Archivio per corruzione

Esortazione autoptica

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 novembre 2017 by Michele Nigro

Morirete, un giorno

e non avranno capito nulla

del vostro passaggio su questa terra.

Così come loro stessi del proprio:

l’ignoranza esistenziale è democratica.

Quelli che oggi presumono

senza comprendere

forse moriranno dopo di voi

o insieme a voi. O prima, peccato:

non assisteranno alla fine

dello spettacolo allestito

dall’infinito per divertire il divino

che tutto sa.

Restate in vita, dunque

abbiate fede pur nella finitezza che v’opprime

stringete i denti e la carne alle ossa

tenete duro nonostante il buio,

sopravvivete a voi stessi

e alla stupidità, per i restanti anni.

Partecipate all’equivoco, giocateci

non disperate come piace al nemico

rendete difficile il cammino

alle voci di un corridoio post mortem,

smentitele dal vivo con l’esempio

e non solo a parole

lasciatele morire sotto i colpi del tempo

che tutto guarisce e risolve,

seppellite i detrattori ma senza gioire

perché tutti siamo detrattori di qualcun’altro,

siate l’autopsia di voi stessi

non affidatela ad altri, a frettolosi

anatomopatologi dell’anima

e preparate una fossa profonda

in cui far riposare le persone superficiali

che oggi decantano, non autorizzate

le gesta sminuite o esaltate

di esistenze che non gli appartengono.

Dopo gli errori insiti nell’essere umani

c’è bisogno di fatti salvifici, cercati o fortuiti

prima dei puntuali conti presentati lì

dove l’imbuto di Kronos si restringe intorno al collo.

Sarà meglio morire vecchi e nella verità

che giovani e tumulati dalla menzogna.

Quando il vento dell’anima

abbandonerà i vostri corpi, che non saranno più vostri

ma della terra,

nulla potrà essere aggiustato.

(immagine:

“¡Y tenía corazón! / Anatomía del corazón / La autopsia”

quadro di Enrique Simonet – 1890)

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Rigurgiti inquisitori

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2015 by Michele Nigro

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Sulla pira mediatica

di anacronistici tribunali

sfrigolanti fiamme, rigurgiti inquisitori

all’ombra di corrotte sante colonne.

Colpi di coda e scalpiti

da sistemi duri a perire,

le avide bocche di verità propinate alle masse

rifiutano lo specchio per se stesse.

dedicata ai giornalisti Nuzzi e Fittipaldi

Ossa (Talking Bones)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 marzo 2014 by Michele Nigro

Sempre in ritardo sulla vita

sulla tabella di marcia delle scoperte essenziali,

ad ogni tramonto dell’orgoglio

le esperienze altrui interrompono una finta sapienza.

Sull’orlo dell’abisso ci sorprende

la presenza nel mondo di chi guardiamo senza vedere.

Ciechi indaffarati e disperati

scansiamo la bellezza che circonda il nostro caos,

nuotatori sereni in un mare di nulla.

La burocrazia cimiteriale e gli archivi della civiltà

si occuperanno di noi con piglio produttivo,

i resti scarnificati, lucidati dalla misericordia

e tritati dal bisogno di spazio

saranno riciclati dalla pressione di nuovi corpi

e da manuali di polizia mortuaria freschi di stampa.

Lapidi d’ufficio e monumenti bugiardi assediati dal tempo

per combattere la dimenticanza di famiglie in estinzione

e discendenti invecchiati,

con la verità affidata a un passato che non torna.

Siamo ossa parlanti destinate all’oblio,

in cerca di clamori tra un respiro e l’altro.

catacombe-parigi-ossario

La Passacaglia di Franco Battiato

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2012 by Michele Nigro

Pochi giorni fa è uscito il singolo “Passacaglia” tratto dal nuovo album di inediti di Franco Battiato intitolato “Apriti Sesamo”. Ancora una volta il cantautore siciliano fa da ponte tra antico e moderno, tra musica colta e musica popolare, traducendo in suoni contemporanei (suscitando già le perplessità di alcuni puristi e dei soliti nostalgici del periodo pre-sgalambrico) una forma musicale appartenente alla tradizione e che nel corso dei secoli è diventata un vero e proprio genere musicale: la passacaglia appunto. Battiato si è ispirato, rielaborandola sia dal punto di vista musicale che testuale, alla Passacaglia della vita di Stefano Landi (1587 – 1639), già rivisitata tempo fa, ma senza subire grandi trasformazioni, da un altro grande cantautore italiano: Angelo Branduardi.

