Archivio per cinematografia

Cinema politico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 9 maggio 2014 by Michele Nigro

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“Ghost in the Shell” NIGHT

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 febbraio 2014 by Michele Nigro

http://www.nexodigital.it/1/id_348/Ghost-in-the-Shell—NIGHT.asp

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Vanishing on 7th Street

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 gennaio 2014 by Michele Nigro

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“Stay in the light – Rimani nella luce” recita la locandina del film Vanishing on 7th Street catalogato nel genere thriller/horror ma che offre elementi per un messaggio che va oltre la semplice funzione di “mettere paura”. Quando la notte cala, delle ombre inquietanti prendono il sopravvento lì dove la luce è scarsa o del tutto assente causando la misteriosa scomparsa delle persone che incontrano. Sopravvive solo chi comprende l’importanza della luce, naturale o artificiale: l’unico strumento in grado di tenere lontane le ombre; anche se le ombre, lo sappiamo, sono generate dalla luce. Ma non queste.

Cosa rappresentano queste ombre in continua ricerca di esseri viventi da trascinare con se? Le anime dei morti? Nuove forme del male? Evocazioni di sconosciute forze ancestrali? Non è importante conoscere la loro precisa natura, la loro origine, quanto piuttosto il loro rapporto con la luce: forse le ombre rappresentano il prodotto finale del male prodotto da un’umanità che si è allontanata dalla luce morale? O sono forze oscure, nate con il mondo, che già in passato hanno compiuto simili incursioni nella storia dell’umanità?

L’uomo contemporaneo è legato alla tecnologia e la luce elettrica, prodotto del suo ingegno, rappresenta uno dei massimi esempi di come la civiltà umana sia riuscita a prevalere sulle tenebre del mondo primitivo, sulla notte: continuare a fare luce, rimanere nella luce anche quando la nostra stella non c’illumina, quando la notte è più lunga del dì, costituisce in questo caso un elemento di sopravvivenza che va oltre l’utilità pratica dell’invenzione elettrica. La luce salva la vita ai superstiti, li preserva dal buio che conduce a morte certa. Così come il fuoco scoperto dai primi uomini li preservò dalla ferocia degli animali selvatici. La luce intimorisce chi ama le tenebre: è una valida barriera contro il male; è la conoscenza che rende sicuro il cammino dell’uomo.

“Io esisto!” dice uno dei personaggi un attimo prima di essere “inghiottito” dalle ombre, lasciando solo i propri vestiti svuotati del loro contenuto. Se c’è luce tu puoi vedermi, quindi esisto, ci sono per te e per il mondo, sembrerebbe voler dire. Cosa sarebbe l’umanità tecnologica senza la luce prodotta? Cosa potremmo fare tutti noi senza corrente elettrica, senza l’energia luminosa? Ben poco. Esistiamo in quanto fruitori di una tecnologia che non ci lascia mai soli, al buio, ma ci rende protagonisti della storia, anche di notte, facendo la differenza. Eppure dovremmo ricordare – e in un anfratto della nostra mente il ricordo persiste – che siamo esistiti anche quando non c’era l’odierna tecnologia, quando non esisteva la corrente elettrica che illumina e rende viva un’abitazione. Le ombre forse sono il ricordo dell’oscurità preindustriale, sono le paure legate a un’epoca dimenticata, rimossa, e ritornano per riportare gli esseri umani all’origine. Dove vanno i corpi catturati dalle ombre? Si trasformano essi stessi in ombre, quindi in un certo qual modo continuano a “vivere” in un’altra dimensione, sotto altre forme. Nel buio. Anche le ombre dei protagonisti “caduti”, alla fine del film, continueranno a sussurrare “Io esisto!”: un modo per ricordare che esiste una zona oscura che non scomparirà mai e che convive con la storia dell’uomo o forse è la voce di una speranza oltre la morte.

Vanishing on 7th Street è un film che prende spunto da una paura arcaica, quella del buio. Ognuno di noi, almeno una volta nel corso della propria esistenza – soprattutto da bambini – ha avuto paura del buio: poi crescendo, grazie alla razionalità che smorza i timori archetipici, riusciamo a superare la paura dell’ignoto, del non conoscibile contenuto nel buio e protetto dal buio. Anche da grandi si può avere paura del buio, perché l’istinto, soprattutto durante quei momenti in cui siamo emotivamente “scoperti” e più deboli, ci guida verso zone della nostra mente dove la logica non prevale, lì dove ritorniamo a essere bambini inconsapevoli e bisognosi di luce rassicurante.

Eppure nel film saranno proprio due bambini a fuggire e a lasciare finalmente la città invasa dalle ombre, impauriti ma spinti da un coraggio riscoperto che istintivamente ordina loro di rimanere nella luce. Forse i bambini, grazie alla loro semplicità, rappresentano l’unica possibilità per il futuro di un’umanità che ancora può sperare di sopravvivere nonostante le ombre generate dagli adulti ovvero gli errori verso se stessi e gli altri, le scelte scellerate, i fatti scabrosi di cui ci nutriamo, il male causato e alimentato, le “ombre morali” che ognuno di noi porta dentro di se…

Cineforum “La Macchia 2.0”: fantascienza all’Università di Salerno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 8 aprile 2013 by Michele Nigro

Cineforum “La Macchia 2.0”

Data evento: 9 aprile 2013 – 30 aprile 2013

“Un pensiero è libero finché ha la libertà di movimento, di espansione e di stravolgimento. Un pensiero o un’idea fermi in un solo punto sono già vecchi ed anacronistici. Noi puntiamo al rovesciamento dei pensieri e alla mescolanza di essi su di un grande foglio bianco. Pensieri che a macchia d’olio riempiono un bianco che non sa di nulla.”

L’associazione socio-culturale Asinu è lieta di presentare il Cineforum “La Macchia 2.0”: nato dagli studenti per gli studenti, vuole creare una serie di appuntamenti che mostrino come i temi, dunque i pensieri, nel cinema si siano estesi a macchia d’olio.
Nulla è più reale della fantascienza. Il cineforum quest’anno tratterà ed analizzerà lo stretto contatto fra la società contemporanea e i temi fantascientifici. Lo scopo sarà quello di mettere in evidenza opere che hanno trattato argomenti “proibiti” come l’omologazione, i sistemi di potere, l’inserimento nella società del sistema consumistico ed altri ancora, relazionandoli alla struttura fantascientifica. Come esprimere ciò che potrebbe apparire troppo estremo? Qui entra in gioco il cinema fantascientifico con le sue metafore e i suoi più o meno sottili riferimenti al rapporto fra l’uomo ed il pianeta che vive; un modo di fare cinema che negli anni ha spesso “pronosticato” l’evoluzione del modo di vivere, dei sistemi di controllo, dell’alienazione e dell’omologazione al tessuto sociale. Nothing is real like a Sci-Fi.
Gli appuntamenti avranno luogo nell’Aula del Consiglio di Scienze Politiche e qui di seguito trovate la programmazione completa dei film che verranno proiettati:

– 9 Aprile ore 14.30: Blade runner (1982) di Ridley Scott:
Nella Los Angeles del 2019, 6 androidi fuggono dalla colonia marziana per andare sulla Terra con lo scopo di modificare la loro “data di termine”. Questo atto proibito è punito con il “ritiro” e ad attuare questo sporco compito è Rick Deckard un cacciatore di replicanti ribelli. Durante la caccia Deckard verrà sedotto da Rachel un androide che, attraverso la sua sviluppata sensibilità, renderà sempre più labile il confine tra un essere umano ed una macchina.
Blade Runner è liberamente tratto al famoso romanzo fantascientifico di Philip Dick “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”.

