Archivio per estate

Pomeriggi perduti

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 agosto 2017 by Michele Nigro

versione pdf: Pomeriggi perduti

(elogio della lontananza)

Spegnete i saperi

elettrici di sera

i confortanti aggeggi

le reti a maglie larghe

delle bugie a colori,

i fogli stampati

destinati all’oblio

a traslochi incartati

con titoli scaduti.

 

Spegnete tutto!

La verità custodita

senza proclami

dal vento d’estate

da nuvole nere

e salvifiche piogge

a mitigare arsure

a decifrare siccità interiori

si poserà come unguento

sulle ferite della mente offesa.

Continua a leggere

Annunci

Orchestra da campo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 giugno 2017 by Michele Nigro

Una voliera senza sbarre

accoglie l’infinito vivente,

sotto cieli azzurri

adornati di nuvole panna

un canto polifonico d’uccelli.

 

Ogni specie

una rotta nell’aria

una quota prestabilita

un’usanza

un richiamo innato,

incrocio armonico di cori pennuti

di naturali esigenze

di volatili vicende.

 

Un assolo di falco, dall’alto

azzittisce

il ciarlare di folle passeracee

il tututù tututù colombico

lo stridio rondinoso

l’orologiare dell’upupa

e i pettegolezzi cornacchianti

su antenne umane.

 

Un sottofondo di vento caldo

tra foglie suonate come fiati

ridisegna le correnti,

musica scaramantica

contro il fardello della gravità.

Logiche autunnali

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2015 by Michele Nigro

singin-in-rain1

“Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza”

(“Nomadi”, Juri Camisasca)

 

Logiche autunnali

La gioia perversa del declino

Che cos’è l’autunno se non un’anti-primavera, una meta-stagione, un video reverse della natura, un’idea per canzoni e poesie, l’attesa gioiosamente malsana di un periodo sospeso senza energia e senza speranza, il movimento rallentato verso l’angolo spento di un ciclico andare?

Le ingenue illusioni primaverili e le forzate previsioni generate da un ottimismo solare lasciano il posto a un’assoluta e salvifica mancanza di pretese, non priva di fede: si attende il nulla con fiducia, il letargo dell’iniziativa con un’operosa umiltà, la contemplazione di un’apparente morte stagionale che invece è vita, sobria e sfornita di annunci vacanzieri.

Veni l’autunnu
scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi
e accumincia ‘a scola [1]

Vi può essere felicità nell’immagine statica di muti rami spogli?

Mentre la primavera è un tempo durante il quale il corpo e la mente si preparano all’azione indispensabile e vincente, alla sensualità che previene i rimpianti per le occasioni perse, citate ne “Le passanti” di Fabrizio De André, l’autunno è la stagione del libero arbitrio, dell’atarassia e del disincanto: si può scegliere di seguire l’assopimento pre-letargico dettato dal momento o coltivare una non richiesta intraprendenza fuori tempo.

La sorpresa che possiamo offrire a noi stessi consiste nel traslare una vitalità scontata e pubblicizzata – silenziosamente ma con piglio inesorabile, mentre le foglie cominciano a cadere preannunciando la periodica fine di un necessario slancio riproduttivo – dall’epoca della linfa bollente a quella del freddo esistenziale che nasconde gallerie di ghiaccio percorse a sorpresa dall’aria calda di un’insospettabile passione. La scelta, compiuta in una fase durante la quale – a differenza dell’estate – nessuno pretende niente dagli altri, è più autentica, non sottoposta a pressioni dogmatiche travestite da favorevoli previsioni del tempo che inducono all’impresa.

Ho tentato di vivere ad oltranza

superando la capacità genetica a gioire

ricevuta in eredità dal caso

ma era ridicolo quello strafare inquieto

con cui tradivo la mia natura silente.

Scelsi uno sguardo corrucciato a coprire

la felice verità invisibile agli occhi dell’ovvio,

sviando il giudizio di masse superflue

con rari sorrisi come caramelle per stolti. [2]

L’uomo autunnale, lasciandosi forgiare dal silenzio che ama e cerca, pregusta la landa gelida del futuro imminente di cui sarà protagonista incontrastato il Generale di napoleonica memoria: egli, l’uomo dell’equinozio d’autunno, sorride dinanzi allo schermo grigio e uggioso dell’inverno intravisto all’orizzonte, lì dove altri rabbrividiscono, s’intristiscono, foto-deprimendo il loro ego, rifugiandosi in un nuovo e lontano miraggio primaverile, prigionieri di un ciclo meteorologico senza fine (nonostante, a dire di qualche cittadino non avvezzo alla campagna, non ci siano più le mezze…).

