Archivio per diario

Ritornando a casa

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , on 9 novembre 2010 by Michele Nigro

Ritorno a casa

Dopo accademiche

Solitudini di sole

Scoprendo gesti semplici

Essenziali respiri

Da una tranquilla finestra

Aperta sui cieli plumbei

Della provincia borghese.

Insoddisfatti educati

Torturati da sprazzi

Di pentimento

Per vite sospese

Da ansie coltivate

Come fiori di ringhiera.

Vivendo per inerzia

Tra idee confuse

Di futuri possibili

E passati ancora caldi

Duri da seppellire.

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Dicembre rumeno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 25 ottobre 2010 by Michele Nigro

Dicembre rumeno

Dittatori cadenti, comunisti perdenti.

Anche i russi hanno i loro ripensamenti.

Dall’est arriva un vento meraviglioso:

un vento che abbatte tutti i muri

e che entra nei cuori dei più duri.

La televisione parla di una rivolta, di uno spirito ribelle che dilaga nelle strade, che invade le case, che prende tutti… Bandiere bucate, statue distrutte: mentre il rubinetto del tempo lascia cadere le ultime gocce degli ottanta mi accorgo sempre più di dover cambiare, di dare corda alla mia voglia d’azione. In questo mondo stanco del passato, uomini con la voglia sulla fronte cercano di abbattere muri, di riunire popoli ormai divisi da tempo.

Un attimo di enfasi giovanile e poi di nuovo a dormire, cercando di risolvere problemi banali, di dare una risposta a questa abbondanza. Tra un giornale e la tivvù, cerchiamo invano di capire i fatti ma siamo troppo presi dalla serenità del Natale e non possiamo far parte in nessun modo di questo glorioso dicembre rumeno.

Mentre ci lecchiamo le dita sporche di miele e di vino, c’è chi è sporco di sangue e di terra: di una terra che ha visto soffrire, che ha visto sperare, che ha visto combattere, vincere… Ma che ha visto anche morire.

Se potessi volare in quella realtà e poter vivere, respirare quell’aria di vittoria, quell’aria di rivolta, di speranza!

Non dormire uomo del prossimo duemila; raccogli quel grido di rivoluzione e usalo contro di te, e contro questa società dormiente. Parliamo sempre dei mitici anni sessanta, che non ho vissuto, non ho toccato con mano. Sotto il nostro naso stanno finendo questi sorprendenti anni ottanta… E non facciamo finta di non vederli perché ci sono e hanno fatto rumore e faranno rumore per sempre, fino a quando ci saranno uomini stanchi dei loro muri, stanchi delle ideologie imposte da pazzi…

Fino a quando ci saranno uomini!

26 dicembre 1989

Il ritorno a casa e il “jet lag” psico-culturale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 agosto 2010 by Michele Nigro

“Non ritornare mai,

andare sempre in giro,

produrrebbe un’ebbrezza da derviscio.”

(da “Filosofia del viaggio” di Michel Onfray)

Non si ritorna mai completamente da un luogo.

Ritorniamo con il corpo perché abbiamo un biglietto con una data per il rientro e non vogliamo perdere i soldi spesi, e una vita che ci richiama all’ordine (per “vita” s’intende una serie effimera di convenzioni linguistiche, culturali, sociali, storiche, economiche che crediamo – autoconvincendoci! – di non poter sradicare).

Mentre cospargiamo la scrivania di foto, taccuini, cartine, libri, cd musicali acquistati in loco, scontrini, biglietti, residui di ciò che per un po’ è stata la nostra moneta; mentre laviamo i panni sporchi e riponiamo la valigia nell’armadio che odora di naftalina, ci accorgiamo di aver lasciato indietro una parte non secondaria di noi, la mente: di aver disseminato onde cerebrali nel luogo visitato al punto tale che subiamo uno svuotamento psichico durante la fase del ritorno. Non rientriamo mentalmente, ma solo fisicamente. Un bel guaio! Forse…

I sintomi del “jet lag” psico-culturale variano da viaggiatore a viaggiatore: l’isolamento è uno dei principali. Il comune senso d’appartenenza (quello stesso senso che fa inviare al turista decine di inutili cartoline in patria, dimostrando così di non essere mai partito!) ancora non deve entrare in scena per rovinare tutto: isolarsi per difendersi e per conservare intatti e senza “inquinanti culturali” gli insegnamenti dei cinque sensi stimolati durante il viaggio.

Eppure Istanbul non è una città, per certi aspetti, tanto diversa dalle altre capitali europee: tram, grattacieli, supermercati, metropolitana, autostrade trafficate, banche, polizia, problemi condominiali, gente che va avanti e indietro indaffarata… L’isolamento, dunque, non serve a farci riprendere fiato come se avessimo vissuto un’esperienza traumaticamente differente se confrontata con il nostro stile pratico di vita “occidentale”: l’auto-esilio è l’unico mezzo che abbiamo, ritornando a casa, per preservare l’ideale coltivato e messo alla prova durante il viaggio stesso. Ci si isola nella propria dimora per continuare il percorso interiormente e per rintracciare quella ricerca primigenia (causa del nostro viaggio) per un attimo distratta o addirittura “coperta” dalle incombenze pratiche legate al taxi da prendere, all’hotel da individuare, al piatto da ordinare, al bagaglio da non perdere… Sfruttando la “succursale” della nostra anima lasciata a Istanbul come una sorta di sentinella, creiamo un ponte tra il corpo spossato in fase di recupero energetico e l’ideale (impreparato e infantile) che c’aveva spinto sull’aereo. “Nella fatica del ritorno – scrive Onfray – si preparano le sintesi a venire”. Sintesi che cristallizzano l’esperienza e indirizzano la ricerca verso obiettivi più nitidi e meno epici: l’iniziale entusiasmo basato sulle ipotesi e sulle mille piacevoli paure dell’ignoto, lascia il posto a una nuova energia più consapevole e pacata, ma arricchita di nuovi elementi culturali e sensoriali. Il viaggio, in un certo qual modo, continua.

Istanbul non è una città normale ma una “terra di mezzo” dove dialogano realtà apparentemente lontane e inconciliabili; un faro filosofico e spirituale per l’occidentale insoddisfatto…

Si ritorna sempre, quasi per caso, durante un fine settimana, a Parigi o a Londra per riprendere “discorsi occidentali” che impregnano già il nostro modo di essere europei. A Istanbul, invece, si decide di ritornare a posta per motivi vitali, perché dobbiamo recuperare noi stessi, perché siamo costretti ad andarci a riprendere l’Io smarrito sotto le Mura terrestri o a Ortakoy: una parte di noi, infatti, è rimasta lì a circolare tra le strade in cerca di alterità e di vero confronto con sé stessi e con il mondo.

Un viaggio a Istanbul non si risolve mai: ce ne accorgiamo dal fastidio che proviamo nel dover condividere gli aneddoti banali con chi è rimasto a casa; aneddoti riassuntivi che generalmente soddisfano il turista ma non il viaggiatore. L’ascesi intellettuale, seppur libresca, ci salva dal fastidio del ritorno e la riorganizzazione del materiale raccolto ci fornisce una traccia culturale da seguire per tenerci occupati… E per non impazzire!

