Archivio per critica

I Ragazzi di via Panisperna

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 aprile 2017 by Michele Nigro

versione pdf: I Ragazzi di via Panisperna

Film lunghissimo, mai noioso. Nell’incipit viene descritto lo “scherzo” in stile futurista da parte di un gruppo di studenti di Fisica ai danni del “vecchio” Guglielmo Marconi, visto ormai come la personificazione di una forma di “passatismo scientifico” che non lascia spazio alle nuove scienze, alle nuove idee appena sognate e non ancora dimostrate, ai suoi giovani e scalpitanti protagonisti. Siamo in piena era fascista, il sapere e le scoperte scientifiche devono assecondare i sogni di gloria dell’uomo solo al comando e del suo impero, non c’è spazio per le farneticazioni teoriche. Eppure, invece di essere puniti dal preside Corbino, gli irriverenti goliardi vengono incoraggiati a proseguire sulla nuova strada e coordinati nelle ricerche dal professore Enrico Fermi firmeranno importanti scoperte nel campo della fisica nucleare. Accanto a Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Edoardo Amaldi, si distingue per genialità e sensibilità (scambiata dalla maggior parte dei conoscenti per fragilità) la figura “misteriosa e unica” di Ettore Majorana. Due tipologie umane, due caratteri scientifici, due linee parallele che, contrariamente a quanto stabilito dall’assioma geometrico, s’incontrano spesso per poi separarsi, ma è un avvicinarsi asintotico: Majorana, pur contribuendo alle scoperte e spesso anticipandole senza tuttavia renderle pubbliche, non si integrerà mai del tutto all’entusiasmo scientifico del gruppo, ne resterà sempre ai margini.

Dal film, che segue giustamente la trama storica dei traguardi scientifici caratterizzanti un’epoca gloriosa della ricerca scientifica italiana (passando dalla radio di Marconi alla radioattività di Fermi!), emerge soprattutto la particolarità psicologica di Ettore Majorana, e non solo per il misterioso epilogo della sua storia personale quanto piuttosto perché rappresentò uno scomodo “mezzo di contrasto” scientifico e di pensiero non solo all’interno del gruppo di scienziati di via Panisperna ma anche nei confronti di un intero periodo storico delicato.

Nel film di Gianni Amelio bene è evidenziato il disagio esistenziale di Majorana che convive e spesso si scontra con il pragmatismo di Fermi e gli altri ricercatori: ma non si tratta di un disagio invalidante, anzi; l’essere un tipo silenzioso, la voglia di solitudine, le oscillazioni caratteriali, il suo schermirsi dai sentimenti, distraggono l’interlocutore dal suo essere invece un intelligente anticipatore. Un’anticipazione che non si manifesta solo attraverso una straordinaria velocità di calcolo matematico ma anche per mezzo di una visione del mondo che lo rende inevitabilmente un emarginato. Un'”emarginazione geniale” che, nonostante tutto, lo condurrà in Germania al fianco di Heisenberg… Il suo essere un critico anticipatore ebbe per alcuni il sapore dello sberleffo: i traguardi di Fermi e dei ragazzi di via Panisperna – la scoperta sbandierata degli elementi Ausonio ed Esperio, fin dalla scelta dei nomi, denunciava un’autoreferenzialità tipica del regime fascista e un entusiasmo scientista non supportato da una visione d’insieme lungimirante – furono in un certo qual modo tenuti a debita distanza dallo stesso Majorana, forse perché lo scienziato siciliano aveva già preconizzato il loro maldestro utilizzo per scopi bellici (come a breve distanza di tempo sarebbe avvenuto!).

