Archivio per disobbedienza

“Call Center – reloaded”, un racconto social fantasy

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 marzo 2018 by Michele Nigro

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Seconda edizione (ebook e cartaceo) dedicata, tra gli altri, ai lavoratori Amazon di Piacenza, “Call Center – reloaded” è un racconto social fantasy pubblicato in prima edizione nel 2013: alcune scomode verità socio-economiche e culturali riguardanti i nostri tempi, evolvono in una specie di realismo magico lovecraftiano crudele e inesorabile. Partendo da temi caldi quali il lavoro, la precarietà, la mancanza di sicurezza economica in un futuro nebbioso, l’Autore cerca di descrivere la condizione ambigua dell’uomo moderno e ne approfitta per toccare il cuore dell’inganno consumistico: il lavoro è diventato un prodotto e i lavoratori-consumatori sono dei complici più o meno consapevoli. La “liquidità baumaniana” ha preso il sopravvento in ogni settore. L’informazione carpita dai “profili”, la conoscenza dei desideri, diventano risorse preziose per un Sistema che non lascia scampo. La libertà è un’utopia luminosa ma per conoscere la verità (e quindi riscattarsi dalle regole del Sistema) bisogna avere il coraggio di scendere in zone oscure, di sé stessi e del mondo lavorativo disumanizzato. E incontrare il “mostro”…

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“The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 gennaio 2017 by Michele Nigro

Comunicato stampa

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Il 4 gennaio diventerà ufficialmente il “Day Of The Doors” a Los Angeles e iQdB Edizioni di Stefano Donno è pronta a festeggiarlo con “The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri

Sono trascorsi 50 anni dall’esordio dei The Doors: era il 4 gennaio 1967 e l’omonino debut album usciva per Elektra Records. Per festeggiare il 50esimo anniversario, il “Day Of The Doors”, anche iQdB Edizioni di Stefano Donno è pronta con “The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri.