Con la partecipazione di:
Alfonso Amendola: Docente di Sociologia degli Audiovisivi Sperimentali.
Mario Tirino: Dott.re di Ricerca in Scienze della Comunicazione.

– 16 Aprile ore 14.30: A scanner darkly (2006) di Richard Linklater:
In un imprecisato futuro la sostanza M spopola tra la gente e gli agenti della narcotici hanno il compito di debellare questa piaga. Un viaggio allucinante dove Fred/Bob ci presenterà una società piegata dalla dipendenza e, dunque, dal bisogno maniacale di consumare la sostanza M. Infiltrato all’interno di un gruppo di tossici, Fred/Bob subirà disturbi di personalità che lo porteranno a ritrovarsi dinanzi i tasselli ricongiunti di una sistema che “dà piacere e lo tramuta in dipendenza”. Ma forse sarà troppo tardi.

Con la partecipazione del Docente di Sociologia dei Processi Comunicativi Fabrizio Denunzio.

23 Aprile ore 14.30: Gattaca – La porta dell’universo (1997) di Andrew Niccol
In un prossimo futuro si vedono contrapposti individui nati in provetta e geneticamente perfetti ed esseri umani concepiti secondo il caso naturale. Il “non valido” Vincent sfida il nuovo ordine sociale, avendo come scopo quello di realizzare il suo sogno e non rassegnarsi ad una vita da comprimario, predestinata da una scienza padrona.
Con la partecipazione della Dott.ssa di Ricerca in Storia Mariangela Palmieri.

– 30 Aprile ore 14.30: eXistenZ (1999) di David Cronenberg:
Una società informatica riesce a produrre un nuovo prototipo di videogioco che s’innesta direttamente nel cervello umano sfruttandone l’elettricità. Questo gioco riesce a ricreare una perfetta realtà virtuale dove tutti i giocatori possono interagire tra di loro. Alcune persone vengono scelte per provarlo ma altre s’intrometteranno nella partita poiché contrarie a questo tipo di sperimentazione. In un intricato succedersi di atti di spionaggio e vendette, eXistenZ genera un solo dubbio in chi lo guarda (e in chi gioca): quando inizia il gioco e quando finisce la realtà?

Con la partecipazione del Docente di Reti di calcolatori Massimo De Santo.

In contemporanea alla prima e ultima proiezione sarà possibile visitare la mostra dell’Osservatorio Comunicazione Partecipazione Culture Giovanili (OCPG) che patrocinerà l’evento. Ogni opera è prodotta dagli artisti del progetto regionale “Chiamata alle arti” e contribuirà a stimolare la curiosità sul genere fantascientifico:
– 9 Aprile: Maria Saggese e Ivan Resciniti.
– 30 Aprile: Annalisa Benvenuto, Rachele Montoro e Roberto Cavalieri.

Link trailer → http://www.youtube.com/watch?v=HEqUTwn2Bz0
Evento facebook → http://www.facebook.com/events/515036901893665/?ref=ts&fref=ts

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FONTE: http://www.unisa.it/news/index/idStructure/1/id/9409

Harry Potter e il Dono dell’inconsistenza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio 2013 by Michele Nigro

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Lo ammetto: non ho letto neanche un libro della Rowling sulla faccenda del maghetto, quindi vi comprenderò se mi etichetterete come “il solito snob”, “quello che giudica senza aver letto” o utilizzerete nei miei confronti insulti simili. Me li meriterò! Ammetto, però, di aver visto in compenso tutti i film tratti dai romanzi fantasy della fortunata scrittrice britannica. Non nascondo, infatti, che possano costituire una valida forma d’intrattenimento serale, quando fuori piove e non hai di meglio da fare o da vedere e il bambino che è in te reclama la sua dose di svago disimpegnato. Ieri sera, dopo aver visto finalmente la seconda parte dell’ultimo capitolo della saga – Harry Potter e i Doni della Morte -, sono stato costretto a confermare la sensazione che mi attanaglia fin da quando ho visto la primissima trasposizione cinematografica della saga: Harry Potter e la pietra filosofale. Una sensazione che potrebbe essere tradotta in una semplice domanda: dov’è la consistenza narrativa della saga di Harry Potter? Direi che non c’è mai stata, e non per una svista della Rowling, bensì per una sua scelta ponderata (quasi scientifica), ripresa in seguito dalla regia delle altrettanto fortunate riduzioni cinematografiche. Qualcuno di voi potrebbe smontare le mie considerazioni dicendo: “Non lo hai letto, quindi stai zitto!” oppure “Mostro che non sei altro, che cosa ti aspettavi da una serie di libri destinati ai ragazzini?” È vero, in più c’è l’aggravante che chi come me ha ricevuto un “imprinting tolkieniano”, difficilmente si adatta a forme più elementari di fantasy. “Elementari” non in senso dispregiativo. La cosmogonia ideata dalla mente e dalla penna del professore di Oxford resta, almeno finora, insuperata e tutte le scritture fantasy venute dopo “Il Signore degli Anelli” sono rami appartenenti, direttamente o indirettamente, in maniera cosciente o inconsapevolmente, al grande e massiccio tronco tolkieniano. E questo la Rowling lo sa! Basti il solo esempio delle analogie riscontrabili tra il personaggio di Albus Silente e quello del mitico Gandalf (i doppiatori italiani non si sono sforzati nemmeno di dare ai due maghi due voci differenti!).