(foto: M. Nigro)

Sciuscià a Istanbul

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 agosto 2010 by Michele Nigro

I lustrascarpe di Istanbul

e il trucco della “spazzola del buon samaritano”.

Le tecniche di “phishing” a Istanbul hanno conservato il sapore delle cose antiche.

Nella Capitale europea della Cultura, dove grattacieli e case in legno dell’impero ottomano convivono in un equilibrio che nasconde una saggezza millenaria, i metodi per spillare soldi ai turisti si avvalgono ancora di un approccio umano che non ha nulla in comune con le fredde e tecnologiche truffe informatiche dell’occidente. Anche in Turchia esisteranno certamente ladri specializzati nell’uso di internet e di e-mail truffaldine create per attirare i “ricchi pesci occidentali” (le cronache, anzi, c’insegnano che la maggior parte dei web server utilizzati per le operazioni di phishing bancario sono ubicati proprio in alcuni paesi dell’est europeo), ma a Istanbul, ai lustrascarpe che pullulano nelle strade, certe cose piace farle de visu, senza intermediari tecnologici, adoperando il dialogo e la capacità di saper commuovere l’interlocutore. I commercianti orientali e mediorientali, lo sappiamo, sono famosi da sempre per la loro abilità nella vendita, nel saper contrattare i prezzi e nel farti credere di aver fatto un buon affare: questa abilità affinata nel corso dei secoli travalica i confini dei vari bazar e s’insinua ovunque, anche nei mestieri più insignificanti e nelle occasioni di guadagno estemporanee. Anche i lustrascarpe, a Istanbul, non si limitano al semplice “shoe shining” (da cui, “napoletanizzando” il binomio inglese, è nato il termine post bellico “sciuscià” reso celebre dall’omonimo film-capolavoro di Vittorio De Sica) aspettando che qualcuno chieda loro di lustrare le scarpe infangate: il commercio di successo non è fatto di attese ma di intraprendenza, di “psico-imprenditoria”, di furbizia e di audacia linguistica. Ecco che gli abilissimi sciuscià di Istanbul si sono inventati una tecnica, ampiamente diffusa tra gli appartenenti alla “corporazione” e forse esistente da quando esistono scarpe da lucidare, per attirare clienti e per spillare soldi alla fine di una prestazione apparentemente gratuita, fornita per ringraziare il “pesce” di turno.

Il trucco utilizzato dai lustrascarpe di Istanbul è quello da me definito della “spazzola del buon samaritano”: con passo costante, morbido, calibrato, mai eccessivamente veloce per non distaccare la “preda” e con la coda dell’occhio usata come un mirino, il lustrascarpe di Istanbul, con tanto di cassetta del mestiere sulla spalla, crema lucidante e set di spazzole, vi precede casualmente lungo il vostro tragitto (ogni strada di Istanbul è potenzialmente adatta, ma il ponte di Galata – grazie alla sua linearità e al transito obbligatorio a cui devono sottostare i passanti – rappresenta il “luogo ideale” per sperimentare il trucco) e con il sincronismo di un aviatore che sgancia le proprie bombe sugli obiettivi fa cadere, apparentemente in maniera accidentale, una delle spazzole lungo il cammino del turista!

Il turista, ovvero il buon samaritano in vacanza a Istanbul, pensando di compiere una buona azione gridando al lustrascarpe di aver perso uno degli “attrezzi”, non sa di essere volontariamente entrato a far parte del gioco dello sciuscià turco! Infatti dopo il rito dei ringraziamenti in stile “mille e una notte”, dopo aver tirato in ballo le benedizioni di Allah, Maometto, fino all’ultimo sultano dell’impero ottomano, il lustrascarpe “vi offre” come premio per la vostra bontà una pulitura di scarpe apparentemente gratuita durante la quale (gli sciuscià di Istanbul non si scoraggiano facilmente: si sono specializzati persino nella lucidatura dei sandali con il rischio evidente di spazzolarvi piacevolmente la pelle dei piedi!) vi andrà a snocciolare, utilizzando un inglese maccheronico ma efficace, le disavventure della propria famiglia dalla sestultima generazione fino ai nostri giorni. Padri cardiopatici in terapia intensiva ad Ankara, madri disabili in qualche sperduto villaggio anatolico, dodici fratellini in un orfanotrofio di Smirne, cugini in attesa di trapianti, bradisismi, terremoti, alluvioni, tsunami, rapimenti da parte di alieni, meteoriti… Il carnet delle sciagure utilizzato dal lustrascarpe di Istanbul per far commuovere il malcapitato farebbe invidia al migliore autore di “soap opera” americana! Alla fine della lucidatura, mescolando, in maniera abile e raffinata, retorica e manualità artigiana, il buon sciuscià vi chiede la modica somma di 10 lire turche non tanto per la lucidatura – ci tiene a precisare! – quanto piuttosto per le sciagure poc’anzi elencate: somma che scende gradualmente verso le 3 lire quando “l’attore con spazzola” si accorge che state abbandonando la scena in maniera infastidita e con la ormai palese sensazione di essere stati presi leggermente per i fondelli! Alcuni pagano (i giapponesi, per esempio, pagano sempre: lo fanno per educazione… E’ una questione di onore!), altri – come me – non pagano neanche se interviene in massa tutta la famiglia dei lustrascarpe di Istanbul. L’ “operazione commozione” a volte funziona, altre volte no! Quello che ho descritto è ovviamente un gioco simpatico tra turista e lustrascarpe da cui, una volta imparate le regole, ci si può sottrarre abilmente: basta deviare in un vicolo subito dopo lo “sgancio della spazzola”, fermarsi per vedere una qualsiasi cosa dall’altra parte della strada oppure far finta di non aver visto la spazzola cadere e passare oltre…

Istanbul è una città dinamica, interattiva, maestra di vita, acrobatica, dialetticamente imprevedibile e feroce: imparare a giocare con essa equivale a saper interagire con l’intero universo, allenando il proprio corpo e la propria mente a nuove strategie, cercando nuove soluzioni…

Da dove deriva questa saggezza pratica tramandata di generazione in generazione per via orale? Come è possibile che in una città di 16 milioni di abitanti tutti, o quasi tutti, i lustrascarpe conoscano la stessa tecnica? Mentre mi pongo queste domande inutili, dimentico di essere mezzo napoletano, di aver vissuto a Napoli, e che a Napoli trucchi simili (e, non me ne vogliano gli sciuscià di Istanbul, anche più complessi di questi) venivano magistralmente adottati ancor prima del 1453 e della nascita dell’impero ottomano! Ma abbiamo dimenticato, forse, di essere stati anche noi degli sciuscià e che in Italia, nonostante il nostro essere orgogliosamente membri del G8, esistono ancora realtà urbane che spingono il cittadino, diciamo così, “borderline” a specializzarsi in tecniche di sopravvivenza che rasentano l’ “arte”: l’arte del campare.

