Archivio per concerto

I Soviet + L’Elettricità

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 agosto 2017 by Michele Nigro

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1917-2017
I SOVIET + L’ELETTRICITA’
Cento anni dalla rivoluzione russa – un secolo di CCCP

Un comizio musicale di Massimo Zamboni, con Angela Baraldi, Max Collini, Danilo Fatur, e con Cristiano Roversi, Simone Filippi, Simone Beneventi, Erik Montanari.

Martedì 7 novembre 2017, ore 21.00 – Prima nazionale
Teatro Augusteo , Piazzetta Duca D’Aosta n. 263, Napoli

I SOVIET + L’ELETTRICITA’ è uno spettacolo ideato e diretto da Massimo Zamboni dedicato al centenario della rivoluzione bolscevica del novembre 1917. Un comizio musicale che attingendo al linguaggio, alle parole d’ordine e ai simboli del socialismo reale, evoca il mito infranto della rivoluzione: della rivolta degli oppressi, del potere agli operai e ai contadini, della società senza classi e senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Quel mutamento epocale che riuscì a creare un immaginario collettivo per gli oppressi di tutto il mondo; il grande sogno che fece credere alla possibilità dell’uomo nuovo. Nel secolo odierno quelle passioni accese dalla rivoluzione d’Ottobre sono incagliate nei libri di storia, e forse l’unico modo sensato di riparlare oggi di CCCP, di ricordare la presa del Palazzo d’Inverno, è tornare a dar vita alle parole di allora, scontrandole con quelle dell’oggi, elaborandole in un testo drammaturgico moderno che non teme l’enfasi, l’utopia, ma nemmeno la disperazione.

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Solchi Sperimentali Fest

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 ottobre 2016 by Michele Nigro

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Il primo festival itinerante legato al libro di Antonello Cresti “Solchi Sperimentali Italia” si terrà allo Spazio Ligera a Milano.
Ispirato dalla medesima attitudine al sincretismo e alla unione di musiche apparentemente lontane la serata vedrà esibirsi:

Jumbo
https://www.facebook.com/jumboDNA/

prog rock
.
Osvaldo Schwartz
https://www.facebook.com/OfficineSchwartz/
Industriale
.
Enten Hitti + ODRZ
http://entenhitti.it/
www.odrz.org
elettronica sperimentale/etnica
.
Mamma Non Piangere
http://www.mammanonpiangere.it/index.html
Art rock
.
presenta Antonello Cresti

Spazio Ligera – Via Padova, 133 – Milano
Inizio ore 22,00
Ingresso 8,00 euro

Omaggio a William S. Burroughs

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 maggio 2016 by Michele Nigro

Partendo dalla pubblicazione del volume “Saccheggiate il Louvre. William S. Burroughs tra eversione politica e insurrezione espressiva” (edizioni ombre corte, Verona, 2016) un omaggio a William S. Burroughs. Talk, riflessioni, spunti critici e a seguire reading/concerto e risonorizzazione dei film scritti da William S. Burroughs e diretti da Antony Balch con Carmine Palladino (elettroniche) e Antonino Masilotti (voce).

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In principio era il Suono…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2013 by Michele Nigro

Angelo Branduardi - Satriano di LucaniaIl concerto di Angelo Branduardi, ieri sera nella piazzetta centrale di Satriano di Lucaniaun gradevole paesino della mia amata Basilicata, è cominciato con una doverosa premessa, condivisa quasi sottovoce dall’Artista e in maniera ieratica come se fosse un segreto da maestro a discepolo: un suggerimento su come predisporsi all’ascolto del suo live partendo da lontano, da un incipit evangelico, da una teoria al limite dell’esoterico. A Branduardi non interessano più di tanto le “canzoni”: la sua esperienza cantautorale affonda le radici in una ricerca sonora primordiale, in quel confine sottile, poco visibile e quasi impercettibile che separa la scienza del suono da una “spiritualità che non va confusa con la religione”, ci tiene a precisare il grande menestrello, autore di pagine importanti della storia musicale italiana e internazionale. 

