessura, fammi leggere la tua autobiografia.” Mi accontentò. George Benson avrebbe avuto altri ventun’anni di vita felice, interrotta non si sa bene da cosa… Tentai di entrare nel monumento per capire la funzione di quel luogo magico ma un custode severo mi fermò facendomi notare che si entrava lì dentro gratuitamente solo di mercoledì. E il giorno in cui incontrai George Benson a Roma non era un mercoledì.

Patti Smith has the power

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 luglio 2012 by Michele Nigro

Entra sul palco in silenzio e al buio, senza fluttuare nel cono di luce di un proiettore ossequioso: il pubblico impiega alcuni secondi per capire che la poetessa e cantautrice statunitense è già pronta in posizione davanti al microfono per trasportarci lungo la sua carriera musicale. “I’m here!” dirà subito dopo per rassicurare la folla disorientata dalla sua semplicità. Patti Smith non è il tipo di artista che crea suspense facendo entrare prima i propri musicisti per lanciare uno stacchetto preparatorio; entra insieme a loro, mescolata tra tecnici e ombre… Alla chetichella! A sessantasei anni suonati se ne fotte di fare la diva: capelli lunghi legati in due trecce da bambina impertinente ma cresciuta; una giacca con le maniche arrotolate, un jeans ‘vissuto’ e una t-shirt grigia a coprire un paio di seni cadenti. Patti Smith ha fascino da vendere: le sue rughe, la sua danza lieve e la sua voce inconfondibile, raccontano una storia intensa fatta di poesia, di impegno sociale, di dolore personale e di voglia di trasmettere al proprio pubblico solo ciò che conta veramente. Senza fronzoli, senza effetti speciali o altri trucchi per attirare la benevolenza di una folla già consapevole del valore di una cantautrice che ha avuto il coraggio di interrompere in passato una invidiabile carriera musicale per amore, di mettere su famiglia e di ritornare dopo anni alla grande sul palcoscenico con nuove cose da dire e cantare al mondo. Instancabile sacerdotessa del rock!

Patti Smith – una Bob Dylan al femminile con sfumature alla Jim Morrison – possiede un movimento felpato e un sorriso sobrio: è il sorriso sereno di chi ha già trovato nel potere della parola poetica la forza per comunicare ciò che serve comunicare. Ogni tanto saltella sul palco per dimostrare a se stessa che nonostante l’età ha ancora voglia di farlo; sussurra frasi dolci e per nulla retoriche al suo pubblico sottolineando la bellezza delle montagne che circondano Giffoni Valle Piana (piccolo e fortunato comune della provincia di Salerno dove da anni si svolge un famoso Festival internazionale del Cinema per ragazzi); sputacchia sul palco senza troppe remore per scacciare i moscerini attirati dalle luci di scena e che tra una strofa e l’altra di un brano s’insinuano nella sua bocca; manda bacini a chi dal basso la chiama affettuosamente “Patti! Patti!” come se mandasse bacini ai suoi figli, ormai grandi, Jackson e Jessica. Alza il pugno davanti a se mentre canta con energia “Gloria”, “Because the night” e la travolgente “People have the power” come a voler trasmettere una necessaria forza per combattere; una forza che nelle sue canzoni è sempre presente.

Patti Smith ha la forza! Ha avuto e ha la forza di unire la poesia al rock, di invogliare alla lotta adoperando una fermezza non priva di dolcezza. Ha la forza di prendersi del tempo tra un brano e l’altro senza l’ansia di dover mantenere una tensione spettacolare inutile e nevrotica. Patti Smith ha ancora la forza di dedicare le sue canzoni ai poeti di tutte le epoche e di tutte le zone del pianeta: in particolare ad Allen Ginsberg, tra i tanti che hanno avuto e hanno in comune con lei la capacità di usare la forza detonante della parola per cambiare realmente l’animo dell’ascoltatore, evitando barocchismi.

Alla fine saluta tutti con calma, senza agitarsi: sembra quasi che voglia guardare e salutare uno a uno i singoli componenti del suo pubblico, come a voler registrare l’individuo, il suo volto umano e non solo il suo numero di biglietto. Vuole tenerli tutti con se perché sa che il pubblico è impermanente ma è anche l’unico erede della sua parola penetrante e poeticamente rock.

(foto by Michele Nigro; Giffoni Valle Piana, Salerno; 19/7/2012)

Little Wing

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 28 maggio 2012 by Michele Nigro

“… il bassista frustrato e che nessuno cagava perché costretto ad aprire la serata ci chiamava ignoranti dal palco mentre faceva un jazz da vomito. E invece tutti orbitavamo felici intorno alla pancia enorme di Buddy Miles che distribuiva autografi e ramanzine in slang dalla sua sedia a rotelle. Duecento chili di rock votati al ritmo. Chi se la scorda quella jam session di Little Wing di notte a Salerno su quel castello che per poche ore divenne il cuore longobardo dell’acid rock. In molti ci demmo fuoco per la gioia quando il chitarrista italiano, che sembrava un commercialista ma era bravino con la sua chitarra elettrica, diede in pasto al pubblico le prime note conosciute di Little Wing sudando per l’ingrato compito di dover emulare Jimi Hendrix. Mentre l’istrionico Gianfranco Marziano, anche lui sul palco con la sua chitarra a cercare di suonare tra una cazzata e l’altra, continuava a ripetere al microfono: “non ci posso credere… sto suonando con Buddy Miles!” Ci spensero giusto in tempo con birra fredda e cocktail al rum fregati al bar con uno scontrino riciclato. Ma ormai la frittata psichedelica era stata combinata…”

(Salerno, Castello di Arechi  26-07-2003)

I mille volti di “Fog el Nakhal”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 luglio 2011 by Michele Nigro

“Fog el Nakhal” è una canzone tradizionale molto famosa tra le popolazioni di lingua araba e non solo. Volendo fare un paragone azzardato con la nostra canzone popolare potremmo dire che Fog el Nakhal rappresenta, anche se tematicamente diversa, il corrispettivo arabo di ‘O sole mio: una canzone in lingua napoletana che, nonostante la stupidità dei leghisti, è riuscita e riesce ancora oggi a essere il ‘biglietto da visita’, soprattutto all’estero, di un’intera nazione: l’Italia.

