Archivio per estate

Io non ho paura

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 febbraio 2012 by Michele Nigro

L’equivoco da evitare, dopo aver letto il romanzo “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti, è quello di pensare che si tratti di un libro ‘semplice’. Il linguaggio quotidiano, l’assenza voluta di congiuntivi, l’uso di termini ed espressioni tipicamente fanciullesche, la scelta di non utilizzare frasi complesse e orpelli narrativi, i dialoghi semplici e diretti, la voglia di raccontare in maniera scarna proprio come farebbe un bambino di nove anni: queste e altre caratteristiche nascondono una complessità infinita che rende il romanzo dello scrittore romano un’opera completa.

“Io non ho paura” è un monumento narrativo all’infanzia: leggendo questo libro noi cosiddetti ‘adulti’ riscopriamo le zone rimosse della nostra vita, le stesse che periodicamente sarebbe il caso di rispolverare per capire chi siamo veramente e in quale direzione siamo diretti. L’estate vissuta e descritta dal piccolo Michele Amitrano, il protagonista, è un’estate felice, spensierata, genuina, fatta di codici innati, di gesti gerarchici comprensibili solo dai membri collaudati di un gruppo ristretto di amici, di crudeltà sperimentali con cui mettersi alla prova; ma è anche un’estate gravida di eventi: l’infanzia non può durare per sempre e prima o poi accadono cose nella vita di un bambino che ne segnano il passaggio verso un’età non già adulta ma deprivata di una magia che non può convivere con la cruda realtà. Ammaniti, immergendosi nel prezioso mondo dei bambini, compie su se stesso un’operazione di decostruzione che in seguito dona al lettore: dimenticare la propria logica, acquisita nel corso degli anni, per calarsi nuovamente nei panni mentali e fisici di un preadolescente, non è facile. I sogni, gli incubi, le paure ridicole, le piccole gioie quotidiane, i desideri semplici, l’altruismo non calcolato, l’arcaicità del gioco, gli istinti non ancora dominati dalle sovrastrutture: durante la lettura di questo romanzo ‘leggero’ l’autore ci riporta in maniera disimpegnata e lieve verso le epoche acerbe e vere della nostra evoluzione. Epoche che ci siamo lasciati alle spalle, che pagheremmo oro pur di rivivere e che contengono i fattori preliminari del nostro presente da adulti.

La natura adoperata da Ammaniti non è funzionale a una descrizione paesaggistica fine a se stessa, ma diventa testimone dinamico e muto di transizioni esistenziali uniche e al tempo stesso antichissime, cicliche, inevitabili, scolpite nella mappa istintiva di ogni essere umano. Michele Amitrano (versione nostrana e maschile di una Alice nel paese delle meraviglie) scopre per caso un grosso buco nel terreno, all’interno del quale un gruppo di adulti balordi tiene prigioniero un altro bambino, Filippo: nel romanzo non viene usata l’espressione “sequestro di persona a scopo di estorsione”, troppo complicata per le immature capacità cognitive di un bambino. L’istinto infantile interpreta il male assecondando percorsi meno complessi ma decisamente più efficaci. E qual era la mia natura? Che sapevo fare io? Una domanda impegnativa sulla morale naturale. Michele sa benissimo cosa fare e segue il proprio istinto come quelle vespe che naturalmente e senza ricevere alcun ordine ricostruiscono testarde il proprio nido distrutto. Un temporale interrompe l’afa estiva, come a voler cambiare scenografia, temperatura ed epoca: l’interpretazione magica e onirica della realtà deve lasciare il posto, lentamente e inesorabilmente, alla verità oggettiva. Le streghe, i mostri, i lupi mannari, gli orchi cedono il passo alla molto più credibile fallibilità genitoriale: crescere significa anche capire che il proprio padre è un fallito e un debole. Crescere significa capire che a rapire i bambini non sono gli orchi e le streghe bensì gli adulti della specie umana: Michele non è in grado di interpellare le forze dell’ordine per liberare Filippo, è troppo piccolo per trovare una soluzione così pragmatica, ma avverte l’incrinatura dentro di sè e cerca con le proprie forze di alleviare il peso di una situazione nuova e terribile.