L’aspetto “umano” di questo trucco, che appartiene ancora ai cosiddetti “peccati veniali” e non certamente alla categoria dei “crimini”, è che basa il proprio successo sull’ingenuità del turista stanco, sul suo disorientamento linguistico, culturale, geografico e topografico, sulla sua velocità di adattamento in un territorio che il lustrascarpe invece conosce e soprattutto (cosa che noi occidentali dovremmo imparare a riscoprire invece di continuare a parlare con i nostri computer o attraverso i telefonini) sull’intelligenza della dialettica: riuscire a capire il prossimo pesando le sue parole, essere capaci di saper pilotare il dialogo, prevenire le mosse senza malizia ma con arguzia, dominare la materia, lo spazio e il tempo… Sono cose che non s’imparano dai libri ma per strada! Sono cose che i lustrascarpe di Istanbul conoscono benissimo.

Ci sarebbero tantissime altre tecniche “più pericolose” (tra quelle conosciute) da descrivere per cercare di prevenire determinate situazioni spiacevoli: ad esempio, la tecnica del “giubbino in vendita” per sfilare portafogli ai malcapitati oppure la tecnica dell’ “informazione non richiesta” da parte di gentili e sorridenti personaggi che si mettono a completa disposizione per carpire la fiducia del turista e con essa anche i soldi del pollo di turno…

E’ vero, lo posso confermare perché ci sono stato e sono stato bene, senza avvertire nessuna sensazione di pericolo: ISTANBUL NON E’ PERICOLOSA! Ma aggiungerei in maniera realistica: “Non è neanche Shangri-La!”

Quindi: occhio!!! Quanto basta…

Buon viaggio!

(articolo pubblicato sotto forma di commento anche qui:

http://www.scoprireistanbul.com/wp/istanbul-non-e-pericolosa.html )

Elogio del recupero

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 giugno 2010 by Michele Nigro

Recuperare la lentezza

(“…pedalo, quindi sono!”)*

Crisi energetiche, fonti alternative ignorate dalle lobby dell’oro nero, pozzi petroliferi in avaria nell’oceano e tonnellate di petrolio greggio riversate in mare, aumenti (e mai ribassi) del prezzo della benzina, mito futurista della velocità e fascino moderno, disoccupazione e mancanza di idee, pubblicità ingannevole e nevrosi da mobilità efficiente, vacanze sempre meno intelligenti, donne e motori… Ci consigliano di combattere la crisi con un ottimismo spendaccione e praticando la cancellazione dei fatti e delle notizie; la realtà deve essere allontanata; l’esperienza preconfezionata, pronta per l’uso, diminuisce il rischio di fatica e di fallimenti.

Sotto uno strato di polvere alto alcuni millimetri ho scoperto nel garage una vecchia bicicletta acquistata circa vent’anni fa (o forse più) da una mia parente e in seguito abbandonata a causa di quelle vicissitudini della vita che a un certo punto, purtroppo, ci fanno prediligere alcuni mezzi rispetto ad altri. Ruggine, polvere, vernice staccata, il filo della dinamo tagliato, copertoni marci, una camera d’aria ormai irrecuperabile e i parafanghi un po’ sgangherati… Un caso difficile, quasi disperato! La voce consumistica che è in ognuno di noi mi dice: “comprati una bicicletta nuova!”

La sfida in pieno stile cubano comincia. Ho bisogno di dare a me stesso e “al mondo” una lezione di lentezza: non tanto un esempio ecologista quanto piuttosto un segnale culturale, la riproposta di uno stile di vita reale e sano sempre più sopraffatto da un efficientismo snob che rasenta (e a volte realizza) un’ostentazione volgare e paradossalmente tipica di quest’epoca disoccupata, povera ma falsamente sgargiante e berlusconizzata. La filosofia del recupero da contrapporre alla veloce morale consumistica: vernice nigricante, copertoni nuovi, olio per ingranaggi, qualche attrezzo precedentemente recuperato da un mio personale “museo dell’artigianato”, un po’ di musica per accompagnare “l’operazione chirurgica” e tanta pazienza… Smonto, allento, stringo, gratto, bestemmio, sferraglio, sudo. Svito, allargo, sbullono, vernicio, rido e poi fieramente rimonto il tutto come se fossi un demiurgo del metallo. La nuova sfida m’intriga; mi sento capace, audace, mordace: un uomo che domina la materia (non il contrario) e che conosce l’obiettivo del suo operare. Divento oggetto, mi calo nelle esigenze inorganiche della silenziosa materia rimasta ferma per anni: io sono la bicicletta. Mi assicuro che le ruote rimontate girino come si deve, evitando attriti con i parafanghi o con i tacchetti dei freni. Olio, olio e ancora olio, per allontanare dagli ingranaggi la “pigrizia” accumulata in tutti questi anni sprecati, trascorsi nel garage a non far niente. Rivernicio tutto accuratamente senza lasciare angoli da cui possa trapelare il vecchio colore della precedente esistenza e dono una nuova vita lucente a quel metallo fino a poco tempo prima arrugginito e polveroso. Anche le luci anteriore e posteriore nutrite dalla dinamo tornano miracolosamente a funzionare in vista di estive pedalate notturne. Sono orgoglioso di me. Il risultato mi soddisfa (vedi foto sopra). Ci vuole una pedalata inaugurale. La faccio. Pedalo lievemente e senza fretta tra le stradine deserte e le arterie trafficate della mia città di provincia e l’oggetto rinato sembra ringraziarmi per questa seconda possibilità. Tutti abbiamo bisogno di una seconda possibilità. Anche gli oggetti. Io lo so, ma il mondo non più: lo ha dimenticato durante questi anni di crisi annunciata e combattuta a suon di ricette in tivù, falsa opulenza per sentirsi meno soli e populismo pre-elettorale.

Restaurare le cose ci rende migliori. Riacquistiamo il ritmo giusto ed educhiamo il nostro corpo all’attesa riflessiva. Siamo liberi di decidere come utilizzare il nostro tempo e la materia inerte che incontriamo lungo il cammino. Il recupero possiede in sé anche un significato politico: la “semplice” scelta culturale diventa scelta politica controcorrente. La fregola consumistica consigliata e incoraggiata dai nuovi dittatori viene sconfitta dalla chiave inglese e dal cacciavite. Ridiventare padroni di sé, del proprio tempo e degli oggetti dimenticati in attesa di resurrezione. Riscrivere l’elenco dell’utile e dell’inutile seguendo i rispolverati canoni qualitativi della vita reale. La poetica degli oggetti in disuso contro la stupidità dell’Occidente, contro l’arroganza dei velinismi tecnici ed estetici, contro il grasso che cola sullo scheletro di una filosofia perdente ma imperante.

Contrapporre alle lunghe file in autostrada, per raggiungere i luoghi isterici del divertimentificio, la micro-felicità di uno spazio locale riconquistato e poco noto. I non-luoghi di Marc Augé vengono sostituiti dai luoghi del senso e dell’individualità irripetibile. “Psicogeografia pedalante!” – penserebbe Debord.

La bicicletta che ho “riesumato” non si trova su nessun catalogo!

E’ unica… E’ mia.