Che sia un’inconsistenza attribuibile ai soli film? Ovvero causata dai tagli nella sceneggiatura ad opera della Warner Bros. e per motivi di lunghezza della pellicola? Non avendo letto i libri (e soprattutto non avendo letto la sceneggiatura originaria) spererei in questa ipotesi, ma una voce dentro di me dice che così non è. Il problema principale della saga di Harry Potter, al di là della responsabilità degli sceneggiatori della casa cinematografica, è che non possiede una trama; o meglio c’è un abbozzo di trama ed è il seguente: “Harry Potter odia Lord Voldemort, e il sentimento è reciproco.” Punto. Tutto il materiale (narrativo e fantastico) che ruota intorno a questa noiosa fissazione è solo abbellimento utile a riempire i sette libri pubblicati nei dieci anni tra il 1997 e il 2007. Non c’è una quest, un viaggio iniziatico; non c’è una fase preliminare che predisponga il lettore-spettatore a una storia importante, non c’è una morale di base necessaria a spingere i personaggi verso scelte difficili da prendere: tutto è abbastanza automatico, meccanico, morbido anche dinanzi a temi come la morte (dovuto al fatto, presumo, che il pubblico da non traumatizzare sia costituito da bambini-ragazzini, gli stessi che navigando in internet conoscono, più di un adulto, i particolari macabri della guerra civile in Siria); tutto è come se fosse predigerito, slegato, già appreso, ripulito, inconsistente come la cultura media delle generazioni a cui il prodotto è rivolto. Le varie scene sembrano avere la stessa tonalità emotiva, lo stesso tipo di tensione, anche quando non succede niente. Gli stessi protagonisti – tanto carini! – sono asettici, quasi freddi, molto Brits, dotati di self control al limite dell’umano, sono in gamba (a volte troppo!) ma al tempo stesso sprovvisti di spessore, e quando nel contesto viene calato dall’alto qualche momento di naturale imbranataggine, sembra fatto apposta per interrompere il piattume perfettino; la loro caratterizzazione, pur essendo spinta dall’autrice e dagli sceneggiatori, rimane sostanzialmente timida e impersonale anche nei momenti clou, e i nostri piccoli eroi si muovono in bolle precostituite che raramente offrono occasioni umanizzanti. I cattivi risultano essere innocui anche quando raggiungono l’acme della loro cattiveria e i buoni non suscitano commozione nemmeno durante quei frangenti in cui l’emotività dovrebbe farla da padrona. Non si percepiscono né rischio, né insicurezza. La morte sembrerebbe essere uguale alla vita.

Solo verso la fine la Rowling – abbandonando finalmente il famigerato motto british “Niente sesso, siamo inglesi!” e accorgendosi che i suoi personaggi, pur essendo inventati, sono in preda a una sacrosanta tempesta ormonale di stampo adolescenziale e reclamano un po’ di vita – introduce timidamente, tenendo sotto controllo con la coda dell’occhio i movimenti di un fantomatico Moige britannico, l’elemento “bacio”. Senza per questo pretendere fin dal primo libro-film la descrizione minuziosa, ad esempio, di scene di sesso sfrenato tra quella serpe di Severus Piton, ovvero la versione stregonesca di Renato Zero, e la gelida vicepreside Minerva McGranitt che sotto le coperte si riscopre donna, prima ancora che maga: si tratta pur sempre di professionisti seri e calati nel loro importante ruolo di integerrimi educatori delle giovani leve di maghetti. Anche se, volendo essere sincero, nell’elemento “bacchetta”, usato per par condicio (o per “invidia penis” direbbero i maliziosi) anche dalle maghette, ho sempre voluto leggere un riferimento subliminale a una sorta di “virile potenzialità” non per forza collegabile, come vi sarà sembrato, a ben precisi “oggetti anatomici” di natura maschile. O forse sì… Già in alcuni cartoni animati della Disney, in passato, vennero introdotti elementi sessuali subliminali in fotogrammi indirizzati a un pubblico infantile. Il binomio genere fantasy-sesso non è una novità per l’ovattato e fatato mondo dell’animazione, non vedo perché non possa riguardare anche i film di Harry Potter. Anche se in questo caso più che di subliminale bisognerebbe parlare di involontarie (?) strizzatine d’occhio.

Scherzi (e goliardiche supposizioni) a parte. La Rowling – questo è ciò che si evince, ripeto, dalla sola visione dei film – è stata brava a far passare come “storia” una serie di elementi collegati tra di loro in maniera schizofrenica, forse per coprire la mancanza di profondità narrativa: il fattore vincente della saga è dato dall’uso di simboli ed elementi non uniti da un collante, ma che risultano intriganti e divertenti agli occhi dei fanciulli e delle fanciulle a cui il prodotto filmico è destinato. È vero che il processo di traduzione-trasposizione-tradimento è quasi sempre di tipo conflittuale, ma a volte, da spettatore rompiscatole della saga filmica di Harry Potter, mi sono chiesto perché un’azione positiva che poteva essere compiuta prima per evitare il peggio, non è stata compiuta: è come se i personaggi vivessero a scatti, senza una logica fluida; è come se le loro decisioni (e le idee della Rowling) fossero rinchiuse in camere a tenuta stagna e solo all’apparenza facenti parte di un tutt’uno omogeneo. Gli innumerevoli “vuoti” narrativi esistenti tra una scena e l’altra, e compensati da simboli stupefacenti calati dal nulla; i “salti” scenici come se i giovani lettori-spettatori sapessero già tutto e dessero per scontate cose che ai miei occhi di “vecchio” tolkieniano ritardato avrebbero dato sostanza all’avventura; gli spostamenti fisici dei personaggi che a volte sembrano collocati nella storia come espedienti per interrompere la noia di una trama apparentemente complessa ma in realtà inesistente; i silenzi e le pause che nella mente del regista dovrebbero donare mistero e magia all’esile trama; tutti questi aspetti confermano invece l’inconsistenza della struttura, rendendo banale e frammentato il messaggio, ammesso che ci sia, contenuto nei libri. È come se la Rowling (o il regista) avesse avuto paura di raccontare veramente, rischiando fino in fondo, e avesse voluto concentrarsi solo sulla voglia di stupire e di aggiungere immagini suggestive ad altre immagini, camuffandole da elementi importanti. Un’inconsistenza che piace, a quanto sembra, e che ha determinato la fortuna economica della Rowling prima e in seguito anche della macchina cinematografica che non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione grassa come questa.

I film di Harry Potter sono piacevoli e belli da vedere, gli effetti speciali sorprendenti, i paesaggi mozzafiato, la verosimiglianza degli elementi fantastici è da manuale. Non mancano le occasioni di riflessione su argomenti solidi: l’importanza della famiglia, l’amore, il dolore causato dalla perdita di un proprio caro e la condizione dei bambini adottati, l’amicizia, la solitudine di chi è costretto a ricevere un’eredità scomoda, la fedeltà, il rispetto per gli adulti e per l’istruzione, la responsabilità, il valore degli anziani, la curiosità e l’importanza di saperi antichi e dimenticati (come la criptozoologia e l’alchimia) che la saga ha il merito di riproporre ai giovani lettori, il coraggio nell’affrontare con determinazione chi ci odia…

Ma è il modo in cui questi fattori interagiscono tra di loro che mi ha lasciato perplesso, almeno stando alla visione dei film tratti dai romanzi. È come se, incredibile a dirsi, a questi film mancasse un certo tocco “magico”!

Questo, però, è solo il giudizio di un “vecchio” babbano.

 

60 anni di fantascienza in Italia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 1 ottobre 2012 by Michele Nigro

Sabato 13 e domenica 14 ottobre Futuro Remoto ospiterà il più importante evento nazionale dedicato ai 60 anni dalla pubblicazione del primo numero di “Urania”. Esperti, professionisti e scrittori incontreranno il pubblico per raccontare il passato, il presente e il futuro della fantascienza (italiana e non) e scoprire perché la fantascienza è indispensabile per continuare a fare ricerca scientifica.

