Archivio per città lineare

Ultimo tag a Parigi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 agosto 2015 by Michele Nigro

LA REPUBLIQUE a semi-rigid surveillance airship built for the French, Paris ca. 1908

Come in un passaggio di stato

da gassoso frivolo a solido realistico

la ragazza un attimo prima

vogliosa di vita nuova e sorrisi a buon prezzo

senza appello ritorna donna seriosa e madre.

Inganna pure l’esistente, civetta urbana,

dal basso dei tuoi presidenziali tweet

inviati al nulla elettrico che t’ignora.

Connessa creatura fatta di effimeri pixel

abbassi quello sguardo nato bello e vuoto

illuminato dallo strumento della tua solitudine,

ti vergogni sogghignando del danaroso mausoleo

accompagnatore di giovani peli inesperti

tra i vicoli all’imbrunire della sua gloria.

Il Tao della fisica non ti salverà

dal tavolo con le due femmine deluse…

vogliono restare sole, una accanto all’altra,

a titillarsi i carnosi rimpianti bagnati di saliva recente,

dalle loro solidali malinconie al luppolo

e torve logiche amorose, arrapate di movimento

tra le cosce della notte.

Sorvoliamo la città lineare

con i finestrini della libertà spalancati,

aria calda che non lascia speranza

e la colonna sonora di un nuovo andare.

Taggami ma di baci saziami!

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Subway Poetry

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 gennaio 2015 by Michele Nigro

Ghosts1

(Uomini sotto la superficie)

La storia dell’uomo

finì sotto i suoi piedi.

Orde di assopiti vichinghi

in attesa di Caron dimonio,

con occhi di bragia

scrutano stanchi

l’orizzonte di sotterranee attese

assenti ebbri di video colorati

ascoltando lounge music gracchiante

d’edulcorata ipnotica normalità.

Un grasso topo metropolitano

reso quasi cieco da buie ricerche

attraversa indifferente i binari.

Dietro la linea gialla

di un muto allarmante linguaggio che informa

idroponici fiori femmina

obliteratrici d’inconsapevoli desideri

sprecano sensualità sotto luci artificiali

sognando tiepide spiagge

bagnate da mari di superficie.

Un drago di ferro

macchiato d’arte incompresa

spettina i vaghi pensieri

di pazienti soldatini senza tempo

congelati nelle viscere della civiltà.

Un abile buddha partenopeo

conta i proventi dai distratti automi.

Strana soluzione

fingersi talpe.

(Napoli, febbraio 2005)

Quote di luce

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 gennaio 2015 by Michele Nigro

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Asfalto palpitante traffico

maschera per vite cunicolari,

basalto respirante lavico

nacchera di gite funicolari.

Riemersi storpi lavoratori

da cilindriche tombe

dispersi corpi oratori.

Pagine bibliche, la fine incombe.

Quote di luce vera

esige l’anima mia,

gote di truce sera

effige di un’infima via.

(metro di Napoli, 5 febbraio 2005)

City Lights

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 novembre 2014 by Michele Nigro

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Non luoghi festivi e caldi

accolgono le eleganti insicurezze del sabato,

giochi di luci rievocano

riti tribali pagani

seppelliti

sotto strati di pubblicità cristiana.

Salmoni di città

risalgono il fiume del marketing,

moriranno puntuali

dopo natale

tornando alle origini del buio.

La “locomitiva”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 novembre 2013 by Michele Nigro

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Banchi d’entusiasmo tribale

come nebbia che si lascia tagliare

dai coltelli sorridenti del sabato.

Metallo scintillante e pellame conciato

per un amplesso trafficato.

L’energia sociale del branco

circola tra le botteghe dell’esistenza

in cerca di sperimentazione

e di carne giovane da collaudare.

Comitive motivate, eterogenee e gerarchizzate

navi scuola per mettersi alla prova

nelle strade illuminate della città lineare,

potenti locomotive senza vapore

spingono la massa acerba e gli indecisi

verso i punti caldi del divertimento.

Treni profumati di automobili e trucco

file per discoteche, sigarette e vacillanti tacchi alti

per stupire se stesse e i gorilla motorizzati.

Visi illuminati dagli smartphone

della solitudine di gruppo

taggano il vuoto di un’anima

in cerca di effimeri consensi dall’altrove.