Ma la storia di Fog el Nakhal è molto più antica e nel corso dei secoli questo brano di origini persiane ha subito, proprio come è successo alla canzone ‘O sole mio, una serie innumerevole di reinterpretazioni. Per non parlare delle ‘mutazioni linguistiche’ che hanno interessato lo stesso titolo, a seconda dell’epoca e della regione geografica in cui la canzone è stata adottata: Fog el Nakhal > Fog il Nahal > Foug el Nakhal > Fogh in Nakhal…

È impressionante la quantità di versioni di Fog el Nakhal esistenti non solo nel mondo arabo ma anche al di fuori di esso: cercherò in questo post di offrire una panoramica (sicuramente incompleta) dei diversi approcci interpretativi.

Struggente, accorata e decisamente melodrammatica l’interpretazione di Nazem Al-Ghazali, una sorta di “Claudio Villa iracheno” molto apprezzato dagli ascoltatori delle generazioni passate.

Indiscutibilmente tradizionalista, più sobria e meno edulcorata l’interpretazione affidata al famoso cantante siriaco Sabah Fakhri.

Seducente e tecnologica la versione ‘veloce’ della bella cantante libanese Dania che nel suo videoclip riprende in chiave moderna (con tanto di cellulari, taxi presi al volo…) le sofferenze amorose descritte nell’antico testo della canzone. Come a voler dire: “cambiano le epoche ma il patimento è sempre lo stesso!”

Impossibile per me non citare la Fogh in Nakhal dell’italianissimo Franco Battiato, contenuta nell’album “Caffè de la paix”

… ed eseguita dal vivo nel 1992 a Baghdad (Iraq), quando ancora esisteva il regime di Saddam Hussein, durante un evento musicale – il “Concerto di Baghdad” – che oserei definire storico e non solo dal punto di vista artistico.

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Baini ubaink ya hallail! (“Tra me e te, oh notte!”)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 3 luglio 2011 by Michele Nigro

“Baini ubaink ya hallail”
canzone della tradizione mediorientale

(pronuncia)

Baini ubaink ya hallail
Fi h’ob ukènneieh
Ala bab’ btokod ya lail
Umenshar laileieh

Baini wbainak fi asrar
Wbteàref ahzani
Btebà mreàli a hak eldar
Wtek’olon ma yensuni

Rit. Bait elsaa’d elatik
Kafi ala eltarik wkafi haddu’ elzaman
Yemken bokra elhabib
Yomrok methl elkarib w’ma yuzkur ellikan

Bayni wbainak dakket ab
Kamzet aw wsada hob
Zekra helwe wsharket shams
Welnada byektor alkalb

Bayni wbainak sahret kamr
Helm twil blailet sahr
Lelmatar kalbi atshan
Kalbi wkalbak habbet matr.

***************************

(traduzione)

“Tra me e te, oh notte!”

Tra me e te, oh notte mia
C’è un amore e una canzone
Stai vicino alla mia porta
E passiamo il tempo insieme.

Tra me e te ci son segreti
Tu conosci la mia tristezza
Passa vicino alla sua porta
E dille “non dimenticarlo!”

Rit. Quella casa felice
Che stava sulla strada
Nasconde i miei ricordi.
Il mio amore passerà
Come un estraneo poi
Niente ricorderà!

Tra me e te un cuore palpita
C’è un intenso eco d’amore
Dolce sole che risorgi
La rugiada sul mio cuore.

Tra me e te notte romantica
C’è un dolce e lungo sogno
Nostalgia per il mio cuore
Nostalgia di un vecchio amore”.

AUDIO CORRELATO

Registrazione su audiocassetta del 7.6.1995 a Torre del Greco (Napoli)

Traduzione e adattamento dall’arabo all’italiano della canzone “Baini ubaink ya hallail” a cura di Marjyia Yusuf (Nazareth – Israele) e Michele Nigro.

Alle chitarre: Yusuf Marjyia (classica); Michele Nigro (acustica)

Voce e fischio, versione n.1: Yusuf Marjyia

Versione n.2 (dal minuto 3:36): fischio (1° fischio: Y. Marjyia/2° fischio: M. Nigro) e canto (voce: Y. Marjyia)

Franco Battiato. Soprattutto il silenzio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 luglio 2011 by Michele Nigro

Quando parliamo di canzone siamo abituati a riferirci, per merito o per colpa di un certo condizionamento sanremese, a un tipo di componimento musicale e vocale caratterizzato da un filo logico ben evidente, le cui parti (introduzione – strofa – ritornello – strofa – inciso musicale – finale) soddisfano una coerenza ‘scolastica’ di fondo. La “trama” di queste canzoni è facile da individuare ed è per questo motivo che riescono a rispettare certi parametri standard accettati dalla maggioranza: “Canzone vocale. Musica destinata al popolo, di facile presa e assimilazione, si giovò agli inizi di elementi colti e popolari…” (fonte Wikipedia)