Sabato 13 Ottobre 2012

ore 11.00
Perché abbiamo bisogno della fantascienza per continuare a fare scienza
Tavola rotonda con Fulvio Peruggi, Giuseppe Longo, Carmine Treanni
I fisici Fulvio Peruggi e Giuseppe Longo dell’Università di Napoli “Federico II” e gli esperti di fantascienza Carmine Treanni e Roberto Paura racconteranno al pubblico che ruolo ha avuto la fantascienza nello sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica del XX secolo, principalmente nel settore dello spazio. E perché dunque una “buona” fantascienza, letteraria e cinematografica, è essenziale per avvicinare i più giovani al mondo della scienza.

ore 12.30
Delos Books: presentazione numero speciale sui 60 anni di Urania
con Carmine Treanni
Presentazione delle riviste Delos Science Fiction e Robot, nonché delle ultime uscite in libreria della Delos Books. Delos Science Fiction è la più longeva rivista online di fantascienza, attiva dal 1994: il numero di ottobre è dedicato ai 60 di Urania e della fantascienza in Italia. Nel 2003, Delos ha inoltre ripreso la pubblicazione della rivista cartacea Robot, storico magazione degli anni ’70. Nel corso dell’incontro, Silvio Sosio – presidente di Delos – interverrà in diretta da Milano.

ore 15:00
Le collane fantastiche delle edizioni Bietti
con Gian Filippo Pizzo
Negli ultimi anni la storica casa editrice Bietti ha lanciato alcune collane dedicate al fantastico che stanno rilanciando il genere in Italia. Dopo la presentazione a Città della Scienza del volume Apocalissi 2012 con il curatore Gianfranco De Turris, Bietti torna con un evento dedicato alla presentazione delle sue antologie tematiche. Gian Filippo Pizzo, storico della fantascienza italiana, è oggi curatore di alcune antologie di successo: Ambigue utopie, Notturno alieno e altre due di prossima uscita.

ore 16.00
Urania Mondadori compie 60 anni
con Giuseppe Lippi
Giuseppe Lippi è oggi il più longevo direttore di Urania, di cui ha assunto la direzione nel 1990. Dopo lunghe esperienze come curatore di Robot e poi delle opere fantastiche della Oscar Mondadori (tra cui Tutti i racconti di Lovecraft in quattro volumi), ha traghettato Urania nel terzo millennio. Fondatore con Gianni Montanari del Premio Urania, ha contributo a far emergere i più importanti nomi della letteratura fantascientifica italiana, tra cui Valerio Evangelisti. Quest’anno, per i 60 anni di Urania, la storica collana inaugura una sua versione in ebook.

ore 17.30
“60 anni di fantascienza in Italia”
Tavola rotonda con Adolfo Fattori, Giuseppe Lippi, Gian Filippo Pizzo, Salvatore Proietti,
I più importanti nomi della critica di fantascienza in Italia ricostruiscono la storia del genere letterario nel nostro paese. Nel 1952 usciva in edicola il primo numero di Urania, la collana della Mondadori dedicata alla fantascienza, alla cui direzione si sono susseguiti nomi quali Giorgio Monicelli, Carlo Fruttero, Franco Lucentini e Gianni Montanari.

Domenica 14 Ottobre 2012

ore 11:00
Ferro Sette incontro con Francesco Troccoli
Astro nascente della narrativa italiana, Francesco Troccoli ha lasciato una brillante carriera in una multinazionale farmaceutica per dedicarsi alla scrittura. Traduttore professionista, è curatore del pluripremiato blog “Fantascienza e dintorni“. Ha vinto il Premio Giulio Verne nel 2011. Quest’anno è uscito il suo primo romanzo, Ferro Sette (Curcio editore), già diventato un caso letterario.

ore 11:30
Il movimento connettivista e oltreincontro con Giovanni De Matteo e Salvatore Proietti
Giovanni De Matteo, già vincitore del Premio Robot 2005, si è imposto all’attenzione del panorama fantascientifico italiano con il romanzo Sezione Pi-Quadro, vincitore del Premio Urania 2006. Salvatore Proietti, traduttore e critico, è direttore della rivista di studi sulla science fiction Anarres. A partire dalla loro collaborazione nella webzine “Next Station“, legata al movimento connettivista, tra i più importanti circoli artistici in Italia, tracceranno un bilancio della fantascienza in Italia e nel mondo.

ore 12:30
La fantascienza ha un futuro?
Tavola rotonda con Donato Altomare, Giovanni De Matteo, Francesco Troccoli, Carmine Treanni
Attraverso la collana Urania della Mondadori, dal 1990 a oggi sono stati lanciati molti dei più importanti nomi della fantascienza italiana. La tavola rotonda è dedicata allo stato dell’arte della fantascienza (italiana e non) e al futuro del romanzo di fantascienza, attraverso un dibattito con i più importanti scrittori di genere del nostro paese.

ore 15:00
Sinfonia per l’imperatore incontro con Donato Altomare
Autore noto fin dagli anni ’80, si impone all’attenzione nazionale con il romanzo Mater Maxima, vincitore del Premio Urania nel 2001. Bissa il successo nel 2008 con Il dono di Svet. Il suo ultimo romanzo, Sinfonia per l’imperatore, pubblicato da Elara, è il frutto di anni di lavoro e fonde storia e fantascienza. Ha vinto quest’anno il premio Vegetti della critica.

ore 15:30
Quaderni d’Altri Tempiincontro con Adolfo Fattori
La rivista bimestrale “Quaderni d’Altri Tempi“, fondata nel 2005, dedica da sempre una grande attenzione alla fantascienza e al suo impatto sulla società post-moderna. Diretta da Gennaro Fucile e Adolfo Fattori, presenta il numero di ottobre dedicato ai 60 anni della fantascienza in Italia e i prossimi spin-off editoriali editi da Bevivino.

ore 16:00
Balle spazialicon Luca Boschini (CICAP), Giuseppe Longo, Roberto Paura
Il CICAP – Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale – interviene a Futuro Remoto per parlare delle tante “bufale” della scienza spaziale. Interviene per il CICAP Luca Boschini, progettista aerospaziale e tra i principali esperti di “balle spaziali” in Italia; a seguire, interventi di Giuseppe Longo, docente di astrofisica all’Università di Napoli “Federico II”, e di Roberto Paura, in qualità di direttore dell’Osservatorio Apocalittico.

Iscrizioni e informazioni pratiche

I partecipanti a entrambe le giornate dedicate ai “60 anni di fantascienza in Italia” avranno diritto a un biglietto scontato per l’ingresso a Città della Scienza per l’intero weekend 13-14 ottobre, al costo di 11 euro. Il biglietto dà diritto a una visita guidata all’interno della mostra Futuro Remoto 2012 e alle mostre permanenti di Città della Scienza. Biglietti per gli spettacoli del Planetario e del Cinema 4D sono acquistabili separatamente. Per avere diritto al biglietto speciale, è necessaria la prenotazione entro l’11 ottobre. Prenotati ora compilando il form d’iscrizione!

Scopri come arrivare, dove alloggiare, dove mangiare a Città della Scienza!

