Archivio per deriva

Il Limite Ignoto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 ottobre 2014 by Michele Nigro

22_19.39.18_1

Qual è il confine tra un’esistenza regolare

e la ribellione?

Zone spontanee e indefinite di territorio selvaggio

resistono ai pratici attacchi del reale.

Sulla linea gialla della civiltà

passeggia solitario il cercatore di margini invisibili

per salvarsi da automatismi storici.

Non c’è frontiera se non nel cuore

e nella mente

avidi proprietari di angoli inespugnabili.

Sospeso nella provincia, congeli spazio e tempo

dissociato, non partecipi alle statistiche di regime

e ti spedisci al confino, libero e a tratti felice

in attesa di giorni adatti alle tue previsioni

conservate in archivi pazienti.

Ingranaggio educato e silenzioso

di un orologio asociale

che passa al bosco

si ritrae nella foresta

si dà alla macchia.

Waldgänger.

Gli ultimi quattro versi sono un riferimento al

“Trattato del Ribelle” (Der Waldgang) di Ernst Jünger

Del non viaggiare intelligente

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 agosto 2014 by Michele Nigro

shangrila

Non visitare luoghi idealizzati

amati solo nella mente, ricreati dall’egoismo.

Viaggiando speranzoso in essi

smetterai di amarli lungo il cammino

ti diventeranno indifferenti

a volte li odierai, deluso.

In altre occasioni, forse,

il tuo occhio interiore avrà ragione

e troverai frammenti casuali di te

lasciati sui marciapiedi della storia.

Il mito si nutre

dell’immobile assenza

di corpi stanchi alla partenza

spiaggiati sulla confortante fantasia

del non raggiunto.

L’ossessione coltivata per cultura o moda capricciosa

richiama il viaggiatore

ingannandolo o premiando la sua visione.

Spostarsi seguendo il volere delle viscere, di tanto in tanto.

Diventi bussola archetipica dell’inconscio

percorrendo d’istinto spazi non meditati.

Con tutta la musica che posso

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 marzo 2014 by Michele Nigro

Colonne sonore sconosciute e lontane

attraversano le strade notturne del mondo

su cui non camminerò.

Suoni perduti per sempre

nei quartieri irripetibili del tempo

di vite ignorate e non raccontate

di passaggio

come finestre illuminate e vissute in velocità

da crudeli treni in corsa.

Ritmi diluiti nella storia e nello spazio

spengono la speranza in chi, assetato di vibrazioni,

vuole ascoltare tutto.

Il silenzioso buio della distanza li opprime

fino al sorgere di una nuova nota.

GK-Street-Music

L’afa di Eilat

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 23 agosto 2011 by Michele Nigro

Dedicata a questi giorni di afa in Italia. Incredibilmente la pagina di diario che segue mi è tornata in mente la scorsa notte, non riuscendo a dormire a causa del caldo, tra il 22 e il 23 agosto del 2011: esattamente diciassette anni dopo l’esperienza dell’afa di Eilat. Gli orologi della memoria scattano silenziosamente ma con decisione insonne; seguendo scadenze e anniversari inconsci ci risvegliano dalla monotonia. L’afa israeliana, i corsi e ricorsi della storia personale, la riproposizione dei contenuti e l’inganno delle forme che cambiano, il contrasto tra il turismo stanziale e l’esperienza “di passaggio”, la solitudine alberghiera su uno sfondo paradisiaco, l’osservazione quasi scientifica e morbosa contro la rilassatezza delle comitive di amici, l’inadeguatezza dell’anima e il sentirsi “fuori dal tunnel del divertimento”, la contrapposizione tra deserto e mare, tra la ricerca superiore e il divertimentificio, tra la voglia di essere soli e l’obbligo allo svago… Il capitare quasi per caso in un luogo vivo e la strana gioia provata nel ripartire.

<<… La mia parte assente s’identificava con l’umidità…>> cantava Franco Battiato in Arabian Song. Un’umidità deprimente, asfissiante, capace di aggravare la dissociazione tra mente e corpo, di evidenziare il divario tra l’obiettivo interiore e il caos esterno. Ma come recita un adagio: “Non si va mai tanto lontano come quando ci si perde.”

22-08-1994

Lascio il Youth Hostel di Mizpè Ramon e con l’autobus 392 mi dirigo alla volta di Eilat.

Lungo la strada incontro solo “il deserto dei padri” e basi militari a testimoniare la vicinanza con i confini di quei paesi arabi che anni fa diedero del filo da torcere a Israele: Egitto e Giordania. Scendendo sempre più a sud Israele assume una forma curiosa, come si può apprezzare dalla cartina: diventa triangolare, a imbuto, con la punta rivolta verso il Golfo di Aqaba. E proprio alla punta di questo “imbuto geografico” c’è Eilat, ultima località dello stato d’Israele. Fiorella Mannoia in Italia ha dedicato anche una canzone a questo luogo – “Sorvolando Eilat” – e in una strofa la cantante dai capelli rossi fa riferimento alle caratteristiche “montagne rosse” che si vedono poco prima di giungere a Eilat. Una volta superate le montagne rubiconde appare la “Rimini del Mar Rosso”.