“Ci vuole coraggio. Sì, ci vuole molto coraggio nel chiedermi di scrivere una prefazione a un libro su di una band degli anni ’60. Perché, anche a voi che leggete, qual è il primo pensiero che vi viene in mente? Sicuramente uno di quegli insopportabili gruppi frikkettoni, hippie, pacifisti, lenti e insulsi sul modello di Mamas&Papas o Jefferson Airplane (ne sono certo). Per fortuna, anche in quegli anni terribili dal punto di vista musicale qualche luce affiorava nel buio. E, forse, una luce più di tutte, quella di The Doors! Ed è di questa luce che questo libro vi parla. Meglio, ve la racconta. E Giuseppe Calogiuri, conoscendo questa mia debolezza, ha saputo trovare lo strumento e il coraggio giusto. Ma, forse, è necessario andare per ordine… Il 4 gennaio 1967 The Doors pubblicano il loro primo album omonimo. Non siamo in un anno qualsiasi, quel 1967 segnerà la storia degli Stati Uniti, prima, e dell’intero mondo occidentale, poi. Già da qualche anno le forze armate di Washington combattono lontano da casa una guerra non ufficiale. Dall’inizio del suo mandato presidenziale, il “progressista” John F. Kennedy ha cominciato a prendere i ragazzi del suo paese per scaraventarli dall’altra parte del mondo. The Golden One (citando The Human League), figlio di una famiglia arricchitasi spropositatamente grazie al commercio illegale di alcol, ha precipitato gli Stati Uniti nel fango del Vietnam. Il suo successore, Lyndon B. Johnson, ha continuato il lavoro. Anzi, lo ha portato alle estreme conseguenze. Il 7 agosto 1964, il Congresso americano – approvando la H.J. Res. 1145 (conosciuta come la “Risoluzione del Tonchino”) – ha consegnato al Presidente un assegno in bianco per portare le truppe ovunque ritenesse necessario. È l’inizio della presidenza imperiale. E’ anche l’inizio, in pratica, della coscrizione obbligatoria per i giovani americani. Quella carne fresca serve. È indispensabile per combattere nelle paludi e nelle giungle del sud-est asiatico. Nel 1968, saranno ben 500.000 i soldati impiegati in Vietnam (con infiltrazioni anche in Cambogia e Laos per inseguire i charlie). In questo clima, le Università sono le istituzioni che, più di altre, risentono della guerra. I ragazzi che “vincono” alla perfida lotteria della coscrizione hanno solo tre scelte: 1) accettare l’arruolamento; 2) scappare, magari in Canada (come Jack Nicholson); oppure 3) scegliere la strada dell’obiezione di coscienza. La terza è una scelta difficile, ti mette fuori dalla società e, per questo, ci vuole un coraggio enorme. Un campione sportivo all’apice della carriera rifiuterà più volte l’arruolamento e il 20 giugno del 1967 sarà giudicato colpevole di tradimento. Quell’uomo era Muhammad Ali! Una nuova strada doveva essere trovata. E qui la musica sarà fondamentale come mezzo di aggregazione per tutti coloro i quali volevano fare qualcosa. Il 1967 regalerà alla costa occidentale degli Stati Uniti la Summer of Love e al Vecchio Continente la spinta alla rivolta studentesca, che in Europa inizierà nel maggio dell’anno dopo. La scintilla partita dall’Università di Berkeley, in California, diventerà fiamma viva in altri atenei, per trasformarsi in incendio a Parigi. Il Monterey Pop Festival del giugno 1967 sarà il pretesto che permetterà agli studenti di unirsi, confrontarsi e cogliere tutti i segnali che artisti come Jimi Hendrix o The Who sputavano dal palco. Segnali che, in un modo o in un altro, volevano dire rabbia. Beh, The Doors sono figli e, insieme, strumento di quella rabbia e di quella società americana che è confusa e terrorizzata dai suoi stessi leader. Una società che ha visto cadere i propri miti politici con l’assassinio di Kennedy, o quelli sportivi, con l’arresto di Ali, e che vede, continuamente, partire i propri ragazzi verso luoghi lontani e impronunziabili per tornare, poi, in casse avvolte dalla bandiera a stelle e strisce. Una generazione di giovani e adolescenti che si rifugia sempre più nelle droghe. Magari nuove droghe come l’LSD, che aprono nuove porte. E queste porte sono quelle già narrate da William Blake e che Jim Morrison, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore faranno proprie e attraverseranno con l’arroganza, l’incoscienza e la rabbia dell’età. Arroganza, incoscienza e rabbia che non si possono non condividere e abbracciare. Abbracciare anche da parte di chi, come me, è cresciuto con e nel punk, prima, e nella new wave, dopo.

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A Martha Medeiros

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 dicembre 2016 by Michele Nigro
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Ti giudicheranno male
in eterno
se capovolgerai il tavolo di Martha,
ma preferisci raccogliere pezzi di vetro
e incollarli con gocce di parola
su pavimenti di fortuna. Ora sei tu che t’adagi
lungo comodi e luccicanti giacigli
di false certezze,
tra indolori ferite di schegge
con la coda
di occhi maliziosi e stanchi
cerchi altri tavoli illesi.
   (nella foto: Martha Medeiros)

Chair à canon

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 luglio 2015 by Michele Nigro

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(Waterloo in the flesh)

Lontana dalla battaglia

nel silenzio di campi insanguinati

riesci a sentirti parte della storia

oh gloriosa carne da cannone?

Non resta che l’uomo

se mi spoglio di quegli ideali

schierati in truppe convinte di patria.

Il pensiero semplice dell’individuo

interrompe lo schema tattico della fede,

è pura poesia quel grano ancora irto in mezzo ai morti

quello sprazzo di sole malato tra il fumo degli obici.

VIDEO CORRELATO: “Il sole di Austerlitz”, Giuni Russo

Ora illegale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 marzo 2015 by Michele Nigro

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Tic! Tac! Tic! Tac!…

Non saranno le sciocche lancette di stato

seppur benedetto da dio

a decidere i tempi del mio esistere a pelle

ma la luce naturale in un meriggio di sole

trascorso con due ruote gonfie di passione

sulla strada

senza freni pensati da altri,

osservo il movimento irregolare dei secondi

su un orologio sconosciuto alla moda

come battiti cardiaci scanditi da un coraggioso muscolo

energia pura lontana da leggi e feste comandate.

Decidi tu l’età!

ignorando il buonsenso del corpo.

