Archivio per eutanasia

The Giver – Il mondo di Jonas

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 aprile 2017 by Michele Nigro

versione pdf: The Giver – Il mondo di Jonas

Una delle caratteristiche più frequenti nei recenti film di genere fantascientifico è senza alcun dubbio il processo di ibridazione da cui nascono: l’originalità, sempre più rara, è stata sostituita da più sicuri incroci tra porzioni di precedenti pellicole di successo (anche di generi differenti), come in una sorta di grande esperimento di ingegneria genetica adattata alla cinematografia. Lungi da me il voler giudicare come negativa questa tecnica d’ibridazione, che nella maggior parte dei casi fornisce risultati gradevoli, sarebbe tuttavia interessante analizzarne – in altra sede e in maniera più approfondita – l’origine, gli obiettivi, le tecniche narrative che utilizza per rendere credibile il risultato finale: si tratta di mancanza di idee come accennavo all’inizio? Voglia di “contaminazione” tra generi? Sperimentalismo transmediale libro-film? Sta di fatto che questi film derivano quasi sempre da altrettanti romanzi, quindi l’ibridazione avviene a monte. È letteraria.

Non sfugge a tale fenomenologia il film intitolato The Giver – Il mondo di Jonas (tratto dal romanzo The Giver – Il donatore di Lois Lowry): l’accostamento più facile da fare sarebbe quello con il film Hunger Games, ma scavando in profondità è interessante rilevare quante altre analogie meritano di essere scoperte e analizzate. La storia contenuta nel film di Phillip Noyce ha letteralmente “rubato” l’idea della riscoperta dei colori (e delle emozioni) a un altro grande film sottovalutato: Pleasantville. L’assegnazione di mansioni al compimento del 18° anno d’età assomiglia alla divisione in fazioni presente nel romanzo Divergent di Veronica Roth (dal momento che il romanzo della Roth è del 2011, mentre quello di Lowry è del 1993, sarebbe il film Divergent ad avere un “debito” con The Giver – Il mondo di Jonas; anche se entrambi i film sono del 2014!). L’estirpazione delle emozioni dall’animo umano è un chiaro riferimento al film Equilibrium di Kurt Wimmer; la società quasi apatica, senza classi e senza memoria di The Giver ricorda un po’ quella degli Eloi di H. G. Wells; l’iniezione mattutina per debellare gli impulsi sessuali e sentimentali è l’equivalente, in termini di controllo sociale, dell’assunzione di soma ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley; l’amore controllato (e inibito) tra uomo e donna non può non rievocare il rapporto proibito tra Winston e Julia nel celebre romanzo 1984 di George Orwell. Per non parlare della deriva eugenetica, presente in numerose opere letterarie e cinematografiche fantascientifiche. Interessante il riferimento antiabortista (i bambini non conformi allo standard vengono “congedati”: un modo pulito per dire uccisi) e quindi antispartano contenuto nel messaggio filmico. Riferimento che potrebbe essere esteso anche al tema delicato e attuale dell’eutanasia: quando una società legifera sulla nascita, sulla morte e sui sentimenti ed emozioni contenuti nell’intervallo di tempo compreso tra questi due momenti, può definirsi libera? Sembrerebbe chiedersi la voce narrante di questa storia. Anche se, come accade nella realtà, non è la condizione esistenziale in sé ma la necessaria presa di coscienza a fare la differenza in termini di azioni da intraprendere.

L’idea di una società distopica “con il trucco” non è originalissima: nella maggior parte dei casi si tratta di società post-apocalittiche, perché deve esserci sempre un evento passato sconvolgente – una guerra, un’epidemia, una quasi estinzione – per far cambiare rotta all’umanità e per farle scegliere un nuovo inizio basato su scelte radicali applicate da un’oligarchia. Come a voler dire: “abbiamo sbagliato, è vero, ma da oggi in poi si riga dritto, con nuove regole e guai a chi sgarra!” Innumerevoli sono gli esempi, fantascientifici e non, letterari e cinematografici, di società apparentemente perfette ma che nascondono regole di vita disumane e innaturali: The Island film di Michael Bay, L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) di George Lucas, La penultima verità (The Penultimate Truth) romanzo di Philip K. Dick, The Truman Show film di Peter Weir, La fuga di Logan (Logan’s Run) film di Michael Anderson, La possibilità di un’isola romanzo di Michel Houellebecq… ecc. Continuate voi: sono sicuro che avete almeno un titolo di film o di romanzo da aggiungere all’elenco!