Se fossero stati gli americani a realizzare il film, sicuramente avrebbero aggiunto qualche effetto speciale mirabolante per meglio sottolineare gli argomenti di fisica atomica: invece vi è una scena importante, nella sua estrema semplicità, che vale l’intera pellicola anche senza il supporto di effetti; quella in cui un Majorana sconvolto e paranoico spiega a uno studente impaurito, sorpreso a mettere ordine nell’aula del dipartimento di Fisica, che nel nucleo non vi sono protoni ed elettroni – come affermato dallo stesso Fermi – bensì protoni e delle non ancora definite “particelle fantasma” (ovvero i “protoni neutri”)… E poi, mostrando allo studente la punta di una matita, afferma che se la punta è il nucleo dell’atomo, bisogna immaginarsi l’intera aula occupata dagli elettroni orbitanti e non più relegati all’interno del nucleo. Le capacità visionarie di Majorana, corroborate dal calcolo matematico, sembrerebbero non voler contribuire al successo di Fermi ma sono volutamente tenute a freno: più volte nel film il personaggio di Ettore Majorana dà fuoco ai propri preziosi appunti contenenti formule matematiche in grado di dimostrare in anticipo teorie fisiche importanti a cui i suoi amici di via Panisperna giungeranno col solito distacco temporale; come a voler tacere pur sapendo, per paura di dare forma concreta alla propria consapevolezza matematica.

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“Le stanze di carta” recensisce “Nessuno nasce pulito”, a cura di Ilaria Cino

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 marzo 2017 by Michele Nigro

È stata pubblicata sul lit blog “Le stanze di carta”, un’interessante recensione alla mia raccolta “Nessuno nasce pulito” a firma di Ilaria Cino, poetessa e co-fondatrice del sito letterario insieme a Lavinia Frati. Nel ringraziare Ilaria Cino per questa sua analisi in cui riproduce l’essenza della mia ricerca poetica, riporto di seguito uno stralcio della recensione: “… L’esperienza esistenziale è assunta come luogo di partenza per altri luoghi, epifanie e corrispondenze che dimostrano come il poeta sia prima un uomo impegnato nella conquista della sua umanità, per poter abbracciare vedute più ampie sulla modernità e i suoi fenomeni; e dove l’autore mostra quello sguardo modesto, vicino ai crepuscolari, che non ha alcuna pretesa di voler inscatolare concetti e soluzioni (cambio punto di vista) ma solo di esserne il testimone (sono un invito al viaggio). La dialettica tra l’io poetico e il mondo si connota, infatti, come un parlare a voce alta, come un filosofare pratico e svelto sulla vita che stimola in chi legge un riflettere…”

Per leggere l’intera recensione, qui.

La pizza secondo Ikea

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 marzo 2017 by Michele Nigro

… idea proposta da Nigricante al colosso svedese…

Esordienti nella rete

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 settembre 2016 by Michele Nigro

Una lodevole iniziativa da parte del Premio Italo Calvino e una risposta autorevole a tutti quei saccenti presuntuosi che pensano che chi scrive su un blog o si autopubblica non sia un vero scrittore (io preferisco la definizione di “scrivente”)… Eccovi serviti! Per fortuna c’è chi vede lontano e cerca di capire certi fenomeni senza stigmatizzarli…

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gli scrittori esordienti e il web

Una giornata di incontri con blogger, docenti, editor, giornalisti, scrittori.

L’esordio nella rete: l’efficacia, il valore e i riconoscimenti.
La funzione critica della rete, la selezione e il sostegno.
La rete, lo scrittore, l’editoria e il pubblico.

Venerdì 23 settembre 2016 – ore 9,30 – 18,00
Toolbox: Via Agostino da Montefeltro 2 – Torino

Bus: 42 (fermata Turati), 4 (fermata Osp. Mauriziano) – Metro: fermata Dante

Prenotazioni on-line entro il 18 settembre disponibili a questo link:
(iscrizioni aperte fino a esaurimento posti)

Scarica la brochure dettagliata qui (in formato pdf)

Scarica il comunicato stampa qui (in formato pdf)

Partecipano:

Matteo B. Bianchi
Benedetta Centovalli
Dario De Cristofaro
Lorenzo Fabbri
Ilva Fabiani
Giovanni Francesio
Tomaso Greco
Sebastiano Iannizzotto
Leonardo Luccone
Alessandro Magno
Francesca Marson
Giulio Mozzi
Davide Orecchio
Alessandra Penna
Valentina Rivetti
Gino Roncaglia
Vanni Santoni
Francesco Sparacino
Stefano Tura
Michele Turazzi
Camilla Valletti

Apre e chiude la giornata Mario Marchetti, Presidente del Premio Italo Calvino

Fondazione Pinuccio Sciola

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 luglio 2016 by Michele Nigro

Ricevo privatamente via e-mail e con piacere ritrasmetto il seguente comunicato stampa…

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Nasce la Fondazione Pinuccio Sciola,

istituzione deputata a promuovere la memoria

e il messaggio d’arte dello scultore recentemente scomparso. 

