Archivio per capitalismo

God bless…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 giugno 2014 by Michele Nigro

God-Bless-America

America!

Fondi il metallo dei vecchi cannoni gloriosi

per forgiare le armi di moderne crociate,

guerre sante su pellicola hollywoodiana

esigenze democratiche sparse nel mondo

l’avidità energetica inventa pretesti umanitari.

God bless… bombe intelligenti e cristiane.

Ronda planetaria del benessere, in nome di chi?

God bless… America!

Lo Zen e l’arte della raccolta differenziata dei rifiuti

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 agosto 2013 by Michele Nigro

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Il consumismo e la crescente complessità delle fasi produttive a partire dalla rivoluzione industriale hanno imposto alle nostre abitudini l’utilizzo e l’accumulo di oggetti: materiali eterogenei attraversano la quotidianità dell’uomo moderno anche se la maggior parte di essi è del tutto superflua e caratterizzata da una vita effimera. Le norme igienico-sanitarie e le leggi riguardanti l’etichettatura hanno fornito un alibi alle industrie che producono involucri e imballaggi di varia natura per sommergere i nostri gesti naturali sotto cumuli di potenziali rifiuti. Per riuscire a mettere le mani (e la bocca) su un alimento spesso dobbiamo prima attraversare una giungla stratificata di materiali confezionanti. Questa massa informe di “materiali di servizio” sosta nelle nostre vite per pochi minuti, ore o nella migliore delle ipotesi giorni e settimane. Non si tratta di oggetti destinati a persistere nel bagaglio sentimentale e culturale delle famiglie (anche se la cultura pop ama spesso soffermarsi sull’influenza simbolica che questi oggetti hanno nel caratterizzare un’epoca: il tetrapak piramidale del latte, ad esempio, ha segnato in modo originale un preciso periodo storico-commerciale così come successo molti secoli prima, facendo le dovute differenze, con l’utilizzo di anfore per il trasporto di olio, vino e profumi) ma il loro passaggio è veloce e accolto da un alone di inconsapevolezza e di disinteresse tendente all’ignoranza: scartiamo, stracciamo, stappiamo, “apriscatoliamo”, come se tutto questo materiale muto e servizievole esistesse nell’universo da sempre, come se si trattasse di creta che ritorna naturalmente alla terra. Ignari delle sue origini e della sua complessa storia industriale, lo separiamo da ciò che c’interessa, dall’oggetto nutriente contenuto al suo interno. Il suo destino non ci riguarda, una volta raggiunto lo scopo.

La cosiddetta raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani ha decisamente interrotto, almeno in parte, questo processo mentale distratto e automatico, frutto post-industriale di una società che non conosce più, a differenza che in passato, la genesi degli oggetti, le motivazioni dei loro creatori e i passaggi tecnologici necessari alla loro creazione. La raccolta differenziata è strettamente correlata a quel tipo di esperienza sensoriale che ha come obiettivo la comprensione della realtà: toccare gli oggetti divenuti rifiuti, osservarli, sperimentarne la consistenza, andare al cuore delle cose, sezionarle, capire la loro natura fisica e chimica, selezionarle e quindi stabilire quale sia la più appropriata collocazione nella piramide non alimentare dell’oggettistica moderna, significa imparare a essere consapevoli della materia che ci circonda, del suo destino, del suo valore e della sua diversità fisico-chimica, come se fossimo impegnati in una catalogazione floro-faunistica in piena regola; significa risvegliarsi da un’ignoranza tecnologica e merceologica, e liberarsi da un appiattimento sensoriale che ha reso il mondo in cui viviamo inumanamente omogeneo e indifferente. La raccolta differenziata è un esercizio mentale che ci educa all’ordine universale partendo dalle cose a noi più vicine; un modo per partecipare al miglioramento del mondo iniziando dalla propria pattumiera. Contribuiamo a diminuire il caos energetico esistente tra i materiali eterogenei, cominciando a compattare quelli simili tra loro. E schiacciandoli, prima di riporli negli appositi contenitori, partecipiamo alla riconquista ordinata del nostro spazio, interiore ed esteriore. Fare la differenza, e quindi la differenziata, significa allenare la propria intelligenza a distinguere prima di agire, a fermare l’azione indistinta per dare spazio al giudizio selettivo che pigramente sonnecchia in noi; significa “rendersi conto” della realtà delle cose per partecipare attivamente al mondo anche dal punto di vista materiale. Al di là delle teorie filosofiche, concretamente. Quanto più sottile e chirurgica sarà la differenziazione da noi realizzata, tanto maggiore sarà la risposta positiva su di noi. Differenziare è rilassante perché è un’operazione naturale: l’unione di materiali differenti tra di loro per soddisfare le sciocche esigenze dell’uomo metropolitano è invece innaturale. Dall’osservazione del carattere impermanente degli oggetti che ci circondano possiamo trarre una lezione sulla realtà incondizionata e trascendente: se una certa esistenza materiale è di passaggio, è perché ne esiste un’altra che è permanente e beata. Liberarsi consapevolmente della materia impermanente è un modo per scoprire e restare in contatto con il nucleo pieno e permanente del nostro Io. L’identità transitoria ed effimera degli oggetti materiali riciclabili c’insegna che tutto è vacuità: non esiste una forma stabile a cui aggrapparsi. Tutto è trasformabile e riciclabile. Anche noi riciclatori siamo caratterizzati da vacuità come gli oggetti che differenziamo: un giorno, dopo la nostra morte, i vari componenti chimici di cui siamo costituiti seguiranno il loro destino e la natura, senza lasciarsi intimorire dalle barriere funebri che altri costruiranno intorno al nostro corpo spento, si riprenderà, differenziandola, la materia che ha dato in prestito all’esistenza.