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…” leggiamo nella Bibbia e precisamente nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18). Siamo stati educati – ricorda Branduardi – a interpretare il termine Verbo come “parola”, ma altre traduzioni e tradizioni (più antiche e non meno importanti di quella cristiana) ci rivelano che il Verbo usato nel Prologo dall’evangelista Giovanni in realtà coinciderebbe con il Suono, non in senso “musicale”. Dio nel momento della creazione non si è espresso, non ha parlato, non ha pronunciato parola alcuna (Dio non è un essere superiore che blatera, non è parola ma azione; il Verbo che è presso Dio, al punto da coincidere con Dio stesso, indica l’agire, il fare che crea, il pensiero che dà vita al mondo), ma ha delegato al Suono, quale strumento del fare, alla vibrazione sonora, la responsabilità di mettere in moto e in ordine i componenti inerti dell’universo in vista della costruzione del Creato. Una verità esoterica tenuta per definizione nascosta, o volutamente male interpretata, dalla religiosità occidentale “ufficiale” forse perché troppo meccanicistica, naturale; o forse perché in occidente siamo stati educati a un Dio padre “antropomorfizzato” che, nonostante il libero arbitrio, dall’alto muove i fili del teatrino e una teoria del genere sarebbe terribilmente vicina a una spiegazione fisica e quindi scientifica e non divina e misteriosa. Anche se la teoria del suono all’origine dell’universo non spiega tutto e rimane essa stessa un affascinante mistero che trova alcune timide spiegazioni in antichissimi insegnamenti e tracce religiose che si perdono nel tempo.

Dal Suono deriverebbe il tutto visibile e invisibile, e lo sciamano rappresenta l’esempio più autentico e antico di “ingegnere del suono” prestato alla spiritualità: i suoni prodotti dallo sciamano nel corso dei suoi riti inducono a una ricerca interiore e l’alterazione dello stato di coscienza che ne consegue è l’unica strada per la visualizzazione di un mondo spirituale altrimenti inaccessibile e per ritornare a quel Suono originario a cui si fa riferimento nel Vangelo di Giovanni.

Branduardi prima di cominciare lo spettacolo ha invitato il pubblico a ritrovare una concentrazione interiore che non deve coinvolgere solo i musicisti bensì tutti, e che non prevede il delirio insensato per la canzonetta: anche il suono prodotto su un palco durante uno spensierato festival estivo deriva da quel Suono primordiale e creatore, senza soluzione di continuità. Quindi la musica è uno strumento mistico, è spiritualità, è consapevolezza di non essere creatori ma semplici sub-creatori, mediatori e prosecutori di un Suono antichissimo. Lo sciamano Branduardi, oltre alla riproposizione d’ufficio dei brani popolari appartenenti al suo repertorio, ha saputo emozionare e catturare l’attenzione più intima del pubblico, trasportandolo verso uno sperimentalismo apparentemente improvvisato, come nel caso della registrazione dal vivo di alcune tracce sonore eseguite con il proprio violino e utilizzate come base musicale per un successivo brano. Si tratta di momenti unici, irriproducibili, personalizzati, che vanno oltre il “brano famoso” o il coro da stadio. La vera ricerca musicale che “guarisce” è questa.

L’ “Apriti Sesamo” tour e il ritorno del tappeto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 24 febbraio 2013 by Michele Nigro

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Nel primo dei concerti romani dell’ “Apriti Sesamo” tour, lo scorso 20 febbraio 2013, Franco Battiato forse ha voluto farci capire principalmente due cose: che la vita è fatta di “ritorni” e che la ciclicità esistenziale è una regola da accettare giocando. E Battiato gioca tornando a sedersi sul suo ormai mitico “tappeto da concerto” (che, se non erro, non utilizzava da un po’ di tempo), rimettendosi a stuzzicare il pubblico con una piccola tastiera elettronica allestita ad altezza di tappeto o trasformando la struttura musicale di un brano sempreverde di Juri Camisasca“Nomadi” – affidando l’incipit a un’insolitamente quieta chitarra classica suonata da Davide Ferrario (un bravo musicista che generalmente vediamo piegato sulla sua chitarra elettrica, sfidando le normali leggi della fisica lombare!). Ritorni contenenti videoclip degli anni ’80 usati come sfondo per il concerto e geometrie allucinogene in movimento – sempre alle spalle della sua band “classico-rockettara” – per rispolverare gli antichi fasti della sperimentazione elettronica degli anni ’70 che, come ammesso dallo stesso Battiato, all’epoca provocò in altre parti d’Europa e nel mondo un successo superiore a quello ottenuto grazie agli album successivi e più “popolari”.