Ha preso vita ufficialmente venerdì 22 luglio la Fondazione Pinuccio Sciola, istituzione deputata a promuovere la memoria e il messaggio d’arte dello scultore di San Sperate scomparso lo scorso 13 maggio a Cagliari. Presenti al tavolo della Sala Consiliare del Comune di San Sperate, i figli dello scultore Chiara, Tomaso e Maria Sciola, il sindaco di San Sperate Enrico Collu, il vicepresidente della Regione Autonoma della Sardegna Raffaele Paci, il prorettore vicario dell’Università degli studi di Cagliari Francesco Mola e i giornalisti Gianni Filippini e Giovanni Floris (in collegamento via skype). “Questa è una giornata molto importante per me, Chiara e Maria, da oggi siamo fondatori e amministratori della Fondazione Pinuccio Sciola. I progetti di nostro padre sono importanti e hanno un valore profondo. La presenza delle istituzioni ci rassicura sul fatto che avremo tutto il sostegno necessario affinché questi progetti possano vedere presto la loro realizzazione”. Questo uno dei passaggi dell’intervento introduttivo di Tomaso Sciola che ha voluto illustrare gli ambiziosi obbiettivi della Fondazione. A queste dichiarazioni ha risposto il vicepresidente della Regione Raffaele Paci, che ha assicurato massima attenzione e massimo impegno da parte dell’istituzione da lui rappresentata a supporto della erigenda Fondazione. Anche dal prorettore Mola è giunto un netto segnale di disponibilità alla collaborazione dell’Ateneo con la neonata Fondazione. In collegamento via Skype, il giornalista Giovanni Floris ha sottolineato il valore di Pinuccio Sciola, per il lavoro svolto, per i temi trattati, per la dolcezza, profondità e sensibilità che ne hanno caratterizzato la vita e il percorso artistico. Il giornalista Gianni Filippini ha invece rimarcato quanto l’istituzione della Fondazione sia lo strumento adeguato a raggiungere gli obiettivi elencati con grande lucidità dal suo programma. In conclusione il sindaco di San Sperate Enrico Collu ha ricordato l’importanza di Pinuccio Sciola per il paese di San Sperate, che continuerà a scoprire nel tempo la grandezza del suo più illustre artista.

LA FONDAZIONE – Pensata dall’artista di fama internazionale nel suo ultimo periodo di vita, la Fondazione nasce su volontà dei figli Chiara, Tomaso e Maria (che fanno parte del Consiglio di Amministrazione) e incarna i progetti, lo spirito di apertura, ospitalità, condivisione e rispetto della natura e delle persone che sono stati i valori caratterizzanti la vita dello scultore. Continuare a tramandare il messaggio d’arte di Pinuccio Sciola, tenendo vive e promuovendo le attività, i contatti e i progetti internazionali che l’artista ha costruito e sostenuto nel corso della sua vita: questi gli obiettivi principali sui quali verranno focalizzate le attività principali.

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Legge della Detrazione Universale di Nigricante

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 aprile 2016 by Michele Nigro

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<<… I detrattori si attivano e agiscono per sminuire l’altrui iniziativa in maniera direttamente proporzionale al numero e all’importanza dei movimenti effettuati sul piano λ (e soprattutto al grado d’importanza “i” dimostrato pubblicamente), e inversamente proporzionale all’immobilismo “ĭ” (o presunto tale). Dati la costante universale “S” della strafottenza cosmica che permette all’operatore di andare avanti sempre e comunque, e l’attrito “A” tra egli e i commenti di segno negativo, resta da stabilire la variante “r” ovvero la distanza che l’operatore riesce a ricavare tra sé e i detrattori (detta anche “distanza interiore” d-i), rispettando la direzione pubblica vettoriale originaria.>>

Vinicio Capossela nel paese dei coppoloni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 gennaio 2016 by Michele Nigro

