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“Poesie minori Pensieri minimi”, recensione di Davide Morelli

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versione pdf: Poesie minori Pensieri minimi, recensione di Davide Morelli

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“Poesie minori Pensieri minimi” di Michele Nigro

Michele Nigro è perfettamente consapevole dei suoi mezzi espressivi e nella premessa dell’opera espone lucidamente la sua dichiarazione di poetica. Tre a mio avviso sono le cose da tenere in conto nella premessa dell’autore: 1) la nascita della poesia è “un fatto misterioso”; 2) la poesia “ci salva ogni giorno”. Infatti secondo Nigro la religione è inutile quando si è poeti perché la poesia è spiritualità, raccoglimento interiore, preghiera; 3) bisogna sempre porre attenzione all’ “evoluzione neurolinguistica” del creatore.

Le composizioni di Nigro sono frutto di un “pensiero poetante”. Particolarmente originali sono l’uso di un linguaggio apparentemente quotidiano (mai totalmente ordinario) e l’utilizzo di quella che viene chiamata “intertestualità secondaria” in quanto fa riferimento spesso a testi di canzoni (ad esempio F. Battiato). Il poeta, citando canzoni, non ha timore di essere considerato anticulturale (per compiere certe operazioni è indiscusso il suo background). Non gli importa neanche di disquisire sulla vexata quaestio riguardante le differenze tra poesia e canzone d’autore. Credo che citare testi di canzoni sia un modo per rimarcare la capacità comunicativa di alcuni cantautori e anche un modo per prendere le distanze dal poetichese, un linguaggio troppo ricercato ed aulico. L’autore adopra talvolta anche termini informatici perché questa è l’epoca del digitale, anche se non è un nativo digitale. Non solo, ma un’altra cosa originale è che trascende la logora distinzione tra privato e politico. Questa raccolta è la dimostrazione oggettiva che un poeta dovrebbe autocensurarsi il meno possibile e non lasciare troppe cose nel suo cassetto per eccesso di pudore. Non dovrebbe mai eliminare scarti e varianti, ma offrirli al pubblico come ha fatto il Nostro.

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“La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

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versione pdf: “La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

C’è una domanda che da tempo non mi lascia in pace ed esige una risposta: “Sarebbe possibile oggi, nel XXI secolo, registrare gli stessi effetti psico-sociologici che il radiodramma di Orson Welles, liberamente adattato dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells, ebbe nel lontano 1938?”. Ho già analizzato anni fa, in un altro post, questa vicenda cult della storia radiofonica e il libro ad essa collegata, ma emergono, ogni giorno di più, nuovi aspetti da prendere in considerazione alla luce delle nostre progredite abitudini informative e del crescente problema delle cosiddette fake news.

Sarei tentato di fornire una risposta prematura alla mia domanda iniziale e dire subito: “no, non è possibile!”. Scrissi nel suddetto post: “… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre vite moderne: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il tutto ed il contrario di tutto!”. Come a voler dire che il terreno mentale era vergine a quell’epoca e la credibilità artificiale del radiodramma di Welles attecchì senza incontrare grosse difficoltà, anche a causa di fattori predisponenti socio-economici che interessavano la popolazione americana di quegli anni. Non amo parlare di ingenuità epocale (oggi non siamo più furbi o più intelligenti di ottant’anni fa) ma di una maggiore saturazione esperienziale parallela alla multimedialità (più che alla multidisciplinarietà) e all’illusione del multitasking caratterizzanti la nostra epoca. Come canta Caparezza: “… Accetti ogni dettame / Senza verificare / Ti credi perspicace / Ma sei soltanto un altro dei babbei…”.

Se nel ’38 una certa “verginità informativa” permise lo scatenarsi di un più che naturale attacco di panico su vasta scala, oggi assistiamo a una sostanziale “de-revolution” dovuta, come direbbe un informatico, a un buffer overflow (per un anestetizzante eccesso di dati) che causa disimpegno, errori interpretativi, assuefazione alla cronaca, lontananza dal dolore reale, fino a giungere a casi di vero e proprio immobilismo empatico e menefreghismo sociale.