La locomitiva trainante

corre veloce

sui binari accaldati e morbidi

dell’esperienza condivisa.

Occorreranno molti anni ancora

prima di poter assaporare

arrugginiti, consapevoli e serenamente feriti

il nettare stagionato

dell’individualismo notturno

osservando senza nostalgia

il mito dell’insieme

dai banconi consumati del disincanto.

Pleasantville: una vita a colori o in bianco e nero?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 marzo 2013 by Michele Nigro

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Che cos’è che dona colore alla vita? Quali e quanti colori abbiamo a disposizione? Siamo consapevoli del nostro colorito inespresso o crediamo di dover vivere solo in bianco e nero perché così c’è stato detto? C’è sempre un fattore scatenante che cambia le carte in tavola, creando nuove sfumature esistenziali. Ma sappiamo riconoscerle, accettarle, coltivarle? Non sempre: spesso abbiamo bisogno di un aiuto esterno, di un occhio straniero, di un germe “alieno” capace di alterare la consuetudine della quotidianità. E poi chi stabilisce le regole? Noi e il nostro gnosticismo o una forza che per comodità definiamo “superiore”?

Nel film “Pleasantville”, diretto da Gary Ross, viene riproposta in salsa nostalgico-maccartista la versione anni cinquanta del Mito della Caverna di Platone: similmente alle ombre interpretate come reali dai prigionieri della caverna, gli abitanti di Pleasantville credono fermamente nella loro realtà in bianco e nero. Solo i sentimenti e le forti emozioni vissute sulla propria pelle possono dare colore alla vita: l’apparente perfezione in cui molti credono di vivere è rappresentata da una triste e misera scala di grigi di cui ci si accontenta perché il colore non è conosciuto. E non possiamo desiderare ciò che non conosciamo: possiamo, nella migliore delle ipotesi, solo intuire l’esistenza di un’altra condizione, anche se la vera e propria conoscenza avviene grazie a dei precisi eventi. La liberazione dalle catene può verificarsi facendo fede sulle proprie forze culturali e spirituali o, come nel film, per mezzo di elementi scatenanti provenienti dall’esterno, da mondi non esplorati: quando questo accade gli oggetti e le persone si colorano magicamente, mostrando una realtà non contemplata. Il confronto e l’esperienza scardinano i nostri schemi, alterano la sequenza delle azioni, stimolano il potenziale inespresso, inducono a fare domande del tipo “Che cosa c’è fuori Pleasantville?”, e i colori creano una salvifica imperfezione cromatica non accettata da tutti e scambiata per una malattia passeggera: mentre alcuni attendono inconsciamente la trasformazione-liberazione e l’accolgono con gioia e curiosità, altri reagiscono violentemente alla diversità, al cambiamento, alla comparsa del colore: “meglio in bianco e nero che a colori”, parafrasando il noto motto anticomunista del periodo maccartista “Better Dead than Red”.

Pleasantville è la classica cittadina statunitense degli anni ’50, somigliante per certi versi alla città lineare di Paul Di Filippo e al mondo artificiale di The Truman Show, un perfetto modello di recitazione sociale, di semplicità, benessere, bellezza e cordialità, di esistenza equilibrata e sana: l’unico modo per vincere la “guerra fredda” prima che si riscaldi, per rispondere in maniera efficace alle minacce esterne anticapitaliste e ai disvalori veicolati dal comunismo, è quello di creare una società omogenea, conformista, priva di dubbi, sicura nella sua programmata ignoranza, fondata su principi incorruttibili, distratta e felice.