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Lo so, ora siete tutti presi dal successo ai botteghini del film di Checco Zalone e vi starete ancora piegando dalle risate per le sarcastiche sferzate che il geniale comico barese ha inflitto alle italiche debolezze, ma desidero tentare ugualmente di buttare giù alcune considerazioni riguardanti una pellicola che certamente non avrà le fortune economiche di Zalone (e come potrebbe in soli due giorni di programmazione nelle sale?) e che merita un altro tipo di analisi e di apprezzamento. E nel farlo contrapporrò alla domanda “Quo vado?” formulata da Checco Zalone, scimmiottando il titolo di un famosissimo kolossal del ’51, un’altra ben più consistente e profonda che Vinicio Capossela porge insistentemente a se stesso e agli spettatori nel corso del suo film intitolato “Vinicio Capossela – Nel paese dei coppoloni” (e ispirato al romanzo – “Il paese dei coppoloni” – scritto dall’artista di origine irpina): <<Chi siete? A chi appartenete? Cosa andate cercando?>>. Una serie di domande che non hanno un tono severo come quelle rivolte dal doganiere ai poveri Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”, ma posseggono la delicatezza di chi semplicemente desidera riscoprire le proprie radici, e l’urgenza “filosofica” di chi vuole dare un senso meno superficiale al proprio esistere. Le risposte a questo trittico di domande saranno di volta in volta diverse per ognuno di noi: per Capossela, cantautore e musicista polistrumentista, una sarà <<vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri…>>, anche se indipendentemente dal tipo di risposta (e di interessi culturali ed esistenziali), si scorgerà una radice comune a motivare la ricerca: il bisogno di raggiungere gli archetipi del nostro esistere. E per farlo occorre ritornare alle origini, incontrare personaggi e visitare luoghi, ascoltare racconti, confrontarsi con simboli primordiali, riscoprire oggetti arcaici dimenticati e seppelliti dalla grande storia; riappropriarsi della tradizione non per rimanerne prigionieri ma per comprendere meglio il proprio cammino, giustificarlo nel tempo presente.

Vinicio Capossela compie questa operazione con stupore fanciullesco, assecondando una certa predisposizione al meraviglioso, immerso in quell’atmosfera onirica appartenente da sempre al “personaggio Capossela” e che già caratterizza le sue opere musicali, ma anche con la consapevolezza di chi sa perfettamente cosa cercare e dove: di tanto in tanto, tra un capitolo e l’altro del film, immerge fogli scritti nell’acqua o li getta nel fuoco, come a voler riconsegnare un significato al significante, come a voler dire che le storie raccolte e raccontate appartengono prima di tutto agli elementi, alla natura, e in secondo luogo alla parola e all’uomo che è di passaggio. Gli archetipi sono eterni: l’uomo li fa propri per il tempo che gli è concesso vivere, per poi restituirli al legittimo proprietario, a madre natura che li conserva ed elargisce a chi sa leggerli.

<<A chi appartenete?>>, perché noi non siamo liberi ma siamo legati – apparteniamo, appunto – a una storia, un territorio, un popolo, una famiglia, una tradizione. Possiamo nascere in Germania, come è capitato a Vinicio Capossela; possiamo allontanarci dall’appartenenza assecondando percorsi controculturali o per altre esigenze pratiche, ma alla fine dobbiamo dare ascolto a quei richiami ancestrali che fanno vibrare la nostra intimità genealogica. La mitologia paesana, tra un aneddoto e un canto antico, è il patrimonio ereditato da chi comincia questo viaggio: un viaggio a ritroso nel tempo “non tanto per conoscere, quanto per ri-conoscere e quindi riconoscersi”; lo stesso Capossela definisce il romanzo da cui è tratto il film come un romanzo picaresco, “un libro di cammino”: lungo la strada il viandante legge i segni abbandonati, arrugginiti, appartenenti a un insegnamento non scritto ma tramandato per altre vie, ausculta gli oggetti che hanno ancora tante storie da raccontare. Anche la descrizione di un matrimonio d’altri tempi o di un piatto da cucinare contiene istruzioni provenienti da epoche lontanissime e sagge. Il messaggio è nelle cose, nelle forme che la natura offre al viandante, nella musica ottenuta con strumenti arcaici… A confortare questa teoria c’è un punto nel film in cui Capossela afferma che il sacro ha abbandonato i luoghi deputati alla sacralità, ovvero le chiese: da lì se l’è svignata; il sacro si è trasferito in luoghi e oggetti prosaici, perché come dice lo stesso Capossela l’obiettivo (del libro e del film) è quello di far prevalere la verità dell’immaginazione sulla menzogna della realtà. Solo chi usa la propria immaginazione può cogliere la bellezza e il sacro lì dove gli altri non andrebbero mai a cercarli. E infatti grida Capossela in una scena del film, mentre cavalca una trebbiatrice volante: “Al Padreterno le cose inutili gli sono sempre venute bene!”

