Archivio per educazione

Vanity Fair

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 novembre 2014 by Michele Nigro

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Quando due vanità s’incontrano

fingono, a turno, interesse

l’una nei confronti dell’altra.

Meeting di sovrastrutture

sotto cieli inizialmente

sinceri.

Riconosciti, cedi il passo e sii libero.

………

Ah, l’istintiva e democratica comprensione

tra formiche!

Il Limite Ignoto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 ottobre 2014 by Michele Nigro

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Qual è il confine tra un’esistenza regolare

e la ribellione?

Zone spontanee e indefinite di territorio selvaggio

resistono ai pratici attacchi del reale.

Sulla linea gialla della civiltà

passeggia solitario il cercatore di margini invisibili

per salvarsi da automatismi storici.

Non c’è frontiera se non nel cuore

e nella mente

avidi proprietari di angoli inespugnabili.

Sospeso nella provincia, congeli spazio e tempo

dissociato, non partecipi alle statistiche di regime

e ti spedisci al confino, libero e a tratti felice

in attesa di giorni adatti alle tue previsioni

conservate in archivi pazienti.

Ingranaggio educato e silenzioso

di un orologio asociale

che passa al bosco

si ritrae nella foresta

si dà alla macchia.

Waldgänger.

Gli ultimi quattro versi sono un riferimento al

“Trattato del Ribelle” (Der Waldgang) di Ernst Jünger

Speranza ciclica

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 settembre 2014 by Michele Nigro

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Sulle discese dei giochi passati

nuovi sciami di piccole vite

rumoreggiano nei pomeriggi senza scuola.

Un acerbo libero arbitrio

lontano da sguardi adulti

domina la struttura ludica

di gruppi sociali appena nati.

Ginocchia sbucciate e scarpe vecchie

corse avventurose di sudore e polvere.

Cuccioli con mamme

raccolgono frutti caduti dagli alberi del domani

un cielo nuvoloso e premonitore

non scoraggia ancora la speranza nel gioco,

resistono fino a sera le urla di protesta

per regole ingiuste inseguendo palloni.

Prove di democrazia con voto e di prepotenza

una prima cernita in fazioni dure da scardinare

faide microscopiche e bugie per vincere.

Mi abbevero alla vista

di un nuovo ciclo già vissuto,

si ripropongono antichi schemi

come déjà vu al tramonto.

Interruzione di dipendenza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 maggio 2014 by Michele Nigro