Un flusso ritmato di sangue illegale

mi spinge a desiderare le proibite proprietà

indicate dal senso delle sue parole di donna

che riempie vuoti inimmaginati,

mentre il vento riordina i fogli sparsi

di seppellite saggezze interiori

e dei tuoi orari ribelli.

Tic! Tac! Tic! Tac!…

Dylan

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 febbraio 2015 by Michele Nigro

Bob Dylan Holding Lit Match Under Keys

Si trasformerà prima o poi

l’amore non dato e ricevuto

in strada da percorrere a piedi

verso quel mondo di sogni resi reali

dalla sorridente disperazione

di chi non si arrende

vagabondo che cerchi di cancellare

il suo volto dagli archivi del dolore.

Incroci deserti e polverosi, binari roventi

fontane poco generose, indicazioni sbiadite dal sole

fedele zaino macchiato di voglia d’andare, senza chitarra

la musica è già in te

ne hai fatto scorta

prima di staccare la spina dalla mortale routine

quanti chilometri per lenire

le ferite non viste

quanti volti nuovi

per capire cosa farne di te.

Disappartenenza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 1 ottobre 2011 by Michele Nigro

<<Molteplici e stratificati nella quotidianità, da tempo immemorabile, sono i luoghi dell’appartenenza: le parrocchie, la famiglia, le sedi di partito, gli stadi, i circoli delle tifoserie, i circoli letterari, le riviste culturali, le caserme, i seminari, le associazioni, i sindacati, i club, i gruppi, le comitive del sabato sera, le piazze, i luoghi delle feste comandate e degli altri giorni rossi sul calendario, le categorie, le assemblee condominiali, le accademie, le scuole, le confederazioni, le squadre e le squadracce, le ronde, i branchi, le patrie, le convergenze elettorali travestite da diritto, gli eserciti della salvezza, le varie forme di solidarietà, le istituzioni… E persino, oserei dire, certi virtuali luoghi d’appartenenza: i siti web, i forum, i social network. Tutto ciò che ha per obiettivo il riunire dovrebbe essere aborrito come la peggiore malattia infettiva mai riscontrata nella storia naturale del pianeta Terra.

Il vero scopo dell’essere ricercante dovrebbe essere la disappartenenza. E, di conseguenza, la conquista della lontananza che rende sereno il pensiero dell’uomo nevrotico e domestico.

Il metro adoperato per realizzare l’esclusione dell’individuo non è più solo basato, o forse non lo è mai stato, sulla ricchezza in quanto tale, ma sui simboli a essa legati: altri e più sofisticati fattori d’appartenenza condizionano il “libero mercato delle idee e delle persone”. I capolavori della letteratura fantascientifica distopica appaiono irrimediabilmente superati se confrontati con la subdola situazione attuale.

Molte persone, dopo il crollo del muro di Berlino e il disfacimento dell’Unione Sovietica, entrarono in una profonda crisi esistenziale perché era venuto a mancare un solido punto di riferimento verso cui veicolare le proprie paranoie politiche, ideologiche e religiose: la diluizione del “male” esige, oggi, un’analisi più accurata e non di tipo ideologico. Il “nemico esterno” è divenuto parte integrante della famiglia e ammicca ogni sera dallo schermo, ma nessuno lo vede.

Fattori che un tempo rientravano in una sfera più squisitamente “esoterica” e che oggi, invece, hanno raggiunto una popolarità incontenibile a causa di un’amplificazione mediatica travestita da innocuità colorata e sensuale. Fattori che se non rientrano in un preciso schematismo di riconoscimento condizionato dalla frequenza a cui accennavamo (vedi il post “Andare di moda”, n.d.b.), possono causare l’esclusione preconcetta dell’individuo considerato “strano” e quindi bollato come non adatto alle relazioni standardizzate degli individui “normali” e per questo vincenti (n.b. vincenti se relazionati all’ “ippodromo sociale” in cui sono stati “allevati”); individui che recitando bene la parte di quelli che si integrano perfettamente nell’atmosfera di comune appartenenza e di tradizione catto-produttivistica (il concetto paternalistico di un doveroso sacrificio riassunto subliminalmente nell’onnipresente crocifisso e l’aborrimento dell’ozio creativo che distacca l’uomo dal Sistema-Padre), si assicurano un passe-partout universale con cui attraversare tutti gli strati sociali. Facilitazioni che il dubbioso ma coraggioso isolatra, per sua natura e per formazione, essendo assetato di alterità culturale e ignorando certe dinamiche localistiche e familiari, non otterrà mai. Subendo, anzi, il gioco delle facili congetture e dei “se fosse”: ma la guerra contro le abitudini inossidabili tramandate di generazione in generazione esige un sacrificio personale in termini di impopolarità e di incomprensione. L’equivoco e la diffamazione diventano bagagli inseparabili.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 11-14)