Se c’è un cantautore italiano che ha avuto il coraggio, nonostante le sue primissime esperienze nel mondo della musica leggera siano state proprio di stampo popolar-commerciale, di tagliare il cordone ombelicale dal rischio di standardizzazione, questo è senza alcuna ombra di dubbio Franco Battiato. La scelta di abbandonare certi stilemi inflazionati gli è valsa fin da subito la definizione di “cantante difficile”. Una definizione piuttosto ‘superficiale’ che serve all’ascoltatore medio per giustificare la propria pigrizia nei confronti di un tipo di ‘canzone’ che innegabilmente richiede (per non dire esige) volontà e amore per la ricerca (interiore e culturale in senso lato): alcune canzoni che potremmo definire ‘facili’ nascondono, dietro una struttura apparentemente scontata, una complessità tematica non trascurabile; la ‘difficoltà’ insita nell’ascolto dei brani musicali di Battiato riguarda, secondo il mio umile punto di vista, l’eterogeneità dei messaggi contenuti che non fornisce un appiglio sicuro e stabile a chi, invece, ha bisogno di sicurezze non solo nella ‘vita materiale’ di tutti i giorni ma anche mentre ascolta una canzone. Ascoltando un brano di Battiato (mi riferisco al periodo durante il quale Battiato è stato anche autore dei testi) ci accorgiamo quasi sempre dell’inesistenza di una “trama”, di una struttura logica che ingabbia l’esperienza spazio-temporale dell’ascoltatore. Lo scopo di Battiato non è quello di confezionare un “raccontino musicato” per soddisfare il romanticismo dei molti, ma di descrivere atmosfere, stati d’animo immutabili, condizioni interiori, passioni carnali, ricerche spirituali adattabili all’uomo dell’antica Grecia e all’umanità tecnologica del terzo millennio:

<<… Le tue strane inibizioni
che scatenano il piacere
lo shivaismo tantrico
di stile dionisiaco
la lotta pornografica dei Greci e dei Latini
la tua pelle come un’oasi nel deserto ancora mi cattura
ed è bellissimo perdersi in quest’incantesimo…>>

(tratto da Sentimiento Nuevo)

E’ evidente che una siffatta canzone non può trovare riscontro tra chi sente l’esigenza semplicistica e appagante della rima “cuore-amore”. La canzone reinventata da Battiato ha il compito non dichiarato di sradicare l’ascoltatore dalle sue abitudini sonore per proiettarlo verso nuovi scenari esotici ed esoterici. Battiato non è assillato dall’idea di doversi ‘giustificare’ con gli ascoltatori: mette a disposizione sprazzi di esperienza (viaggi, letture, pensieri, doni meditativi, attimi, fotogrammi esistenziali, sfumature antropologiche, echi del passato, visioni, traguardi interiori, se necessario ingenuità…) su tappeti musicali di volta in volta differenti e che hanno il compito di veicolarli. Spetta all’estimatore/ascoltatore, partendo dai dati forniti in maniera apparentemente affastellata, compiere una ricerca capace di ripercorrere all’inverso (dalla foce alla sorgente) i cammini culturali proposti dal cantautore andando al di là della musica e in alcuni casi anche al di là dei testi. Le frasi ‘esoteriche’ che a volte ritroviamo nei testi delle canzoni di Battiato rappresentano delle “tracce” da sviluppare: è l’ascoltatore che sceglie il grado di penetrazione della propria ricerca. Sviluppare queste tracce, però, non significa essere sicuri di raggiungere la verità assoluta: ripercorrere determinati sentieri può aiutarci a creare empatia tra noi e il nostro cantautore, e a condividere le sue esigenze spirituali. Ma l’unicità dell’esperienza interiore è irriproducibile.

Come è possibile, allora, seguire (capire) un simile cantautore?

C’è chi si abbandona a una semplice e per certi versi comoda ‘istintualità sonora’: lasciarsi trasportare verso paesaggi interiori rivitalizzati dalla musica, senza porsi troppe domande di natura ‘esegetica’; c’è chi, invece, tenta (e sottolineo ‘tenta’) di interpretare ‘cerebralmente’ e di contestualizzare le intenzioni testuali del cantautore, fornendo una ‘mappatura’ biografica, culturale e discografica.

Annino La Posta, autore del libro intitolato “Franco Battiato. Soprattutto il silenzio” (ed. Giunti – 2010), fornisce al lettore gli elementi necessari per la costruzione di questa ‘mappa’ esistenziale e discografica, senza avere la pretesa di ‘congelare’ il lavoro interpretativo sulla musica o sui testi di Battiato (-Sgalambro) perché, come dice lo stesso autore nella prefazione: “il compito che un libro come questo è chiamato ad assolvere è quello di mostrare, di chiarire, di rendere più fruibile una materia complessa, cercando di dare la misura di un autore tanto singolare.” Pur essendo consapevoli, aggiungo io, che la complessità per sua natura non può essere contenuta ma solo temporaneamente arginata e rallentata. Giusto per avere il tempo di osservarla e fotografarla. Il libro di La Posta è un testo utile che possiede una struttura ‘enciclopedica’: il racconto, diviso in gruppi di anni (si parte dall’intervallo temporale 1945-1971), riguardante la vita personale e artistica di Franco Battiato, si alterna a ‘schede’ che hanno il non facile compito di ‘spiegare’ – brano per brano! – gli album musicali finora pubblicati dal cantautore siciliano. Fino al 2009.

Un gran bel viaggio attraverso la vita e le opere di un grande uomo e di un grande cantautore. Buona lettura.

L’alienazione di Luca Madonia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 23 febbraio 2011 by Michele Nigro

No! Effettivamente a pensarci bene è proprio vero: Madonia e Battiato non avrebbero mai potuto vincere Sanremo. Ed è stato un bene perché, anche se non seguo mai il festival e quest’anno è stata un’eccezione dovuta appunto alla presenza del Maestro, ho confermato un aspetto di questo celebre ‘concorso canoro’ italiano che già conoscevo da tempo: la gente che segue Sanremo vuole sognare, desidera stare bene, amare, sentirsi amata… Tutto il resto è fatica. Caso mai affrontare, grazie a qualche canzone ‘impegnata’, alcuni temi scottanti di interesse sociale, ma senza toccare ‘percorsi interiori’ insoliti e fastidiosamente soggettivi.