Il concetto musicale di variazione, caratteristica fondamentale della passacaglia, è applicabile anche alla nostra vita. Il “passare la calle”, ovvero la strada, è un simbolo che non appartiene solo a coloro che vivono e lavorano in strada, i musicisti girovaghi e i viandanti, ma anche a tutti gli altri esseri viventi che si apprestano, come natura vuole, a lasciare questa vita terrena o più semplicemente a cambiare modo di vivere, evolvendo nel corso dell’esistenza. L’attraversamento quale simbolo di trasformazione di una vita, di una carriera artistica, di un passaggio esistenziale interiore… Anche la morte è un passaggio e non la fine di tutto, ma accettarla non è semplice. Tutto finisce: i governi, gli imperi, i papati, le ricchezze, l’interesse nei confronti di un lavoro o la passione per una persona amata, la vita. E la fine può giungere in qualsiasi momento, anche mentre stiamo facendo ciò che desideriamo (come si legge nel testo di Landi: Si more cantando, si more sonando […] Si more danzando, bevendo, mangiando…).

Quella che segue è un’analisi del tutto personale del testo del brano “Passacaglia” di Franco Battiato e non rappresenta assolutamente un’esegesi definitiva che può compiere solo l’autore. O meglio, gli autori, dal momento che, come accade ormai da anni, la rielaborazione del testo è avvenuta in collaborazione con il filosofo siciliano Manlio Sgalambro. Da notare le parti del testo che ripropongono esattamente, soprattutto nell’incipit, alcuni passaggi della “Passacaglia della vita” di Landi e altre parti in cui Battiato in modo palese personalizza il testo, attingendo elementi dalla propria vita, nonostante il lavoro coautorato con Sgalambro.

Ah come ti inganni
se pensi che gli anni
non han da finire
è breve il gioire
i sani gli infermi
i bravi gli inermi
è un sogno la vita
che passi gradita.

Non importa come tu abbia trascorso la tua esistenza, se sia stato sano o malato, lavoratore o scansafatiche. Un’unica verità accomuna tutti gli esseri viventi e in particolar modo gli esseri umani dotati, a differenza degli altri esseri senzienti, di una coscienza: la vita non dura per sempre – siamo “Di passaggio”, cantava lo stesso Battiato anni fa – l’eventuale gioia che ne trai è breve ed è destinata a finire. Così breve e sfumata da sembrare un sogno; quindi cerca di viverla in maniera gradevole e se possibile utile dal punto di vista della crescita personale.

Vorrei tornare indietro
per rivedere il passato
per comprendere meglio
quello che abbiamo perduto
viviamo in un mondo orribile
siamo in cerca di un’esistenza.

Anche se ci sforziamo di vivere correttamente, veniamo spesso e volentieri colti dalla tentazione di voler tornare indietro, per rifare il percorso, per rivivere meglio periodi della nostra vita durante i quali l’istinto negativo ha prevalso sulla comprensione. Oppure, anche se non abbiamo compiuto gravi errori, semplicemente per rivedere meglio alcune scene che ci sono sfuggite e aiuterebbero a comprendere la nostra vita attuale. Siamo prigionieri del presente e spesso non siamo consapevoli di ciò che abbiamo perduto: gli autori, credo, in questo passaggio non si riferiscono solo a una perdita personale, legata all’arco esistenziale del singolo individuo, ma a un impoverimento dell’umanità che travalica la persona e coinvolge l’essere umano in generale. La regola del “guardarsi indietro” vale anche per l’uomo di altre epoche, ma sembra che l’assurda vita frenetica dell’uomo del terzo millennio abbia aggravato questa perdita di dati esistenziali. Infatti Battiato non esita a dichiarare che viviamo in un mondo orribile: e non si riferisce solo alle cattive notizie dei telegiornali ma allo stile di vita che abbiamo adottato, illudendoci di vivere. Vivere respirando e pagando le tasse non è vivere: la vera esistenza, quella che in pochi ormai cercano con impegno, è tutta un’altra cosa. Forse già la scelta di ricercare un’esistenza superiore sarebbe un segno positivo, rappresenterebbe un tentativo di allontanamento volontario dall’abbrutimento, anche se i risultati, per debolezza o disattenzione, non sempre sono garantiti.