Interessante la scelta, forse casuale o forse no, dell’anno 1978: l’anno di un altro sequestro, quello di Aldo Moro, tragicamente reale e non inventato, storicamente importante e che segna la fine dell’infanzia di un’intera nazione.

“Io non ho paura” è un romanzo completo, contenente elementi basilari da cui partire verso discussioni infinite riguardanti l’esistenza umana: la complicità fraterna, l’amicizia, la fantasia come strumento interpretativo, il mondo dei sogni, il distacco dalle figure parentali, lo sviluppo della personalità, il carattere che segna un’intera vita, la percezione del male, la scoperta edipica del sesso, il tradimento, il deludente approccio al mondo adulto, la voglia di solitudine e di fuga, la libertà selvaggia, la cura del prossimo, la bellezza della natura che nasconde mostruosità, l’inaccessibile dimensione infantile, il senso del sacrificio, la conoscenza della morte, il dolore fisico… e tante altre cose ancora.

Psicogeografia battipagliese su Wikipedia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 7 novembre 2011 by Michele Nigro

Nella pagina dedicata alla Psicogeografia di Wikipedia, l’enciclopedia libera, e precisamente nella sezione “Collegamenti esterni”, è comparso un aggiornamento video intitolato “Esperimento psicogeografico in bici a Battipaglia (SA)”. Si tratta di una ripresa ‘selvaggia’ che ho effettuato lo scorso 15 agosto 2011 (già oggetto di un mio precedente post intitolato “Psicogeografia agostana”) che il ‘curatore’ della suddetta pagina, ritenendola interessante ai fini dell’argomento, ha pensato di inserire nella voce wikipediana. È sempre un piacere vedere una propria ‘pazzia’ trasformata in materiale utile: un’idea estemporanea gettata quasi per caso su un canale di Youtube, un gesto empirico che diventa informazione esperienziale collettiva.

L’afa di Eilat

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 23 agosto 2011 by Michele Nigro

Dedicata a questi giorni di afa in Italia. Incredibilmente la pagina di diario che segue mi è tornata in mente la scorsa notte, non riuscendo a dormire a causa del caldo, tra il 22 e il 23 agosto del 2011: esattamente diciassette anni dopo l’esperienza dell’afa di Eilat. Gli orologi della memoria scattano silenziosamente ma con decisione insonne; seguendo scadenze e anniversari inconsci ci risvegliano dalla monotonia. L’afa israeliana, i corsi e ricorsi della storia personale, la riproposizione dei contenuti e l’inganno delle forme che cambiano, il contrasto tra il turismo stanziale e l’esperienza “di passaggio”, la solitudine alberghiera su uno sfondo paradisiaco, l’osservazione quasi scientifica e morbosa contro la rilassatezza delle comitive di amici, l’inadeguatezza dell’anima e il sentirsi “fuori dal tunnel del divertimento”, la contrapposizione tra deserto e mare, tra la ricerca superiore e il divertimentificio, tra la voglia di essere soli e l’obbligo allo svago… Il capitare quasi per caso in un luogo vivo e la strana gioia provata nel ripartire.

<<… La mia parte assente s’identificava con l’umidità…>> cantava Franco Battiato in Arabian Song. Un’umidità deprimente, asfissiante, capace di aggravare la dissociazione tra mente e corpo, di evidenziare il divario tra l’obiettivo interiore e il caos esterno. Ma come recita un adagio: “Non si va mai tanto lontano come quando ci si perde.”

22-08-1994

Lascio il Youth Hostel di Mizpè Ramon e con l’autobus 392 mi dirigo alla volta di Eilat.