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L’evoluzione della morte

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 dicembre 2011 by Michele Nigro

Suicidio, evoluzione, postumanesimo  

 
<<…Chi l’ha detto che il cancro è più doloroso della solitudine e della depressione? Io non l’ho mai pensato. Esco dalla chiesa facendomi la santa croce, e rivolgendomi al Cristo in croce che troneggia dall’abside mi lascio scappare un: «…mi affido a Te!». Blasfemo? Dipende dai punti di vista.
C’è una donna delusa dalla vita che m’aspetta: quattro figli finiti male, un divorzio alle spalle e l’alcolismo che non la molla. Il coraggio per farla finita non ce l’ha: allora entro in campo io. Stasera le porto il suo “biglietto aereo”. Agisco senza lasciare tracce; tutto secondo i piani; da vero professionista. Il luogo all’aperto ma isolato lo ha scelto lei: non vuole farsi trovare in casa morta. L’arma la scelgo sempre io: è la stessa che uso per ogni caso del nuovo filone. Più rapida della flebo… questo è sicuro.
Il silenziatore applicato alla pistola nascosta nel cappotto e vado all’appuntamento. Ha smesso di piovere. Vado mezz’ora prima per esaminare il luogo e per assicurarmi che non ci siano sbirri nascosti o troupe televisive appostate e pronte a immortalarmi nel caso in cui la disperata, non più depressa, abbia deciso di essere più affarista di me. Tutto libero: il contatto è serio. Mi avvicino, la riconosco: è la stessa della foto mandata via e-mail; per sicurezza le chiedo il nome e il cognome: è proprio lei. La saluto cordialmente come se fossimo in una sala da tè e lei, invece, mi chiede subito: «Si parte?» Le sorrido come per dire sì.
Estraggo l’arma e la punto verso il volto di una persona morta da tempo: almeno interiormente. Non ho bisogno di prendere un respiro profondo: la pressione del mio dito e il pensiero della morte sono saldati in un unico corpo metallico rovente raffreddato solo dall’eternità di quel momento. Un colpo, niente di più: sono preciso, impeccabile e geometrico nei miei gesti. Sono un’opera d’arte dinamica votata alla morte: a volte mi adoro. I soldi sono diventati quasi un particolare, a dire il vero. Il mio, ormai, non è più un lavoro: è una missione.
Aiuto gli altri a non soffrire più…non importa quale sia il male. E questa rivalsa sul dolore, vi confesso, mi inebria.>>
 

Lo stralcio con cui ho voluto cominciare questo post è tratto da un mio vecchio racconto intitolato “Il missionario” (pubblicato su “Micropulp” n.2) riguardante un tema drammatico, quello dell’eutanasia, che periodicamente torna in auge soprattutto grazie a casi eclatanti di cronaca capaci però di riaccendere soprattutto la discussione intorno ai suoi aspetti ideologico-politici tralasciando quelli umani e spirituali ben più importanti. La libertà insita nell’invenzione narrativa mi diede all’epoca della stesura l’opportunità di pensare a un personaggio noir esagerato e per nostra fortuna inesistente, un “professionista della morte”. Uno che per mestiere aiuta i malati terminali a compiere il passaggio estremo operando in maniera attiva e sostituendosi agli interessati nell’ultima fase della loro vita: una tragica figura professionale, volutamente marcata e utilizzata nel mio racconto con finalità provocatorie, da non confondere con quella reale e attuale del medico che si occupa di suicidio assistito, ovvero di un professionista che, dopo aver scrupolosamente valutato insieme al paziente tutte le possibili alternative al suicidio, ha il delicato compito di predisporre le condizioni medico-tecniche grazie alle quali il paziente compie autonomamente il passo finale, ingerendo il farmaco letale (o utilizzando altri metodi di somministrazione scelti caso per caso) fornitogli dal suddetto assistente che non interviene in maniera attiva ma è lì per accertarsi dell’avvenuto decesso (vedi anche suicidio assistito).