l'origine della munnezza

P.S. L’ORIGINE DELL’IMMONDIZIA? È presto spiegata… Il problema dei rifiuti è a monte: non è solo un fatto d’inciviltà dei cittadini e di incompetenza dei nostri amministratori. Il problema è anche nel rapporto malsano esistente tra consumismo e imballaggi. Ieri ho acquistato una “stronzata” che serve per il wireless bluetooth di 1 cm (vedi foto a destra) imballata con una quantità inimmaginabile di materiali (cartone e plastica, vedi foto a sinistra) come se si trattasse di un microchip della NASA… Per colpa di chi deve speculare sulla produzione degli imballaggi noi siamo costretti a morire soffocati sotto i nostri rifiuti!

La Festa della Filosofia 2013: Pensare il Pianeta

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 6 aprile 2013 by Michele Nigro

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CALL CENTER: METAFORA E METAMORFOSI DEL LAVORO PARA-SUBORDINATO

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 marzo 2013 by Michele Nigro

Ricevo e volentieri pubblico una recensione attenta, dettagliata, scrupolosa e particolarmente sentita al mio racconto social fantasy “Call Center” da parte dell’amico Valentino Strél’nikov Cerrone. Interessante, all’interno del testo della recensione sul blog di Valentino, il riferimento video al film “Aldous Huxley’s Brave New World” della BBC. Forse il recensore vuole dirci, ispirato dalla lettura del mio scritto, che siamo giunti a livelli sociali di tipo huxleyano od orwelliano?

[la recensione qui presentata si riferisce alla prima edizione del racconto pubblicata nel 2013, non più disponibile; per leggere la seconda edizione (2018) “Call Center – reloaded”, andate qui!]

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In copertina: foto di Nigricante©2018; titolo: “Firestarter 2.0”

copertina Call Center

(sopra: copertina della prima edizione, non più in vendita!)

CALL CENTER: METAFORA E METAMORFOSI DEL LAVORO PARA-SUBORDINATO

Call center” non è solo, come potrebbe apparire da una prima lettura, un mirabile ed impegnato affresco sulla difficoltosa e nebulosa realtà del lavoro para-subordinato, ma anche e soprattutto un viaggio “esperienziale” nelle zone d’ombra e meno focalizzate del nostro sistema economico-produttivo, che ne mette a nudo tutte le insidie, gli ingranaggi perversi, e le terrificanti scorie sociali.

L’autore di tale racconto, coniugando leggerezza narrativa ed impegno sociale, tra spezzoni di poesia, incipit filosofici e richiami musicali di Gaber e Battiato, come un Dante Alighieri nella Divina Commedia, mediante un viaggio “esperienziale” fa emergere con abilità, senza mai essere prolisso e banale, mai rischiando di scivolare nella retorica, un concetto, un fenomeno poco studiato dai grandi media contemporanei: il non luogo di Marc Augè.