L’autunnalità non è mai stata solo una condizione meteorologica: perché, come recita il titolo di una canzoncina di Dear Jack, “La pioggia è uno stato d’animo”. È realmente autunno solo quando è autunno in te! Ci siamo convinti del fatto che siano le intemperie a influenzare la nostra interiorità emotiva – il che per alcuni, i meteoropatici ad esempio, e nella fattispecie i cosiddetti “depressi invernali” affetti da SAD (Seasonal Affective Disorder), è anche vero – mentre invece è esatto il contrario: vi può essere una “felicità perversa” (perversa per i discepoli della Dea Melanina) in un giorno senza sole, nel rumore della pioggia (“… Odi? La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitío che dura/e varia nell’aria/secondo le fronde/più rade, men rade…” [3]), in un bosco innevato, nei lampi notturni come flash provenienti dalla macchina fotografica di un dio pronto a immortalare l’umana caducità, nell’impari lotta metropolitana a suon di soffiatori e rastrelli contro le feuilles mortes [4] simili a pensieri rinsecchiti raccolti alla fine di un’estate, nel vento forte che prepotentemente s’incunea nelle narici al punto da farci pensare – in preda a un inebriante senso di rianimazione – di non aver mai respirato fino ad allora… Felicità per un peggioramento del meteo che non metta a rischio, sia chiaro, l’incolumità degli abitanti di un territorio, come accade troppo spesso a causa di una trasandatezza amministrativa che sfocia in un dissesto idrogeologico mortale!

Vuoi mettere una giornata uggiosa

nuvole nere in cielo

minacciose e severe come matrigne

con la solare prevedibilità dell’io estivo?

Vorresti paragonare i misterici scrigni

e le magiche elucubrazioni

di un pomeriggio desolato e grigio

con i vortici popolosi delle feste?

“Datemi un temporale

una biblioteca

un gatto nero

… e vi trasmuterò il mondo!”

Un’acquosa aria elettrica

m’invita ad esplorare

i cauti incubi del quotidiano.

Vi ho mai parlato dei danni

che i raggi solari dell’ingenuo

mi causano sulla pelle dell’anima?

Lo spirito casalingo del fuoco

illumina i sapienti libri eterni,

lontano dai percorsi consueti

di un borghese “dì di festa”.

E speriamo che piova ancora. [5]

L’uomo delle solitarie passeggiate su strade di foglie morte ricerca la vita in quei luoghi in cui la maggioranza dei suoi simili ha smesso di cercarla, perché così è stato insegnato loro dal pratico buonsenso di un immaginario collettivo limitato.

E mi piaceva camminare solo
per sentieri ombrosi di montagna,
nel mese in cui le foglie cambiano colore,
prima di addormentarmi all’ombra del destino… [6]

La soddisfazione derivante da un’apparente stabilità esistenziale e la voglia di intraprendere un nuovo cammino a volte sono incompatibili: per cominciare una ricerca (fosse anche solo una quest vissuta nella nostra mente!) occorre avere il coraggio di mettersi in discussione, abbandonando le proprie comode certezze:

No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo. [7]

E l’inizio di un autunno è il momento propizio per entrare in crisi (dal latino crĭsis, dal greco κρίσις – krísis: “decisione”, “scelta”, “giudizio”, “separazione”…) perché:

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità… [8]

Un’esistenza rallentata ma rigogliosa pullula nei silenziosi sottoboschi tramortiti dai primi freddi mattini, compagni di soli pallidi e senza gloria che attendono di prevalere sulle nebbie come il sole di Austerlitz.

Non fa promesse l’autunno: esso semplicemente è, prendere o lasciare (ma lasciare per andare dove? Ai Caraibi, come quelli che inseguono l’estate per paura del freddo e del fisco?); immobile come la natura in pausa sul bordo nuvoloso dell’inverno; deciso preparatore atletico per tempi duri; severo come chi ha l’ingrato compito di annunciare ai presenti che la festa è finita.