Nella parte finale della mia finzione narrativa l’assistenzialismo del personaggio subisce tuttavia una ‘profetica’ evoluzione: a essere interessati alla sua proposta professionale non sono solo i malati di cancro o di altre malattie fisiche degenerative e irrevocabili, bensì anche i malati nell’anima, i depressi.

Il recente caso di Lucio Magri ha riaperto la discussione tra i soliti guelfi e ghibellini della politica italiana sull’eutanasia ma l’ha riaperta questa volta su uno scenario diverso: Magri non era un malato terminale di cancro, non aveva metastasi disseminate nel proprio corpo, non soffriva di una malattia che gli stava lentamente corrodendo gli organi e che lo avrebbe portato a una morte certa. Lucio Magri era depresso: e non è poco, dal momento che la depressione può dare luogo a gravi ripercussioni fisiche, anche se non mortali. Non è poco, ma non basta. E il perché di questa ‘insufficienza di prove’ è presto dimostrata. Nonostante gli sviluppi compiuti dalla scienza sulla conoscenza del funzionamento del sistema nervoso e delle patologie che lo riguardano, siamo costretti ad ammettere che la ‘sede organica della mente’, il cervello, rappresenta per noi ancora un grande mistero (di tipo scientifico e da un punto di vista ‘aristotelico’ anche un mistero metafisico). La neurofarmacologia ha fatto passi da gigante e ha fornito ai sofferenti di depressione dei validi strumenti chimici per vivere una vita dignitosa. Anche se la chimica da sola non basta: per lottare contro la depressione e per migliorare la qualità della vita del paziente occorre un approccio psicoterapeutico mirato.

Partendo da tale premessa è lecito porsi la domanda se sia giusto applicare le stesse regole del suicidio assistito anche alla malattia chiamata depressione. Qualcuno se l’è posta questa domanda e le argomentazioni addotte sono convincenti quasi come quelle (se non di più) presentate dal paziente che chiede di ‘andarsene’ da questo mondo in quanto depresso.

Giunti al nostro incrocio troviamo, tra le altre, le strade della libertà individuale, della scelta privata. Di quello che usiamo definire libero arbitrio. Sarebbe limitativo e poco intelligente liquidare la questione dell’eutanasia in generale, e del suicidio assistito applicato ai malati psichici in particolare, riproponendo gli alibi dello stato sovrano che decide sulla vita e sulla morte dei cittadini o del determinismo religioso (della serie: “Non si fa perché è peccato! Perché bisogna seguire il proprio destino!” oppure “Non puoi suicidarti perché la tua sofferenza fa parte di un progetto superiore incomprensibile e quindi devi accettarla come un dono!”).

C’è bisogno di nuove risposte (né ideologico-politiche, né dogmatico-religiose) capaci di captare i mutamenti evoluzionistici del concetto di morte e indipendentemente dal proprio credo religioso dobbiamo essere in grado di porci la seguente domanda: “Che valore ha oggi per noi la vita?”