(foto tratta dal film “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica)

* il sottotitolo di quest post “…pedalo, quindi sono!” – è preso in prestito dal saggio “Il bello della bicicletta” (Eloge de la bicyclette) di Marc Augé – pag.63

Gli “Amabili resti” di Elisa Claps

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 giugno 2010 by Michele Nigro

È sorprendente scoprire certe analogie esistenti tra narrativa e cronaca: somiglianze tenute ben separate dalla geografia, dalla differente cronologia, da diversità linguistiche, sociali e culturali, eppure così vicine nei contenuti e per questo motivo “universali”. La brutalità, la morte, il destino di ciò che usiamo chiamare “anima”: esistono punti di contatto tra le varie umanità abitanti questo pianeta che nel bene o nel male travalicano il tempo e lo spazio. Recentemente una di queste “lampadine analogiche” si è accesa nel mio povero cervello mentre guardavo comodamente seduto sul divano di casa un film diretto dal “tolkieniano” Peter Jackson e intitolato “Amabili resti” (The lovely bones) tratto dall’omonimo romanzo (in parte autobiografico) della scrittrice statunitense Alice Sebold. Non starò qui a snocciolarvi trame o a riesaminare in maniera incompetente casi di cronaca giudiziaria (italiana) ancora tremendamente aperti: ognuno di voi potrà, se vorrà, leggere autonomamente il romanzo della Sebold, vedere la trasposizione cinematografica di Jackson e rileggere alcuni articoli (o rivedere alcune utili trasmissioni come “Chi l’ha visto?” della Rai) riguardanti la scomparsa e la terribile morte di Elisa Claps (nella foto). Interessanti, tuttavia, sono i parallelismi che è possibile effettuare in modo quasi istintivo tra la storia di Susie Salmon (la protagonista del romanzo “Amabili resti”) e quella della ragazza di Potenza, Elisa Claps, il cui cadavere è stato ritrovato dopo diciassette anni in una chiesa del capoluogo lucano: la giovane età delle due vittime (quasi la stessa: 14 anni Susie, 16 anni Elisa); l’approccio sessuale come premessa dell’omicidio (l’uccisione avviene subito dopo il puntuale rifiuto da parte della vittima, come a voler sublimare in maniera sanguinosa il mancato atto sessuale/consensuale); la conoscenza diretta dell’omicida da parte delle vittime (il fattore “fiducia” rende la “preda” più vulnerabile); il macabro rituale del taglio di una ciocca di capelli dal corpo delle ragazze (Danilo Restivo, il presunto assassino di Elisa Claps, è addirittura già “famoso” a Potenza e in altre città italiane per il suo “feticismo ritualistico di natura ossessiva”; George Harvey, che nel romanzo stupra e uccide Susie, conserva una ciocca di capelli della ragazzina nel “diario” in cui pianifica i suoi misfatti fin nei minimi particolari); l’iniziale impunità degli assassini che cercano di continuare a vivere una vita noiosa per non destare sospetti (Danilo Restivo, però, sceglie a un certo punto di trasferirsi in Inghilterra per paura – dice lui – di essere linciato dai familiari e amici di Elisa Claps; George Harvey rimane fino all’ultimo al suo posto, anche dopo i sospetti del padre di Susie, interpretando la parte del vicino di casa “buono e gentile”); l’ossessione che spinge i carnefici a cercare nuove vittime con cui soddisfare un recalcitrante bisogno malato (un’ossessione che nel tempo indebolisce la preparazione maniacale del serial killer, facendogli commettere errori); entrambe le ragazzine sono sorprese dalla morte agli esordi di una vita acerba e normale (Susie ha appena scoperto l’amore anche se per poco mancherà l’appuntamento con il suo primo bacio; Elisa è addirittura in procinto di andare a messa!); il mancato ritrovamento del corpo dopo la scomparsa/uccisione: nel caso di Susie il corpo non verrà mai più ritrovato, ingoiato da una discarica; il ritrovamento del cadavere di Elisa nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità di Potenza ha scatenato una serie di ipotesi attualmente al vaglio degli inquirenti. Ipotesi che non possono non stuzzicare la fantasia di chi, scrittore o non, è incapace di soffermarsi sul “semplice” movente a sfondo sessuale.Che ruolo ha avuto il parroco dell’epoca? Cosa sa l’attuale vescovo di Potenza? Chi è il padre di Danilo Restivo e che ruolo avrebbe avuto nel caso Claps? Elisa è stata la vittima di un folle feticista incapace di avere un normale rapporto sentimentale con una ragazza oppure l’omertà che c’è intorno al ritrovamento del suo corpo nasconde il malsano operato di un ampio gruppo di persone conniventi? Danilo Restivo è il capro espiatorio di un delitto magico-ritualistico commissionato da insospettabili della “Potenza bene”? Lo scopriremo solo seguendo le indagini, le indiscrezioni giornalistiche e il futuro processo… Per ora Restivo è gentilmente “ospitato” in uno dei penitenziari di Sua Maestà per fare finalmente luce sull’efferato omicidio di Heather Barnett).

L’assassino di Susie è ordinato, meticoloso, pulito, educato, progetta e costruisce rifugi sotterranei e trappole per anatre giganti; il carnefice di Elisa sembra agire in preda a un raptus seguito da momenti di lucidità in vista dell’occultamento del corpo e che non escluderebbero l’aiuto da parte di “altri” (anche se le indagini per ora si stanno concentrando su un solo personaggio: Restivo). La famiglia di Susie sembra per un attimo essere vicina alla soluzione ma non riesce a far convergere gli elementi raccolti in direzione di George Harvey (lo farà solo verso la fine e lo farà in maniera errata e rocambolesca, causando la fuga dell’omicida e l’irreversibile occultamento del corpo di Susie); anche nel caso di Elisa le indagini sono lente, strabiche, grossolane, affette da lassismo cronico, e gli inquirenti sembrano essere incapaci di puntare il dito verso l’ovvio (come per Susie, solo i familiari di Elisa si avvicinano incredibilmente alle verità che contornano la scomparsa del proprio caro, senza sortire alcun effetto sullo spirito d’iniziativa degli inquirenti, troppo spesso imbrigliati in reti burocratiche, legislative e garantiste).

E dal punto di vista escatologico?

In “Amabili resti” l’anima di Susie rimane sospesa in un paradiso intermedio (nel film Peter Jackson, già esperto di “Terre di Mezzo”, non ha alcuna difficoltà a rappresentare l’anticamera del Paradiso, un meraviglioso, fantasioso e coloratissimo “Cielo di Mezzo” per le anime indecise e bisognose di un aiutino per “passare dall’altra parte”) e osserva, senza essere vista e quindi senza poter comunicare, la vita dei familiari e dell’assassino successivamente alla propria morte. Indipendentemente dal fatto se si crede o meno in una vita oltre la morte e se si crede nell’esistenza di una certa energia mentale residua (“spirito”?, “anima”?) capace di sopravvivere al disfacimento del corpo, mi piacerebbe poter pensare ad una sorta di “limbo” anche nel caso di Elisa Claps: un punto situato in un non-luogo da cui osservare le umane ricerche all’indomani della scomparsa, gli affanni dei propri cari, il vorticoso movimento spensierato di via Pretoria, a Potenza… A due passi dalla chiesa-tomba. A due passi dalla verità!