Ecco che quindi, e giustamente direi, ottiene la vittoria un grande cantautore come Vecchioni che sottolinea magistralmente il bisogno di amore che c’è in ognuno di noi: l’amore come antidoto al decadimento personale e generale…

Non potevano vincere Madonia e Battiato con un testo come quello del brano “L’alieno” perché è una ‘canzone’ che istiga al movimento, alla presa di coscienza; è un brano che provoca consapevolezza anche se lo fa in maniera lieve. L’italiano medio già sufficientemente stressato dalla vita quotidiana fatta di traffico, bollette, crisi lavorative, instabilità politica, non poteva ‘accollarsi’ pure le sensazioni di estraneità di Luca Madonia.

Ma analizziamo il testo per renderci effettivamente conto dei contenuti ‘esoterici’, seppure addolciti, presenti ne “L’alieno”:

Vago per la strada
In cerca di occasioni nuove
Ma non mi basta mai quello che vedo
Passo tra gli odori
E tra gli umori della gente
Che mi sfiora indifferente

Il movimento è alla base della Vita; il cosmo è movimento: i dervisci tanto cari a Battiato hanno trasformato questo concetto antico quanto il mondo in danza, una danza che è preghiera. Per migliorare il proprio ‘stato’ bisogna mettersi in cammino, esplorare, cercare, domandare… Il ‘vagare’ dell’autore non è goliardico o disperato: si vaga apparentemente senza meta e con soavità ma l’obiettivo è già presente in noi, anche se non lo sappiamo. Abbiamo solo bisogno di materializzare l’oggetto del nostro cercare, incontrandolo. Le ‘occasioni nuove’ non sono sempre frivole: conoscere altre persone, esplorare i loro microuniversi, è un’esperienza esaltante se ce ne rendiamo conto. Le ‘occasioni nuove’ sono anche le strade interiori non percorse e le possibilità spirituali scartate perché faticose. Ma l’insoddisfazione è sempre in agguato: il non accontentarsi non è segno di isteria ma dovrebbe rappresentare la ‘molla’ con cui spingerci verso ‘nuovi stati di coscienza’. Se ciò che vediamo non ci soddisfa vuol dire che dobbiamo conquistare nuovi orizzonti interiori ed esteriori: non si tratta di capricci ma di segnali d’allarme da prendere seriamente in considerazione. Questo nostro stato d’ipersensibilità ci rende reattivi persino agli odori, ed è un bene: l’animo ‘artistico’ non dà niente per scontato; tutto diventa ‘traccia’ da seguire. E si riesce a percepire l’umore di chi non conosciamo e ci sfiora tra la folla: siamo come ‘carte assorbenti’ e questa condizione, quando non siamo preparati, ci mette in crisi e ci disturba. In realtà questa condizione è un vero ‘stato di grazia’ da accogliere come una benedizione divina. In quei momenti siamo persone ‘a colori’ in un mondo in bianco e nero: saper gestire questa ‘grazia’ è difficile; anzi è difficile proprio riconoscerla come tale. La gente che non conosce il nostro stato interiore ci sfiora indifferente e non lo fa con cattiveria: è se stessa. La gente è così sempre; noi siamo così sempre.

Colgo l’occasione
Di una estate al mare
Dell’aria un po’ confusa per colpa del calore
Io seguivo con lo sguardo
L’onda sulla spiaggia
Che arriva sempre uguale e tutto si ripete

Ci distraiamo facendo ‘cose normali’: in realtà vorremmo tornare a essere indifferenti come gli altri ma non ci riusciamo. Ce ne andiamo al mare per assopire quella strana sensazione provata in città, ma anche lì questa singolare iperestesia dell’anima fa bene il suo lavoro e ci ‘tortura’: la confusione non ci distrae; il calore non ci rende più malleabili. Un elemento naturale cattura la nostra attenzione: anche il ripetersi del movimento marino è per l’autore un messaggio ‘filosofico’. Il messaggio dice che quando siamo ‘normali’ e anestetizzati dall’illusione di considerarci liberi non ci rendiamo conto invece di essere schiavi di un meccanismo ben preciso e collaudato nei secoli: tutto si ripete nella storia dell’uomo e noi siamo prigionieri di un cliché. Anche un’innocente onda marina ce lo ricorda. E lo sguardo dell’uomo in crisi non perdona: segue e registra ogni cosa. Sappiamo che le ‘cose naturali’ devono ripetersi ‘per natura’: ma la sensazione di prigionia e di ripetizione si riferisce ad altro, ad una condizione umana che con un po’ d’impegno potrebbe essere spezzata, o almeno migliorata.

E tu, tu non mi basti più
Io sono solo in questa vita
E forse come te mi sento
Io vivo nei panni di un alieno che non vola
Che non mi assomiglia ma
Io vivo ai margini di una vita vera
E non mi riconosco

Anche la persona più importante della nostra vita non riesce a colmare il vuoto interiore; quella stessa persona a cui mesi o anni prima avevamo consegnato speranze, progetti, idee, sentimenti, illusioni, ricordi, quella stessa persona ora appare estranea ai nostri occhi: anch’ella fa parte del meccanismo che si ripete. O forse quel “tu” è riferito non a una persona in carne ed ossa ma a una passione, un mestiere, una scelta vitale che ha perso senso a causa di un contesto alienante. Inevitabile, a questo punto, la sensazione di solitudine. Neanche il contatto fisico con la persona amata, forse, riesce a placare il bisogno di ricerca che va oltre la salda quotidianità di una coppia collaudata. Ciò accade perché si tratta di un’insoddisfazione superiore, che supera i bisogni ordinari. Tentiamo un approccio empatico per salvare il salvabile: – chissà, forse anche tu ti senti come me e io potrei così rimanere legato a una persona – sembra sperare l’autore. Ma è un’illusione, l’ultima: perché questo è un viaggio che va affrontato in solitudine.