Il mio racconto conteneva un quesito allarmistico riguardante il possibile abuso del suicidio assistito (attivo o passivo): cosa succederà in futuro se una errata interpretazione della ‘dolce morte’ lancerà una nuova moda facilona e gli esseri umani cominceranno a valutare le varie tecniche per abbandonare questa vita, messe a disposizione dal ‘mercato’, come se si stesse parlando di scegliere tra i vari modelli di automobile più convenienti? Sceglieremo il modo di andarcene come se scegliessimo le piastrelle per il bagno e la carta da parati? Se oggi anche i depressi possono accedere al suicidio assistito, quale sarà domani la soglia critica dell’imperfezione sopportabile superata la quale poter decidere di farla finita? Il problema riguardante la soglia non è “chi la deciderà?” (se lo Stato o la Chiesa: dal momento che, a quanto sembra, basta varcare i confini della propria nazione e staccare un paio di assegni per risolvere il problema) ma la domanda giusta è “saremo in grado, a livello personale e privato, di decidere saggiamente? avremo gli strumenti mentali, culturali, spirituali, scientifici per affrontare in maniera equilibrata quella che dovrebbe essere l’ultima e la più importante decisione della nostra vita?” E ancora: “quale sarà la scala di valori che ci guiderà verso questa decisione? Il disagio e il dolore troveranno terreno fertile per autogiustificarsi grazie a un consumismo della morte che renderà tutto più facile? Le agevoli vie d’uscita eutanasiche e suicidarie prevalranno sulla ricerca attiva di una soluzione umana?” Qualcuno potrebbe rispondere a tutte queste domande affermando che chi decide di suicidarsi non conosce ostacoli e a volte mette in pericolo anche la vita degli altri con gesti spettacolari e distruttivi. Tuttavia fornire una via d’uscita ‘pulita’ può essere allo stesso modo mostruoso. Da qui all’eugenetica il passo è breve.

Nel film di fantascienza sociologica intitolato 2022: i sopravvissuti (titolo originale: Soylent Green; tratto dal romanzo di Harry Harrison “Largo! Largo!”) è descritta una società futura in cui il suicidio assistito non solo è legalizzato ma addirittura incentivato e curato con metodo industriale a causa del sovraffollamento che affligge l’umanità del 2022: si scoprirà in seguito che i corpi dei morti naturali e dei suicidi volontari serviranno a produrre l’alimento più diffuso tra la popolazione, il Soylent Green. La morte diventa così un evento proficuo, un affare, un momento di pubblica utilità.

I fautori del suicidio assistito, nei paesi dove è legale, hanno fatto di tutto per regolamentare la loro filosofia di fine vita, così come dimostra la brochure dell’associazione svizzera “Dignitas” che si occupa di suicidio assistito con lo stesso ‘entusiasmo turistico’ e la stessa dedizione teutonica del personaggio che agisce nel mio racconto. Dalla fantasia della scrittura alla realtà quotidiana.

Chi può assicurarci che, nonostante l’attuale dovizia di regolamentazioni, un giorno non si allenteranno i ‘freni inibitori’ della legislazione suicidaria per assecondare motivi insondabili così come accade, anche se in maniera fantascientifica, nel film sopra citato? O meglio: al di là delle motivazioni alimentari, sociali ed economiche, tirate in ballo a livello cinematografico, non si potrebbe pensare molto più realisticamente a una, non lontana nel tempo e già in atto, svalutazione dell’esistenza umana? Il suicidio assistito come la rottamazione dell’auto usata.

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E’ online “MICROPULP” di Giugno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 giugno 2011 by Michele Nigro

L’avventura di “Micropulp” continua alla grande ed esce così il tanto atteso n.2 della fanzine/e-book ideata e curata da Vincenzo Barone Lumaga che scrive in una e-mail agli Autori: “… Devo dire di essere molto orgoglioso di questo secondo numero. […] mi sembra che […] abbia una maggiore omogeneità di fondo. Inoltre la qualità dei racconti secondo me è ottima…”

Ho contribuito a questo numero di Giugno con un mio ‘vecchio’ racconto – “Il missionario” – che, se confrontato con gli altri finora pubblicati anche più di una volta su diverse testate, ha vissuto in fin dei conti una vita in sordina: credo che abbia fatto una sola ‘comparsata’ nella rivista “Nugae” alcuni anni fa. Non ricordo altre pubblicazioni. Sono contento pertanto che il direttore di “Micropulp” abbia scelto, tra i racconti inviati dal sottoscritto in redazione, proprio questo: ciò mi ha stimolato a fare una revisione su un ‘prodotto’ che ormai consideravo ‘scaduto’, al di là del tema portante attuale e ‘scottante’. Sono soddisfatto anche se il processo di revisione di un racconto (come di un saggio, di una poesia…) non ha mai fine e chissà quante incongruenze e quanti errori lessicali verranno fuori in futuro dopo un’ulteriore lettura. L’occhio esterno di Vincenzo Barone Lumaga ha sicuramente contribuito a ‘ripulire’ il racconto da refusi che avrei continuato ad accettare a causa di una certa ‘assuefazione’ che colpisce chi scrive (gli addetti ai lavori lo sanno) nonostante la decantazione scritturale durata anni.