Prima di una definitiva salita in Cielo.

Ucronie: le cellule staminali della Storia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 17 aprile 2010 by Michele Nigro

Il metodo ufficiale di ricerca storica possiede il merito, ed insieme il limite, di catalogare e razionalizzare, in base ad una sequenza cronologica e ad un riscontro nella realtà, tutti quegli eventi che caratterizzano un periodo, fornendo al giudizio dei posteri una necessaria e ordinata visione “dall’alto”. Ed è esattamente attuando tale visione “scientifica” ed equilibrata dei fatti che i documenti e le testimonianze “sparse” acquisiscono dignità storica ed entrano a far parte dell’eredità umana di una nazione e, nella maggior parte dei casi, dell’intero patrimonio storico mondiale.

A partire dai margini di tale nucleo storico ufficiale si estende l’ampia zona, non priva di fascino, della cosiddetta fenomenologia dietrologica (un neologismo binomiale al gusto di ossimoro) che, nonostante si affidi ai tipici strumenti di ricerca sperimentati dalla Storia Ufficiale [“fatto” storico (phainòmenon)> raccolta dati> dimostrazione], predilige l’indagine su più “maliziose” tematiche soggettivate e, per questo, non accettate definitivamente dagli storici. Un esempio relativamente recente – poco originale, a dire il vero! – potrebbe rivelarsi d’aiuto: affermare che la guerra in Iraq sia la conseguenza palese di una politica terroristica internazionale attuata da Al Qaeda è ormai un fatto storico dimostrato. La facilità mediatica del rapporto causa-effetto è fin troppo evidente: i terroristi distruggono le Torri Gemelle di New York e “di conseguenza” diviene necessaria una guerra preventiva per evitare futuri attacchi. L’indagine dietrologica (ufficiosa e tenuta a debita distanza dal Potere), invece, non si ferma dinanzi all’evidenza ed attua una ricerca più approfondita: rispolvera legami insabbiati, rivaluta antiche alleanze, tasta il polso ufficioso dell’attualità ed alcuni dati riesumati da tale ricerca diventano di dominio pubblico ed agevolmente riscontrabili anche dal più cauto ed ossequioso degli storici. Ritornando al nostro esempio: non è un mistero l’interesse petrolifero, certamente non archeologico, degli Stati Uniti (e in particolar modo dello “staff idrocarburico” dell’ex Presidente Bush) nei confronti dell’area mesopotamica… Ma una tale affermazione, anche se documentata, non comparirà mai sui futuri libri di storia. D’altronde il fatto che la Storia sia costellata di “omissis” non è per niente un dato originale.

C’è poi una terza zona, molto più ampia o addirittura, per sua natura, “concentricamente infinita” rispetto alle prime due: la zona delle ucronie (dette anche storie alternative o allostorie). Se nei confronti della fenomenologia dietrologica la Storia Ufficiale lascia aperte molte più porte di quanto non ammetta pubblicamente, nei confronti della letteratura fantastorica, invece, taglia o evita di creare – direi giustamente – qualsiasi legame. Concede, però, ai romanzi ucronici il privilegio di esplorare le ipotesi avanzate dagli Autori che si dilettano in questo genere, consapevole del fatto che gli eventi storici non sono nient’altro – si fa per dire – che il frutto di un continuo “sfregamento” tra i cosiddetti fattori predisponenti e le cause scatenanti. Non è compito degli storici indagare negli Universi Paralleli della Storia, anche se è proprio da questo tipo di universi che dovremmo ricevere, credo, il maggior numero di “insegnamenti” grazie ai quali evitare, o addirittura “prevenire”, i drammi della storia. Non mi riferisco al compito dei PreCog descritti nel “Rapporto di minoranza” di Philip K. Dick i quali, “vedendo” tragici accadimenti futuri, legittimano gli interventi della Polizia Preventiva (“PreCrime”) permettendo, così, l’arresto del reo non-confesso in procinto di commettere il delitto. Fantasioso esempio di “prevenzione” che trova la sua massima realizzazione nel mondo reale grazie all’ormai famosa “teoria della guerra preventiva” di Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz ed egregiamente applicata al caso iracheno.
Mi riferisco, invece, all’assopita Saggezza Umana che dovrebbe interpretare, nel normale fluire del Presente, che diviene Passato nel momento stesso in cui lo si nomina, i “segni” di chi ci sta affianco nel mondo. Segni che dovrebbero richiamare l’attenzione del mondo sul valore della “giustizia economica e sociale” globale, oltre che sui diritti inalienabili del “civilissimo” Occidente alle prese con una profonda crisi esistenziale. E a ricordare tale crisi ci pensano l’ex cardinale Joseph Ratzinger e Marcello Pera, nel loro libretto scritto a quattro mani dal titolo “Senza radici”, in cui si evidenzia, direi a ragione, la graduale perdita di un’identità religiosa (e non solo) europea; denunciano la crisi in atto senza mai spendere nemmeno una parola sulle connivenze politiche della vecchia e cara Europa nei confronti delle ingiuste manovre economiche perpetrate dai pre-Potenti in tutto il pianeta sfruttando la sigla del WTO o di altre organizzazioni pseudo mondialiste.

Il cerchio si chiude (il termine “periodo” deriva dal greco “perìodos” che significa circuito, giro…) e così la Storia coincide con le Ipotesi Espresse (i “fenomeni” di cui sopra): il vissuto è un continuo deviare da un percorso storico che in realtà non esiste se non per merito di chi crede nel Destino. Il percorso va tracciato alla fine del cammino e non durante o all’inizio. Crediamo di scegliere, ma in realtà deviamo continuamente in base a caotiche Leggi. La risultante parziale di tutte le deviazioni è la Vita che vediamo, in noi e fuori di noi, ma non già la “vita che sarà” perché quest’ultima è territorio esclusivo delle Ipotesi non storiche ma futuribili. La Storia è storia di deviazioni. E la Fantasia è l’unica “macchina del tempo”, attualmente, a nostra disposizione: grazie ad essa torniamo indietro nel tempo e rivivendo i fattori esistenziali dei personaggi storici su cui concentriamo la nostra attenzione, ne condividiamo le sensazioni e partecipiamo alle loro (possibili) deviazioni.