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Il tempo di una sigaretta

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2010 by Michele Nigro

Il tempo di una sigaretta

Vi siete mai chiesti perché la vostra bionda preferita, pur rispettandovi e dimostrandovi la sua sincera amicizia, alla fine sceglie sempre di farsi sbattere dal tipo più improbabile che passa per caso al “China Jazz Club” e che c’ha il portafogli a mantice? Vi siete mai chiesti quanti musicisti si ritrovano in questo fumoso buco cinese a fare jazz solo perché non hanno vinto il concorso in qualche orchestra o nella banda municipale dove ti pagano pure i contributi per la pensione? Vi siete mai chiesti quante volte un barman, durante una serata e una nottata, pulisce il bancone con lo straccetto umido prima di servire i nuovi clienti? Vi siete mai chiesti quanti cadaveri vengono gettati dai retro dei locali direttamente nell’immondizia dei vicoli stretti e puzzolenti di Neaples City?

buscaglioneE poi, chi di voi non si è mai chiesto quanti pugni d’orzo occorrono per fare il whisky che ondeggia nel vostro bicchiere attendendo di essere tracannato? E se lo scotch whisky on the rocks è roba da checche delicate che cercano di diluire l’inferno, perché un superalcolico come quello va bevuto liscio e basta, se sei un vero uomo?

Certe strane domande comincio sempre a pormele, più o meno, dal quarto bicchiere in poi, quando l’alcol entra seriamente in circolazione e l’atmosfera diventa vera, disarmante e dolorosamente triste come una lama che penetra inesorabile nel tuo ventre.

La maggior parte della gente beve per dimenticare e riuscire così a sorridere; io, invece, bevo per ricordare tutto e meglio, perché di sorridere come un ebete in libera uscita, non me ne frega niente. Quando ti lasci trasportare dalla tiepida onda alcolica e i tuoi globuli rossi fanno surf usando come tavola le molecole di alcol etilico, tutto diventa più chiaro e riesci persino a far collimare cose assurde e distanti, pezzi di vita rimossi che ritrovano la loro logica e lampante funzione all’interno di un meccanismo che credevi irrimediabilmente arrugginito e inservibile.

Vi dirò! Vorrei essere sempre un po’ brillo, ventiquattro ore su ventiquattro: per riuscire a ragionare meglio e per vedere lì dove non riesco a vedere quando sono sobrio.

Il lavoro? Mai avuto problemi: non ricordo una sola volta in cui ho sbagliato mira oppure una sola serata durante la quale sono stato accompagnato a braccetto davanti casa dai ragazzi! Non sono il tipo che prima di ficcarsi nel letto si fa togliere le scarpe da un pivello appena sbarcato in città con la vocazione del gangster, io; o che si fa rimboccare le coperte da una pollastra astemia e furba che mi considera come uno zio a cui poter sfilare qualche banconota dal cappotto perché “…tanto è rintronato dal troppo bere…”. Il comando lo detengo sempre e solo io! Questo è sicuro.

Il segreto del mio autocontrollo? Essere costantemente insoddisfatto e incazzato: solo i professionisti vessati da una settimana di lavoro, i grassocci commercialisti che si agitano sulla sedia come i dannati del purgatorio non appena il trio attacca a suonare, solo gli avvocati ricchi che ridono in modo plateale per fare inutilmente colpo su un’oca già a caccia di avvocati da sposare o gli studenti promettenti vestiti da adulti che bevono latte durante il resto della settimana, solo questi tipi crollano come pere secche già dopo mezzo bicchiere di J&B. Crollano sotto i fulmini di una divinità fermentata perché credono ancora nella vita, nella facilità dei loro soldi, dei loro presunti amori, nella moralità di una società che li ha fregati sul nascere senza che se ne accorgessero, perché credono nell’onesto miraggio del posto fisso o negli affari benedetti da Dio… E il disincanto non ha ancora anestetizzato il loro sensibile sistema nervoso, rendendoli finalmente paralitici dinanzi a stupide gioie da week end.

L’alcol è per me come l’olio con cui si lucidano le canne e gli ingranaggi delle pistole e dei fucili prima di una missione delicata: se ne usi poco il metallo fatica a interagire, rischi di rimanere con il pezzo incrippato davanti al fuoco nemico e… buona notte al secchio! Se ne usi troppo e capita che sei nervoso per un qualsiasi maledetto motivo e ti sudano le mani, può succedere – e vi giuro che è successo appena due settimane fa a Jimmy Spillo, riposi in pace! – che ti scivola tutto di mano facendo la figura del fesso mentre muori sparato tra le risa generali persino dei tuoi stessi compagni. Comicità e morte: una schifosa miscela da evitare come la peste, se si vuole essere ricordati in maniera dignitosa e con un minimo di rispetto nel mio mondo.

Filosofeggio, direte voi, o si tratta di un semplice cazzeggio da bicchiere? Forse tutte e due le cose, ma di sicuro, grazie a questo mio modo di pensare… sopravvivo! A me stesso e alla vita scellerata che ho scelto di vivere.

Il motivo biondo e profumato della mia incazzatura cronica, anche stasera, come ogni sera, scende lievemente, come nebbia sui marciapiedi, dalle scale che portano alla toilette per signore del locale. In tanti anni che vengo qui puntualmente per depositare pezzi di fegato sul bancone, non l’ho mai vista entrare dalla porta del “China Jazz Club” come un cristo qualunque. Eppure il locale non è il suo… Ma è come se lo fosse: è sessualmente suo. Le pareti, i tappeti, le tovaglie e persino gli abiti dei camerieri appena ritirati dalla lavanderia, nonostante la quasi costante cortina fumogena presente nel locale, sono impregnati del suo intimo afrore che supera di gran lunga quello delle altre donne. Qualcuno, però, dirà che il mio è un naso innamorato e che il mio giudizio non è imparziale. E forse è vero, dal momento che presagisco il suo arrivo respirandola nell’aria, anche se continuo a bere con il volto girato verso la fila di bottiglie del bancone, completamente disinteressato al resto del locale.

Scende dalle scale dopo aver incipriato il suo bel nasino, mi chiedo, o dopo aver sniffato un po’ di quel carburante in polvere che le fornisco ogni settimana, prima di affrontare un’ennesima lunga notte al “China” tra potenziali soci in affari e cascamorti in azione? O forse entrambe le cose? Sperando che non confonda mai la cipria con la coca.