Caotica, viva, calda (più calda di tutti i posti in cui sono stato da quando sono sbarcato in Israele), troppo turistica per i miei gusti e sicuramente dedicata a chi ama il caldo tropicale e  vuole fare una vacanza solo ed esclusivamente per divertirsi, senza obiettivi culturali. Eilat è un “divertimentificio”, la classica città di mare con forte vocazione turistica in cui io personalmente non passerei mai per intero le mie vacanze estive. Un giorno, due giorni… E via. Comunque ho voglia di conoscerla e quindi mi dirigo alla ricerca di un posto per la notte. All’Ufficio Turistico mi propinano una guida commerciale che non serve a niente e mi dicono di tentare all’ostello. Niente da fare: tutto pieno. Allora “agguanto” una stanza in un hotel di media categoria e mi libero dagli zaini che diventano ogni giorno più pesanti. E’ una stanza singola tutta per me con un comodissimo lettone e l’aria condizionata che prontamente accendo “a palla”. Approfitto dell’ampio bagno per fare… “il bucato”: lavo le magliette e il resto del vestiario sporco, che in seguito appendo sulla mia provvidenziale cordicella già protagonista di altri bucati raminghi. I panni si asciugano in un batter d’occhio. Eilat: 42°C. Un vero inferno! […]

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Psicogeografia agostana

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 agosto 2011 by Michele Nigro

“Tutta mia la città!”

La crisi economica avrebbe determinato le nuove scelte turistiche degli italiani, ma io non ci credo. È sempre esistito uno zoccolo duro di ‘custodi della città’ durante il periodo estivo. Essere insensibili al richiamo nevrotico dell’uscita turistica a tutti i costi rappresenta la scelta cinica e anticonformista dell’uomo metropolitano: una presa di posizione filosofica ed esistenziale che va oltre la mera disponibilità economica. Una filosofia del recupero che non interessa solo gli oggetti, ma anche i luoghi e certi stati d’animo dimenticati, ad essi legati. Si sceglie l’immobilità come se fosse un pacchetto turistico acquistato in agenzia. Un’immobilità che diventa l’occasione per un’esplorazione accurata (e rivalutazione) del proprio ecosistema inflazionato; una non-partenza che paradossalmente è motivo di scoperta. Il contrasto tra immobilità e vitalismo isterico, magistralmente rappresentato nel film cult di Dino Risi “Il sorpasso”, esiste dal momento in cui è esistito il dualismo tra il “consumare per essere” e “l’essere per consumare”; tra il non fare senza pentimenti e il disperato presenzialismo.

Ma quando si ha la fortuna di poter sperimentare la dolce solitudine metropolitana, allora succedono cose interessanti: il quotidiano diventa insolito; l’ovvio acquista un fascino non calcolato;  le strade abituali e semi-deserte usate come assolati laboratori psicogeografici, forniscono elementi di studio in altri momenti dell’anno difficili da captare. Svuotata dalla gente che di solito anima i negozi aperti e le vie di comunicazione, la città effettua in maniera inesorabile la sua autodiagnosi di ‘claustrofobia architettonica’: capiamo finalmente come un meccanismo feroce di palazzi e lingue asfaltate e trafficate possa influenzare nell’intimo il pensiero (e le azioni) dell’uomo inconsapevole. Solo grazie allo svuotamento atipico possiamo valutare quelle forme urbane che a lungo andare fanno male (o bene) all’animo di chi vi abita. Siamo ciò che mangiamo. Scriviamo, pensiamo come ciò che abitiamo: un livello superiore del discorso che ci porterebbe verso quella che io definisco “psicogeografia della scrittura”

La vacanza spesa in città si trasforma in senso del possesso di spazi pubblici: “La piazza è mia! La piazza è mia!” – ci teneva a far sapere ‘lo scemo del villaggio’ del film di Giuseppe Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”. Che, forse, non era del tutto scemo. O come cantava il disperato in amore nella canzone “Tutta mia la città” degli Equipe 84, rivisitata alcuni anni fa da Giuliano Palma: “… Tutta mia la città, un deserto che conosco…!” Conoscere il proprio deserto significa essere padroni del proprio spazio e del proprio tempo senza cadere nell’isterismo di massa: saper stare anche da soli per riscoprire l’immagine scarificata dei luoghi che frequentiamo distrattamente e in maniera automatica, spinti dalle pressioni del vivere civile, dai pericoli urbani che ci distraggono dal dettaglio, suggestionati dagli sguardi sospettosi delle persone ‘normali’ che non si pongono domande.

Approfittando del deserto urbano imposto da una certa pseudocultura e dal marketing del movimento stagionale, viene naturale concedersi un esperimento di “psicogeografia” su due ruote: una videocamera fissata sul manubrio di una bicicletta, una città quasi deserta a Ferragosto, la ricerca di una deriva psicogeografica estiva, l’elogio dell’anti-turismo… Le immagini affidate al caso e all’estro del ciclista svelano la “città nuda”. Come colonna sonora i rumori stradali di una cittadina di provincia e di una pedalata tranquilla e costante, interrotta da qualche stridente frenata d’ufficio.

Vallejo & Co.

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