Lungo la strada incontro solo “il deserto dei padri” e basi militari a testimoniare la vicinanza con i confini di quei paesi arabi che anni fa diedero del filo da torcere a Israele: Egitto e Giordania. Scendendo sempre più a sud Israele assume una forma curiosa, come si può apprezzare dalla cartina: diventa triangolare, a imbuto, con la punta rivolta verso il Golfo di Aqaba. E proprio alla punta di questo “imbuto geografico” c’è Eilat, ultima località dello stato d’Israele. Fiorella Mannoia in Italia ha dedicato anche una canzone a questo luogo – “Sorvolando Eilat” – e in una strofa la cantante dai capelli rossi fa riferimento alle caratteristiche “montagne rosse” che si vedono poco prima di giungere a Eilat. Una volta superate le montagne rubiconde appare la “Rimini del Mar Rosso”.

Caotica, viva, calda (più calda di tutti i posti in cui sono stato da quando sono sbarcato in Israele), troppo turistica per i miei gusti e sicuramente dedicata a chi ama il caldo tropicale e  vuole fare una vacanza solo ed esclusivamente per divertirsi, senza obiettivi culturali. Eilat è un “divertimentificio”, la classica città di mare con forte vocazione turistica in cui io personalmente non passerei mai per intero le mie vacanze estive. Un giorno, due giorni… E via. Comunque ho voglia di conoscerla e quindi mi dirigo alla ricerca di un posto per la notte. All’Ufficio Turistico mi propinano una guida commerciale che non serve a niente e mi dicono di tentare all’ostello. Niente da fare: tutto pieno. Allora “agguanto” una stanza in un hotel di media categoria e mi libero dagli zaini che diventano ogni giorno più pesanti. E’ una stanza singola tutta per me con un comodissimo lettone e l’aria condizionata che prontamente accendo “a palla”. Approfitto dell’ampio bagno per fare… “il bucato”: lavo le magliette e il resto del vestiario sporco, che in seguito appendo sulla mia provvidenziale cordicella già protagonista di altri bucati raminghi. I panni si asciugano in un batter d’occhio. Eilat: 42°C. Un vero inferno! […]

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È severamente vietato NON toccare i monumenti!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 luglio 2011 by Michele Nigro

Guide turistiche, manuali, mappe, percorsi didattici, audioguide multilingue, nuove tecnologie… Innumerevoli sono i modi per conoscere ciò che si osserva, per sapere tutto ciò che c’è da sapere sul monumento che trovi lungo il tuo cammino, per ‘imparare’ (ammesso che si conosca il vero significato del termine: imparare come per dire ‘nozionismo preconfezionato da altri’ oppure imparare dall’esperienza diretta?). Quante delle informazioni acquisite in maniera confusa e veloce, nel corso di una vacanza, rimarranno per sempre impresse nei nostri banchi mnemonici? Pochissime, quasi nessuna: nella migliore delle ipotesi un’immagine, un nome, qualche aneddoto particolarmente stuzzicante, anche se storicamente irrilevante. Ci affanniamo a leggere cartelli informativi per giustificare il costo del biglietto d’ingresso – vivendo nell’illusione di acculturarci – e dimentichiamo l’oggetto che è lì, davanti ai nostri occhi, presente da secoli e che ci parla con un linguaggio afono universale che abbiamo dimenticato ma non del tutto rimosso dai nostri circuiti conoscitivi primordiali.

Smettiamola di camminare sotto il sole come tanti invasati; smettiamola di fotografare stupidamente migliaia di cose inutili: sembriamo ladri di immagini sull’orlo di una crisi di nervi, archeo-consumisti del terzo millennio, nevrotici cittadini in vacanza sempre a caccia di ‘saldi’ tra i negozi della storia. Mettiamo da parte le guide cartacee e quelle interattive e riconquistiamo la ‘conoscenza tattile’ e istintuale (“vissuta e incosciente”), il contatto diretto, non enciclopedico, tra noi e il monumento. Personalizziamo la conoscenza. Riscopriamo gesti primordiali, semplici nella loro arcaicità ma efficaci per ottenere informazioni irrazionali, non predigerite, dirette e sensoriali.