 Programma “60 anni di fantascienza in Italia” (PDF)

Il Prometheus di Ridley “Scottex”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2012 by Michele Nigro

Il Prometheus di Ridley “Scottex”

(10 piani di morbidezza fantascientifica)

Gridava Nanni Moretti nel film “Aprile”: <<Osate! Levate la macchina da presa dal cavalletto e osiamo stilisticamente: vai con la macchina a mano tra i manifestanti…>>. Mentre esco dalla sala 1 del cinema dove hanno appena finito di proiettare in 3D il tanto atteso “Prometheus”, giungo drasticamente alla conclusione che il blasonato regista questa volta non ha osato. Ridley Scott verrà ricordato per altre cose, ne sono certo. Così come avviene in letteratura, anche nel mondo del cinema le vere idee rivoluzionarie capitano una volta ogni quindici o addirittura trent’anni: tutto quello che viene prodotto nell’intervallo temporale tra due idee rivoluzionarie non è nient’altro che il riverbero consumistico della penultima idea. Risultato di un sapiente lavoro di copincolla che può stupire solo chi è, riferendomi al film di cui sopra, fantascientificamente vergine.

Già negli anni ottanta in una diffusa pubblicità riguardante una marca di televisori l’attore affermava: “Noi siamo scienza, non fantascienza!” Come a voler dire che nella fantascienza i contenuti non valgono, l’importante è stupire con effetti speciali per soddisfare il bisogno di evasione del telespettatore medio. Evadere per non pensare, facendo leva sulla mancanza di memoria degli appassionati del genere. O almeno così credono in tanti.

Un po’ di Alien, un po’ di Visitors… Un po’ di Stargate, un po’ di Contact… Se Ridley Scott fosse vissuto nel medioevo, probabilmente lo avrebbero messo a costruire mosaici in qualche cattedrale. “Meglio essere morbidi e accontentare tutti i palati” si sarà detto il regista britannico. Voglio essere onesto: il film mi è piaciuto, non è stato sgradevole. Ma tornando a casa non mi sono attaccato al computer, come durante una notte insonne a causa dell’entusiasmo innescato dalla visione di un grande film, per cercare notizie e approfondimenti su una storia che è già stata scritta e disseminata in precedenti opere cinematografiche.

Inflazionato è l’accostamento tra la scoperta archeologica e la conseguente missione in angoli sperduti dell’universo come è già accaduto in Stargate o addirittura in 2001: Odissea nello spazio; abusata è l’idea dell’invito alieno (o presunto tale) a raggiungere altri mondi o della difficile convivenza, a volte, tra fede religiosa e scienza: vedi Contact di Zemeckis; unte e bisunte le scene di esseri mostruosi che spuntano fuori dalla pancia dei malcapitati, in stile Alien (il vero capolavoro del nostro regista che, come si dice in questi casi, fece epoca); riciclata la presenza dell’androide David che ricorda in maniera spudorata i meno attraenti Ash e Bishop di Alien. Peter Weyland, l’anziano presidente della Weyland Corporation, ricorda per certi versi l’eccentrico finanziatore, il signor Hadden, del film Contact.

[SPOILER] Abbiamo le scatole piene del sacrificio estremo e doveroso da parte di un singolo o addirittura di un intero equipaggio eroico e altruista (vedi Armageddon e molti altri film con “sacrificio finale” per salvare questa cazzo di Terra che non so fino a che punto meriti di essere salvata!); non offre niente di nuovo il mostricciattolo simile all’Alien di Carlo Rambaldi dell’ultimissima scena, anche se giustificato dal fatto che inizialmente s’era pensato di fare con Prometheus un prequel di Alien. Ricorda troppo la scelta finale del Jim McConnell di Mission to Mars la partenza della dottoressa Elizabeth Shaw a bordo di un’astronave aliena, non più alla ricerca della verità sulle origini dell’umanità ma sul perché dell’odio degli Ingegneri nei confronti del genere umano (è un po’ come se un gay andasse da solo a chiedere in una tana di naziskin il perché del loro odio nei confronti dei diversi). Lasciando così intravedere la possibilità di un sequel. [fine SPOILER]

I personaggi sono dotati di scarso spessore: quasi insignificante, direi passivo, quello di Meredith Vickers, pur essendo interpretato dalla bellissima Charlize Theron; mentre è assolutamente improponibile un paragone tra la “tosta” Sigourney Weaver e la “dolce” Noomi Rapace. Alla fine il personaggio più interessante è sicuramente l’androide David, anche se il suo comportamento ambiguo, oscillante tra l’obbedienza all’uomo, suo “creatore”, e il rispetto di ordini impartiti dal vero proprietario dei suoi circuiti, ricorda troppo quello del computer HAL 9000 del 2001 di Kubrick.

Insomma dove sono le idee nuove? Forse sono rimaste seppellite sotto tonnellate di effetti speciali e nessuno ha più la forza e l’energia mentale di scavare, per cercarle.

Un paio di consigli: evitate gli “ingegneri”, soprattutto quelli terrestri, e smettetela di interpretare tutti i “disegnini” che trovate nelle caverne! Può darsi che vi vengano nuove idee…

Il mio nome è Khan

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 gennaio 2012 by Michele Nigro

Dopo aver visto il film “Il mio nome è Khan” potrei cavarmela in maniera sbrigativa e snob dicendo semplicemente che si tratta della riproposizione in salsa bollywoodiana di un Forrest Gump dei giorni nostri o di un Rain Man hindi che invece di contare stuzzicadenti, s’incaponisce nel voler a tutti i costi incontrare il Presidente degli Stati Uniti d’America per confidargli una banalità. Potrei usare tutto il mio sarcasmo nel sottolineare che il regista o chi per lui ha sostituito la celebre frase di origine materna adoperata spesso e volentieri da Forrest Gump “stupido è chi lo stupido fa” con l’equipollente etico “al mondo esistono solo due tipi di persone: quelle buone che fanno buone azioni e quelle cattive che commettono cattive azioni. Questa è l’unica differenza”. Potrei dire che si tratta di un film sfacciatamente obamiano (e veltroniano). Potrei elencare le scene dolciastre e buoniste contenute in questo film… Certo, potrei. Ma non lo farò.