Pleasantville è il modello culturale vincente di un’America che, forse, non esiste più o esiste in altro modo: qualsiasi alterazione di questo equilibrio non è gradita. C’è chi intravede in questo schema piatto un’isola felice (nostalgia di un’epoca mai vissuta?), un rifugio inventato per non soffrire, presso cui smaltire le insoddisfazioni della realtà degli anni ’90: come accade al protagonista David Wagner (proiettato in Pleasantville nei panni di Bud Parker) interpretato dall’attore della porta accanto Tobey Maguire. La sorella, la “traviata” Jennifer Wagner (Mary Sue Parker), proveniente da un presente eterogeneo, ricco di opportunità e di libertà, quando si accorge di essere prigioniera della sitcom in bianco e nero intitolata “Pleasantville”, sbraita in direzione del fratello: “Noi dovremmo essere a casa! Dovremmo essere a colori!” Anche per chi proviene da una realtà vivace (per non dire nevrotica) come quella del ventesimo secolo in cui nulla sembra riuscire a stupire i giovani vaccinati e maliziosi, il cambiamento risulta traumatico. E non sempre l’involuzione è vissuta come un’occasione di purificazione e di ritorno a un’esistenza lineare e più ordinata. Anche se le sorprese e le scelte impreviste non mancano: il piacere della scoperta di spazi interiori inesplorati, il raccontare (o inventare) una storia come atto creativo, la lettura di un semplice libro in un mondo in cui la televisione e internet non hanno ancora preso il sopravvento, possono fare breccia nell’anima sbarazzina di una adolescente dei nostri giorni e nei giovani acerbi di un luogo che non esiste.

Il colore che irrompe in Pleasantville (e che qualcuno tenta di coprire sotto uno strato di trucco grigiastro) è anche il colore della mente, della cultura, dell’arte visiva che educa al bello, dei piaceri sessuali quali elementi fondamentali dell’esistenza, del sapere proveniente dalla lettura che fa scoprire mondi ed esistenze infinite e senza limiti geografici. È la scoperta del sapore di cose nuove: come nella scena, presa in prestito dal paradiso terrestre del libro della Genesi, in cui una ragazza offre a Bud Parker una mela appena raccolta, senza la perenne persecuzione del peccato. La conoscenza prima del dogma!

I libri, elementi eversivi e destabilizzanti, saranno bruciati dagli abitanti conservatori e inferociti che, ancora prigionieri della loro condizione in bianco e nero, riconoscono nella lettura e nell’arte in generale i sintomi di una pericolosa metamorfosi: e il pensiero corre verso il “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e la notte dei cristalli della Germania nazista, lì dove la “paura del colore” e il pregiudizio si trasformano in violenza. La piacevole cittadina americana dove non piove mai, non scoppiano incendi e dove i water non esistono, conosce così il razzismo, l’intolleranza, la segregazione (i “colorati” non possono sedere accanto ai normali, a quelli in bianco e nero), perdendo la propria verginità ideologica e sentimentale. Le rivoluzioni, anche quelle culturali, all’inizio esigono un prezzo da pagare. E solo gli audaci sono capaci di colorare le proprie esistenze.

Gli ingenui abitanti di Pleasantville – diretti ormai verso una colorata consapevolezza – ricevono in dono i colori e l’interruzione delle abitudini; anche i due ragazzi provenienti dagli anni ’90 escono trasformati da questa esperienza fantastica: riscoprono valori dimenticati e potenzialità da un angolo visuale assolutamente inatteso e surreale. Anche loro, come gli abitanti di Pleasantville, devono compiere un cammino interiore per la conquista del colore.

Dedicato a chi sta dimenticando di colorare la propria vita.

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Città mentali

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , on 14 novembre 2011 by Michele Nigro

<<La lettura ha un grande “difetto”: induce alla riflessione. Quante volte, tra una pagina e l’altra, sentiamo il bisogno di chiudere i nostri occhi e ripercorrendo le vie del pensiero riscoperte grazie alle parole appena lette, affrontiamo lande desolate interiori e raggiungiamo città mentali dimenticate.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 34)

Scrivere nella città lineare

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 ottobre 2010 by Michele Nigro

Dopo aver letto il racconto lungo “Un anno nella città lineare” (A year in the linear city – 2002) dello statunitense Paul Di Filippo, si ha come la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di un “cambio d’aria”: vi ricordate quando a scuola (quando le classi erano numerose e l’anidride carbonica prodotta dai giovani cervelli in attività aumentava in maniera esponenziale durante le ore di lezione) ad un certo punto della mattinata il maestro ordinava all’alunno che sedeva sotto la finestra di aprire le ante per far entrare l’aria nuova? Leggere lo scrittore postmoderno Di Filippo dà la sensazione del nuovo che avanza: un nuovo che nasce dal felice incontro tra postmodernismo letterario e fantascienza.