Luana non è una semplice donna; i buddisti direbbero che potrebbe essere tutt’al più la reincarnazione di una mantide religiosa in un corpo di femmina umana. Si ciba della mia testa e del mio corpo, amandomi inconsapevolmente, però, solo con i suoi occhi colmi di tempesta e con le nuvolette di fumo con cui gioca e che fuoriescono da quella sua bocca dolcemente letale: non muoio mai, questa è la mia condanna, e di conseguenza il mio dolore è costretto a rinnovarsi ogni sera tra un glissando e un riff, mentre dalla porta della cucina giungono sprazzi di bestemmie cinesi tra un cameriere e il cuoco.

Davvero una fine di pasta frolla per un duro come me.

Luana “ama” un altro, uno che la illude, la fa soffrire e che dopo essersela scopata per benino la sbatte in un taxi dicendo che ha da fare cose importanti negli uffici del suo grattacielo e che non ha tempo per fare shopping clandestino con una ragazzina viziata del “China”, che non può chiedere il divorzio a sua moglie, perché quella possiede l’ottantatre per cento delle azioni della società ereditata dal padre e che quindi lo tiene al guinzaglio per le palle come una di quelle signore impellicciate che vanno a passeggio per le vie della città trascinandosi dietro il cagnolino, solo che al posto del cane ci sono i suoi “gioielli di famiglia”. Uno che, quando Luana parte con il suo sistematico pianto greco da ragazza sedotta e abbandonata, caccia fuori la storia sempreverde dei “figli ormai grandi”, del fatto che lei è carina e chissà quanti altri ne può trovare e bla, bla, bla…

Un tizio che, prima o poi, farò sistemare come si deve da un paio dei miei ragazzi. Niente di cruento o di plateale, s’intende: giusto un “piedistallo” in cemento da abbinare a quei suoi bei mocassini da imprenditore con cui ama prendere a calci in culo la mia dolce Luana.

La mantide sconfitta dal maiale: c’è bisogno di riequilibrare il karma di questa città.

Io e Luana siamo molto simili: dietro un’armatura caratteriale a prova di proiettili e uno stile apparentemente cinico, nascondiamo un’anima soufflè.

Peccato che il suo masochismo, ormai degenerato in autolesionismo sentimentale, non le permetta di notare l’adorazione quasi mariana che nutro per lei da molto tempo. Forse anch’io, a mio modo, sono un masochista perché non mi decido a lanciarle un razzo di segnalazione in direzione delle sue due scialuppe di salvataggio.

In compenso ultimamente, magra consolazione, siamo diventati soci in affari… In loschi affari. Come tutti quelli di cui mi occupo.

– É tornato Tony Molla? – (così soprannominato per via della sua imponente collezione di coltelli a scatto) mi chiede Luana mentre parcheggia il suo meraviglioso fondoschiena sull’alto sgabello vicino al mio.

Il suo corpo proporzionato e micidiale, fino a quel momento uniformemente fasciato da un elegante vestito nero, trova una via d’uscita attraverso l’ampio spacco laterale che lascia sfuggire, accavallando le gambe, una delle due colonne berniniane che lo sorreggono in questo mondo abitato da noi poveri mortali.

Prima che cominci io a balbettare dinnanzi alla sua coscia, distolgo velocemente lo sguardo dal suo corpo e le piazzo una risposta fredda e breve, tornando a fissare le bottiglie: – Non ancora!

– Speriamo che non abbia combinato un casino! – continua Luana facendo segno al barman di portarle il solito.

– Per uno esperto come Tony, consegnare un “pacchetto di metallo” è un gioco da ragazzi. Sarà qui a momenti, vedrai. Non preoccuparti e gustati il tuo drink! – dico a Luana una delle frasi più decise degli ultimi mesi.

Nel gergo malavitoso consegnare un “pacchetto di metallo” significa mandare un “bravo ragazzo” per pugnalare nelle natiche o a morte qualcuno che ha sgarrato nel complicato mondo del traffico di droga; a volte la lama è più sicura e decisamente più silenziosa della pistola, ma c’è bisogno di esperienza perché la distanza di sicurezza tra la vittima e il carnefice è ridotta a zero. E Tony Molla è un’autorità nel settore lame: io questo lo so, ma Luana non conosce i miei uomini come li conosco io e quindi freme nel suo vestito da femme fatale come una scolaretta prima dell’interrogazione nel suo grembiule.

Vorrei rassicurarla stringendola a me, vorrei lanciarle quel benedetto “razzo di segnalazione” ma so che non è il momento giusto e che un suo rifiuto potrebbe rovinare anche quel minimo contatto che ancora mi permette di ascoltare la sua voce e di sentire il suo odore, a volte di sfiorarla mentre le porgo un bicchiere o le accendo una sigaretta. Piccoli contentini adolescenziali per uno che si vanta di scontri armati, omicidi e traffici di varia natura.

Tuttavia la psiche umana è sorprendente, soprattutto la mia. Dopo tanti discorsi sulla cautela e sulla paura di essere rifiutato, mi riscopro a pochi centimetri dall’orecchio di Luana mentre le bisbiglio una frase a dir poco storica, una frase che se l’avessi preparata prima non mi sarebbe venuta fuori in modo migliore: – Che ne dici se dopo l’arrivo di Tony ce ne andiamo io e te a bere qualcosa al Cotton? Così, giusto per uscire da questo posto e prendere una boccata d’aria?

I ragionamenti che facciamo a noi stessi, spesso, servono solo a preparare il terreno alla più sfacciata contraddizione: un po’ come quando chiediamo un parere a qualcuno ma in realtà abbiamo già deciso. E meno male che ci contraddiciamo, aggiungerei. Rimanere legati alle proprie remore non fa bene alla salute e di tanto in tanto occorre osservare il mondo anche da un’altra angolazione, da un’altra visuale: fosse anche quella della sconfitta o del rifiuto.