“Lost in Translation”: perdersi e ritrovarsi… a Tokyo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 novembre 2014 by Michele Nigro

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Scrive Michel Onfray in “Filosofia del viaggio (Poetica della geografia)”: <<… ci si mette in cammino spinti soltanto dal desiderio di partire incontro a sé stessi nel disegno, molto ipotetico, di ritrovarsi, se non di trovarsi. […] I tragitti dei viaggiatori coincidono sempre, segretamente, con ricerche iniziatiche che mettono in gioco l’identità.>> Ma per imparare a ritrovarsi (e a trovare gli altri con occhi nuovi) bisogna prima di tutto perdersi: nella traduzione di una lingua difficilissima, nelle notti insonni trascorse a guardare canali incomprensibili, nel fondo del proprio bicchiere seduti a un bar, nell’avventura di una notte… E prima ancora di partire essersi già persi nelle proprie insicurezze, in rapporti familiari che lontani da casa all’improvviso ci appaiono alienati e alienanti, nei fallimenti e nelle rinunce che la vita non risparmia a nessuno.

Il viaggio, per sua natura, offre al viaggiatore delle preziose brecce su verità che la soporifera routine dellalost-in-translation quotidianità tende a ridimensionare. Per compiere, però, questo scomodo confronto con sé stessi e con la propria vita, non occorre solo un luogo diverso ma anche un complice, un amico insonne come lo siamo noi, che parli la nostra stessa lingua (quella madre e del cuore) e soprattutto che abbia la stessa identica sete di semplicità e di verità. Come accade ai due protagonisti del film di Sofia Coppola, “Lost in Translation” (L’amore tradotto), Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson) che casualmente – a volte le cose migliori della vita capitano per caso – cominciano a vivere una straordinaria e spontanea storia di amicizia tra l’hotel di cui sembrano essere prigionieri e le elettriche strade di Tokyo. Un film che, sfruttando il fattore diversità di una città lontanissima non solo geograficamente ma anche culturalmente, vuole essere un elogio a quei legami inaspettati che spesso arricchiscono l’esistenza degli uomini e delle donne.

La pellicola è caratterizzata da molte pause, silenzi, sguardi, (tutti tenerissimi e lost-in-translation-picnecessari per sottolineare la non urgenza del parlare e la bellezza nell’essere solo presenti, nell’esserci e basta, che a volte è sufficiente), e da una trama delicata e a dir poco disarmante tanto è elementare, ma che riesce a trattenere nel suo tessuto dei contenuti “filosofici” a cui nessun spettatore può sottrarsi. Contenuti che portano inevitabilmente a delle precise domande: siamo soddisfatti delle nostre vite e delle persone con cui abbiamo scelto di vivere? Cosa avremmo voluto fare nella vita e che ci ritroviamo a non fare? Cos’è che ci tiene realmente svegli la notte al di là del jet lag e del fatto di aver cambiato materasso dormendo in un hotel? Cosa ci accorgiamo di aver perso quando ci ritroviamo da soli e lontani da casa? La risposta a tutte queste domande, e a molte altre, non la ritroviamo in una notte di sesso sfrenato tra un uomo e una donna, adulti, intelligenti, liberi e sessualmente attivi – cosa che fortunatamente non avviene tra i due protagonisti perché la loro funzione in questo film è un’altra; è una funzione umanizzante anche se passeggera – ma in una tenera amicizia nata per sopperire a mancanze interiori ed esistenziali e che va ben al di là della semplice e ormai scontata “conquista carnale” (scontata cinematograficamente parlando!). Ed è forse proprio questa piccola ma importante eversione del canone hollywoodiano del “sesso facile e a buon mercato”, a rendere speciale il film di Sofia Coppola.tumblr_mbgog2P85B1ri3in9o1_1280