“Donna al volante rivoluzione costante”: dalla primavera araba al futurismo saudita

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 17 giugno 2011 by Michele Nigro

Quando pensiamo alla cosiddetta ‘primavera araba’ ci vengono subito in mente le immagini del giovane egiziano che si dà fuoco per protesta davanti al Parlamento, della fuga dalla Tunisia di Ben Ali, della protesta finita nel sangue del popolo libico, degli scontri in Siria… Spesso, però, le rivoluzioni si nutrono anche di ‘lotte culturali’ incruente ma significative: lotte che affondano le proprie radici in bisogni semplici, scontati per noi occidentali, intrisi di praticità e quotidianità.

Un nutrito gruppo di irriducibili donne saudite, in questi giorni, sta protestando in nome di un diritto che potrebbe far sorridere la parte rosa ed emancipata del nostro mondo libero: il diritto a guidare un’automobile. Non si tratta di una sterile protesta di piazza in attesa di futuri cambiamenti legislativi ma di una manifestazione attiva e disobbediente: le donne di “Women2drive”, questo il nome del comitato che ha organizzato la protesta delle disobbedienti al volante, chiedono di poter circolare liberamente in auto e di non essere arrestate dalla polizia saudita se la mattina accompagnano i propri figli a scuola utilizzando l’automobile del marito-padrone fondamentalista. Tutto qui.

Non posso, in qualità di occidentale amante della cultura orientale e mediorientale ma che resta dubbioso dinanzi a tali eccessi interpretativi della legge coranica (si tratta, è vero, di una legge dello stato, ma sono fin troppo evidenti le connessioni con le varie proibizioni di origine ‘religiosa’), non ripercorrere una tappa in particolare dell’emancipazione della donna occidentale. E l’occasione mi viene fornita dalla rilettura del Manifesto della donna futurista scritto nel 1912 dalla bella francese Valentine de Saint-Point (nella foto), amante di Marinetti. Interessante il suo anti-femminismo (forse vedeva nel femminismo una sconfitta indiretta della natura femminile, un elemosinare diritti appartenenti alla mascolinità tradendo di fatto le potenzialità intrinseche nell’essere donna) e la sua successiva conversione all’Islam.

Marinetti aveva scritto tre anni prima (1909) nel Manifesto del Futurismo:

“Noi vogliamo glorificare […] il disprezzo della donna”

Parole da non fraintendere ma da interpretare provocatoriamente (parliamo di una provocazione lanciata all’inizio del XX secolo e non durante la ‘rivoluzione sessuale’ del ’68) in vista di un’emancipazione della donna raffigurata come ‘angelo del focolare’, tutta casa-chiesa-famiglia. Incalza la de Saint-Point nel 1912: “La maggioranza delle donne non è superiore né inferiore alla maggioranza degli uomini. Esse sono uguali. Tutte e due meritano lo stesso disprezzo.” E poi: “Ecco perchè nessuna rivoluzione deve rimanerle estranea; ecco perchè invece di disprezzare la donna, bisogna rivolgersi a lei.” Conclude: “DONNE, PER TROPPO TEMPO SVIATE FRA LE MORALI E I PREGIUDIZI, RITORNATE AL VOSTRO ISTINTO SUBLIME: ALLA VIOLENZA E ALLA CRUDELTÀ.”

È edificante poter rileggere il Manifesto della donna futurista (vi invito a farlo) alla luce dei fatti sopra descritti, facendo riferimento alla disobbedienza delle donne-guidatrici di Riad: la freschezza e l’attualità del pensiero della de Saint-Point è a dir poco entusiasmante.

Dopo la ‘primavera araba’ i tempi sono maturi, forse, anche per la realizzazione di un ‘futurismo saudita’.

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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