Il racconto “Vite parallele”, contenuto nella mia raccolta di racconti intitolata “Esperimenti”, (che non vuole assolutamente “scimmiottare” il romanzo ucronico di Norman Spinrad “Il signore della svastica” o altri esempi narrativi orbitanti intorno alla negativa figura storica di Adolf Hitler) vorrebbe considerare, utilizzando una trama volutamente scarna, una di queste ipotesi (storiche) non espresse, tenendo presente che lo “sfregamento”, a cui accennavamo poco fa, non conosce riposo ed esplora continuamente le infinite combinazioni del “divenire”. Come un calcolatore che lavora instancabilmente per trovare la sequenza numerica adatta a far scattare i relè della Storia.
Solo che, spesso, tale computo riprende in esame Ipotesi scartate in passato (il periodo, il “cerchio”, per definizione, “ritorna” al punto di partenza…), ricollocandole in scenari dalla Forma mutata ma dai Contenuti fin troppo noti: basti pensare ai recenti vagiti neonazisti nel Nord Europa e alle nostalgiche manifestazioni dei neofascisti italiani, rinsaviti dall’apparente buona salute di questo governo di centro-destra diluito da un buonismo videocratico, ripensando alle mancate glorie della Repubblica di Salò. Stoltamente non riconosciamo tali Ipotesi ed è più comodo per noi rifiutare a priori il concetto di “ciclicità” della Storia Umana. Ecco perché il desiderio inconsapevole dell’uomo, anche se suscita fisicamente tanta paura, è la Morte: per non avere la possibilità (o subire la condanna) di ricordare all’infinito il proprio vissuto e fare spazio, così, alle nuove combinazioni e deviazioni attuate da successori immemori. La “condanna” dell’Highlander non consisteva tanto nella fatica del vivere, quanto nella pena insita nel ricordo. Un dolore che è parte integrante del patrimonio umano: vivere è ricordare.
Qualcuno cerca di opporsi a tale desiderio di “morte mnemonica” alimentando la cosiddetta “memoria storica”, mentre altri si abbandonano alla romantica e deresponsabilizzante accettazione del destino umano.

versione pdf: Ucronie, le cellule staminali della Storia


L’ “inner space” di Xavier De Maistre

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , on 15 aprile 2010 by Michele Nigro

Xavier De Maistre (1763-1852), fratello del più famoso Joseph, è l’autore di un piccolo libro, il “Viaggio intorno alla mia camera”, composto nel 1790 in occasione di una sua forzata immobilità conseguenza degli arresti domiciliari cui l’avevano condannato le autorità militari savoiarde. Il libro che ha un andamento discorsivo e raffinato al tempo stesso, è costituito da 42 capitoletti tanti quanti sono stati i suoi giorni di prigionia. De Maistre, nelle sue pagine, ci racconta di tante sue piccole scoperte che sono in realtà alla portata di ogni attento osservatore, ma il suo “tocco” ed il principio ispiratore (spiritualista) della sua narrazione lo hanno fatto apprezzare, nel tempo, anche da illustri scrittori quali il Manzoni e tanti suoi contemporanei. Ho deciso di dedicare queste note al libro di De Maistre perché ho trovato tra le righe di questo etereo libricino un’assonanza con quella che il compianto critico fotografico Paolo Costantini aveva definito la “lentezza dello sguardo”. Costretto dagli “eventi” (un duello d’onore e le sue conseguenze legali) l’autore inizia un viaggio “ideale” in cui utilizzerà come unico mezzo di locomozione il suo “seggiolone” (sedi a dondolo) la cui oscillazione laterale gli permetterà di percorrere i pochi metri che lo separano dalle pareti della stanza stessa. De Maistre spazia nelle sue annotazioni-descrizioni da una lettura-commento dei quadri e delle stampe appesi alle pareti ad un approccio introspettivo che lascia intuire la sua adesione alla filosofia spiritualista. Entrano in scena, cioé la sua “anima” e l’altra, la “bestia” che non di rado finiscono per dialogare nelle pagine dell’agile libretto. Uno sguardo, quello di De Maistre, che riesce in una operazione di osservazione di queste due entità separate ed è quanto mai acuto in molte delle sue esemplificazioni: “Un giorno della scorsa estate, m’era avviato per andare a corte. Durante la mattinata avevo dipinto, e la mia anima, compiacendosi della meditazione della pittura, aveva lasciato alla bestia la cura di portarmi al Palazzo reale”. Ad un amico recentemente scomparso dedica una delle pagine più dense di pathos del libro dimostrando altresì tutta la sua “modernità”: “No, colui che allaga di tanta luce l’Oriente non l’ha fatto splendere ai miei occhi per piombarmi ben presto nella notte del nulla. Colui che stende questo incommensurabile orizzonte, Colui che innalzò queste enormi montagne a cui il sole indora le vette nevose, è lo stesso che ha ordinato al mio cuore di battere e di pensare. No, il mio amico non è entrato nel nulla; qualunque sia la barriera che ci divide, lo rivedrò. Non è su un sillogismo che si fonda la mia speranza. Il volo di un insetto nell’aria è sufficiente a farmene persuaso; e spesso l’aspetto della campagna, il profumo dell’aria e non so quale incantesimo diffuso intorno a me elevano talmente i miei pensieri che una prova invincibile dell’immortalità irrompe con violenza dentro la mia anima e se ne impossessa completamente”. Ma il De Maistre è capace di ben altri registri e nel capitolo dedicato agli specchi dà fondo a tutta la sua sagacia ed ironia. Ai suoi occhi infatti questo oggetto di culto non ha niente da invidiare alle più celebrate prove del Rinascimento pittorico nella esatta rappresentazione della Natura. E non c’è certo bisogno di trovarsi nella fitta schiera dei narcisisti ad oltranza per affermare che lo specchio “riproduce” una fedele immagine di sé, “un quadro perfetto su cui non c’è nulla da dire!”. Nello specchio si ritrova, poi, una schiettezza spesso soffocata dalle oscure leggi del compromesso e della piaggeria, “lo specchio riflette agli occhi dello spettatore le rose della giovinezza e le rughe della vecchiaia senza calunniare e senza ingannare. E’ l’unico tra i consiglieri dei potenti, che dice loro la verità, costantemente”. Più inclini ad un moderato pessimismo sono quei passi in cui De Maistre ricorda le trasfigurazioni, dovute al tempo, dei ricordi che suscitano la lettura di alcune lettere di amici…”Ah il mio cuore trabocca e malinconicamente gode appena gli occhi scorrono sulle righe tracciate da un essere che non esiste più. Questi sono i suoi caratteri, e il suo cuore guidava la mano; proprio a me scriveva questa lettera, e questa lettera è tutto quello che resta di lui” (…) “Eravamo felici per i nostri errori; E adesso? Ah, non è più così! Anche noi come tutti gli altri abbiamo dovuto leggere nel cuore umano; e la verità, cadendo in mezzo a noi come una bomba, ha distrutto per sempre l’incantato palazzo dell’illusione”. Nella sua biblioteca trova, e c’era da aspettarselo, la più congrua proiezione della sua immensa immaginazione e sono soprattutto i classici a fargli compagnia stimolando in lui alcune riflessioni sull’amore e sulla conoscenza. Nel suo commiato, infine, De Maistre se la prende con coloro che gli stanno restituendo una libertà che lui pensa di non aver mai perso… “come se essi avessero il potere di rubarmela (la libertà) per un momento solo ed impedirmi di percorrere a mio piacimento il vasto spazio che sta sempre aperto davanti a me. Essi mi hanno vietato di percorrere una città, un punto; ma mi hanno lasciato il mondo intero: l’immensità e l’eternità sono ai miei ordini”. Anzi d’ora in poi gli sarà sottratto dai mille affari di tutti i giorni l’unico vero modo di viaggiare e “non potrò più fare un passo che non sia misurato dalla convenienza e dal dovere”. Uscendo dal suo stato di prigionia che De Maistre definisce argutamente: “un delizioso paese che racchiude tutti i beni e le ricchezze del mondo”) l’autore torna a temere di dover far fronte ad un nuovo “assalto” della “bestia” che lo spingerà per certo in nuove coinvolgenti mondane avventure.