Si colgono altresì tratti orwelliani vicini a “1984” e a “La fattoria degli animali” quando mette in luce che il lavoratore va “educato… il comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì a un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.

Ebbene proprio l’apertura di tale viaggio inizia con un richiamo forte che descrive il binomio micidiale di spersonalizzazione e concreto bisogno che spinge il lavoratore para-subordinato a sottomettersi non solo fisicamente (“Conosco bene le misure del mio spazio lavorativo: mi fermo un millimetro prima di strappare via il jack”) ma soprattutto interiormente (“ritorno fedele con le braccia sul tavolo del box dove mi aspettano i pieghevoli che illustrano le caratteristiche patinate dei meravigliosi prodotti da vendere e il decalogo delle cose da dire o da non dire pensati dall’intellighenzia aziendale.)

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Surplus

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 27 ottobre 2011 by Michele Nigro

<<Anche il mondo del libro viene in tal modo colpito dalla stessa patologia che ha già interessato altri settori del mondo civilizzato e industrializzato: l’avanzamento inesorabile del progresso non è confortato da un parallelo sviluppo delle coscienze. La sproporzione esistente tra produzione editoriale e numero di lettori reali è solo uno dei sintomi della crisi. Il Sistema alla fine è riuscito a introdurre i propri tentacoli anche in quell’ultimo baluardo che avrebbe dovuto assicurare un brandello di autonomia mentale: dietro l’offerta di una vasta scelta travestita da finta libertà, si nasconde una “diminuzione del desiderio”. Dinanzi ai corpi nudi e sessualmente disponibili, in libreria, si materializza l’impotenza di un essere umano incapace di vivere una propria ‘libido’ in qualità di lettore. Durante i difficili periodi storici caratterizzati da proibizioni ideologiche e scarsità di mezzi, il desiderio aumenta e la necessità di essere liberi diventa palese e drammaticamente necessaria. La “matrice” in cui viviamo oggi, invece, ha congelato il nostro impeto: occorrono, pertanto, nuovi livelli di ricerca, nuovi stadi di consapevolezza, differenti obiettivi interiori non individuabili dai sondaggi di mercato, nuove scelte di vita difficili da scannerizzare. I libri ‘scelti in sordina’ e la giusta distanza dalle cose diventano così i primi veri strumenti del decelerazionismo.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 29-30)

Esocitosi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 3 ottobre 2011 by Michele Nigro

(continuando dal post “Andare di moda”) <<Un’empatia materialistica tra simili (o meglio, tra dissimili se consideriamo la legge romantica della equa distribuzione delle ricchezze non più tra classi sociali, come auspicato da Marx in vista dell’eliminazione delle stesse, ma più semplicemente tra “furbi” e “non furbi”) che esclude chi non è attratto (i “non furbi”) dalla prevaricazione dell’Avere: chi non è affetto dalla stessa febbre, oserei dire fortunatamente, viene espulso (esocitosi) dal corpo malato di una società che andando al di là del semplice e necessario welfare ha deificato l’Essere Vuoto ma benestante.

Disadattato sarà chi sceglie di essere un “non furbo” o, per dirla con linguaggio statistico, uno meno frequente. L’inadeguatezza (sociale, economica, persino affettiva) diventa una sensazione costante perché non si posseggono gli strumenti necessari per il soddisfacimento di quei parametri convenzionalmente accettati dalla massa e soprattutto, cosa ancor più grave da un punto di vista psicologico e filosofico, non si hanno i mezzi per il raggiungimento di una Autocoscienza capace di liberare l’uomo dalla morsa del giudizio standardizzato.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 4-5)

Consumatori… consumate!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre 2010 by Michele Nigro

“Il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo – 1901

Noi, Proletari-Consumatori della Terza Rivoluzione Industriale.

Siamo bestiame!