L’autunno è un “tipo serio”, tempo assertivo nonostante il suo essere congiunzione, ma dotato di dolcezza e di comprensione infinite: ti lascia prendere le ultime cose da terra, ti attende sull’uscio, ti fa preparare le valigie con calma, senza la nevrosi dei viaggi estivi, mentre ti illustra con voce sussurrata il programma per i mesi successivi, ovvero mentre ti rivela che in realtà non c’è alcun programma, perché la vocazione dell’autunno è quella di essere zona sospesa dell’andare pubblico, angolo privilegiato per la riflessione che precede il cristallizzarsi degli intenti, attimo transitorio – e non ancora del tutto incantato – verso il gelo definitivo, nel corso del quale prendere le ultime decisioni sfuggite all’afoso caos agostano.

Sembra che ti metta fretta con la sua presenza: l’anno in fin dei conti è agli sgoccioli; ma l’autunno ti lascia libero dinanzi all’inesorabilità del nulla e della morte. Vuole che l’incontro tra te e l’infinito sia onesto e concreto, voluto anche se inevitabile; disintossica il ritmo della vita dalle frivolezze estive per far compiere all’uomo la sua scelta in maniera meditata ed equilibrata.

L’estate sta finendo e un anno se ne va,
sto diventando grande: lo sai che non mi va [9]

In realtà è bello invecchiare (“…Viva la Gioventù,/che fortunatamente passa,/senza troppi problemi…” [10]); o meglio: è bello raggiungere un’età – diversa per ognuno – in cui saggezza e possibilità di azione, esperienza e progettualità, siano in perfetto equilibrio. Saper convertire il “diventare grandi” da condizione opprimente a ottima opportunità, questo è o dovrebbe essere l’obiettivo del crescere. La fine dell’estate non deve essere vissuta come una feroce deprivazione da parte del tempo, bensì come una parentesi durante la quale analizzare in piena libertà e serenità il cammino compiuto, per raccogliersi in vista di nuove possibilità. E l’autunno, che segue questa fine, è il periodo ideale – più della primavera – per ricominciare: come accade durante l’imbrunire (… clemente è l’imbrunire/balsamo serale per animi piagati… [11]), è il momento in cui, liberati dalla morsa dei raggi solari, ci si confida di più, mimetizzati dalla semioscurità.

Poche le cose che restano alla fine di un’estate
La quiete dei colori autunnali si rifletterà sulle strade e sugli umori
Come il dolce malessere dopo un addio. [12]

Le carni espanse e sguaiate, cotte al sole dell’assurdo, rientrano nei ranghi di un’estetica composta; la mente spiaggiata su orizzonti impropri si ricompone pian piano, cercando pensieri semplici e familiari. L’umanità reduce dai flussi migratori del consumismo (in antitesi scaramantica a quelli recenti per disperazione, fame e guerre), spinta da paure ancestrali riproposte dalla saltuaria consapevolezza della sua precarietà su questo pianeta, comincia a trasformare e conservare i frutti raccolti dall’edulcorato entusiasmo estivo. L’uomo-conserva, adoperando barattoli e cotture prolungate, batte in ritirata accampandosi tra le mensole di una dispensa interiore, mentre l’uomo autunnale avanza con vitalità e passo coraggioso sotto le prime dolci piogge, come se si apprestasse a vivere l’occasione irripetibile e fanciullesca di una gelida estate.

Continua a leggere

Imbrunire battipagliese

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 agosto 2015 by Michele Nigro

Imbrunire battipagliese

(foto by M. Nigro, “Tramonto ipercromatico dalla mia finestra”)

New points of view

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 gennaio 2015 by Michele Nigro

10354080_10152965159516151_7276744017054901001_n

Come testardi soli invitti

risaliamo alla conquista di una luce piena,

tiepidi progetti primaverili

all’orizzonte nascosto dai vischi stanchi

di feste lontane dall’anima,

cicliche ripartenze speranzose sfidano

paranoie e fughe di fede allo stato gassoso

traguardi forse impossibili, pensati qui, sotto la neve

e nuovi punti di vista

bizzarri spontanei veri

disperatamente comici.