FONTE: http://www.fotologie.it/DeMaistre.html

(nella foto: camera di Michele Nigro)

Israele 21-08-1994

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , on 13 aprile 2010 by Michele Nigro

[…] Poiché il Sabbath finisce alle 19, partirò tardi da Revivim (foto a sx). Alla fermata degli autobus c’è molta gente: notiamo anche alcuni giovani soldati israeliani alla loro prima esperienza fuori casa. Come ho già ricordato altre volte, i ragazzi in Israele fanno tre anni di servizio militare e quindi per molti di loro la leva rappresenta la prima occasione di allontanamento dalla vita “ovattata” del kibbutz. Molte mamme commosse e premurose affidano ai loro figli le ultime raccomandazioni…

Arrivo tardi a Beer-Sheva e da lì prendo l’autobus delle 22 per Mizpè Ramon: un altro importante avamposto della mia inesorabile avanzata verso Sud, nel deserto del Negev.

Giunti di notte a Mizpè Ramon (foto qui sotto), non apprezziamo totalmente la topografia del paesotto, ma subito si nota la squadratura tipica dei giovani centri abitati di fattura israeliana. Poche luci per la strada, ma sufficienti per raggiungere una vicina stazione di polizia. Entriamo e chiediamo al poliziotto di guardia dove possiamo trovare un posto per dormire: ci indica prontamente un comodo ed economico “Youth Hostel” a pochi passi… É una struttura con molte stanze, segno che il Negev attira molto il turismo giovanile. Prendiamo una stanza e data l’ora tarda andiamo subito alla ricerca del numero della stanza senza fare rumore nei corridoi. Sembra un ostello disabitato, ma forse staranno tutti dormendo. In camera già c’è un occupante: un olandese che credeva di avere tutta la stanza per sé. Invece alla reception hanno pensato “bene” di accorpare più persone in una camera. Senza disturbare ci prepariamo per la notte e spegniamo le luci.

Oggi, dopo una colazione con vista sul Negev, ci prepariamo a una escursione nel sottostante cratere di Makhetsh Ramon (foto a sx). Alla luce del giorno Mizpè Ramon conferma le teorie della sera precedente: assomiglia, vista da lontano, alla base lunare Alfa del telefilm fantascientifico “Spazio 1999″… La solitudine irreale delle casette nello scenario semidesertico in cui sono state collocate, sembra più lo scherzo di un genio della lampada che si è divertito a spostare un paese in un luogo grottesco. E invece è tutto reale e ancora una volta tutto è dovuto alla capacità degli israeliani di portare centri abitati lì dove la vita stenta a manifestarsi.

Il Centro Visitatori ci offre la possibilità di erudirci su ciò che stiamo andando a vedere nel deserto e grazie a cartelloni illustrati e materiale informativo capiamo che c’è molta più vita nel deserto di quanto l’apparenza faccia sospettare… Insetti, roditori, rapaci, erbivori, serpenti e molte specie di piante resistenti al caldo… La vita è ovunque! C’è scritto anche che durante la dominazione di Roma, i soldati di Cesare che attraversavano queste zone desertiche si erano organizzati per benino e avevano scavato dei depositi di acqua sotto il deserto da cui attingere il prezioso liquido. Queste opere dell’ingegno romano sono ancora apprezzabili in alcune zone. “Sempre Previdenti Questi Romani!!!”

Per i più poltroni e per quelli che si vogliono spingere più all’interno, c’è anche la possibilità di affittare una jeep con autista… Noi scegliamo “le gambe” anche se faremo un percorso a “stretto raggio d’azione” per ovvi motivi di sicurezza. É pur sempre un deserto! Meglio non scherzare…

Ci accingiamo a scendere verso il cratere tramite stradine aride e infuocate che subito ci proiettano in scenari apocalittici… Makhetsh Ramon è uno dei più estesi crateri del pianeta Terra ed è la prova esistente di una antichissima attività vulcanica nella zona perché tutta la superficie interna del cratere, in cui ci impegniamo a scendere, è costellata di vecchi pozzi magmatici e produzioni laviche spettacolari. All’orizzonte si vedono i bordi opposti del cratere come se fossero altri monti, ma in realtà appartengono alla stessa struttura. É l’esaltazione della grandiosità della natura…

La prima forma di vita che incontriamo è rappresentata da un gruppo di stambecchi del deserto e di camosci dolcemente adagiati sotto il sole, ma i più timidi tra loro e quelli più vicini al nostro percorso si alzano e cautamente si allontanano. I più intraprendenti sono stesi sul muretto dell’Osservatorio… Altri ancora sono al riparo sotto una roccia sporgente.

I bordi del cratere sono in preda a una lenta erosione millenaria che crea delle insenature interne come se fossero delle ragadi profonde nella cute di un malato… Rocce scavate a forma di scalini, sembrano invitarci a scendere direttamente nel fondo del cratere… Il paesaggio inospitale ci fa capire quanto sia debole l’uomo dinnanzi alla natura e quanto deboli siano i suoi propositi migliori. Solo i più forti possono resistere in un posto simile.

Camminiamo sotto il sole dalle 12 alle 16:30 e nonostante il mio cappello a falde larghe, gli occhiali da sole e la borraccia d’acqua, sento di andare in ebollizione… La mia è una borraccia particolare: è una sacca di pelle di capra come quelle che si vedono nei film dei Tuareg… L’acqua al suo interno è diventata acqua calda in ebollizione e se avessi delle bustine di thé potrei immergerle dentro e preparare “Il thè nel deserto”…  Sento che il mio encefalo è come un bollito sospeso in un brodo vegetale e le palpebre sugli occhi sono così ristrette, per difendere i globi oculari dai raggi del sole, che quasi non vedo più. A mala pena riesco a scorgere una lepre del deserto che mimetizzandosi con il colore delle rocce, si è lanciata in una fuga solo quando ha visto che mi avvicinavo al suo rifugio… Una saetta! L’ho vista e non l’ho vista… Un vero bolide del deserto.

Nel fondo pietroso e monotono del cratere, avanziamo lenti come cammelli e ogni tanto delle montagnole di materiale lavico nerastro interrompono questo mare di pietre. Guardo solo adesso i bordi alti da cui siamo scesi e mi rendo conto di come le prospettive e le possibilità del camminatore cambino da un’altra prospettiva… Il bordo del cratere si perde lunghissimo all’orizzonte come una lunga spina dorsale di un animale che dorme da millenni. Chissà come doveva essere qui quando l’attività vulcanica era in pieno fermento. Immagino un mare lavico in movimento e spruzzi audaci di gas venefici affiorare dalla lava incandescente… Meglio adesso, nonostante tutto!