Ci si può amare senza amarsi materialmente? È possibile far incontrare le anime di due esseri viventi, un uomo e una donna, due esperienze, due età, due insoddisfazioni, in una zona neutrale e asessuata? La risposta, decisamente impopolare, è , si può! E soprattutto, la domanda più scomoda: vi può essere più amore – almeno in alcuni frangenti dell’esistenza – nell’amicizia che non nei consolidati e ufficiali rapporti coniugali? Anche in questo caso la risposta è positiva. Sono momenti di grazia, e quindi rarissimi, ma possibili. Momenti che magicamente trasformano gli asettici non-luoghi di Marc Augé (aeroporti, hotel, ristoranti… tutti quei luoghi che non ci appartengono) in luoghi del cuore che diventano per sempre nostri. Diventano storia, e non una storia. Vi è più amore nella condivisione spontanea e semplice, raccontando di sé stessi l’uno all’altra in un letto, restando vestiti e guardandosi negli occhi, che nella petulante richiesta di scelta del colore della moquette da parte di una moglie distante emotivamente e troppo presa dai figli, o nell’arrivismo professionale di un giovane marito che fugge.

Il viaggio, ma non solo il viaggio – anche su altri terreni “neutrali” è possibile realizzare il confronto che ci serve -, dà la possibilità al viaggiatore di “guardarsi da fuori” e di accorgersi che nessuna vita è perfetta, che nessun rapporto è perfetto, che le scelte sbagliate sono una costante nell’esistenza umana, ma che alla fine, nonostante questa presa di coscienza che dovrebbe sconvolgerci fin a_610x408dalle fondamenta, ritorniamo alla realtà che scegliamo di non condannare anche se imperfetta. Alla fine l’unica concessione data nel film a Bob e Charlotte è un tenero bacio sulle labbra dopo un abbraccio quasi filiale, un bacio non “predatorio” ma un lascito fatto di puro amore e che non potrà più essere ricambiato perché nato tra due vite asincrone, quindi vero, non calcolato, disinteressato e più potente dell’amore che possiede e imprigiona. Alla fine ci si ritrova, dopo essersi persi, non perché si cambia radicalmente vita, abbandonando famiglia e paese, ma perché si è avuto il coraggio di perdersi e di guardare con occhi diversi – con gli occhi dell’altro – gli spazi interni dell’esistere umano. Perché ci si riscalda alla sola idea di quel dono inatteso – al fuoco dell’incontro – di quella fugace nuova amicizia sorta dal nulla e gratuitamente. Per ricominciare a crederci, ritornando ognuno alla propria vita.

L’amore può essere tradotto, come recita il sottotitolo del film? Tradurre significa “tradire” e a volte per riconquistare l’amore che non alberga più nelle nostre esistenze dobbiamo tradire il nostro ego fatto di convinzioni e false conquiste, e tradurre l’amore in qualcos’altro, in amicizia ad esempio, usando un linguaggio nuovo capace di descriverci con clemenza e leggerezza. Senza possedere, senza pretendere, senza darsi appuntamenti, con serenità e compassione. A volte abbiamo bisogno di uno sguardo esterno per “tradirci” e per liberarci dallo schema che ci tiene prigionieri. A volte abbiamo bisogno semplicemente che qualcuno ci faccia compagnia mentre tentiamo di addormentarci.

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Insinuazioni bibliche su “Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2014 by Michele Nigro

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Insinuazioni bibliche su

“Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

(le misteriose nascite di Gesù il Nazareno e Anakin Skywalker)