Le nostre funzioni fisiologiche (bere, mangiare, fare la cacca, fare la pipì, avere le mestruazioni, fare sesso, fare figli…) sono state “istituzionalizzate” e rese inodori dal filtro della madre istigatrice di tutti i pensieri: la Pubblicità. Siamo come delle “fornaci” in cui bruciare i prodotti provenienti dall’immensa macchina industriale e nonostante ciò ci sentiamo stupidamente unici, speciali mentre compriamo la carta igienica a fiori o l’acqua minerale che fa dimagrire. Abbiamo mai veramente riflettuto su quante persone utilizzano la nostra stessa carta igienica? Milioni, miliardi! Siamo unici, forse, per altre cose.

All’inizio (mi riferisco alla Prima e alla Seconda Rivoluzione Industriale) non era così: il lavoratore era lavoratore e basta. Ogni diritto veniva affogato in ore di lavoro da “schiavi delle piramidi” e… altro che Sindacati! I sindacati, quelli seri, sono venuti dopo. Per poi scomparire con l’avvento dell'”era della flessibilità del lavoro” e del cosiddetto “lavoro parasubordinato”: schiacciati da un neocapitalismo prepotente e incoraggiato da leggi statali assolutamente sbagliate.

Poi un bel dì un industriale geniale, o chissà chi per lui, scoprì (sorpresa immensa nel mondo scientifico ufficiale) che anche il lavoratore possedeva un rispettabile e operoso buco del culo!

Tutti gli industriali, gli economisti, gli anatomisti e altri capoccioni la cui professione finiva con –isti, si riunirono per discutere della scoperta. Qualche spregiudicato avanzò addirittura un’ipotesi: “… ma allora se hanno un ano, vuol dire che cagano?” E tutti, nel brusio generale, si lasciarono trasportare a personali considerazioni col vicino… “Ma è meraviglioso!” – si lasciò sfuggire il più lungimirante del gruppo – “Se cagano, vuol dire che CONSUMANO!” Ed ancora: “… facciamoli diventare lavoratori-consumatori! Così risolviamo in un sol colpo il problema della produzione e del consumo…!”

Ma lo scetticismo non mancò e infatti i più anziani manifestarono alcune perplessità: “… ma se fino a ieri li abbiamo trattati male, prendendoli a calci nelle gengive, come possono sentirsi motivati nel consumare ciò che producono? È come per il cane che si morde la coda!”

Improvvisamente, tra la folla di scienziati e industriali, si alzò il trisavolo di Giorgio Mastrota che disse senza mezzi termini : “… ignoranti che non siete altro: inventiamo la PUBBLICITA’!” E tutti in coro: “… ma cos’è!?” E il vegliardo con serafica pazienza illustrò alcuni “grafici” agli intervenuti e concluse: “… la pubblicità serve a farti sentire amato mentre lo stai prendendo nel culo!” E tutti, in un isterico tripudio di massa, plaudirono all’idea e all’ideatore.

Nacque così la Terza Rivoluzione Industriale: quando il lavoratore divenne Consumatore.

Elogio del recupero

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 giugno 2010 by Michele Nigro

Recuperare la lentezza

(“…pedalo, quindi sono!”)*

Crisi energetiche, fonti alternative ignorate dalle lobby dell’oro nero, pozzi petroliferi in avaria nell’oceano e tonnellate di petrolio greggio riversate in mare, aumenti (e mai ribassi) del prezzo della benzina, mito futurista della velocità e fascino moderno, disoccupazione e mancanza di idee, pubblicità ingannevole e nevrosi da mobilità efficiente, vacanze sempre meno intelligenti, donne e motori… Ci consigliano di combattere la crisi con un ottimismo spendaccione e praticando la cancellazione dei fatti e delle notizie; la realtà deve essere allontanata; l’esperienza preconfezionata, pronta per l’uso, diminuisce il rischio di fatica e di fallimenti.

Sotto uno strato di polvere alto alcuni millimetri ho scoperto nel garage una vecchia bicicletta acquistata circa vent’anni fa (o forse più) da una mia parente e in seguito abbandonata a causa di quelle vicissitudini della vita che a un certo punto, purtroppo, ci fanno prediligere alcuni mezzi rispetto ad altri. Ruggine, polvere, vernice staccata, il filo della dinamo tagliato, copertoni marci, una camera d’aria ormai irrecuperabile e i parafanghi un po’ sgangherati… Un caso difficile, quasi disperato! La voce consumistica che è in ognuno di noi mi dice: “comprati una bicicletta nuova!”