Non è stato ancora creato un gelo

in grado di bloccare i meccanismi salvifici

delle sfumature.

Settembre

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 settembre 2014 by Michele Nigro

henri-cartier-bresson-470-wplok

Presagio autunnale dopo intemperanze estive

sei la promessa di una serietà invernale

ricca di sobrie novità.

Nell’aria profumo di libri scolastici e matite temperate

ritrovi una maglia leggera con odori dimenticati,

conti in sospeso e stanze da pulire,

prime nuvole sui ritorni alla realtà.

La città ti salverà!

Un sospiro sull’uscio di casa congeda l’invadenza d’agosto

si apre un passaggio concreto verso la fine del numero,

elettroni abbronzati rallentano la corsa sulle orbite del fare.

La sindrome produttiva da rientro

distrae l’uomo dai nuovi colori della mente

dagli ultimi coiti speranzosi nel quartiere

prima della discesa letargica e discreta

verso l’immobilità della pelle coperta.

Tra residui sprazzi di festa

giungerà puntuale con la brezza di mare

il freddo sussurro del futuro.

Vecchia guardia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 luglio 2014 by Michele Nigro

cuocaluisa

Semplice come la tua acqua tonica,

dietro un cortese sorriso offerto a tutti

le rughe interne di mille dolori e silenziose fatiche

tra untuose e ruspanti cucine in ristoranti d’amore

organetti odoranti di prosciutto e vino

le bande di paese e i nipoti da allevare.

Le passeggiate nelle sere d’agosto

e i maglioncini per le spalle se rinfresca

le immense insalate verdi, che fanno bene.

Hai lasciato il posto di guardia, liberi tutti.

Ma per andare dove?

Ti sei reincarnata – lo so! – nel legno stagionato ed eterno

di un vecchio portone strappato all’incuria

inspiegabile e puntuale alchimia tra anime e oggetti

il nostro cognome sulla lucente targhetta nuova

per un ricordo gettato nel traffico

da donare a quel che resta del tuo piccolo mondo antico

dimenticato, diluito, sbiadito

e la prima distratta estate senza te.

Estate

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 luglio 2014 by Michele Nigro

mare-e-pioggia

Incoerente e tempestosa,

stagione di soli presunti

in lenta mutazione

verso un buio che non vivremo

 di bizzarri esperimenti autunnali,

estate

con le tue piogge fuori luogo

sei promemoria alla mia natura invernale.

Che me ne importa dei bagnanti delusi

se i mari che solcherò non sono fatti d’acqua

se la mia vacanza non è di questo mondo?

video correlato

Io non ho paura

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 febbraio 2012 by Michele Nigro

L’equivoco da evitare, dopo aver letto il romanzo “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti, è quello di pensare che si tratti di un libro ‘semplice’. Il linguaggio quotidiano, l’assenza voluta di congiuntivi, l’uso di termini ed espressioni tipicamente fanciullesche, la scelta di non utilizzare frasi complesse e orpelli narrativi, i dialoghi semplici e diretti, la voglia di raccontare in maniera scarna proprio come farebbe un bambino di nove anni: queste e altre caratteristiche nascondono una complessità infinita che rende il romanzo dello scrittore romano un’opera completa.

“Io non ho paura” è un monumento narrativo all’infanzia: leggendo questo libro noi cosiddetti ‘adulti’ riscopriamo le zone rimosse della nostra vita, le stesse che periodicamente sarebbe il caso di rispolverare per capire chi siamo veramente e in quale direzione siamo diretti. L’estate vissuta e descritta dal piccolo Michele Amitrano, il protagonista, è un’estate felice, spensierata, genuina, fatta di codici innati, di gesti gerarchici comprensibili solo dai membri collaudati di un gruppo ristretto di amici, di crudeltà sperimentali con cui mettersi alla prova; ma è anche un’estate gravida di eventi: l’infanzia non può durare per sempre e prima o poi accadono cose nella vita di un bambino che ne segnano il passaggio verso un’età non già adulta ma deprivata di una magia che non può convivere con la cruda realtà. Ammaniti, immergendosi nel prezioso mondo dei bambini, compie su se stesso un’operazione di decostruzione che in seguito dona al lettore: dimenticare la propria logica, acquisita nel corso degli anni, per calarsi nuovamente nei panni mentali e fisici di un preadolescente, non è facile. I sogni, gli incubi, le paure ridicole, le piccole gioie quotidiane, i desideri semplici, l’altruismo non calcolato, l’arcaicità del gioco, gli istinti non ancora dominati dalle sovrastrutture: durante la lettura di questo romanzo ‘leggero’ l’autore ci riporta in maniera disimpegnata e lieve verso le epoche acerbe e vere della nostra evoluzione. Epoche che ci siamo lasciati alle spalle, che pagheremmo oro pur di rivivere e che contengono i fattori preliminari del nostro presente da adulti.