Lo sguardo di Luana da sorpreso diventa lentamente rilassato e vergato da una sfumatura di complicità nei miei confronti. Una sensuale complicità che non avevo mai neppure concepito durante i mesi precedenti.

– Pensaci! – decido di aggiungere un tocco di classe e di finto distacco alla scena sotto forma di dolce ultimatum, mentre accendo, cercando di non tremare, la mia Dunhill Gold che tengo poggiata sull’orecchio sinistro da più di mezz’ora.

Intanto il trio della serata, introducendo un vocalist nel tessuto delle improvvisazioni, ci regala la versione jazz di una vecchia canzone di Fred:

Prima che finisca questa sigaretta

tu mi dirai di sì, oppure forse no!

Puoi pensarci bene,

non avere fretta

hai tanto tempo ancor,

il tempo di una sigaretta ¹

Luana fissa sorridendo il fondo del suo bicchiere mentre un ciuffo di capelli, staccandosi dalla massa profumata e bionda, scivolando verso il mento le carezza una guancia. All’improvviso il suo sguardo passa fulmineamente dal bicchiere ai miei occhi e sento che il danno è ormai fatto e non mi resta che attendere il verdetto.

Guardo pigramente, le spire profumate

lo vedi,

fumo a piccole boccate

vorrei fermare un poco,

questa punta di fuoco

vorrei fermare il tempo,

ma il tempo passa e va²

Lei mi fissa mentre continuo a osservare, sfoggiando un falso interesse da duro intenditore, le varie etichette di whisky. E lentamente, distendendo la sua immensa schiena nuda verso di me, porta le sue labbra rosse come la lava di un vulcano attivo a portata di bacio o di sputo, a seconda della risposta che ha in mente per me.

Vedi si consuma, questa sigaretta

tu mi dirai di sì, o mi dirai di no.

Passano i minuti,

forse troppo in fretta

io guardo gli occhi tuoi,

fumando questa sigaretta…³

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sig…

… sig…

… aretta…

… etta…

… tta…

– Maledizione! Si è incantato di nuovo! – sbraitò il Maggiore Black nel microfono della postazione O-37 all’indirizzo dell’operatore della Sala Ologrammi che, come al solito, già dalla seconda scena s’era mezzo appisolato sulla consolle del computer olografico, tanto quelle storie le conosceva a memoria.

– Maggiore, ma perché si ostina a voler far girare sempre la stessa vecchia storia? – cominciò l’operatore una polemica con il Maggiore che sapeva di già vissuto.

– Non sono affari che ti riguardano e non farmi sempre la stessa domanda…

– Abbiamo dei nuovi titoli, li vuole almeno sentire? – tentando una timida promozione della merce.

– Non m’interessano gli altri titoli! Non ti avevo già detto di risolvere il problema? – rispose secco il Maggiore.

– Proprio ieri è arrivato fresco, fresco dal database della Compagnia una storia intitolata “La conquista di Phobos”… – continuando imperterrito – e narra della nostra gloriosa colonizzazione del pianeta Ph…

– … Non m’interessano i tuoi nuovi stupidi titoli, lo capisci o no?!

– … Lei potrebbe interpretare la parte del patriarca dei coloni. Che ne pensa?

– Penso che questo tuo insistere nel tentare di farmi cambiare ologramma sia disonesto e puerile!

– Oppure c’è… Aspetti, aspetti: mi gioco una settimana di paga che questa storia le piace! – correndo dietro il cliente deluso che già s’apprestava a lasciare la sala.

– Sentiamo!

– “Sette spose per i trivellatori di Adrastea”, ambientato su uno dei satelliti di Giove: uno spasso dal primo all’ultimo fotologramma.

– Ma per piacere… Hai appena perso una settimana di paga.

– Va bene, faccia come crede! Capisco che lavorare nella base mineraria di un planetoide che gravita intorno a un sole lontano migliaia di parsec dal proprio, possa causare nostalgie e squilibri psichici vari… Ma incaparbirsi per un ologramma malfunzionante non aiuterà certamente il suo umore.

– Lascia stare il mio umore e pensa piuttosto a farti trasmettere una nuova copia di questo ologramma dalla base… – disse risoluto il Maggiore: – La prossima volta che verrò qui, dovrà procedere tutto liscio fino alla fine!

– Agli ordini!

– Devo assolutamente sapere se Luana mi bacerà o no! Se accetterà di venire con me al “Cotton” per un drink!

¹ ² ³  “Una sigaretta” (Fred Buscaglione – Chiosso)

Bandiera bianca!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 aprile 2010 by Michele Nigro
dal n.8 di “Nugae”
… Passa una gondola
della città.
“Ehi, dalla gondola,
qual novità ?”
“Il morbo infuria,
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca!”
Arnaldo Fusinato, vicentino nato a Schio nel 1817, studiò a Padova dove compose i primi versi satirici contro l’Austria. Nel 1848 esplosero nel Lombardo-Veneto le famose rivolte (I Guerra di Indipendenza), alimentate anche dalla mancanza di libertà nella vita intellettuale, e gli austriaci si ritirarono nelle fortezze del Quadrilatero. Il 17 e 18 marzo del ’48 anche a Vicenza si ebbero le prime dimostrazioni “dei Crociati” vicentini che ebbero il loro sfortunato battesimo del fuoco nei pressi di Sorio e Montebello e a Vicenza, Fusinato, combattè anche lui per la difesa della città ma, perduto Monte Berico, Vicenza fu assediata… Fusinato non si arrese e corse a combattere gli Austriaci a Venezia.
Continua: Bandiera bianca – Fusinato

Quel concerto dopo il terremoto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 13 aprile 2010 by Michele Nigro

(il primo concerto non si scorda mai)

Parlare di Franco Battiato è come parlare di “uno di famiglia”. Non perchè siamo parenti o ci frequentiamo, ma per il semplice motivo che è entrato in casa nostra con la sua musica nel lontano 1979, grazie a una sorella maggiore che tra un solfeggio e le faccende di casa suonava i brani del Cinghiale Bianco sul pianoforte del salone, e non ne è mai più uscito. Anche nel mio caso, come per Franco, le donne di casa sono state determinanti.