“Il missionario” è un racconto, forse noir, scritto utilizzando la prima persona singolare: a parlare è l’Io omicida/personaggio che convive nell’autore (in ognuno di noi vi è una componente omicida, che piaccia o no). Per definizione può essere considerata noir una storia che prende fortemente in considerazione il punto di vista del ‘delinquente’. Il ‘giallo’ ci ha abituati alla figura positivista del detective brillante che inchioda l’assassino. Il noir, al contrario, è nato per ascoltare le ragioni del ‘cattivo’, per entrare in sintonia con la sua storia personale e con le atmosfere che caratterizzano il suo vissuto, per giustificare quasi le sue macabre intenzioni. Ci ‘educa’ a prendere in considerazione un altro (scomodo) punto di vista. Con il noir l’assassino diventa umano, paradossalmente comprensibile. In alcuni casi addirittura simpatico.

Dietro questa scorza noir, “Il missionario” nasconde un tema attualissimo e molto discusso: l’eutanasia. Ma lo fa in maniera esagerata, grottesca, fantasiosa, dissacratoria, persino ironica. In questo racconto non mi sono limitato a cercare di ricostruire ambientazioni metropolitane noir, ma per mezzo del contrasto tra sacro e profano, tra laico ed ‘ecclesiastico’, che emerge in alcuni punti dello scritto, ho voluto evidenziare l’irrisolto scontro politico esistente soprattutto in Italia tra ‘guelfi e ghibellini’ intorno a un tema delicato che dovrebbe essere affrontato, secondo me, su un piano puramente umano e privato.

Nella scena finale, tuttavia, anch’io avanzo alcune perplessità: e se questo metodo eutanasico sfuggisse al controllo? (Al controllo di chi?) Cosa succederebbe se l’eutanasia divenisse la Regola che scatta automaticamente dinanzi al dolore? (A qualsiasi dolore?)

Ho apprezzato molto la presentazione del mio racconto nel Microeditoriale di Vincenzo Barone Lumaga: “… In questo numero trovate un racconto di media lunghezza di Michele Nigro, decisamente una storia che può far discutere. Non vi dirò se condivido ciò che l’autore dice o “sembra voler dire” tra le righe. Il mio consiglio è: valutate questo racconto (e in generale questo tipo di storie), non in base alle convinzioni che l’autore esprime o sposa, ma alla sua capacità di saper fotografare la vita vera e i suoi piccoli miracoli e drammi. Lo scenario tratteggiato in questa storia può sembrare paradossale ma… chissà, un sottile dubbio sul fatto che personaggi come il protagonista esistano davvero ci viene instillato.”

Insomma: “discutiamone!” Sembrerebbe essere il giusto messaggio lanciato dal curatore di Micropulp…

Potete leggere e scaricare il n.2 di MICROPULP da questo link.

BUONA LETTURA!

Il missionario

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 30 gennaio 2011 by Michele Nigro

<<… Estraggo l’arma e la punto verso il volto di una persona morta da tempo: almeno interiormente. Non ho bisogno di prendere un respiro profondo: la pressione del mio dito e il pensiero della morte sono saldati in un unico corpo metallico rovente raffreddato solo dall’eternità di quel momento. Un colpo, niente di più: sono preciso, impeccabile e geometrico nei mie gesti.

Sono un’opera d’arte dinamica votata alla morte: a volte mi adoro.

I soldi sono diventati quasi un particolare. Il mio, ormai, non è più un lavoro: è una missione.

Aiuto gli altri a non soffrire più… Non importa quale sia il male.

E questa rivalsa sul dolore, vi confesso, mi inebria.>>

(tratto da Il missionario)

Maria Pina Ciancio

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