Non lo farò perché il messaggio in esso contenuto supera questi “difetti” di gioventù – è il quarto film come regista di Karan Johar – così come a essere superata è l’impostazione apparentemente ingenua di una trama che dopo un inizio romantico e bollywoodiano subisce una drammatica virata costringendo lo spettatore a riflettere su questioni etiche importanti e attuali: l’integrazione religiosa e culturale come valore e non come minaccia; il pregiudizio nei confronti dei musulmani all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle e i maltrattamenti subiti in carcere da parte di chi è anche solo sospettato di terrorismo (forse un riferimento a Guantánamo e ad Abu Ghraib?); la necessità di continuare a dialogare e a non lasciarsi sconfiggere dall’odio e dalla rabbia…

La forza di questo film è la quest compiuta dal protagonista, il musulmano Rizwan Khan, affetto dalla Sindrome di Asperger ma che dimostra, a suo modo, di essere più intelligente e sensibile dei cosiddetti ‘normali’: una ricerca nata dal dolore e dalla disperazione ma che è destinata a un lieto fine ricco di amore e di speranza. Durante il viaggio riscopriamo insieme a Rizwan Khan quei valori per cui vale la pena vivere: la solidarietà, la compassione, l’amicizia, la dignità, la vera religiosità che non insegna la vendetta… L’utilizzo di una ‘mente semplice’ (un espediente piuttosto inflazionato ma efficace, sovente usato dal cinema: vedi appunto Forrest Gump, Rain Man, ma anche il Leonard di “Risvegli“, il Ligabue di Salvatore Nocita, ecc.) serve a fare breccia nella normalità dietro cui spesso nascondiamo le nostre nevrosi e i dubbi derivanti da un’esistenza insicura. La diversità di questi personaggi ‘speciali’ c’induce a non considerare la vita come un blocco granitico e perfetto: semplicità significa sapersi mettere in discussione e avere il coraggio di riprendere a camminare.

“Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”: come a voler ribadire con serenità e forza che si può essere ‘diversi’ (e il protagonista è ‘allenato’ fin dall’infanzia a incassare i colpi derivanti dall’incontro tra la sua personale diversità e il mondo ottuso) ma non per questo rappresentare un pericolo.

È vero: si tratta di un messaggio buonista ed edulcorato, forse anche ingenuo, ma siamo proprio sicuri che non ci sia bisogno di sottolineare per l’ennesima volta determinati concetti, dal momento che non stiamo dimostrando di fare grandi progressi dal punto di vista dell’integrazione? (Ogni riferimento alla componente leghista della nostra bella italietta politica è puramente voluto!). Durante certi periodi di crisi socio-economica, come quello che stiamo attraversando, non sono infrequenti i rigurgiti nazionalistici che facendo leva sull’insoddisfazione generale tentano di alterare il senso critico delle persone equilibrate. Restare lucidi è difficile: a volte veniamo messi alla prova e l’istinto di sopravvivenza sembra prevalere sulla cultura della condivisione. L’ingiustizia ci travolge anche mentre viviamo la nostra vita in maniera corretta e pulita. Il cammino personale (nessuno può insegnarci la solidarietà) comincia quando non vogliamo piegarci a certe logiche di massa, quando difendiamo la nostra e l’altrui identità culturale con dignità, senza cedere alla paura, all’intolleranza e soprattutto senza ricorrere alla violenza.

TINTIN e la psicogenealogia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 novembre 2011 by Michele Nigro

“I morti non sono degli assenti, sono solo degli invisibili”

S. Agostino

Che relazione può mai esserci tra Tintin, il protagonista del fumetto di Hergé, in questi giorni riproposto al cinema nel film d’animazione intitolato “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno” con la regia di Steven Spielberg e co-prodotto dal ‘tolkieniano’ Peter Jackson, e la cosiddetta psicologia transgenerazionale o psicogenealogia? Apparentemente nessuna se non fosse per il fatto che due personaggi collaterali, l’ebbro Capitano Haddock e il suo infido rivale Ivan Ivanovich Sakharine, vivono nel corso della storia delle vere e proprie esperienze psicogenealogiche.

Mi spiego meglio. Quando il Capitano Haddock, nel deserto e successivamente nell’infermeria di un accampamento della Legione Straniera, rivive le esperienze marinare dell’antenato Sir Francis Haddock (esperienze indotte, per motivi di facilitazione narrativa, dalla lunga permanenza sotto il sole e dagli effetti dell’alcool etilico ingerito), dimostra di essere una vittima inconsapevole degli influssi del suo avo. Lo studio di questi ‘influssi’, in vista di una guarigione del discendente, è compito della psicologia transgenerazionale. Ma cos’è la psicogenealogia?

Da psicogenealogia e costellazioni familiari: <<… La psicogenealogia è una disciplina che si occupa degli influssi che gli avi possono avere nei confronti di un discendente. Quello della psicogenealogia è un campo multidisciplinare che coinvolge la psicologia e le scienze etnoantropologiche…>>; e sul sito psicogenealogia-costellazioni.it: <<… La psicogenealogia è una tecnica, sistemica, familiare e transgenerazionale con delle forti connotazioni psicanalitiche, che si è sviluppata negli anni ’80 grazie alle ricerche di Anne Ancelin Schützenberger. Anna Ancelin chiama psicogenealogia il lavoro con il genosociogramma; secondo questo approccio, i traumi, i segreti, i conflitti vissuti in modo drammatico, possono condizionare, per trasmissione transgenerazionale inconscia, i discendenti che possono diventare portatori di disturbi e malattie, come di comportamenti bizzarri e inesplicabili…>>.

E ancora, da un’altra fonte: <<Insomma è come se la persona interessata entrasse involontariamente in un tunnel di “passato-presente che va e che viene” – per usare le parole della fondatrice di questo approccio –  e fosse trasportata da un’ “alleanza invisibile” in una situazione in cui sembra che debba “pagare un debito”, un “pegno”, almeno fino a quando il creditore non venga visto, la programmazione transgenerazionale disattivata e il debito smetta di ancorare l’individuo al passato, personale o transgenerazionale, lasciando libero e meno pesante e coercitivo il suo presente. Insomma egli ha l’opportunità di cominciare a vivere la propria vita e non più quella di un bisnonno “gasato” durante la Prima Guerra Mondiale o di un fratellino morto prematuramente di cui i genitori non hanno mai potuto fare il lutto, e di cui porta persino il nome.>>

In tutto questo Tintin sembrerebbe svolgere la funzione di “osservatore razionale esterno” mentre il Capitano Haddock è costretto a subire la programmazione transgenerazionale, a pagare il suo pegno: il giovane reporter disegnato da Hergé rappresenta il collegamento con la realtà presente; è colui che nella storia ha le idee chiare, che ha un approccio “freddo” e meccanico con la ricerca della verità. Sembra insomma che nell’esistenza di Tintin non agiscano forze provenienti dal passato (perché il suo ideatore non gli ha fornito né una famiglia, né un passato), come invece succede all’amico Capitano.

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Manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 ottobre 2010 by Michele Nigro

Facciamo insieme un riassunto delle puntate precedenti.

Sul n.15 della interessantissima rivista di sci-fi “Fondazione” egregiamente fondata e curata da Claudio Chillemi ed Enrico Di Stefano, un saggio di quest’ultimo intitolato “Strane forme di vita – ovvero la SF dove non avreste mai creduto di trovarla” poneva ai Lettori una domanda scomoda ma necessaria: “È tramontata l’era della Fantascienza?” E dopo aver evidenziato lo straordinario polimorfismo di questa meravigliosa branca della creatività umana, l’Autore concludeva affermando: “La Fantascienza moderna… ormai è percepita più come genere cinematografico che letterario.”

Nel successivo n.16 l’Autore Nando Messina, già cofondatore della storica fanzine “Zap”, lettore di “Fondazione” e appassionato di fantascienza, rispondeva in maniera ironica al saggio di Di Stefano con un intervento articolato e surreale (non riassumibile in questa sede e che invito tutti a leggere direttamente dalla fonte cartacea).