Mi potrei soffermare sull’ambientazione fantastica e surreale creata dalla sua penna d’artigiano; potrei offrirvi delle pennellate recensorie sulla improbabile città descritta in questo racconto lungo o sulle verità escatologiche possedute da una strana popolazione (molto simile a quella americana – non potrebbe essere altrimenti!) che abita una città spalmata lungo un corso infinito… Potrei affascinarvi sottolineando l’esistenza addirittura di due soli che illuminano, grazie a un “perpetuo ciclo cruciforme”, lo strano mondo di Di Filippo. In realtà “Un anno nella città lineare” è prima di tutto un implicito manuale di scrittura postmoderna. No, che avete capito! Paul Di Filippo non ci dice in questo racconto dove mettere le virgole, gli avverbi, come usare gli aggettivi o come scrivere letteratura fantascientifica postmoderna; indica a tutti noi, lettori medio-forti e aspiranti scrittori, come sopravvivere a noi stessi e alla vita pratica che incombe sulla fantasia: “Se si fosse messo subito a scrivere, avrebbe potuto farsi prendere dalla trance creativa, dimentico del tempo, e avrebbe perso l’occasione di far visita a Gaddis Patchen. Se prima si fosse recato dal padre, Diego sarebbe sicuramente uscito dalla casa dove aveva trascorso l’infanzia carico di emozioni talmente forti da imbrattare la sua capacità di scrivere per quella giornata.” Problemi da scrittore! – direbbe qualcuno.

E poi ancora: una ragazza esuberante e bellissima, la sensualità mai separata dalla genialità, un amico indigente ma curioso e pieno di vita, una città di cui nessuno conosce veramente l’inizio o la fine, un padre morente consapevolmente ossessionato dal momento del “trapasso”, la descrizione kafkiana di un mondo quasi comicamente irreale…

Lo scrittore pensato da Di Filippo è impegnato quotidianamente a “tramutare il dolore in bellezza” perché sceglie di non isolarsi ma di vivere pienamente la vita barcamenandosi tra le fatiche editoriali di chi sceglie il difficile cammino della scrittura e gli immancabili appuntamenti con la realtà: la cena con la propria fidanzata, l’imminente morte di un padre, le crisi d’astinenza di un’amica, la vita sacrificata di un edicolante, le manie da schiavista di un editore, i vizi meschini di un trombettista, le avventure ai limiti della legalità, il carcere… Lo scrittore deve fare man bassa di vita!

Ma che cosa significa vivere in una Città Lineare? La ciclicità permette ad ognuno di noi di ritornare al punto di partenza: in una città lineare ciò non è possibile perché il “punto di partenza” è ignoto. Vivere in un luogo simile esige una certa dose di fede: non si può conoscere tutto, ma si può accettare tutto. Una sana ignoranza viene sorprendentemente contrapposta alla sicurezza positivista di quella rigida fantascienza tecnologica dove tutto doveva essere coerente e dimostrabile – seppur in un contesto di doverosa sospensione dell’incredulità! E gli abitanti sembrano rassegnati a questa linearità imperante, anche se ogni tanto uno di loro tenta qualche romantico esperimento: “No, quella carrozza viaggiava ancora verso Ponente attraverso la nostra imperscrutabile Città dopo due settimane. Ne sono convinto. E’ stato allora che mi sono veramente impaurito. L’enormità della nostra terribile esistenza mi sopraffece. Da allora non sono più quello di prima.”

Essere scrittori nella Città Lineare significa anche combattere contro i pregiudizi derivanti dall’interno della “categoria”: “Io scavo nel profondo del cuore dell’uomo, Diego. E’ questo che la gente vuole leggere. Le preoccupazioni quotidiane. Costruirsi una vita, fare amicizia, sposarsi, morire. E’ bene che tu lo capisca: la maggioranza delle persone non vuole i tuoi assurdi voli pindarici.”… “Ma dopo un po’ si matura e si restringono gli interessi a quello che è veramente vitale.”

“Esiste un Isolato Zero?”

Le esigenze filosofiche, quasi “spirituali”, prevalgono fortunatamente nell’animo del narratore di cosmogonie che prosegue lungo il cammino indicato dalla propria fantasia.

Paul Di Filippo

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