babycord

Prendete una vostra abitudine, quella più frequente, la più ossessionante anche se impercettibile, quella che voi credete essere la più cara e innocua, e… interrompetela. Così, per compiere un esperimento giocoso che pian piano potrebbe diventare un necessario esercizio di miglioramento della qualità esistenziale. Allontanatevi da essa, da questa abitudine non vitale a cui siete legati ma di cui credete di non avvertire la pressione discreta che esercita sul vostro vivere, espelletela dal vostro tempo quotidiano, dai vostri meccanicismi, dal paniere di tic pseudoculturali che tenete sul comodino a portata di mano e di cui vi siete autoconvinti di non poter fare a meno. Osservatela, se volete, dall’esterno prima di archiviarla definitivamente o per un breve periodo di prova, ricordatene le fattezze, studiatene la presenza nella vostra vita per riconoscerla se si dovesse ripresentare sotto mentite spoglie, bussando alla porta delle azioni meccaniche. Se non ha un nome, datele un nome per meglio identificarla. Spegnete il pilota automatico e pilotate a naso! Osservate voi stessi dall’esterno, il vostro corpo mentre vive, come in un film di cui siete i protagonisti, per comprendere quanto siete ridicoli nel compiere l’automatismo da cui vi state allontanando: se non si è consapevoli del proprio essere ridicoli, c’è il rischio che permanga un sottile velo di nostalgia nei confronti dell’abitudine da eliminare. Dovete essere convinti per non avere rimpianti: la consapevolezza del nostro sentirci ridicoli necessita, però, di un cambio di scena. Il film mentale non basta: certi particolari non si possono notare se non da un esterno reale, dall’altra parte del vetro, concedendosi un’azione alternativa che segua il pensiero. Quello che state per vivere non è un addio ma un consapevole arrivederci: forse ritornerete a servirvi delle abitudini che abbandonate, solo che non le chiamerete più abitudini ma azioni utili e non periodiche, oserei dire volontarie e ricercate. L’obiettivo è avere il coraggio di smettere di amare le vostre abitudini perché rassicuranti e già sperimentate. Alterando il grafico di quell’azione riscoprirete il valore del suo significato nella vostra esistenza. Fermarsi un attimo prima del tic non è sufficiente: bisogna dimostrare a noi stessi che l’interruzione che abbiamo deciso di effettuare possiede una sua consapevole costanza. Uno dei fattori più importanti per la riuscita di questo esperimento, infatti, è il tempo che lasciamo trascorrere dopo aver preso la decisione di interrompere la dipendenza: ma non si tratta di un mero “contare fino a dieci!” dedicato agli isterici. È qualcosa di più: siamo lì che fremiamo per soddisfare la nostra abitudine, solo un soffio ci separa dal soddisfacimento di quell’ennesimo atto compulsivo che crea un benessere effimero, ma ecco che all’improvviso una lampadina si accende nella nostra personale scatola di Skinner. Non si tratta stavolta di un segnale convenzionale che dà il via al riflesso automatico a cui il nostro corpo obbedisce senza opposizione, ma è una luce nuova, dispettosa, alternativa, irriverente e scomoda. Una luce che ci chiede di attendere, di rimandare, di sospendere la soddisfazione di un falso bisogno, di cercare una strada non battuta, anzi di non cercare nulla, di sperimentarci nella non azione attiva, insomma di fermarci sull’uscio, per una volta sola o per sempre… se l’esperimento funziona. Quella che sembrava un’alternativa scomoda diventa essa stessa una piacevole abitudine: abituarsi a non abituarsi, una contraddizione che salva la vita. Autodirottarsi per mettersi alla prova e sperimentare le virtù del non fare contro la persecuzione del fare. Riposizionare i mobili di una stanza per vederli illuminati da un angolo diverso e per accorgerci che seduti in un lato differente della stanza riusciamo a vedere particolari dalla finestra che fino a quel momento erano sfuggiti al nostro guardare assuefatto. O addirittura disfarsi dei mobili per sperimentare il vuoto. Se il tempo trascorso dalla sospensione è sufficiente ci accorgeremo di aver “abortito” in maniera corretta, di aver tagliato il cordone ombelicale senza traumi e di non aver bisogno delle cose di cui ci siamo privati: l’interruzione di dipendenza sarà premiata con una riscoperta sobrietà e una nuova energia deviata verso mete non contemplate. Potevamo scegliere di non far finta di scegliere e invece continuavamo a far finta di scegliere. Perché? Per paura? No, di meno: per pigrizia; la paura sarebbe già un sentimento più audace e giustificabile. Non dobbiamo attendere la costrizione della crisi per riuscire a vedere altri scenari e interrompere le nostre routines: anche piccole decisioni non eclatanti e silenziose, compiute nel nostro quotidiano, possono fare la differenza in termini di economia psichica. Questa non è una riflessione per la scuola dei maniaci del controllo: noi non controlliamo niente! Però possiamo influenzare il ritmo delle azioni, la loro frequenza e incidenza nella nostra vita, come il capovoga di un’imbarcazione a remi che determina il ritmo di vogata: possiamo scegliere una non battuta, una remata a vuoto, una pausa. Come una nota non suonata, un colpo non vibrato, una pagina saltata e non letta, una routine non rispettata… Non per sadismo, ma per ricalibrare i sensori e ricominciare a percepire il suono basilare della verità.

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VIDEO CORRELATO: “Si può fare” di Angelo Branduardi

Cultura non richiesta

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 marzo 2014 by Michele Nigro

Gentili messaggi sottocutanei

da elettrodomestici parlanti

informano la massa umana

su trame indesiderate.

Portatori sani di metadati

ricompongono sorridenti e ignoranti

l’impercettibile puzzle del sistema.

Anche il frammento è potente.