La gente è crudele
e spesso infedele
nessun si vergogna
di dire menzogna
i giovani putti
e gli uomini tutti
non val il fuggire
si plachi l’ardire.

Battiato con questi versi affonda il bisturi nel tessuto malato della società in cui viviamo. La vita del singolo individuo e quella dell’intera umanità sembrano essere caratterizzate dalle stesse patologie: la crudeltà, l’infedeltà, l’assenza di vergogna e quindi la sfacciataggine, la propensione alla menzogna sono diventati i punti di riferimento del nostro agire quotidiano. Non abbiamo più maestri da cui imparare: i politici e i dirigenti, che più di tutti dovrebbero insegnare la responsabilità e l’amore per il bene comune, ed essere di esempio per la società che pretendono di governare, stanno compiendo un arrembaggio etico senza precedenti.

Perché accade tutto questo? Cos’è che non ci permette di capire che quella intrapresa è una strada errata? Sia i giovani che gli adulti hanno lo stesso comportamento: sfuggono alle proprie responsabilità senza porsi domande scomode e in grado di far invertire la rotta a un’esistenza diretta verso la morte interiore. E soprattutto credono di poter sfuggire alla morte, quella vera, corporale, che attende ognuno di noi alla fine del percorso. Dinanzi a tale verità schiacciante e per questo rassicurante, non val il fuggire. Tutto ciò che facciamo sembrerebbe duraturo e tutto ci sembra fattibile perché già vissuto da altri furbi prima di noi; non ci sono regole ma solo opportunità da cogliere al volo. Crediamo di vivere in eterno e non consideriamo il fatto che certi errori possono determinare l’esito di un’intera vita: non sempre si ha il tempo materiale per correggere i propri errori e non comprendiamo che perdere la prima occasione che ci viene data, può risultare fatale. Mancanza del senso della morte e “possibilismo” esasperato: questi i mali da combattere. Si plachi l’ardire come a voler dire sii umile, “abbassa la cresta”, non credere di essere eterno e punta alle cose che contano, andando al di là del possesso e delle piccole furberie quotidiane. L’ardimento è un coraggio baldanzoso di natura effimera che ci permette di compiere gesti clamorosi ma vuoti dal punto di vista della vera ricerca interiore.

Vorrei tornare indietro
per rivedere gli errori
per accelerare
il mio processo interiore
ero in quinta elementare
entrai per caso nella mia esistenza
fatta di giorni allegri
e di continue esplorazioni
e trasformazioni dell’io.