Partendo dal bis, forse la parte più interessante del concerto (vedi video incluso in questo post), Battiato ricanta “Aria di rivoluzione” dall’album “Sulle corde di Aries”: che l’assessore di Rosario Crocetta si sia invaghito del programma politico di Ingroia? Il video che sta circolando in rete in questi giorni, in cui il cantautore siciliano fa gli auguri ad Antonio Ingroia definendolo “uomo libero”, sembrerebbe confermare una simpatia di Battiato per quelle formazioni politiche – compreso il M5S di Grillo – che durante queste elezioni avranno il compito, stando ai sondaggi, di scardinare i vecchi schieramenti residenti in parlamento da tanti, troppi anni. Anche Battiato è un uomo libero, e valuta gli uomini e le donne impegnate in politica in maniera trasversale, al di là dei colori: mentre augura il meglio a Ingroia (che non ha avuto un rapporto idilliaco con Bersani durante la campagna elettorale), durante uno dei suoi brevi monologhi cuscinetto tra un brano e l’altro, il Maestro cita il senatore del PD Enzo Bianco, seduto nelle prime file dell’auditorium Conciliazione e candidato a sindaco di Catania (si comincerà a discutere delle amministrative catanesi, precedute dalle consuete primarie che ormai caratterizzano tutti gli appuntamenti elettorali del centro-sinistra, subito dopo le politiche nazionali del 24 e 25 febbraio). Anche quello politico è un ritorno: dopo la passione “radicale”, Battiato a distanza di anni riscopre il coinvolgimento nella politica (anche se indirettamente non lo ha mai smesso di fare: canzoni come “Povera patria” e “Inneres Auge”, presente nel bis di Roma, rappresentano una forma diversa di politica). Questa volta impegnandosi in prima persona nel miglioramento della cosa pubblica, e precisamente di quella culturale siciliana (e italiana). Ce la farà nonostante le casse regionali vuote? Vedremo. Di “vuoto” Franco Battiato se ne intende, ma stavolta il “senso di vuoto” provocato da un certo tipo di politica sarà duro da sconfiggere. In Enzo Bianco Battiato vede una possibilità di riscatto per la città siciliana cara al nostro musicista; così come in Battiato molti fan, siciliani e non, rivedono una possibilità di ritorno verso quote culturali più alte, senza per questo sperperare denaro pubblico.

E si diverte a ritornare anche sul “Telesio”, cantando per la prima volta un brano affidato nell’opera al sopranista Paolo Lopez. Coinvolgente, sempre durante il bis, la rivisitazione di “Propiedad Prohibida” ripescata da “Clic”.

Dopo un inizio dedicato al suo ultimo album “Apriti Sesamo”, e che dà il nome al tour, Battiato ritorna a cantare, per la gioia dello spirito di chi sa di portarsi a casa un’esperienza estatica, prelibatezze del tipo “Il Mantello e la Spiga”, “L’ombra della luce”, “Lode all’Inviolato”: brani non recenti che si collegano perfettamente alla tensione spirituale del nuovissimo “Un irresistibile richiamo”.

Ritorni, insomma: come quelli verso territori interiori trascurati a causa di una vita effimera, la nostra, che spesso ignora la spiritualità. Chiudere il cerchio riscoprendo antiche ricerche musicali, senza rimpianti, senza esaltare l’importanza del cammino compiuto. Con leggerezza.

Un po’ inflazionato a mio avviso, mi perdoneranno gli altri estimatori, il clichè della corsa sotto il palco a suon di “Cuccurucucù”: forse un modo per ritornare a quote terrene prima di uscire in strada, dopo la fine del concerto, o forse solo una comprensibile scusa per andare a sfiorare la mano di un uomo che è sempre più limitativo definire semplicemente ‘cantautore’. Battiato, al di là dei concerti, è prima di tutto un ricercatore, un punto di riferimento spirituale, oserei dire “un’immagine divina di questa realtà”.

I mille volti di “Fog el Nakhal”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 luglio 2011 by Michele Nigro

“Fog el Nakhal” è una canzone tradizionale molto famosa tra le popolazioni di lingua araba e non solo. Volendo fare un paragone azzardato con la nostra canzone popolare potremmo dire che Fog el Nakhal rappresenta, anche se tematicamente diversa, il corrispettivo arabo di ‘O sole mio: una canzone in lingua napoletana che, nonostante la stupidità dei leghisti, è riuscita e riesce ancora oggi a essere il ‘biglietto da visita’, soprattutto all’estero, di un’intera nazione: l’Italia.