Quasi all’inizio del suo intervento Nando Messina, inoltre, riservava parole lusinghiere nei confronti del mio racconto pubblicato sul n.15: […] Perché sento l’esigenza di confutare quanto scritto da Lui? (riferendosi a Enrico Di Stefano, n.d.b.) Nella catena, realizzatore – produttore – fruitore, io entro solo come piccolo lettore di sci-fi, ma perché, dopo aver letto, sempre sullo scorso numero (n.15, n.d.b.), il breve racconto di Michele Nigro “L’ultimo Tramonto” ho passato venti minuti ad assaporarne il retrogusto delle atmosfere e a rileggere alcuni passi, e tutto il seguente pomeriggio di vacanza al mare ad immaginare la realizzazione del film basato sul racconto, dall’adattamento alla scelta delle scenografie e persino alle musiche? […]

Azzardo alcune ipotesi interpretative: Nando Messina confuta il “pessimismo” di Di Stefano (sfruttando di fatto l’esempio fornito dal mio racconto) affermando, in un certo qual modo, che la Fantascienza non potrà mai evolvere in fenomeno puramente cinematografico fino a quando esisteranno Autori in grado di creare storie a loro volta capaci di attivare l’immaginario del Lettore anche (e non solo) in senso cinematografico: il “film” nasce prima di tutto nel cervello del “semplice” Lettore. Le riduzioni cinematografiche hollywoodiane sono un fenomeno secondario anche se apparentemente prevalente e il Regista, insieme allo Sceneggiatore, è egli stesso – dimenticarlo sarebbe intellettualmente grave e ingiusto nei confronti di chi scrive – un lettore.

Sentendomi piacevolmente tirato in ballo dall’intervento di Messina e non contento del mio ruolo di lettore passivo avevo preso, come si usa dire in questi casi, “carta e penna” (o “tastiera e mouse”, se preferite!) e avevo fornito il mio modesto contributo alla discussione (qui di seguito riportato). Contributo, tra l’altro, inviato anche alla stessa Redazione della rivista “Fondazione” in vista di un possibile, futuro sequel riguardante le numerose domande sul destino del genere letterario fantascientifico.

Buona lettura.

“Manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto”

Stimolato dalla domanda postaci da Nando Messina nella rubrica “Fondazione Interventi” dello scorso numero 16, pag.56 – “Può finire tutto senza scomparire?” – ho tentato di dare, prima di tutto a me stesso e per ciò che riguarda la cosiddetta “fantascienza sociologica”, una risposta capace di soddisfare almeno uno dei molteplici aspetti storico-letterari insiti nella domanda.

Cito Messina: “Poi lentamente, nel corso degli anni ’80, tutto questo (riferendosi alle tematiche sci-fi del XIX e XX secolo, n.d.a.) finisce. Gli ultimi fuochi si chiamano “cyberpunk”. […] All’inizio di questo secolo non potei fare a meno di chiedermi cosa fosse successo…”

Il senso di “diluizione”, percepito dall’autore della domanda, nell’ambito della letteratura fantascientifica è condivisibile. E fa bene a non escludere il Cyberpunk e il suo upgrade Postcyberpunk dagli ultimi tentativi, seppur timidi e poco incisivi, di critica sociale. Il divario tra la possente “cosmogonia distopica” di Orwell, Huxley, Zamjatin, Bradbury, Boye, Dick e la sterile adorazione del “dettaglio orfano di una trama” è fin troppo evidente: gli effetti speciali hollywoodiani hanno prevalso, alla fine, sui grandi contenuti della letteratura.

Quale è la causa di questo indebolimento? Durante l’epoca precedente alla caduta programmata a tavolino del famigerato Muro di Berlino la gente aveva (o credeva di avere) le idee chiare: esistevano un al di là e un al di qua della cortina. Anche se il totalitarismo sovietico, sapientemente celato dietro scenari futuristici, non è stato l’unico obiettivo della fantascienza distopica “partorita” durante buona parte del cosiddetto secolo breve, ne ha rappresentato la colonna vertebrale. Molte persone, dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica, sono entrate in una profonda crisi esistenziale perché è venuto a mancare un solido punto di riferimento su cui concentrare le proprie “misurazioni” sociali, politiche, ideologiche e religiose: la diluizione del “male” esige, oggi, un’analisi più accurata e non di tipo ideologico. Il “nemico esterno” è divenuto parte integrante della famiglia e ammicca ogni sera dallo schermo (uno qualsiasi), ma nessuno lo vede! Il gioco si è complicato. Il Cyberpunk ha solo sfiorato il problema dei nuovi “totalitarismi bianchi”.

Il disagio espresso da chi avverte la presenza di un “buco tematico” nella moderna letteratura fantascientifica non è solo frutto della nostalgia: il confronto con le opere sci-fi lette in passato evidenzia maggiormente il tipo di carenza, senza risolverla. Cantava Venditti anni fa: “… Manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto…” Non si tratta, per dirla in parole povere, di inventarsi nuove strane società da dare in pasto ai lettori di sci-fi vogliosi di evasione o di coniare nuovi termini futuristici per stupire chi è già saturo di una terminologia tecnologica di uso quotidiano. Occorrerebbe un’analisi particolareggiata e al tempo stesso grandangolare della società moderna e il coraggio (l’elmetto) di raccontarla in una distopia che è quasi realtà, senza scomodare improbabili secoli futuri. Le note dolenti della cosiddetta “fantascienza sociologica”, descritte durante il secolo scorso dai maestri della sci-fi distopica, le stiamo “suonando” ora, pur non trovandoci in Unione Sovietica, pur credendo di essere liberi. Ma non c’hanno detto su che tipo di spartito le avremmo trovate. Il compito di riconoscerlo, almeno quello, spetterebbe a noi. Il compito di riconoscere le nuove dittature dolci travestite da “partiti dell’amore” spetta a noi e non ad autori morti decine e decine di anni fa.

La “matrice” in cui viviamo oggi ha disabilitato il nostro “olfatto”: occorrono, pertanto, nuovi livelli di ricerca, nuovi stadi e stati di consapevolezza, differenti obiettivi interiori non individuabili dai sondaggi di mercato, nuove scelte di vita difficili da scannerizzare.

Ed è per questo motivo che occorrono riviste come “Fondazione”: capaci non solo di proporre ai propri Lettori le voci nuove, seminuove e rodate del panorama sci-fi italiano, ma soprattutto di diventare luoghi cartacei adatti per la coltivazione di una critica dinamica e stimolante.

Non possiamo più attendere solo il romanzo rivelatore o l’intervista all’autore pluripremiato per conoscere lo “stato dell’arte”: occorre discuterne qui, ora, tra di noi, subito, senza perdere tempo. La Storia è veloce; il Punto di non ritorno è ormai vicino!

Grazie “Fondazione”!