La natura adoperata da Ammaniti non è funzionale a una descrizione paesaggistica fine a se stessa, ma diventa testimone dinamico e muto di transizioni esistenziali uniche e al tempo stesso antichissime, cicliche, inevitabili, scolpite nella mappa istintiva di ogni essere umano. Michele Amitrano (versione nostrana e maschile di una Alice nel paese delle meraviglie) scopre per caso un grosso buco nel terreno, all’interno del quale un gruppo di adulti balordi tiene prigioniero un altro bambino, Filippo: nel romanzo non viene usata l’espressione “sequestro di persona a scopo di estorsione”, troppo complicata per le immature capacità cognitive di un bambino. L’istinto infantile interpreta il male assecondando percorsi meno complessi ma decisamente più efficaci. E qual era la mia natura? Che sapevo fare io? Una domanda impegnativa sulla morale naturale. Michele sa benissimo cosa fare e segue il proprio istinto come quelle vespe che naturalmente e senza ricevere alcun ordine ricostruiscono testarde il proprio nido distrutto. Un temporale interrompe l’afa estiva, come a voler cambiare scenografia, temperatura ed epoca: l’interpretazione magica e onirica della realtà deve lasciare il posto, lentamente e inesorabilmente, alla verità oggettiva. Le streghe, i mostri, i lupi mannari, gli orchi cedono il passo alla molto più credibile fallibilità genitoriale: crescere significa anche capire che il proprio padre è un fallito e un debole. Crescere significa capire che a rapire i bambini non sono gli orchi e le streghe bensì gli adulti della specie umana: Michele non è in grado di interpellare le forze dell’ordine per liberare Filippo, è troppo piccolo per trovare una soluzione così pragmatica, ma avverte l’incrinatura dentro di sè e cerca con le proprie forze di alleviare il peso di una situazione nuova e terribile.

Interessante la scelta, forse casuale o forse no, dell’anno 1978: l’anno di un altro sequestro, quello di Aldo Moro, tragicamente reale e non inventato, storicamente importante e che segna la fine dell’infanzia di un’intera nazione.

“Io non ho paura” è un romanzo completo, contenente elementi basilari da cui partire verso discussioni infinite riguardanti l’esistenza umana: la complicità fraterna, l’amicizia, la fantasia come strumento interpretativo, il mondo dei sogni, il distacco dalle figure parentali, lo sviluppo della personalità, il carattere che segna un’intera vita, la percezione del male, la scoperta edipica del sesso, il tradimento, il deludente approccio al mondo adulto, la voglia di solitudine e di fuga, la libertà selvaggia, la cura del prossimo, la bellezza della natura che nasconde mostruosità, l’inaccessibile dimensione infantile, il senso del sacrificio, la conoscenza della morte, il dolore fisico… e tante altre cose ancora.

fantascritture - il blog di gian filippo pizzo

fantascienza e fantastico, ma anche no

Le parole e le cose

Letteratura e realtà

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Also sprach

RIFLESSIONI E POESIE

Interno Poesia

Blog e progetto editoriale di poesia

Iannozzi Giuseppe - scrittore e giornalista

Iannozzi Giuseppe, in arte "Joseph Barbarossa" - scrittore, giornalista, critico letterario - blog ufficiale

Emanuele-Marcuccio's Blog

Per una strada e altre storie...

HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario

Appunti e progetti, tra mura e spazi liberi

i sensi della poesia

e in pasto diedi parole e carne

La Camera Scura - il blog di Vincenzo Barone Lumaga

Parole, storie, pensieri, incubi e deliri

La Mia Babele

Disorientarsi..per Ritrovarsi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: