Archivio per cucina

Oktoberfest

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2014 by Michele Nigro

vincentvangoghvilaledei

Omaggio a una ciclica caducità, come morti in battaglia

senza speranza cadono foglie stanche

di vite brevi soleggiate e gloriose,

segni ingialliti di una lenta resa stagionale.

Si lasciano andare

ebbre di ricordi estivi al sapor di clorofilla

lungo linee di gravità trasversale

al ritmo di espirazioni ventose.

 

Piccoli uomini fatti di rami nodosi

legati con spaghi di tempo,

sacerdoti inconsapevoli in templi viventi

pulsanti di linfa sotto tetti di cielo

con gesti magici ereditati

compiono riti arcaici

graditi a un dio agricolo dimenticato.

In anticipo sul Generale

spinti dal cambio d’umore di una terra

in mutazione cromatica

conservano spicchi di natura

energia colorata dietro preziosi vetri rozzi

per le tavole di domani.

 

Nuovi silenzi nei boschi e nuovi frutti

nutrono le quiete scelte radicali.

Un suono di campana

annuncia la fine della guerra

e l’inizio di dolci esili.

Vecchia guardia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 luglio 2014 by Michele Nigro

cuocaluisa

Semplice come la tua acqua tonica,

dietro un cortese sorriso offerto a tutti

le rughe interne di mille dolori e silenziose fatiche

tra untuose e ruspanti cucine in ristoranti d’amore

organetti odoranti di prosciutto e vino

le bande di paese e i nipoti da allevare.

Le passeggiate nelle sere d’agosto

e i maglioncini per le spalle se rinfresca

le immense insalate verdi, che fanno bene.

Hai lasciato il posto di guardia, liberi tutti.

Ma per andare dove?

Ti sei reincarnata – lo so! – nel legno stagionato ed eterno

di un vecchio portone strappato all’incuria

inspiegabile e puntuale alchimia tra anime e oggetti

il nostro cognome sulla lucente targhetta nuova

per un ricordo gettato nel traffico

da donare a quel che resta del tuo piccolo mondo antico

dimenticato, diluito, sbiadito

e la prima distratta estate senza te.

Archeologia gastronomica

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 febbraio 2011 by Michele Nigro

<<… “Anima”: una parola che assumeva un nuovo significato dinnanzi a una prova di cucina che pian piano si stava trasformando in una ‘prova di vita’. Rinnegare i valori fino a quel momento difesi; riesaminare tutta la fiducia data alle tecnologie che davano da mangiare a migliaia di persone con poche energie. Ingrid immaginava le conseguenze del suo gesto ribelle e pensava: “… E se tutti volessero cucinarsi le mie penne all’arrabbiata?” Sarebbe stata crisi energetica e soprattutto culturale. Nuovi spazi per le coltivazioni, tempi lunghissimi di cottura, energie sprecate, guerre civili e ribaltamenti di potere, in nome di che cosa? Del gusto? Ingrid non poteva credere a se stessa: stava mandando in rovina anni di cultura spaziale e di economia interplanetaria per un piatto di penne all’arrabbiata viste su un maledetto libro di ricette ingiallito e rubato chissà da quale museo dell’arte tipografica…>>

(tratto da Pancetta affumicata)

POST CORRELATO: “Le ragioni del cuoco”

La vita secondo Victor Velasco

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 giugno 2010 by Michele Nigro

“… una volta al mese io cerco sempre

di rendere nervosa una bella ragazza,

tanto per impedire al mio ego di avvilirsi…”

“… i vecchi sporcaccioni

riescono a farla franca molto meglio…”

“… agli albori di una nuova amicizia!”

(Victor Velasco,

citazioni dal film “A piedi nudi nel parco”)

Chi è Victor Velasco? Un filosofo epicureo? Un flâneur newyorkese? Un “uomo di mondo”? L’ultimo dei bohémien? Un aristocratico senza soldi? Un gentiluomo d’altri tempi? Un imboscato? Un romantico buongustaio? Un signore attempato che ha paura di invecchiare? Uno spiantato che approfitta del prossimo e in cambio dona la propria energia vitale? Un esistenzialista assetato di esperienze? Un single che è sempre in buona compagnia?… Tutte queste definizioni unite insieme? Già, forse le cose stanno proprio così: Victor Velasco è tutto questo in un’unica persona! Quindi è un essere inesistente, un ideale umano, un personaggio troppo variegato e intrigante per sopravvivere in questo mondo, fuori dalla pellicola. Soprattutto non è uno di quelli che sta a guardare mentre gli altri fanno, ma è uno che fa anche se gli altri stanno a guardare! Confusi? Niente paura: per comprendere le mie farneticazioni vi basterà visionare (o rivedere nel caso siate dei nostalgici recidivi) un film del 1967 intitolato “A piedi nudi nel parco” (Barefoot in the Park) e diretto da Gene Saks. Una commedia romantica tutto sommato scemotta se non fosse, appunto, per il personaggio di Victor Velasco che inocula in maniera provvidenziale nella “trama” un fattore di sana instabilità intorno alla quale ruota la (breve) “crisi matrimoniale” dei giovani protagonisti (Jane Fonda e Robert Redford): vivere pienamente gettandosi a capofitto nell’esistenza senza fare troppi calcoli oppure condurre una vita ponderata, sobria, abitudinaria? Victor Velasco non può esistere nella vita di tutti i giorni perché rappresenta la necessaria alternativa che sonnecchia in stato di quiescenza all’interno di quella “bolla idealistica” grazie alla quale sopravviviamo a noi stessi. Se esistesse veramente, a lungo andare diventerebbe noioso e inflazionerebbe l’ideale alternativo che incarna.

Chi o cos’è, dunque, Victor Velasco? È l’esistenza che riprende quota prepotentemente; è camminare lungo il cornicione di un palazzo per rientrare in casa; è l’arte di arrangiarsi ed essere felici; è non preoccuparsi di restare in piena notte senza mezzi pubblici perché tanto c’è già una nuova esperienza che ci aiuterà a occupare il tempo in attesa del mattino; è possedere un pezzettino di mondo dentro di sé e donarlo agli altri con gioia, senza farlo pesare; è non dire mai “basta!” oppure “per oggi sto bene così!” o altre frasi tipiche di chi ha paura di vivere fino in fondo; è sperimentare per sentirsi parte integrante del mondo e non come osservatori asettici dall’alto di un castello fortificato… Victor Velasco è un buongustaio che preferirebbe morire piuttosto che prendere pillole contro l’ulcera e rinunciare a certe esotiche prelibatezze gastronomiche; è un uomo di “cultura” non nel senso libresco del termine ma esperienziale. Essere Victor Velasco significa “provare tutto almeno una volta”; significa diversità e integrazione; significa autoinvitarsi a cena senza farsi troppi problemi o portare un gruppo di amici in un fumoso ristorante albanese senza licenza (“I quattro venti”) per gustare piatti provenienti dagli antipodi del gusto ordinario; significa sfidare il freddo e le convenzioni, e cantare “Shama Shama” (canzone popolare albanese) a New York tra una zuppa di fagioli greci e una bottiglia di ouzo con cui allentare i freni inibitori… “Andare a piedi nudi nel parco non è sensato, ma è divertente!” – dice la giovane sposina. Vivere senza compromessi, perché vivere è un’esperienza meravigliosa.

Darsi totalmente! Questo significa essere Victor Velasco, essere simili o tentare di essere simili a Victor Velasco. E sì, perché non è facile diventare come Victor Velasco: non dall’oggi al domani. Ci vuole allenamento, occorrono anni. E poi bisogna almeno una volta nella vita sentire il desiderio di essere Victor Velasco: altrimenti inganniamo noi stessi solo per fare colpo sugli altri, calandoci in personaggi che non ci appartengono interiormente.

I viaggi, gli eventi affrontati nel corso della vita, le storie da raccontare, le persone incontrate, le esperienze, le vite intrecciate, le tracce indelebili sulla pelle e nell’anima, i sapori, gli odori, i colori, le facce, i luoghi, le lingue, le usanze: tutto questo e molto altro ancora converge miracolosamente in un’unica persona eccezionale e rara che masticando e metabolizzando gli anni vissuti pienamente ripropone al prossimo la propria incommensurabile (non da tutti apprezzata, anzi per alcuni fastidiosa) joie de vivre. Istintivamente mi ritornano alla mente i versi della poesia “Non vorrei crepare” di Boris Vian:

“… Non vorrei crepare

Nossignore nossignora

Prima di aver assaggiato

Il gusto che tormenta

Il gusto più intenso

Non vorrei crepare

Prima di aver gustato

Il sapore della morte…”

E Charles Boyer, l’attore che interpretò il personaggio di Victor Velasco nel film del ’67, ebbe modo di assaggiare realmente (e non per copione) il gusto che tormenta… il sapore della morte. Esattamente come avrebbe fatto l’immaginario Velasco, anche Boyer non scende a compromessi con la non-vita: nel 1978, due giorni dopo la morte della moglie e con alle spalle l’oscuro suicidio del suo unico figlio (avvenuto nel ’65: due anni prima di interpretare la parte dello “spensierato” Velasco), Boyer decide di togliersi la vita con una overdose di barbiturici.