La molecola linguistica

agisce sull’azione di un uomo

nato schiavo.

Spegnere tutto sarà inutile.

kia

Raptus

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 13 febbraio 2014 by Michele Nigro

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La preda giuggioleggiava sul da farsi, in attesa di consensi, di via libera popolari, applausi familiari e concedendosi caute pianificazioni sotto il sole di quella splendida mattinata. Fu in quel preciso istante che il cacciatore ebbe l’idea, insana per molti ma gloriosa dal suo punto di vista, di piantargli, dopo avere arpionato il collo del prescelto con un braccio, l’intera lama del pugnale in un fianco. Trasformando il sorriso derivante dalla presunta immortalità in uno sconosciuto ma veritiero ghigno di stupore. È strano come la gente rinsavisca solo dinanzi alla fine e non prima.

Era tutta una novità, anche per lui. Nonostante il colpo vibrato con una maestria innata, scritta nel suo dna, e mai sperimentata. Ricevette finalmente l’attenzione da parte dell’inconsapevole vittima: breve ma intensa. Poi questa morì ai suoi piedi senza emettere alcun suono.

Dunque erano quelli il potere perfetto, la sfida alla logica e al buonsenso, il ribaltamento cruento dello schema, lo svezzamento dalla compassione? Niente più sterili confronti, tavoli politicamente corretti, indecisioni offensive e maschere diplomatiche: l’esistenza reale e urgente bussava insistente alla porta del suo sonno coscienzioso. D’ora in poi si sarebbe imposto senza chiedere il permesso in maniera plateale; senza pubbliche umiliazioni. Solo un rispetto privato: un segreto tra lui e le sue vittime. L’educazione che si lasciava dietro l’aveva confinato a terra per tanti, troppi anni, nel fango delle facili etichette e delle insinuazioni, dei “potrei” e dei “farò”, degli ingoi velenosi e dei silenzi. Avrebbe preso la vita di chiunque lasciandosi guidare dall’estro di un’arte riscoperta. E quel raptus mattutino rappresentava l’alba della sua nuova ricerca. 

E il mio maestro mi insegnò…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 agosto 2011 by Michele Nigro

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“… E il mio maestro mi insegnò che non è poi tanto difficile

trovare l’alba dentro l’imbrunire…”

Basta volerlo!

Recentemente il mio insegnante delle scuole elementari, il “mitico” maestro Carmine Senatore, originario di Altavilla Silentina (Sa), dottore in Geologia, docente di scuola primaria e in seguito professore di scienze naturali, chimica e geografia presso il Liceo Scientifico “E. Medi” di Battipaglia, mi ha fatto un regalo inaspettato…

Tornando da un viaggio ho trovato nella mia casella di posta elettronica una sua e-mail in cui diceva:

<<Trovato per caso in un vecchio quaderno.

Lo devi leggere, perché l’ho trascritto così com’era.

Se vuoi anche la pagina originale scritta a mano, te la mando.

Evidentemente lo space clearing non era stato effettuato bene.>>

Carmine

M.tro Carmine Senatore

La cosa in allegato che dovevo leggere era un suo giudizio nei miei confronti, in qualità di docente, emesso se non erro alla fine (o durante?) dei quattro anni scolastici trascorsi nella sua classe presso la Scuola Elementare “E. De Amicis” (nella foto in alto) di Battipaglia (Sa). Quattro e non cinque perché il primo anno lo frequentai a Pompei… Ma il perché di questa ‘deviazione’ è un’altra storia.
Tempo fa io e il mio maestro ci siamo incontrati in un bar di Battipaglia, dove entrambi ancora viviamo, per scambiare due chiacchiere e lui mi ha intimato dopo pochi minuti: “Dammi del ‘tu’: ormai non sono più il tuo maestro!” Un po’ difficile per me accettare la ‘nuova regola’, e non per una questione di rispetto reverenziale. Ma alla fine, con un po’ di sforzo, sono riuscito a chiamarlo Carmine e non più ‘maestro’.
Ecco il giudizio di Carmine proveniente direttamente dai nostri meandri mnemonici; come in una sorta di ‘glasnost‘ esistenziale, si riaprono gli ‘archivi’ relativi al cantiere di un’infanzia per riscoprire chi siamo, dove saremmo potuti andare e dove effettivamente stiamo andando:

Alunno: MICHELE NIGRO

“Originale e personale risalta per originalità costruttiva. Riesce a mettere a punto i testi liberi in forme coerenti, partendo dagli aspetti globali, per giungere a quelli particolari: ciò dimostra che possiede una notevole coerenza sia sul piano logico sia su quello linguistico-espressivo. Nelle attività di tipo pittorico-espressivo si esprime in forme creative, soprattutto nell’uso originale del colore e con evidenti note artistiche.

Amico di tutti, si distingue per cortesia e gentilezza. Sente la disciplina e l’accetta sempre di buon grado. Il livello di maturazione raggiunto da Michele è senz’altro notevole. La sua produzione linguistica è abbastanza corretta e chiara. Legge in modo scorrevole, con buona espressività, intendendo bene ciò che legge se non incontra termini nuovi e per lui sconosciuti. Ha una notevole capacità espressiva; a livello grafico-pittorico sa rappresentare il mondo con ricchezza di particolari, con tratti sicuri e facendo buon uso del colore.

Ha chiari i concetti relativi alle operazioni aritmetiche compresa la divisione sia di continenza che di ripartizione. Nel calcolo è sicuro e abbastanza svelto. Esegue i compiti con prontezza e padronanza.”

Naturale e spontanea la mia risposta a Carmine:

<<Grazie caro maestro!
Ma lo sai che lo ricordo questo tuo giudizio? Nel senso che rileggendolo mi sono ricordato di averlo già letto: era solo un dato in quiescenza, abbandonato in un deposito oscuro e polveroso della mia memoria, ma non cancellato. […] p.s.: a volte lo space clearing non serve solo a ‘gettare’ nella pattumiera cose vecchie e inutili, ma anche a ricollocare certi elementi rimossi in una nuova e giusta dimensione…>>

Questo recente aneddoto ha stimolato in me una serie di domande e di pensieri: “cosa è rimasto del bambino descritto in quel giudizio?”; “hanno prevalso, a lungo andare, i limiti o le acerbe potenzialità?”; “cosa si aspettavano i cosiddetti ‘adulti’ da me?”; “la vita è stata inclemente con quel bambino o è il bambino che è stato inclemente con la propria esistenza?”; “quel giudizio rispecchiava la visione ottimistica di un maestro che amava i suoi alunni oppure era l’analisi equilibrata e veritiera di uno scienziato prestato all’insegnamento?”…

Tante, troppe domande: forse anche inutili. Risposte che è meglio non cercare…

Ma è ancora possibile ricavare un insegnamento positivo da tutto ciò: le potenzialità non scompaiono quasi mai del tutto, non possono scomparire ‘per definizione’ perché potenziali e in un certo qual modo reali come le idee immateriali ma vere, anche se inespresse o parzialmente realizzate. A volte queste potenzialità emergono e si affinano grazie a un lavoro esterno (una pletora di padri, madri, maestri, istruttori, assistenti spirituali, guardiani e mentori) o grazie alla volontà e al grado di auto-consapevolezza raggiunto dal soggetto; altre volte ancora sembrano perse del tutto anche se sono semplicemente nascoste da un consistente strato di detriti storici, pseudoculturali ed esistenziali.

Riscoprire il meglio di sé nell’imbrunire, quando sembra che tutto sia stato già deciso dal pregiudizio, dal fato, dal sistema, dalla storia e dalla noia, dalla pesantezza di persone sconfitte che vivono al nostro fianco, dall’idea che abbiamo di noi stessi (idea a volte imposta dagli altri e lentamente, nel tempo, accettata per debolezza o per pigrizia) o celato ai nostri occhi a causa della nebbia del tempo che offusca lo sguardo.

Svincolarsi dalla storia e inseguirsi nel passato. Per ricominciare…

“E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire…”. Difficile sì, ma non impossibile.

Classe del M.tro Carmine Senatore – Scuole Elementari “E. De Amicis”, Battipaglia (Sa)

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