Certo, ci sono stati momenti di stasi e di “non curanza” dovuti anche alla mia giovane età che non sempre mi permetteva un avvicinamento serio e costante alla ricerca musicale e umana di Franco.

A quell’epoca, per di più, ignoravo l’esistenza di Gurdjieff, Yogananda e Aurobindo…

Ricordo, tuttavia, ancora con una certa tenerezza un concerto che Battiato diede alcuni mesi dopo il terribile terremoto del 1980 in Basilicata e Campania, e precisamente in un paesino di nome Ruoti (in provincia di Potenza): evento simpaticamente definito dagli stessi membri della band come “concerto di curva”, anziché concerto di piazza, a causa della strana posizione in cui gli organizzatori collocarono il tipico palchetto di legno, in stile “festa di paese”, per gli artisti.

Impilati in una Fiat 126 bianca, raggiungemmo il luogo disastrato in cui si sarebbe esibito Franco. Il paesello, in alcuni angoli, era “addobbato” con tristi macerie non ancora rimosse e quel concerto rappresentava, forse, uno dei tanti timidi “segnali di vita”. A contrastare con le macerie, il primo premio in palio della Lotteria della festa: un’automobile Alfa Romeo di grossa cilindrata. Sul palco male illuminato ricordo, avevo solo dieci anni, la presenza di tre o quattro componenti – Battiato compreso – tra i quali l’immancabile e mitico Giusto Pio che con il suo violino, avvicendato dal suono della chitarra elettrica di Alberto Radius e dalle prodigiose tastiere di Filippo ‘Phil’ Destrieri, ha reso eterna la canzone “L’Era del Cinghiale Bianco” dell’omonimo album uscito un anno prima della sciagura sismica.

Vulcani, terremoti, sismicità, imprevedibilità della natura umana e cosmica: solo un musicista come Battiato avrebbe potuto dare vita a quella scena così surreale fatta di suoni e macerie.

Erano i segnali musicali di una ricerca sofisticata che trasportò nel raggio gravitazionale di Battiato tanti incuriositi ammiratori così come tanti furono “gli impauriti inquisitori” che nella musica di Franco individuarono il possibile vessillo di una loro personale e stupida battaglia contro “la musica strana”. Erano gli effetti collaterali del Prog.

Dopo molti anni riflettendo su quel concerto di ‘curva’ mi chiedo: “quale alchimia si è mai potuta creare nelle menti vergini degli intervenuti tra i disastri del terremoto e Franco che ci istigava all’esplorazione delle Strade dell’Est?”. Forse i vecchietti seduti sulle panchine con la coppola in testa e in attesa di andare a dormire non lo presero molto sul serio (con gli anni Franco c’insegnerà che l’“indifferenza” può essere reciproca e che l’artista non è tenuto a prostrarsi), ma c’era già intorno a noi “Aria di Rivoluzione” e non potemmo più tornare indietro. Cominciò all’incirca così la “faccenda esoterica”. Cominciò quasi per caso, durante un concerto che ormai Franco Battiato avrà sicuramente rimosso dai suoi depositi mnemonici (ma non Filippo Destrieri, il quale mi ha scritto dicendo di ricordare benissimo quel concerto!), ora che si esibisce a Baghdad, Parigi e New York… Un concerto talmente ‘insignificante’ che non è riportato nemmeno nei meticolosi archivi storici dei principali siti web (ufficiali e non ufficiali) dedicati all’artista. Insignificante, intendiamoci, se confrontato con la successiva poderosa carriera di Franco Battiato: ogni evento musicale ‘live’ possiede unicità e irripetibilità; le vibrazioni, negative o positive, che si creano in un luogo sono speciali ed è impossibile ricrearle artificialmente in un secondo momento.

Una traccia volatile ed effimera, dunque, diluita nel mare cosmico degli eventi. Ma non per me!

Da allora ci furono molti “giorni di digiuno e di silenzio”… Ma Battiato aveva già inoculato il “fattore B” nel sangue di molti italiani, me compreso, e ognuno sviluppò da quel momento in poi una sua personale “reazione” a seconda degli eventi della vita e del cammino fatto. Qualcuno dalla sperimentazione del cosiddetto “rock progressivo” si ritrovò in un monastero benedettino e altri ancora, grazie alla sua musica, hanno percorso terreni impensabili ed affascinanti durante i momenti di sonno apparente o di crisi esistenziale.

La vita di Franco Battiato fino a oggi si è rivelata sicuramente interessante per la varietà di stimoli che caratterizzano la sua silenziosa ricerca personale e che ripropone metabolizzati al suo pubblico sotto forma di brani musicali. Non esiste un letto di fiume abbastanza ampio capace di accogliere una definizione riassuntiva dell’arte di Battiato perchè troppi sono gli affluenti che nutrono la ricerca: letteratura, pittura, musica, religione, linguistica, filosofia, psicologia, teatro, e ora anche cinema… Limitarsi all’ascolto delle sue “canzoni” è sufficiente per una critica superficiale. Ricche e infinite sono le connessioni che dalle canzoni di Franco si diramano verso altre fonti e altri interessi culturali. Lasciarsi trasportare dalla corrente di questi affluenti rappresenta un’esperienza affascinante: forse è l’unico modo per creare una vera empatia tra estimatori (non definiteci semplicemente “fan”) e artista. L’ascolto di Battiato deve essere vissuto come un gioco su se stessi e come un’occasione per aprire nuove porte. Altrimenti sarebbe solo “musica strana”, come avrebbero detto i vecchietti di quel concerto di 30 anni fa.

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