La saga fantascientifica di “Guerre Stellari” possiede una struttura eterogenea e attinge elementi da varie fonti; in particolare è disseminata di riferimenti biblici velati o palesi: le frequenti ambientazioni desertiche in ricordo del “deserto dei padri” di origine veterotestamentaria e il deserto come luogo di ricerca spirituale silenziosa, di isolamento e di espiazione, di passaggio, di sospensione storica e di attesa (ad es. il vecchio “Ben”, Obi-Wan Kenobi, in “Star Wars Episodio IV – Una nuova speranza”); l’aridità del pianeta Tatooine, e le sue abitazioni povere, ricordano alcune zone della Palestina ai tempi di Gesù il Nazareno; l’Impero Galattico di Darth Sidious è molto simile all’Impero romano di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto; Coruscant è come Roma caput mundi, o sarebbe meglio dire caput universi, con tanto di Senatus Populusque Romanus in versione galattica… Numerosi anche i riferimenti alla cultura religiosa cristiana: ad esempio l’organizzazione dei Cavalieri Jedi ricalca in molti punti quella monastico-spirituale di certi ordini religiosi cavallereschi (o religioso-militari) appartenenti alla nostra cristianità medievale (anche se le spade laser dei Jedi ricordano di più le katana, le tradizionali spade giapponesi utilizzate dai samurai). L’obiettivo di George Lucas non è stato certamente quello di riproporre in chiave science fantasy la storia contenuta nella Bibbia (lo dimostra il fatto che nella saga convergono, come già ricordato, più elementi eterogenei, non solo di natura biblica, provenienti da culture e tempi differenti, e da fonti letterarie e cinematografiche differenti), ma di sicuro ha, per così dire, “preso in prestito” alcuni elementi di origine biblica. Il più importante dei quali è contenuto nel primo film della trilogia prequel intitolato “Star Wars Episodio I – La minaccia fantasma” che, come gli estimatori della saga sanno, affronta in maniera approfondita, a distanza di circa vent’anni dalla proiezione nei cinema degli episodi IV, V e VI, i fatti “storici” e le vicissitudini personali dei protagonisti che sono alla base delle avventure descritte di seguito nella cosiddetta “trilogia originale”.AnakinShmi
In “Star Wars Episodio I” la madre del piccolo Anakin Skywalker, Shmi Skywalker, confida al maestro Jedi Qui-Gon Jinn che Anakin non ha un padre, che il suo concepimento è stato un inspiegabile miracolo, frutto presumibilmente della cosiddetta Forza, un’energia onnipresente che pervade e sostiene l’intero universo, e ad opera dei midi-chlorian di cui si dirà tra breve. La scienza ha fornito un nome poco romantico a questo fenomeno presente in natura tra alcune piante e animali: partenogenesi, ovvero riproduzione verginale, quando lo sviluppo dell’uovo avviene senza che questo sia stato fecondato.
Dice Shmi:

<<Non c’è stato un padre.
Io l’ho portato in grembo, l’ho fatto nascere, l’ho cresciuto.
Non so spiegare cos’è successo…>>

Questo evento straordinario non può non richiamare alla mente il dogma religioso, citato nella Bibbia, riguardante il cosiddetto concepimento verginale di Gesù da parte di sua madre Maria, scelta da Dio per mettere al mondo il proprio tumblr_m50xvc0XXf1rpl92qfiglio. Le differenze tra i due concepimenti, a ben vedere, sono irrilevanti (i recenti avvicinamenti, confermati più dalla scienza che dalla religione, tra spiritualità e meccanica quantistica ci suggeriscono un’interessante indistinguibilità tra il concetto di “divinità” tipicamente intesa e quello di energia “intelligente”): in entrambi i casi le cause del concepimento, in un certo modo, sono “conosciute”. Il Dio degli Ebrei e la Forza nella saga di “Star Wars” sono punti di riferimento insostituibili nella concezione dell’universo e comunemente accettati. Nel caso della Forza, però, interviene anche una sorta di spiegazione scientifica a supporto della struttura mistica che caratterizza la fede dei Cavalieri Jedi: i midi-chlorian, forme di vita microscopica che vivono intumblr_inline_mzm5ltF1sj1r2ai2c simbiosi all’interno delle cellule di tutti gli esseri viventi e che permettono la percezione della Forza, come se fossero una specie di ponte tra gli esseri viventi dell’universo e la Forza stessa, la connessione tra la mente di un individuo e la Forza. I mistici di tutte le religioni del nostro mondo, non possedendo i midi-chlorian inventati per la saga di “Star Wars”, hanno dovuto affidarsi ad altri “ponti”, sviluppando altre facoltà spirituali meno fantasiose ma altrettanto portentose. In comune tra i Cavalieri Jedi e i nostri mistici vi è l’annullamento del pensiero in favore della percezione. Come insegna il maestro Qui-Gon Jinn ad Anakin:

<<Senza i midi-chlorian non esisterebbe la vita, e noi non saremmo consapevoli della Forza. In ogni istante essi ci parlano, comunicandoci il volere della Forza. Quando imparerai a placare la mente, sentirai che ti parlano.>>

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