Si dice sempre che “per capire il presente bisogna studiare il passato”. Gli storici questo lo sanno bene: chi conosce la storia prevede gli eventi e spesso riesce a subodorare certi pericolosi ricorsi storici. Anche a livello personale vale la stessa regola: prendersi del tempo per ripercorrere mentalmente il proprio passato, affrontando anche certi fantasmi irrisolti legati ai propri errori, può servire a sbloccare un’esistenza congelata in un presente inconsapevole e cieco. Rivedere gli errori, come in un film interiore, ripercorrere le pagine poco edificanti della propria vita, anche se è un’operazione fastidiosa e dolorosa, può essere utile per oliare gli ingranaggi di una crescita che non procede come avevamo programmato. Insomma, per darci una mossa! Per accelerare, prima che sia troppo tardi, un processo interiore di crescita e di evoluzione che non ha nulla a che vedere con l’essere belli, muscolosi, sensuali, potenti, vincenti dal punto di vista professionale, politico, sociale. Spesso non abbiamo o non vogliamo avere memoria del nostro passato: ricordiamo solo il passato recente, quello conveniente, quello che ci espone il meno possibile al giudizio degli altri. Ricordare la propria infanzia richiede un certo coraggio misto alla voglia di mettersi in gioco, esponendosi, lasciando che gli altri vedano come eravamo, prima che le sovrastrutture dell’adulto seppellissero il nostro vero io acerbo. Spesso confondiamo la “nascita ostetrico-ginecologica” con quella esistenziale: quand’è che cominciamo a vivere veramente? Quando comincia la nostra voglia di mettersi in gioco? Quand’è che cominciamo ad avere consapevolezza del nostro esistere? A porci domande? L’inizio di questo percorso non viene deciso a tavolino ma è un inizio personalizzato, intimo, unico, casuale. Battiato afferma, probabilmente riferendosi a se stesso: ero in quinta elementare / entrai per caso nella mia esistenza. C’è chi entra nella propria esistenza anche prima di frequentare la quinta elementare, qualcun’altro molto tempo dopo o addirittura mai! Ma cosa può scatenare questo ingresso casuale nell’esistenza? E quale è stata la causa che ha scatenato in particolare l’entrata del giovane Francesco Battiato nella propria esistenza? Da cosa è simboleggiato l’inizio della sua ricerca interiore? Afferma Mena Battaglia, estimatrice delle opere musicali di Franco Battiato: <<Io credo che, in realtà, si riferisca ad un episodio in particolare: quando una sua maestra gli fece rileggere un tema che lui scrisse per la precisione in terza elementare e che cominciava così: “Io, chi sono?”. Molti anni dopo Battiato è riuscito a trovare la risposta a quella domanda nella ricerca della Verità Assoluta, nella Consapevolezza del Sè che si attua con la meditazione.>>

Non dobbiamo pensare, però, a un’esistenza concentrata e senza tregua sulla ricerca spirituale e caratterizzata da un ammaestramento severo del proprio mondo interiore: Battiato parla, giustamente, di giorni allegri ovvero di giochi, di spensieratezza infantile, di una sana “ignoranza”, di regole arcaiche e istintive accettate senza discutere, di una libera casualità che permette all’essere umano di compiere quelle necessarie e continue esplorazioni conducendolo a conseguenti e vitali trasformazioni dell’io. Si tratta di crisi indispensabili, di richieste ben precise provenienti da quella componente vera e primordiale racchiusa in ognuno di noi: guai se non sentissimo l’esigenza di esplorarci e di trasformarci in base alle nuove direttive dettate dall’io. La morte può essere anche rappresentata dalla mancanza del passaggio: il “non passare la calle”, l’assenza di variazioni musicalmente parlando, è un altro modo, più doloroso e innaturale, di morire restando apparentemente in vita.

vorrei tornare indietro
nella mia casa d’origine
dove vivevo prima di arrivare qui sulla terra

Questa volta il tornare indietro desiderato da Franco Battiato non riguarda la storia visibile dell’individuo, quella compresa tra il momento della nascita biologica e il presente, ma è un riavvolgere il nastro per ritornare verso origini superiori, non biologiche, metafisiche. Quella ricercata dagli autori è una casa d’origine particolare, non di tipo genitoriale ma ultraterrena, immateriale, noumenica. O forse una dimora di cui non si ha memoria; una dimora cosmica, pura, lontanissima, primordiale e quindi non inquinata da sovrastrutture fisiologiche, da pseudo-consapevolezze o da debolezze terrene. Alcuni parlano di memoria intra-uterina o addirittura di memoria karmica; si tratta di memorie non disponibili per tutti ma che bisogna saper risvegliare con tecniche particolari: siamo più antichi e complessi dello stupido uomo consumatore descritto dalle pubblicità.

entrai per caso
nella mia esistenza
di antiche forme
e insegnamenti
e trasformazioni dell’io
e trasformazioni dell’io.

Da questa dimensione primordiale, non tangibile, si passa per caso in un’esistenza che nessuno di noi sceglie consapevolmente: Battiato non è ateo, crede in un disegno superiore ma non crede in un destino preconfezionato da cui è difficile liberarsi. La casualità interessa l’inizio del percorso ma in seguito possiamo migliorare e crescere con la forza di volontà, la disciplina e l’esercizio. Veniamo al mondo circondati da antiche forme culturali ereditate, già presenti prima del nostro arrivo, e riceviamo insegnamenti dalla nostra famiglia di origine (o da maestri incontrati sempre per caso che forniscono, a chi ha sete di miglioramento, indispensabili “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” ma efficace), anche se con il tempo e grazie a una speciale ricerca capiamo che le nostre vere origini travalicano gli affetti familiari, le culture dominanti e i saperi secolari.