Finalmente scorgo la strada della salita e comincio la lenta “emersione” dal mare caldo del deserto… Raggiunta la strada asfaltata, ci facciamo dare un passaggio da un colono ebreo fino al Centro Visitatori… Una coca gelata e torniamo quasi in vita mentre l’organismo riprende lentamente una parte dei liquidi persi: i nostri tessuti sembrano carta secca bagnata da spruzzi di pioggia…

Una doverosa doccia e poi una birra da gustare sul bordo del cratere mentre la sera scende e appare ai miei occhi uno degli spettacoli naturalistici più belli della mia vita: la luna piena su Makhetsh Ramon. La sua tenue luce impropria illumina il cratere e l’aria calda che ancora persiste, nonostante l’imbrunire, fa assumere a questo posto un aspetto ancor più irreale. Senza il sole che martella e con la mia birra nella mano, mentre lascio le mie gambe penzolare da una roccia sporgente, ho come la sensazione di poter rimanere sospeso nel tempo seguendo i caldi respiri di questa natura rallentata.

Domani andrò a Elat. […]

http://www.diari.it/DIARI/israele/israele_94_main.htm

Quel concerto dopo il terremoto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 13 aprile 2010 by Michele Nigro

(il primo concerto non si scorda mai)

Parlare di Franco Battiato è come parlare di “uno di famiglia”. Non perchè siamo parenti o ci frequentiamo, ma per il semplice motivo che è entrato in casa nostra con la sua musica nel lontano 1979, grazie a una sorella maggiore che tra un solfeggio e le faccende di casa suonava i brani del Cinghiale Bianco sul pianoforte del salone, e non ne è mai più uscito. Anche nel mio caso, come per Franco, le donne di casa sono state determinanti.

Certo, ci sono stati momenti di stasi e di “non curanza” dovuti anche alla mia giovane età che non sempre mi permetteva un avvicinamento serio e costante alla ricerca musicale e umana di Franco.

A quell’epoca, per di più, ignoravo l’esistenza di Gurdjieff, Yogananda e Aurobindo…

Ricordo, tuttavia, ancora con una certa tenerezza un concerto che Battiato diede alcuni mesi dopo il terribile terremoto del 1980 in Basilicata e Campania, e precisamente in un paesino di nome Ruoti (in provincia di Potenza): evento simpaticamente definito dagli stessi membri della band come “concerto di curva”, anziché concerto di piazza, a causa della strana posizione in cui gli organizzatori collocarono il tipico palchetto di legno, in stile “festa di paese”, per gli artisti.

Impilati in una Fiat 126 bianca, raggiungemmo il luogo disastrato in cui si sarebbe esibito Franco. Il paesello, in alcuni angoli, era “addobbato” con tristi macerie non ancora rimosse e quel concerto rappresentava, forse, uno dei tanti timidi “segnali di vita”. A contrastare con le macerie, il primo premio in palio della Lotteria della festa: un’automobile Alfa Romeo di grossa cilindrata. Sul palco male illuminato ricordo, avevo solo dieci anni, la presenza di tre o quattro componenti – Battiato compreso – tra i quali l’immancabile e mitico Giusto Pio che con il suo violino, avvicendato dal suono della chitarra elettrica di Alberto Radius e dalle prodigiose tastiere di Filippo ‘Phil’ Destrieri, ha reso eterna la canzone “L’Era del Cinghiale Bianco” dell’omonimo album uscito un anno prima della sciagura sismica.

Vulcani, terremoti, sismicità, imprevedibilità della natura umana e cosmica: solo un musicista come Battiato avrebbe potuto dare vita a quella scena così surreale fatta di suoni e macerie.

Erano i segnali musicali di una ricerca sofisticata che trasportò nel raggio gravitazionale di Battiato tanti incuriositi ammiratori così come tanti furono “gli impauriti inquisitori” che nella musica di Franco individuarono il possibile vessillo di una loro personale e stupida battaglia contro “la musica strana”. Erano gli effetti collaterali del Prog.

Dopo molti anni riflettendo su quel concerto di ‘curva’ mi chiedo: “quale alchimia si è mai potuta creare nelle menti vergini degli intervenuti tra i disastri del terremoto e Franco che ci istigava all’esplorazione delle Strade dell’Est?”. Forse i vecchietti seduti sulle panchine con la coppola in testa e in attesa di andare a dormire non lo presero molto sul serio (con gli anni Franco c’insegnerà che l’“indifferenza” può essere reciproca e che l’artista non è tenuto a prostrarsi), ma c’era già intorno a noi “Aria di Rivoluzione” e non potemmo più tornare indietro. Cominciò all’incirca così la “faccenda esoterica”. Cominciò quasi per caso, durante un concerto che ormai Franco Battiato avrà sicuramente rimosso dai suoi depositi mnemonici (ma non Filippo Destrieri, il quale mi ha scritto dicendo di ricordare benissimo quel concerto!), ora che si esibisce a Baghdad, Parigi e New York… Un concerto talmente ‘insignificante’ che non è riportato nemmeno nei meticolosi archivi storici dei principali siti web (ufficiali e non ufficiali) dedicati all’artista. Insignificante, intendiamoci, se confrontato con la successiva poderosa carriera di Franco Battiato: ogni evento musicale ‘live’ possiede unicità e irripetibilità; le vibrazioni, negative o positive, che si creano in un luogo sono speciali ed è impossibile ricrearle artificialmente in un secondo momento.

Una traccia volatile ed effimera, dunque, diluita nel mare cosmico degli eventi. Ma non per me!

Da allora ci furono molti “giorni di digiuno e di silenzio”… Ma Battiato aveva già inoculato il “fattore B” nel sangue di molti italiani, me compreso, e ognuno sviluppò da quel momento in poi una sua personale “reazione” a seconda degli eventi della vita e del cammino fatto. Qualcuno dalla sperimentazione del cosiddetto “rock progressivo” si ritrovò in un monastero benedettino e altri ancora, grazie alla sua musica, hanno percorso terreni impensabili ed affascinanti durante i momenti di sonno apparente o di crisi esistenziale.

La vita di Franco Battiato fino a oggi si è rivelata sicuramente interessante per la varietà di stimoli che caratterizzano la sua silenziosa ricerca personale e che ripropone metabolizzati al suo pubblico sotto forma di brani musicali. Non esiste un letto di fiume abbastanza ampio capace di accogliere una definizione riassuntiva dell’arte di Battiato perchè troppi sono gli affluenti che nutrono la ricerca: letteratura, pittura, musica, religione, linguistica, filosofia, psicologia, teatro, e ora anche cinema… Limitarsi all’ascolto delle sue “canzoni” è sufficiente per una critica superficiale. Ricche e infinite sono le connessioni che dalle canzoni di Franco si diramano verso altre fonti e altri interessi culturali. Lasciarsi trasportare dalla corrente di questi affluenti rappresenta un’esperienza affascinante: forse è l’unico modo per creare una vera empatia tra estimatori (non definiteci semplicemente “fan”) e artista. L’ascolto di Battiato deve essere vissuto come un gioco su se stessi e come un’occasione per aprire nuove porte. Altrimenti sarebbe solo “musica strana”, come avrebbero detto i vecchietti di quel concerto di 30 anni fa.

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