Ma la storia di Fog el Nakhal è molto più antica e nel corso dei secoli questo brano di origini persiane ha subito, proprio come è successo alla canzone ‘O sole mio, una serie innumerevole di reinterpretazioni. Per non parlare delle ‘mutazioni linguistiche’ che hanno interessato lo stesso titolo, a seconda dell’epoca e della regione geografica in cui la canzone è stata adottata: Fog el Nakhal > Fog il Nahal > Foug el Nakhal > Fogh in Nakhal…

E’ impressionante la quantità di versioni di Fog el Nakhal esistenti non solo nel mondo arabo ma anche al di fuori di esso: cercherò in questo post di offrire una panoramica  (sicuramente incompleta) dei diversi approcci interpretativi.

Struggente, accorata e decisamente melodrammatica l’interpretazione di Nazem Al-Ghazali, una sorta di “Claudio Villa iracheno” molto apprezzato dagli ascoltatori delle generazioni passate.

Indiscutibilmente tradizionalista, più sobria e meno edulcorata l’interpretazione affidata al famoso cantante siriaco Sabah Fakhri.

Seducente e tecnologica la versione ‘veloce’ della bella cantante libanese Dania che nel suo videoclip riprende in chiave moderna (con tanto di cellulari, taxi presi al volo…) le sofferenze amorose descritte nell’antico testo della canzone. Come a voler dire: “cambiano le epoche ma il patimento è sempre lo stesso!”

Impossibile per me non citare la Fogh in Nakhal dell’italianissimo Franco Battiato, contenuta nell’album “Caffè de la paix”

… ed eseguita dal vivo nel 1992 a Baghdad (Iraq), quando ancora esisteva il regime di Saddam Hussein, durante un evento musicale – il “Concerto di Baghdad” – che oserei definire storico e non solo dal punto di vista artistico.

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Dubrovnik-Battipaglia: due differenti storie di recupero

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 maggio 2011 by Michele Nigro

A settembre del 2010, durante la mia permanenza nella splendida Dubrovnik in Croazia, ho avuto il piacere di assistere a un concerto di musica classica della Dubrovnik Symphony Orchestra tenuto all’interno della restaurata Fortezza di Revelin.

Da una mia nota scritta sul diario di viaggio, subito dopo il concerto: “…Lo spazio sapientemente rivalutato all’interno della fortezza di Revelin e destinato ai numerosi avvenimenti culturali che animano le notti di questa ‘perla dell’Adriatico’, tra cui i concerti di musica classica, è architettonicamente semplice ma adatto a soddisfare le esigenze divulgative di una comunità che ha voglia di crescere, di valorizzare il proprio patrimonio storico e artistico-culturale e di accogliere in maniera efficiente i turisti provenienti da ogni parte del mondo. Interni sobri, quasi asettici, privi di ‘barocchismi tecnici’ dovuti a restauri scellerati, caratterizzati da un’acustica ottimale per gli eventi musicali come questo a cui ho assistito stasera. Un esempio di come la semplicità e la voglia di risorgere siano più forti di certi meschini calcoli politici e di certe dinamiche privatistiche poco lungimiranti. Il mio pensiero da Dubrovnik va inesorabilmente (e forse ingenuamente) agli spazi non recuperati e quindi inutilizzabili del Castelluccio di Battipaglia, la città in cui vivo. Perché non possiamo anche noi battipagliesi assistere al recupero del nostro simbolo (e non solo di quello) per destinarlo finalmente a quelle funzioni culturali e sociali degne della sua storia?”

Fortezza di Revelin - Dubrovnik (Croazia)

Leggo in rete: “… Oggi la fortezza Revelin è proprietà della città di Dubrovnik e viene utilizzata come luogo multifunzionale per vari spettacoli. Nel 2003 è stato portato a termine il restauro della fortezza grazie al quale essa ha mantenuto il suo aspetto autentico, ed allo stesso tempo sono state appagate le rigorose necessità tecnologiche dei nostri tempi (l’aria condizionata, internet, l’ascensore, il sistema antincendio). In questo posto, al giorno d’oggi, hanno luogo avvenimenti vari…”

Nel titolo di questo post ho commesso un errore: ho utilizzato in maniera generalizzata il termine ‘recupero’ mentre nel caso battipagliese bisognerebbe parlare molto più onestamente di NON recupero. Infatti il mio pessimismo italico mi suggerisce che non leggerò mai una notizia così positiva, simile a quella sopra riportata, riguardante l’ormai famigerato Castelluccio di Battipaglia. Anche se la speranza di venire smentito è sempre l’ultima a morire.

il Castelluccio - Battipaglia (Salerno)