Un passo dopo l’altro, un pezzettino alla volta, assistiamo alle trasformazioni dell’io: quell’entità granitica che chiamiamo personalità diventa plastilina; l’indispensabile diventa superfluo, le “questioni di principio” materia per barzellette. Così ognuno di noi realizza la propria passacaglia: un passaggio di stato esistenziale che non riguarda solo la morte, ma i numerosi passaggi e le necessarie trasformazioni che dovrebbero caratterizzare la vita di un essere umano in evoluzione.

Ma per evolvere bisogna morire. Morire bisogna!

C’è del marcio in Padania

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 aprile 2012 by Michele Nigro

<<IL SARTO  “La Rivoluzione era già strumentalizzata nel momento stesso del suo acme… Non so come spiegarglielo… (una breve pausa per cercare le parole adatte) Le motivazioni erano giuste e la popolazione aveva veramente bisogno di un cambiamento radicale della politica e delle condizioni di vita. Dai campi di tabacco fino ai quartieri in stile coloniale di Partagas, si sentiva la pesantezza di un ruolo impostoci dal passato e dai continui compromessi stipulati, senza il nostro parere, tra la classe politica latifondista partagassiana e i signori americani. Ma qualcosa non andava… Sentivo che la Rivoluzione non avrebbe estirpato la Febbre di Potere dalle viscere dell’essere umano e che anche (con tono sarcastico) il mio – come lo definisce lei ingenuamente – “amico”, Rodriguez De La Rua, era già corrotto fin dai tempi della costituzione dell’Esercito dei torcedores. Quando parlo di corruzione non mi riferisco alla corruzione monetaria e materiale, non mi fraintenda… La corruzione è qualcosa che va oltre le ideologie e le rivoluzioni. Va oltre i conti in Svizzera e i “paradisi fiscali”… E’ parte integrante della cosiddetta “natura umana”… La corruzione è il naturale esaurimento del fuoco ideologico; è la visione di un mondo più giusto ma paurosamente simile a quello che ci si è affannati a ribaltare; è l’illusione di un cambiamento che avviene con mezzi troppo simili a quelli contro cui si combatte… Ebbi paura di portare a termine la revoluciòn pur essendone l’ideatore e, come diceva lei prima, l’istigatore. Sentivo, con largo anticipo, che i cambiamenti sarebbero stati solo superficiali e non avrebbero scalfito nemmeno un po’ i sistemi profondi dell’eterna istintività umana… Amavo la mia gente e vedevo con i miei occhi gli effetti della sommossa. Tutta la popolazione si sentiva non più schiacciata, ma parte attiva del proprio destino economico e sociale. Tutti stretti intorno ad un unico grande fuoco. La gente ha bisogno di un ideale in cui credere e non importa se a fornirglielo sia Gesù Cristo o il Generale Antonio Louis Garzia Farinas… Fu proprio questo passaggio a spaventarmi: se la gente aveva tanto bisogno di un cambiamento, perché aspettare un torcedor per avviare quel necessario processo di ribellione? Perché la gente, una volta raggiunto lo scopo della sommossa, si affida nuovamente al “sonno dell’anima”? Perché l’essere umano sente questo impellente bisogno di stravolgimento a cui non segue, però, una continua e doverosa presa di coscienza? La vera Rivoluzione comincia (battendosi in petto) da “dentro” e non credo che a Partagas sia mai approdata una tale rivoluzione. Non volli infrangere quel sogno scatenato con le mie stesse mani e così approfittai del mortale equivoco che colpì il mio sosia ed uscii di scena. Naturalmente al mio “amico” Rodriguez non sembrò vera una tale occasione per poter vivere da solo la gloria della Rivoluzione e il futuro magnifico che avrebbe avvolto Partagas da lì a poco. E poi avere un amico martire da ricordare in ogni occasione ufficiale, fa sempre comodo. Quante fiaccolate in mio onore, quante veglie per il Generale, quante statue disseminate in tutta Partagas con la mia faccia, quante canzoni che parlano di me… E le poesie, i quadri, i romanzi, le magliette, le bandane, i cappelli, le scritte sui muri, gli striscioni, le bandiere, gli scioperi col mio nome ovunque… Pura strumentalizzazione, amico mio! Pura strumentalizzazione…”