Una simile scelta può apparirci in netto contrasto con la gioiosa “filosofia di vita velaschiana” sopra descritta, eppure riflettendo con attenzione siamo addirittura in grado di rintracciare l’impeto vitale di Velasco nell’atto estremo di Boyer, perché come ci ricorda Martha Medeiros nella poesia, erroneamente attribuita a Pablo Neruda, “Lentamente muore”:

<<Lentamente muore chi non capovolge il tavolo…>>

Il Velasco che sopravvive in Charles Boyer decide di non voler morire lentamente e di voler capovolgere il tavolo della vita: paradossalmente in onore della Vita stessa! Come canta Franco Battiato nel brano “Breve invito a rinviare il suicidio”:

“… Questa parvenza di vita
ha reso antiquato il suicidio.
Questa parvenza di vita, signore,
non lo merita…
solo una migliore.

Chi ha conosciuto la bellezza, chi ha amato, chi ha sperimentato la passione, chi ha gustato i sapori della vita, chi ha avuto il coraggio di trasformare la propria esistenza in un immenso banco di prova, non può accontentarsi di attendere il giorno successivo, quello che viene dopo e così via… fino alla fine.

a piedi nudi nel parco

Le ragioni del cuoco: note esegetiche per “Pancetta affumicata”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 Mag 2010 by Michele Nigro

Note esegetiche supplementari per una corretta lettura del racconto sci-fi intitolato “Pancetta affumicata”

maiale

 

Amici Lettori.

Pur essendo consapevole della profondità d’animo e della ineccepibile scrupolosità interpretativa che vi caratterizza, l’Autore del racconto “Pancetta affumicata” percepisce con umiltà l’esigenza di fornirvi alcuni elementi fondamentali per una corretta presa di coscienza derivante dal messaggio contenuto nel racconto stesso.

Il titolo sicuramente potrebbe trarre in inganno il lettore abituato ai temi “alti” della letteratura e una superficiale lettura “casereccia” del racconto farebbe perdere di vista il messaggio attualissimo nascosto dietro la patina di una fantascienza ritagliata da un materiale cinematografico fin troppo diffuso. L’Autore non vi chiede un immediato e chirurgico abbattimento dei vostri pregiudizi nei confronti del genere fantascientifico pregandovi di rivalutare, in una sede poco adatta, la valenza di un suo attributo pedagogico e oserei dire addirittura “morale”, ma vuole focalizzare la vostra attenzione sui temi “altri” contenuti nel racconto.

Primo fra tutti l’affascinante tema della colonizzazione oltre la Terra: da sempre l’uomo si spinge oltre i confini impostigli dalla Natura e le conseguenze di tale ricerca hanno causato dei momenti storici incancellabili che ancora oggi hanno ripercussioni nella nostra esistenza. Vi starete chiedendo se sto omettendo volutamente le reali ragioni di tale “spinta” e la risposta è no! L’Autore sa benissimo che dietro le grandi esplorazioni non campeggiano solo motivi romantici e spirituali ma più forti esigenze economiche e militari hanno sempre giocato un ruolo fondamentale. Il potere di pochi regnanti si è celato dietro le vesti di sognatori e geografi, uscendo allo scoperto nei momenti più opportuni per il tornaconto dell’investitore. Nel racconto è infatti palesemente dimostrato il chiaro intento di una futura società tecnocratica motivata da mire energetiche che mette da parte la romantica tavolozza dell’esploratore dinanzi ai colori freddi e metallici offerti dall’universo. Le immagini, per noi emozionanti, delle sonde Voyager sono ormai una consuetudine passatista nella pseudo-vita degli abitanti della stazione spaziale “Jupiter III”; immagini sottoposte ad un processo di assuefazione visiva che trasforma il “meraviglioso” in “quotidiano”. Solo le anime capaci di auto-rigenerarsi e i “poeti spaziali” riescono a riesumare dalle fosse comuni dell’abitudine antichi scenari che mai tramonteranno per l’uomo che è ancora capace di stupirsi.

È proprio in questo contesto che si muovono i personaggi “ribelli” del racconto. Non ribelli nel senso sessantottino del termine, con tanto di volantino ciclostilato e bomba molotov, ma “ribelli passivi” che ricercano nella propria mente – nel cosiddetto inner space – i fossili comportamentali di un Homo sapiens estinto dal punto di vista naturale ma recuperabile sul versante archeopsichico (gli istinti come reperti archeologici). Il gusto per il cibo, la poesia per una bella ragazza, il ricordo della storia, i rapporti umani, il sesso, la ricerca personale e slegata dai dogmi di una dittatura dolce e tecnocratica…: queste ed altre esigenze dettate da un improbabile individualismo gustativo vengono interpretate come pericolosi scostamenti dalla media in una società orbitante che deve rispettare – si dice: “per sopravvivere!” – le regole del sistema. Un rispetto imposto da chi vuole far credere alla massa che le regole siano state create per il benessere di tutti, ma che in realtà celano da sempre la difesa di equilibri economici troppo importanti per i “pochi” che contano. Una storia antica che viene riproposta al di là dei confini terrestri e temporali. La fantascienza da sempre consente al lettore di compiere un’operazione di estraniazione dal presente in vista, paradossalmente, di un’analisi del presente stesso.

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