Toccare un monumento, una porzione raggiungibile, una piccola parte di esso: percepirne la temperatura con il palmo della mano; sentire al tatto la sua superficie liscia o ruvida; sentirne la consistenza; rendersi conto dello spessore materiale grazie al quale ha potuto sfidare (e superare) la storia umana e naturale; capire il perché della sua resistenza muta nel tempo. Chiudere gli occhi e realizzare una sorta di fusione spazio-temporale tra noi e l’oggetto millenario; una fusione mentale tra l’ennesimo visitatore del presente e i costruttori impermanenti ormai divenuti polvere, ma resi immortali dalla propria opera. Avvertire il peso del jet lag storico. L’oggetto invecchia più lentamente ed è testimone del passaggio terreno degli effimeri e geniali abitanti di questo pianeta, delle loro passioni sociali, politiche, delle loro guerre, della loro scelleratezza.

Toccare una colonna, sfiorare un marmo, sostare su una scala antica, abbracciare un pilastro, distendersi su un pavimento, appoggiare la guancia su una scultura rupestre, sentire il corpo inorganico ma vivo e farne parte, meditare a lungo sul tappeto di una antica moschea pur non essendo musulmani, convivere con i silenzi che circondano l’oggetto senza preoccuparsi di riempirli, sedersi in una zona d’ombra dimenticata dal flusso turistico: il contatto fisico ci assicura un passaggio di energia conoscitiva spazio-temporale lasciataci in eredità; un contatto efficace più di mille libri, più di tante parole inutili che andranno perse nel mare della distrazione sensoriale. Lasciarsi riempire passivamente da una volontà storica più forte di noi. Dimenticare gli affanni e gli orari; dimenticare il proprio corpo e creare una parentela indissolubile tra noi e il manufatto.

L’energia cosmica assorbita nel tempo dal monumento ritorna al suo creatore umano che diviene inconsapevolmente testimone della storia e custode di una quota esistenziale che attendeva da secoli un curioso erede di passaggio. Il principio termodinamico adattato all’energia monumentale: così avvengono trasferimenti sapienziali tra l’oggetto antico e l’essere recente e vergine. Rimanere a casa in modalità asettica, vivere indirettamente gli spazi, vedere la storia in televisione, non interagire con la realtà: tutto questo equivale a una dispersione di energia, equivale a morire interiormente. Non si tratta di ‘divertimento’, di ‘vacanza’ (nel senso di ‘vacante’) ma al contrario di nuovi ‘riempimenti’, di riequilibri energetici tra noi e gli oggetti storici. Ci sono cose che non possono essere raccontate a parole; ci sono energie che non possono essere masterizzate, impacchettate o vendute.

Ed è per questo che all’ingresso di ogni area archeologica dovrebbe esserci un cartello con su scritto: “È severamente vietato NON toccare i monumenti”.

Park Reading

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 3 aprile 2011 by Michele Nigro