IL CLIENTE “… Lei, mi scusi,… pensa di soffrire della Sindrome del Messia Laico?”

IL SARTO  “E… E che sarebbe questa sindrome?”

IL CLIENTE “Colpisce tutti i rivoluzionari genuini che pur amando in modo viscerale la propria gente e la causa della revoluciòn – come dice lei – non fanno, ahimè, i conti con una componente atavica appartenente al genere umano fin dall’alba dell’ homo sapiens…!”

IL SARTO  “E quale sarebbe questa componente?”

IL CLIENTE  “L’egoismo… Mon gènèral! L’egoismo…”>>

(tratto da “Il sarto di Piazza Farina” – versione teatrale)

Il sarto di Piazza Farina (il racconto)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 aprile 2011 by Michele Nigro
“La Rivoluzione era già strumentalizzata nel momento stesso del suo acme… Non so come spiegarglielo… Le motivazioni erano giuste e la popolazione aveva veramente bisogno di un cambiamento radicale della politica e delle condizioni di vita. Dai campi di tabacco fino ai quartieri in stile coloniale di Partagas, si sentiva la pesantezza di un ruolo impostoci dal passato e dai continui compromessi stipulati, senza il nostro parere, tra la classe politica latifondista partagassiana e i signori americani… Ma qualcosa non andava… Sentivo che la Rivoluzione non avrebbe estirpato la Febbre di Potere dalle viscere dell’essere umano e che anche il mio – come lo definisce lei ingenuamente – “amico”, Rodriguez De La Rua, era già corrotto fin dai tempi della costituzione dell’Esercito dei torcedores. Quando parlo di corruzione non mi riferisco alla corruzione monetaria e materiale, non mi fraintenda… La corruzione è qualcosa che va oltre le ideologie e le rivoluzioni. Va oltre i conti in Svizzera e i “paradisi fiscali”… E’ parte integrante della cosiddetta “natura umana”… La corruzione è il naturale esaurimento del fuoco ideologico; è la visione di un mondo più giusto ma paurosamente simile a quello che ci si è affannati a ribaltare; è l’illusione di un cambiamento che avviene con mezzi troppo simili a quelli contro cui si combatte…” Il pezzo di sigaro era ridotto al minimo e presto lo avrebbe spento schiacciandolo nel posacenere. “Ebbi paura di portare a termine la revoluciòn pur essendone l’ideatore e, come diceva lei prima, l’istigatore… Sentivo, con largo anticipo, che i cambiamenti sarebbero stati solo superficiali e non avrebbero scalfito nemmeno un po’ i sistemi profondi dell’eterna istintività umana…” “Amavo la mia gente e vedevo con i miei occhi gli effetti della sommossa. Tutta la popolazione si sentiva non più schiacciata, ma parte attiva del proprio destino economico e sociale. Tutti stretti intorno ad un unico grande fuoco.” E con piglio dissacratorio, aggiunse: “La gente ha bisogno di un ideale in cui credere e non importa se a fornirglielo sia Gesù Cristo o il Generale Antonio Louis Garzia Farinas…
Fu proprio questo passaggio a spaventarmi: se la gente aveva tanto bisogno di un cambiamento, perché aspettare un torcedor per avviare quel necessario processo di ribellione? Perché la gente, una volta raggiunto lo scopo della sommossa, si affida nuovamente al “sonno dell’anima”? Perché l’essere umano sente questo impellente bisogno di stravolgimento a cui non segue, però, una continua e doverosa presa di coscienza? La vera Rivoluzione comincia da “dentro” e non credo che a Partagas sia mai approdata una tale rivoluzione…! Non volli infrangere quel sogno scatenato con le mie stesse mani e così approfittai del mortale equivoco che colpì il mio sosia ed uscii di scena. Naturalmente al mio “amico” Rodriguez non sembrò vera una tale occasione per poter vivere da solo la gloria della Rivoluzione e il futuro magnifico che avrebbe avvolto Partagas di lì a poco. E poi avere un amico martire da ricordare in ogni occasione ufficiale, fa sempre comodo… Quante fiaccolate in mio onore, quante veglie per il Generale, quante statue disseminate in tutta Partagas con la mia faccia, quante canzoni che parlano di me… E le poesie, i quadri, i romanzi, le magliette, le bandane, i cappelli, le scritte sui muri, gli striscioni, le bandiere, gli scioperi col mio nome ovunque… Pura strumentalizzazione, amico mio! Pura strumentalizzazione…”
(tratto da Il sarto di Piazza Farina – Nugae n.6)
n.b.: in questo racconto (che in seguito divenne anche lavoro teatrale, vedi link sottostante) utilizzai lo pseudonimo di Ettore Meis, come ho spiegato qui, per esigenze strettamente legate all’epoca in cui fu pubblicato. (n.d.a.)
POST CORRELATO: “Il sarto di Piazza Farina” (teatro)