Qualcuno potrebbe obiettare che Dubrovnik è dal punto di vista storico e artistico più importante di una cittadina tutto sommato sempliciotta come Battipaglia (la cui fama è condannata a essere legata eternamente al simbolo della ‘mozzarella’… e basta!) che non merita di recuperare il proprio patrimonio storico; che Battipaglia, a differenza di Dubrovnik, non è un “bene protetto dall’Unesco”; che il ben più modesto centro storico di Battipaglia non ha subito una recente offesa bellica, suscitando l’indignazione di mezzo mondo, come nel caso di Dubrovnik bombardata dalle truppe serbo-montenegrine il 6 dicembre 1991 (mentre l’unico bombardamento subito dalla popolazione battipagliese – evento che ha fatto guadagnare alla città di Battipaglia la Medaglia d’argento al Merito Civile – risale al lontano 1943: e se dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi nessuno si è preoccupato di valorizzare il Castelluccio vuol dire che tanto importante dal punto di vista storico non è, verrebbe da pensare, e che può continuare a sgretolarsi sotto il sole e la pioggia perché ci sono cose più importanti da recuperare e altri problemi da risolvere)…

Esistono Storie più importanti di altre? Ci sono patrimoni di serie A e di serie B? Che cos’è che rende un recupero più ‘necessario’ o più urgente di un altro? Il posizionamento geografico? La drammaticità di un evento storico legato al luogo da recuperare (terremoti, guerre…)? Le simpatie di politici fortemente influenti? La follia imprenditoriale di qualche eccentrico e generoso milionario di passaggio? No, non credo. Almeno non posso credere solo in queste cause fortuite. La volontà di una comunità, la sinergia tra pubblico e privato, la progettualità di una classe dirigente intelligente e lungimirante, l’imprenditorialità di un territorio, la richiesta pressante da parte delle forze culturali locali e nazionali, l’interessamento più incisivo da parte di associazioni come il F.A.I. (al di là dell’evento del 2003 e di altre singole, encomiabili iniziative personali o di gruppo, che di fatto però non hanno risolto concretamente il problema del Castelluccio): queste e molte altre le vere forze motrici che possono portare alla piena realizzazione di un serio recupero.

Non basta una romantica serata di musica sotto le stelle, seppur meritoria e gradevole, che ha tutta l’aria di essere una rassegna di emozioni inconcludenti, di personalismi e di promesse a sfondo politico-elettorale (vedi video sottostante). Non basta un palco montato VICINO all’oggetto da recuperare (un recupero empatico realizzato ‘per osmosi’? Della serie: “ti siamo vicini!”); c’è bisogno di riconquistare il DENTRO con fatti concreti, senza gettare fumo negli occhi dei cittadini. Non basta illuminare le mura esterne del Castelluccio (che rappresentano, almeno all’apparenza, la parte più presentabile e sana dell’edificio storico): occorre recuperare gli spazi interni al fine di renderli vivibili socialmente, artisticamente, culturalmente e perché no, commercialmente.

Quel concerto dopo il terremoto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 13 aprile 2010 by Michele Nigro

(il primo concerto non si scorda mai)

Parlare di Franco Battiato è come parlare di “uno di famiglia”. Non perchè siamo parenti o ci frequentiamo, ma per il semplice motivo che è entrato in casa nostra con la sua musica nel lontano 1979, grazie a una sorella maggiore che tra un solfeggio e le faccende di casa suonava i brani del Cinghiale Bianco sul pianoforte del salone, e non ne è mai più uscito. Anche nel mio caso, come per Franco, le donne di casa sono state determinanti.

Certo, ci sono stati momenti di stasi e di “non curanza” dovuti anche alla mia giovane età che non sempre mi permetteva un avvicinamento serio e costante alla ricerca musicale e umana di Franco.

A quell’epoca, per di più, ignoravo l’esistenza di Gurdjieff, Yogananda e Aurobindo…

Ricordo, tuttavia, ancora con una certa tenerezza un concerto che Battiato diede alcuni mesi dopo il terribile terremoto del 1980 in Basilicata e Campania, e precisamente in un paesino di nome Ruoti (in provincia di Potenza): evento simpaticamente definito dagli stessi membri della band come “concerto di curva”, anziché concerto di piazza, a causa della strana posizione in cui gli organizzatori collocarono il tipico palchetto di legno, in stile “festa di paese”, per gli artisti.