Però una cosa non è cambiata dal 1938 ad oggi. Se c’è una costante nel tempo e che caratterizza l’essere umano è la sua perdurante incapacità (o sarebbe meglio parlare di mancanza di volontà) a verificare i fatti: se nel ’38 gli americani radioascoltatori non andarono in New Jersey per verificare di persona l’effettivo sbarco dei marziani (e a ragione, dal momento che l’invasione raccontata alla radio non era descritta come pacifica), noi terrestri del 2017 non siamo certamente campioni di diffidenza e di approfondimento conoscitivo. Anzi, come dicevo, rispetto al passato siamo raggiunti da una quantità esorbitante di dati (in tutte le salse e con ogni mezzo, non solo la radio!) umanamente impossibile da verificare. Come scrissi nel post del 2010: “La facilità d’informazione, che rappresenta il leitmotiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari […]; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi […] vomitano nel web, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio… Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato terzo millennio.” Una presunta “scaltrezza” acquisita che funzionerebbe meglio se accanto ai dati disponibili affiancassimo anche una coscienza discriminante (oggi di fatto piuttosto assonnata!) capace di discernere il vero dal falso e di orientare la ricerca verso forme concrete di conoscenza.

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Analogico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 marzo 2017 by Michele Nigro

Una rinnovata

infanzia analogica

ho sognato,

racconti a corto raggio

sapienze locali

su panchine sconnesse,

un segnale scorticato

come acqua piovana

riscopre terreni ignoranti.

 

Parole dette in faccia

saliva schizzata e

contatti umani,

segugi fiutano fatti

domande da strada

e notizie lente

che vanno a vapore

metro dopo metro,

a rivivere

velocità preindustriali,

fantasie forzate

dal non visto luminoso

al di là della collina.

 

Ritornerà il mistero perduto

e avrà il sapore ingenuo

delle dolci sere di primavera

sprecate in provincia.

immagine:

Martin Lewis (1881-1962),

Relics (Speakeasy Corner)

(M.74) Drypoint, 1928

“Nessuno nasce pulito” su Kobobooks.it

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 settembre 2016 by Michele Nigro

È disponibile anche sullo store di Kobo (per le lettrici e i lettori che utilizzano gli eReader di Kobo o una app di Kobo) l’ebook (in formato epub) della raccolta di poesie “Nessuno nasce pulito”. Per acquistarla/scaricarla, cliccare qui. Non dimenticate di lasciare, dopo la lettura, le vostre preziose valutazioni e recensioni…!

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Platone digitale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 2 giugno 2016 by Michele Nigro

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L’ETÀ DELLA SAGGEZZA NELL’ERA DIGITALE

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 giugno 2015 by Michele Nigro

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L’ETÀ DELLA SAGGEZZA NELL’ERA DIGITALE
E se fossero gli anni più belli?

di Silvana Buzzo Patucchi

(Francesco Brioschi Editore)

Lunedì 15 giugno 2015

Ore 19

c/o Francesco Brioschi Editore
Via Santa Valeria, 3 – Milano
www.brioschieditore.it

Insieme all’autrice e all’Associazione Donne In (associazione Area 60 e oltre) interverranno:
Isabella Bossi Fedrigotti – scrittrice e giornalista
Renata Prevost – scrittrice, giornalista ed esperta di comunicazione

Una lucida e positiva analisi sulla società degli over 50 – ieri, oggi e domani – quella compiuta da Silvana Buzzo Patucchi nel suo nuovo libro L’età della saggezza nell’era digitale (E se fossero gli anni più belli?), appena pubblicato da Francesco Brioschi Editore.
Già soggettista e sceneggiatrice per molte fiction televisive ed esperta in materia di Diversità Sociale, la Buzzo affronta con solerzia, ironia e distacco una acuta riflessione su un argomento che riguarda tutto l’occidente: l’allungamento della vita e la sua conseguenza inevitabile, la vecchiaia, tabù del nostro tempo, spazio della vita negato e temuto che è vietato nominare e che in molti Paesi è abolito dagli elenchi di parole utilizzabili su Internet perché causa di insuccesso garantito.

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