Archivio per dettaglio

Vedere non è guardare

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 novembre 2015 by Michele Nigro

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Ti vedo

mentre ti pensi non guardata,

catturo frammenti inediti

della tua anima sulla terra,

il sacro diventa così

materia viva tra gli umani

sul confine non sorvegliato

dell’infinito.

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Scraping

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 novembre 2014 by Michele Nigro

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Una volta grattato via il pensiero

quello che appare sei tu.

“Ma è ridicolo!”

Ecco, quello sei tu.

Je est un autre

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 febbraio 2014 by Michele Nigro

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Riemergono dal passato brandelli di vita

e vedo agire tra le nebbie di ieri

un me convinto da un istinto malato,

che non riconosco oggi.

Figliastri di una coscienza forzata,

alternativi a noi stessi

abbiamo vestito i panni dismessi

di personaggi estranei, lontani

interpretando ruoli scaduti

inseguendo i progetti di altri.

Contro natura.

Mi stupisco dei molteplici io

che sono stato

ne ripercorro le gesta e le intime ragioni

rifaccio la strada con loro, per capire.

Per trovare quella giusta.

Io è un altro. Je est un autre: espressione adoperata da Arthur Rimbaud

La vita fa rima con la morte

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 1 maggio 2010 by Michele Nigro

(recensione a “La vita fa rima con la morte” di Amos Oz)

Amos Oz e la piacevole ossessione per il dettaglio.

Può il dettaglio divenire il protagonista principale di un romanzo? E’ possibile catturare, in maniera casuale e quasi svogliata, un particolare umano o paesaggistico e trasformarlo pian piano nell’innesco di un’esplosione immaginifica? Può l’assenza di una trama vera e propria essere compensata da un suggestivo e infinito intreccio di ipotesi?

Una risposta affermativa sembrerebbe provenire dalla lettura del breve ma per certi versi “enciclopedico” romanzo di Amos Oz intitolato “La vita fa rima con la morte”.

Utilizzabile anche come agile e introspettivo “manuale di scrittura creativa” in salsa narrativa, il libro stuzzica immediatamente la coscienza del Lettore tramite un incipit che, senza troppi convenevoli, espone una serie di domande basilari apparentemente confinate in un ambito scritturale e letterario, ma che in realtà espandono il loro raggio d’azione sconfinando in un’indagine esistenziale necessaria e vitale.

Perché scrivi. Domanda l’autore già nel primo rigo, come a voler chiedere a sé stesso e ai lettori, utilizzando la somiglianza sonora esistente tra i due verbi, perché vivi. Le domande successive non saranno semplici curiosità estetiche da salotto letterario, ma veri e propri tagli anatomici capaci di svelare le intenzioni più intime di quel personaggio che verrà riproposto in modo ossessivo, durante tutto il flusso narrativo, come “lo scrittore”. Amos Oz, infatti, parla di sé utilizzando la terza persona, “egli” “lo scrittore”, come a voler realizzare pienamente un necessario processo di alienazione grazie al quale riesce a penetrare nella vita degli altri e a valutare la propria. Osservarsi dall’esterno per smitizzare l’immagine che ognuno ha di sé e per trovare quell’ironia essenziale, decostruttiva e mai irrispettosa capace di farci scivolare nelle altrui esistenze.

Sfruttando semplici dettagli e fugace immagini, l’eventuale lettore-scrittore ritrova in questo romanzo, se mai l’avesse perso, il gusto della subcreazione: creare nuovi plausibili scenari nella vita e dalla vita.

La linea appena intravista delle mutande di una cameriera, una persona sfiorata durante il giorno, un volto fotografato per caso tra il pubblico, uno sghignazzo, una coscia grassa, una vena gonfia, una faccia butterata, una parola biascicata e altri innumerevoli elementi diventano fruibili pretesti per giocare e per assicurarsi il biglietto d’ingresso al Festival delle Ipotesi. Chi è? Cosa farà? Dove vive? Cosa pensa? Da cosa è oppresso? Esercizi d’immaginazione per scrittori che non amano le comode didascalie fornite da altri.

L’autore non ci lascia fuori da questo gioco meraviglioso e affascinante ma ci invita insistentemente a partecipare disseminando l’intero romanzo di grappoli di domande, facendoci così assistere in diretta ai normali processi mentali di chi scrive. Dando al lettore la possibilità di scegliere insieme a lui e di aggiungere altre domande: le nostre.

Amos Oz, in questo romanzo che possiede tutte le caratteristiche di una pausa caffé che l’autore sente il bisogno di concedersi dopo le precedenti fatiche letterarie, non pecca mai di solipsismo e riesce ad immedesimarsi nelle menti più improbabili e geneticamente distanti: dai ricordi di una cameriera alla rassegnazione di un impiegato che vive tra gli sberleffi di una madre disabile; dalle insicurezze di una lettrice non bella all’esistenza di un poeta dimenticato la cui opera principale – “La vita fa rima con la morte” – dà il titolo al romanzo di Oz; dall’esaltazione dell’eros creativo all’inevitabile crudeltà del thanatos. Dare la vita e amare i propri personaggi significa anche avviarli verso una naturale “morte narrativa”.

L’empatia fantasiosa dello scrittore non conosce confini caratteriali e neanche differenze di sesso: egli si fa donna, vecchio, giovane acerbo, stupido, illuso, intelligente, bullo, infermiera, insetto… Diventa sudore, piscio, umidità, sigaretta, buio, presente, passato… Ripercorre inquietudini, razionalizza l’inesistente e rimugina per conto di altri su sillogismi mai realmente pensati; invade senza invito intimità, territori e tempi. Descrive le gelosie etologiche e le “domande” di un gatto, la vita e i rumori in appartamenti mai visitati e, sbilanciandosi, ci rende persino partecipi dei pensieri e delle gravi decisioni di Dio.

Frammenti di vita accostati o sovrapposti: i nomi, le date, i luoghi diventano dei particolari trascurabili, a volte prelevati dal passato e a volte no, e se l’autore decide di usarli è solo per non creare confusione nel lettore e per “ufficializzare” le proprie fantasie.

Osservare e descrivere, osservare e speculare in maniera vellutata ma decisa: questi sono i dogmi di uno scrittore che non ha paura di mettere sulla carta addirittura le proprie più indicibili cadute senza per questo scadere in un mellifluo autobiografismo da “Giovedì letterario”.

Avviandosi verso la fine l’autore dichiara palesemente ciò che il lettore attento ha già percepito molte pagine prima: “…tutti i personaggi di questa storia, in fondo, non sono altri che l’autore in persona…” E ancora, portando il proprio disincanto alle estreme conseguenze, afferma: “Perché mai scrivere di tutto ciò? Esiste e continuerà a esistere che tu ne scriva o meno…” La risposta non può essere di tipo utilitaristico perché l’unica molla che spinge lo scrittore è l’ossessione per quei dettagli contenuti negli estranei e grazie ai quali riesce a toccarli senza toccarli e senza essere toccato. Lo scrittore è un regista, è un fotografo d’antan che dispone meticolosamente i personaggi prima dello scatto.

L’autore fino alla fine del libro non demorde e come in una sorta di mantra continua a chiederci: “ma a cosa servono le mie storie?”

Noi lettori non abbiamo risposte facili, guai ad avercele. Ma possiamo almeno tentare di comprendere, parafrasando una frase storica di Archimede, l’infinita gioia che si prova nell’imprigionare le sfumature della vita in parole pensate e tornite: “Datemi un dettaglio e vi immaginerò il mondo!”

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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