Da non confondere con il reading park, ovvero la lettura pubblica – appunto nei parchi – da parte di lettori più o meno famosi (attori, scrittori in voga…), il Park Reading è una pratica prevalentemente (ma non necessariamente) solitaria: quando le giornate cominciano ad ‘allungarsi’, le temperature sono più clementi e la primavera ritorna con il suo puntuale carico di promesse e di vitalità, ecco che il lettore incallito abbandona, da solo o in dolce compagnia, le quattro mura domestiche, il comodo divano in pelle, la giacca da camera e le pantofole, per compiere la sua stagionale ‘transumanza culturale’ verso i verdi pascoli della lettura all’aperto. La felicità del ‘lettore esterno’ è fatta di piccole cose: un luogo appartato, fresco o soleggiato (a seconda delle diverse esigenze ‘epidermiche’) e possibilmente silenzioso all’interno del parco pubblico, una panchina decente o un pezzo di prato pulito su cui distendere un plaid, una visuale evocativa da alternare alle pagine lette, uno spray contro la zanzara tigre (ogni anno sempre più sfacciata!)… Ovviamente un buon libro. E perché no: anche un panino e una bibita, se si ha intenzione di restare un bel po’ all’aria aperta e finire finalmente quel testo che trasciniamo da settimane, da una stanza all’altra della nostra abitazione. Il bello del park reading è che compiamo un’attività intellettuale – la lettura e la riflessione che si alterna alla lettura – ma al tempo stesso riabilitiamo il nostro corpo dopo mesi di clausura invernale e lo sollecitiamo con mezzi naturali gratuiti: il sole primaverile che ritorna ad agire sulla pelle in previsione di abbronzature estive; il vento che gira le pagine del libro e passa attraverso i nostri capelli prelevando idee e pensieri… I rumori lontani e vicini (un cane che abbaia, un bambino che urla, il suono di un fiume che scorre, un aereo che passa, il ronzio di un insetto, il canto di un uccello, il calpestio di un gruppo di podisti…) non ci distraggono dalla lettura ma confermano la nostra posizione nello spazio e nella società. Sappiamo che, anche mentre leggiamo e siamo mentalmente lontani dalla realtà, non siamo soli e che la nostra attività intellettuale non è fine a se stessa ma fa parte di un ‘discorso collettivo’ umanizzante, apparentemente non percepibile. La fredda e asettica lettura domiciliare cede il passo alla dinamica vitalità della lettura interattiva e ambientale: le parole lette sulla carta (o sullo schermo del lettore di eBook, se proprio non riusciamo a lasciare la tecnologia a casa) si confondono con gli sprazzi di realtà che riceviamo in diretta dal mondo circostante. Mescoliamo personaggi e persone, scene inventate e immagini del presente. Il messaggio contenuto nel libro ne esce amplificato. Si realizza, così, la vera sapienza.

Il parco pubblico, soprattutto quando è curato dagli amministratori e rispettato dai cittadini, rappresenta un’isola felice incastonata nel tessuto urbano. La ‘nostra’ panchina abituale può divenire un ‘luogo dell’anima’. Mentre il sole tramonta tra i palazzi e la luce naturale diminuisce, riponiamo il nostro libro nella tasca della giacca e progettiamo eventi presenti e futuri. Incamminandoci verso l’uscita del parco, un attimo prima di attraversare il cancello e ritornare nel caos cittadino, ci accorgiamo come per magia di essere diventati un po’ più liberi e addirittura più felici. Forse la qualità della vita è determinata anche da queste piccole, insignificanti, semplicissime cose.

Rondinità

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , on 28 marzo 2011 by Michele Nigro

Suoni stridenti

di mezzelune e virgole

ricchi di zeta

ed echi veloci

tra i primi venti caldi

dal mare d’Aprile.

Frecce nere

di saettanti stormi

su sfondi celesti

con panna.

Frappé al latte

e spalle scottate.

Memorie puntuali

di primavere felici.

Anche se una non basta.

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Sensualità domestica

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , on 11 giugno 2010 by Michele Nigro

Sensuali décolleté

perlati di sudore,

nei pomeriggi estivi

donne che stirano


Pomeriggi perduti

quasi un litblog di Michele Nigro

POLISCRITTURE 3

laboratorio di cultura critica

Mille Splendidi Libri e non solo

"Un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi"

Poetarum Silva

- Nie wieder Zensur in der Kunst -

Leggo e cammino

Amo leggere, amo camminare e amo fare le due cose insieme (non è così difficile come sembra)

Maria Pina Ciancio

Quaderno di poesia on-line

LucaniArt Magazine

Riflessioni. Incontri. Contaminazioni.

Fantascritture - blog di fantascienza, fantasy, horror e weird di gian filippo pizzo

fantascienza e fantastico nei libri e nei film (ma anche altro)

Le parole e le cose²

Letteratura e realtà

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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Il blog di Interno Poesia

Iannozzi Giuseppe - scrittore e giornalista

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La Camera Scura - il blog di Vincenzo Barone Lumaga

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