Impilati in una Fiat 126 bianca, raggiungemmo il luogo disastrato in cui si sarebbe esibito Franco. Il paesello, in alcuni angoli, era “addobbato” con tristi macerie non ancora rimosse e quel concerto rappresentava, forse, uno dei tanti timidi “segnali di vita”. A contrastare con le macerie, il primo premio in palio della Lotteria della festa: un’automobile Alfa Romeo di grossa cilindrata. Sul palco male illuminato ricordo, avevo solo dieci anni, la presenza di tre o quattro componenti – Battiato compreso – tra i quali l’immancabile e mitico Giusto Pio che con il suo violino, avvicendato dal suono della chitarra elettrica di Alberto Radius e dalle prodigiose tastiere di Filippo ‘Phil’ Destrieri, ha reso eterna la canzone “L’Era del Cinghiale Bianco” dell’omonimo album uscito un anno prima della sciagura sismica.

Vulcani, terremoti, sismicità, imprevedibilità della natura umana e cosmica: solo un musicista come Battiato avrebbe potuto dare vita a quella scena così surreale fatta di suoni e macerie.

Erano i segnali musicali di una ricerca sofisticata che trasportò nel raggio gravitazionale di Battiato tanti incuriositi ammiratori così come tanti furono “gli impauriti inquisitori” che nella musica di Franco individuarono il possibile vessillo di una loro personale e stupida battaglia contro “la musica strana”. Erano gli effetti collaterali del Prog.

Dopo molti anni riflettendo su quel concerto di ‘curva’ mi chiedo: “quale alchimia si è mai potuta creare nelle menti vergini degli intervenuti tra i disastri del terremoto e Franco che ci istigava all’esplorazione delle Strade dell’Est?”. Forse i vecchietti seduti sulle panchine con la coppola in testa e in attesa di andare a dormire non lo presero molto sul serio (con gli anni Franco c’insegnerà che l’“indifferenza” può essere reciproca e che l’artista non è tenuto a prostrarsi), ma c’era già intorno a noi “Aria di Rivoluzione” e non potemmo più tornare indietro. Cominciò all’incirca così la “faccenda esoterica”. Cominciò quasi per caso, durante un concerto che ormai Franco Battiato avrà sicuramente rimosso dai suoi depositi mnemonici (ma non Filippo Destrieri, il quale mi ha scritto dicendo di ricordare benissimo quel concerto!), ora che si esibisce a Baghdad, Parigi e New York… Un concerto talmente ‘insignificante’ che non è riportato nemmeno nei meticolosi archivi storici dei principali siti web (ufficiali e non ufficiali) dedicati all’artista. Insignificante, intendiamoci, se confrontato con la successiva poderosa carriera di Franco Battiato: ogni evento musicale ‘live’ possiede unicità e irripetibilità; le vibrazioni, negative o positive, che si creano in un luogo sono speciali ed è impossibile ricrearle artificialmente in un secondo momento.

Una traccia volatile ed effimera, dunque, diluita nel mare cosmico degli eventi. Ma non per me!

Da allora ci furono molti “giorni di digiuno e di silenzio”… Ma Battiato aveva già inoculato il “fattore B” nel sangue di molti italiani, me compreso, e ognuno sviluppò da quel momento in poi una sua personale “reazione” a seconda degli eventi della vita e del cammino fatto. Qualcuno dalla sperimentazione del cosiddetto “rock progressivo” si ritrovò in un monastero benedettino e altri ancora, grazie alla sua musica, hanno percorso terreni impensabili ed affascinanti durante i momenti di sonno apparente o di crisi esistenziale.

La vita di Franco Battiato fino a oggi si è rivelata sicuramente interessante per la varietà di stimoli che caratterizzano la sua silenziosa ricerca personale e che ripropone metabolizzati al suo pubblico sotto forma di brani musicali. Non esiste un letto di fiume abbastanza ampio capace di accogliere una definizione riassuntiva dell’arte di Battiato perchè troppi sono gli affluenti che nutrono la ricerca: letteratura, pittura, musica, religione, linguistica, filosofia, psicologia, teatro, e ora anche cinema… Limitarsi all’ascolto delle sue “canzoni” è sufficiente per una critica superficiale. Ricche e infinite sono le connessioni che dalle canzoni di Franco si diramano verso altre fonti e altri interessi culturali. Lasciarsi trasportare dalla corrente di questi affluenti rappresenta un’esperienza affascinante: forse è l’unico modo per creare una vera empatia tra estimatori (non definiteci semplicemente “fan”) e artista. L’ascolto di Battiato deve essere vissuto come un gioco su se stessi e come un’occasione per aprire nuove porte. Altrimenti sarebbe solo “musica strana”, come avrebbero detto i vecchietti di quel concerto di 30 anni fa.

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