La sfida in pieno stile cubano comincia. Ho bisogno di dare a me stesso e “al mondo” una lezione di lentezza: non tanto un esempio ecologista quanto piuttosto un segnale culturale, la riproposta di uno stile di vita reale e sano sempre più sopraffatto da un efficientismo snob che rasenta (e a volte realizza) un’ostentazione volgare e paradossalmente tipica di quest’epoca disoccupata, povera ma falsamente sgargiante e berlusconizzata. La filosofia del recupero da contrapporre alla veloce morale consumistica: vernice nigricante, copertoni nuovi, olio per ingranaggi, qualche attrezzo precedentemente recuperato da un mio personale “museo dell’artigianato”, un po’ di musica per accompagnare “l’operazione chirurgica” e tanta pazienza… Smonto, allento, stringo, gratto, bestemmio, sferraglio, sudo. Svito, allargo, sbullono, vernicio, rido e poi fieramente rimonto il tutto come se fossi un demiurgo del metallo. La nuova sfida m’intriga; mi sento capace, audace, mordace: un uomo che domina la materia (non il contrario) e che conosce l’obiettivo del suo operare. Divento oggetto, mi calo nelle esigenze inorganiche della silenziosa materia rimasta ferma per anni: io sono la bicicletta. Mi assicuro che le ruote rimontate girino come si deve, evitando attriti con i parafanghi o con i tacchetti dei freni. Olio, olio e ancora olio, per allontanare dagli ingranaggi la “pigrizia” accumulata in tutti questi anni sprecati, trascorsi nel garage a non far niente. Rivernicio tutto accuratamente senza lasciare angoli da cui possa trapelare il vecchio colore della precedente esistenza e dono una nuova vita lucente a quel metallo fino a poco tempo prima arrugginito e polveroso. Anche le luci anteriore e posteriore nutrite dalla dinamo tornano miracolosamente a funzionare in vista di estive pedalate notturne. Sono orgoglioso di me. Il risultato mi soddisfa (vedi foto sopra). Ci vuole una pedalata inaugurale. La faccio. Pedalo lievemente e senza fretta tra le stradine deserte e le arterie trafficate della mia città di provincia e l’oggetto rinato sembra ringraziarmi per questa seconda possibilità. Tutti abbiamo bisogno di una seconda possibilità. Anche gli oggetti. Io lo so, ma il mondo non più: lo ha dimenticato durante questi anni di crisi annunciata e combattuta a suon di ricette in tivù, falsa opulenza per sentirsi meno soli e populismo pre-elettorale.

Restaurare le cose ci rende migliori. Riacquistiamo il ritmo giusto ed educhiamo il nostro corpo all’attesa riflessiva. Siamo liberi di decidere come utilizzare il nostro tempo e la materia inerte che incontriamo lungo il cammino. Il recupero possiede in sé anche un significato politico: la “semplice” scelta culturale diventa scelta politica controcorrente. La fregola consumistica consigliata e incoraggiata dai nuovi dittatori viene sconfitta dalla chiave inglese e dal cacciavite. Ridiventare padroni di sé, del proprio tempo e degli oggetti dimenticati in attesa di resurrezione. Riscrivere l’elenco dell’utile e dell’inutile seguendo i rispolverati canoni qualitativi della vita reale. La poetica degli oggetti in disuso contro la stupidità dell’Occidente, contro l’arroganza dei velinismi tecnici ed estetici, contro il grasso che cola sullo scheletro di una filosofia perdente ma imperante.

Contrapporre alle lunghe file in autostrada, per raggiungere i luoghi isterici del divertimentificio, la micro-felicità di uno spazio locale riconquistato e poco noto. I non-luoghi di Marc Augé vengono sostituiti dai luoghi del senso e dell’individualità irripetibile. “Psicogeografia pedalante!” – penserebbe Debord.

La bicicletta che ho “riesumato” non si trova su nessun catalogo!

E’ unica… E’ mia.

(foto tratta dal film “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica)

* il sottotitolo di quest post “…pedalo, quindi sono!” – è preso in prestito dal saggio “Il bello della bicicletta” (Eloge de la bicyclette) di Marc Augé – pag.63

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