«Lo puoi spegnere!»

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 giugno 2010 by Michele Nigro

“1984”, le intercettazioni

e il dizionario della Neolingua di Berlusconi.

[…] Mentre passava davanti al teleschermo, O’Brien parve colto da un pensiero. Si fermò, si mosse di lato e girò un interruttore sulla parete. Si sentì una sorta di brusco schiocco e la voce si azzittì. Julia emise un gridolino di sorpresa. Quanto a Winston, pur essendo in preda al panico, ne fu così colpito da non riuscire a trattenersi.

«Lo puoi spegnere!» disse.

«Sì» rispose O’Brien, «lo possiamo spegnere. Abbiamo questo privilegio.» […]

(tratto da “1984”, George Orwell)

Un lettore può tornare sui propri passi?

Dopo aver gustato e amato nel corso degli anni autori come Orwell, Huxley, Zamjatin, Boye, Dick, Burroughs, Bradbury e altri, risulta difficile oltre che sorprendente, ora, dover ammettere pubblicamente di voler lodare un certo tipo di controllo. Per anni, paranoicamente, ho seguito in maniera appassionata le distopiche profezie di certi scrittori visionari, le loro esagerate descrizioni di società private dei più elementari diritti sulla privacy ma tutto sommato (credevo!) lontane nel tempo, società proiettate in un futuro in cui io avrei avuto la fortuna di essere già morto. Non avevo capito niente! Anzi, non solo non avevo capito niente perché quelle condizioni sociali erano già state realizzate, ma avevo anche invertito i termini del problema… Il problema non è più il controllo dispotico e asfissiante attuato da un futuristico establishment cinico e opprimente, ma la mancanza di controllo! O meglio, di un certo tipo di controllo. “Chi controlla il controllore?” verrebbe da chiedersi. Non credo ai miei occhi: sto scrivendo di desiderare il Controllo! Voglio essere intercettato! Voglio che il Grande Fratello entri a far parte della mia esistenza; desidero con tutto me stesso sacrificare la mia privacy sull’altare della Giustizia e gridare al mondo intero: “Io amo il Grande Fratello!” Voglio che le mie e-mail, i miei fax, le mie telefonate, le mie connessioni a internet, diventino di dominio pubblico; voglio sostituire le pareti in muratura della mia casa con materiale in plexiglas; desidero essere spiato, catalogato, intercettato, etichettato, criticato, registrato, pubblicato, sputtanato… Voglio prostituirmi sul palcoscenico del gossip! Voglio fare tutto questo e altro ancora, se necessario, pur di continuare a conoscere (e a leggere) i meccanismi perversi di chi, credendo di possedere un consenso bulgaro costruito sulla distrazione delle masse, utilizza il potere esecutivo per scopi personali. Tappando bocche!