La vita secondo Victor Velasco

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 giugno 2010 by Michele Nigro

“… una volta al mese io cerco sempre

di rendere nervosa una bella ragazza,

tanto per impedire al mio ego di avvilirsi…”

“… i vecchi sporcaccioni

riescono a farla franca molto meglio…”

“… agli albori di una nuova amicizia!”

(Victor Velasco,

citazioni dal film “A piedi nudi nel parco”)

Chi è Victor Velasco? Un filosofo epicureo? Un flâneur newyorkese? Un “uomo di mondo”? L’ultimo dei bohémien? Un aristocratico senza soldi? Un gentiluomo d’altri tempi? Un imboscato? Un romantico buongustaio? Un signore attempato che ha paura di invecchiare? Uno spiantato che approfitta del prossimo e in cambio dona la propria energia vitale? Un esistenzialista assetato di esperienze? Un single che è sempre in buona compagnia?… Tutte queste definizioni unite insieme? Già, forse le cose stanno proprio così: Victor Velasco è tutto questo in un’unica persona! Quindi è un essere inesistente, un ideale umano, un personaggio troppo variegato e intrigante per sopravvivere in questo mondo, fuori dalla pellicola. Soprattutto non è uno di quelli che sta a guardare mentre gli altri fanno, ma è uno che fa anche se gli altri stanno a guardare! Confusi? Niente paura: per comprendere le mie farneticazioni vi basterà visionare (o rivedere nel caso siate dei nostalgici recidivi) un film del 1967 intitolato “A piedi nudi nel parco” (Barefoot in the Park) e diretto da Gene Saks. Una commedia romantica tutto sommato scemotta se non fosse, appunto, per il personaggio di Victor Velasco che inocula in maniera provvidenziale nella “trama” un fattore di sana instabilità intorno alla quale ruota la (breve) “crisi matrimoniale” dei giovani protagonisti (Jane Fonda e Robert Redford): vivere pienamente gettandosi a capofitto nell’esistenza senza fare troppi calcoli oppure condurre una vita ponderata, sobria, abitudinaria? Victor Velasco non può esistere nella vita di tutti i giorni perché rappresenta la necessaria alternativa che sonnecchia in stato di quiescenza all’interno di quella “bolla idealistica” grazie alla quale sopravviviamo a noi stessi. Se esistesse veramente, a lungo andare diventerebbe noioso e inflazionerebbe l’ideale alternativo che incarna.

Chi o cos’è, dunque, Victor Velasco? È l’esistenza che riprende quota prepotentemente; è camminare lungo il cornicione di un palazzo per rientrare in casa; è l’arte di arrangiarsi ed essere felici; è non preoccuparsi di restare in piena notte senza mezzi pubblici perché tanto c’è già una nuova esperienza che ci aiuterà a occupare il tempo in attesa del mattino; è possedere un pezzettino di mondo dentro di sé e donarlo agli altri con gioia, senza farlo pesare; è non dire mai “basta!” oppure “per oggi sto bene così!” o altre frasi tipiche di chi ha paura di vivere fino in fondo; è sperimentare per sentirsi parte integrante del mondo e non come osservatori asettici dall’alto di un castello fortificato… Victor Velasco è un buongustaio che preferirebbe morire piuttosto che prendere pillole contro l’ulcera e rinunciare a certe esotiche prelibatezze gastronomiche; è un uomo di “cultura” non nel senso libresco del termine ma esperienziale. Essere Victor Velasco significa “provare tutto almeno una volta”; significa diversità e integrazione; significa autoinvitarsi a cena senza farsi troppi problemi o portare un gruppo di amici in un fumoso ristorante albanese senza licenza (“I quattro venti”) per gustare piatti provenienti dagli antipodi del gusto ordinario; significa sfidare il freddo e le convenzioni, e cantare “Shama Shama” (canzone popolare albanese) a New York tra una zuppa di fagioli greci e una bottiglia di ouzo con cui allentare i freni inibitori… “Andare a piedi nudi nel parco non è sensato, ma è divertente!” – dice la giovane sposina. Vivere senza compromessi, perché vivere è un’esperienza meravigliosa.

Darsi totalmente! Questo significa essere Victor Velasco, essere simili o tentare di essere simili a Victor Velasco. E sì, perché non è facile diventare come Victor Velasco: non dall’oggi al domani. Ci vuole allenamento, occorrono anni. E poi bisogna almeno una volta nella vita sentire il desiderio di essere Victor Velasco: altrimenti inganniamo noi stessi solo per fare colpo sugli altri, calandoci in personaggi che non ci appartengono interiormente.

I viaggi, gli eventi affrontati nel corso della vita, le storie da raccontare, le persone incontrate, le esperienze, le vite intrecciate, le tracce indelebili sulla pelle e nell’anima, i sapori, gli odori, i colori, le facce, i luoghi, le lingue, le usanze: tutto questo e molto altro ancora converge miracolosamente in un’unica persona eccezionale e rara che masticando e metabolizzando gli anni vissuti pienamente ripropone al prossimo la propria incommensurabile (non da tutti apprezzata, anzi per alcuni fastidiosa) joie de vivre. Istintivamente mi ritornano alla mente i versi della poesia “Non vorrei crepare” di Boris Vian:

“… Non vorrei crepare

Nossignore nossignora

Prima di aver assaggiato

Il gusto che tormenta

Il gusto più intenso

Non vorrei crepare

Prima di aver gustato

Il sapore della morte…”

E Charles Boyer, l’attore che interpretò il personaggio di Victor Velasco nel film del ’67, ebbe modo di assaggiare realmente (e non per copione) il gusto che tormenta… il sapore della morte. Esattamente come avrebbe fatto l’immaginario Velasco, anche Boyer non scende a compromessi con la non-vita: nel 1978, due giorni dopo la morte della moglie e con alle spalle l’oscuro suicidio del suo unico figlio (avvenuto nel ’65: due anni prima di interpretare la parte dello “spensierato” Velasco), Boyer decide di togliersi la vita con una overdose di barbiturici.

Una simile scelta può apparirci in netto contrasto con la gioiosa “filosofia di vita velaschiana” sopra descritta, eppure riflettendo con attenzione siamo addirittura in grado di rintracciare l’impeto vitale di Velasco nell’atto estremo di Boyer, perché come ci ricorda Martha Medeiros nella poesia, erroneamente attribuita a Pablo Neruda, “Lentamente muore”:

<<Lentamente muore chi non capovolge il tavolo…>>

Il Velasco che sopravvive in Charles Boyer decide di non voler morire lentamente e di voler capovolgere il tavolo della vita: paradossalmente in onore della Vita stessa! Come canta Franco Battiato nel brano “Breve invito a rinviare il suicidio”:

“… Questa parvenza di vita
ha reso antiquato il suicidio.
Questa parvenza di vita, signore,
non lo merita…
solo una migliore.

Chi ha conosciuto la bellezza, chi ha amato, chi ha sperimentato la passione, chi ha gustato i sapori della vita, chi ha avuto il coraggio di trasformare la propria esistenza in un immenso banco di prova, non può accontentarsi di attendere il giorno successivo, quello che viene dopo e così via… fino alla fine.

a piedi nudi nel parco

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