Drammatizzazioni a parte. Nessuno vorrebbe vivere nel mondo descritto da Orwell nel romanzo “1984”: la vera discussione riguardante il tempo presente, infatti, dovrebbe orbitare solo ed esclusivamente intorno al privilegio che hanno i potenti, grazie al maxiemendamento sulle intercettazioni studiato dal Governo italiano e in via di approvazione definitiva, di poter “spegnere” il controllo su se stessi ogni qualvolta i Grandi Fratelli della Giustizia e dell’Informazione incappino in contenuti giudiziari scomodi. Questo è il problema! Come ha scritto Roberto Saviano alcuni giorni fa: “…Il terrore che ha il potere politico e imprendi­toriale è quello di vedere pubblicati elementi che in poche battute permettono di dimostrare come si costruisce il meccanismo del potere. Non solo come si configura un reato…”

Ecco che lo stralcio del romanzo “1984”, riportato all’inizio di questo articolo, diventa terribilmente attuale; con la sola differenza che lo stupore quasi infantile (“Lo puoi spegnere!”) manifestato dal protagonista Winston non c’appartiene più. Da questo punto di vista siamo stati svezzati, purtroppo. Tutti sappiamo interiormente, come se fosse un pilastro della cosiddetta “psicologia transgenerazionale” e quindi un elemento stabile del nostro immaginario collettivo, che cos’è il Potere e cosa permette di fare ai potenti che lo detengono. Non ci stupisce il potere in se e nemmeno il fatto che il potente sia in grado di spegnere (nel nostro caso, in maniera ancor più assurda, tramite una regolare “legge” approvata da un regolare Parlamento, eletto con regolari elezioni) l’attenzione sui meccanismi che fanno funzionare il potere rendendolo arrogante e prevaricante; l’unica cosa che ci dovrebbe ancora stupire – come per il cane che si morde la coda – è la mancanza di stupore che alberga permanentemente in questo paese, nella mente assopita delle masse votanti. Le dittature attecchiscono e crescono lì dove c’è una mancanza cronica di indignazione, lì dove si delega per pigrizia…

Il primo passo è stato realizzato: il Potere, con la scusa di voler proteggere la privacy del mio salumiere che utilizza il telefono due volte l’anno (per gli auguri di Pasqua e quelli di Natale), ha deciso come e quando poter intercettare e di conseguenza come e quando pubblicare le intercettazioni sugli organi di stampa.

Il secondo passo da realizzare, non meno importante del primo, sarà quello di pubblicare (distribuendola gratuitamente in tutte le redazioni giornalistiche della nazione) la prima edizione del Dizionario della Neolingua a cura di Silvio Berlusconi e Angelino Alfano. Si tratterà di un prezioso compagno di scrittura, un volume necessario da utilizzare costantemente e da tenere sulla propria scrivania insieme alla foto dei figli, grazie al quale i giornalisti, durante le rare volte in cui potranno ancora scrivere notizie riguardanti i Potenti, saranno in grado di scegliere le parole giuste da inserire nei loro articoli. Senza offendere nessuno con notizie calunniose. Ecco che alcune parole per noi normali tra non molto verranno sostituite da parole o espressioni equipollenti:

-la parola “corruzione” sarà sostituita dall’espressione “proficua intesa su inutili cavilli legali”

-“prostituzione” diventerà “proficua intesa su inutili cavilli sessuali”

-“indagine” si trasformerà in “storia alternativa e fantasiosa su cittadini onesti e perseguitati”

-“intercettazione” diventerà “momentaneo guasto delle linee telefoniche”

-“tribunale” sarà “dopolavoro per avvocati”

-“magistrato” sostituita con “diversamente giudice”

-“avviso di garanzia” con “pubblicità nelle cassette postali”

-“cimice” con “insetto”

-“comunista” con “diversamente italiano”

-“gara d’appalto” con “corsa tra palazzi in costruzione”

-“sesso” con “scambio consensuale di liquidi umorali”

-“reato” con “maldicenza”

-l’espressione “bloccate la trasmissione Annozero perché parla male di me!” sarà sostituita da “elaborate valide alternative culturali in caso di improvvisi e per nulla prevedibili buchi nel palinsesto televisivo”…

…E così via!

(Articolo pubblicato anche su Giornalettismo.com)

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