Archivio per fantascienza sociologica

The Giver – Il mondo di Jonas

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 aprile 2017 by Michele Nigro

versione pdf: The Giver – Il mondo di Jonas

Una delle caratteristiche più frequenti nei recenti film di genere fantascientifico è senza alcun dubbio il processo di ibridazione da cui nascono: l’originalità, sempre più rara, è stata sostituita da più sicuri incroci tra porzioni di precedenti pellicole di successo (anche di generi differenti), come in una sorta di grande esperimento di ingegneria genetica adattata alla cinematografia. Lungi da me il voler giudicare come negativa questa tecnica d’ibridazione, che nella maggior parte dei casi fornisce risultati gradevoli, sarebbe tuttavia interessante analizzarne – in altra sede e in maniera più approfondita – l’origine, gli obiettivi, le tecniche narrative che utilizza per rendere credibile il risultato finale: si tratta di mancanza di idee come accennavo all’inizio? Voglia di “contaminazione” tra generi? Sperimentalismo transmediale libro-film? Sta di fatto che questi film derivano quasi sempre da altrettanti romanzi, quindi l’ibridazione avviene a monte. È letteraria.

Non sfugge a tale fenomenologia il film intitolato The Giver – Il mondo di Jonas (tratto dal romanzo The Giver – Il donatore di Lois Lowry): l’accostamento più facile da fare sarebbe quello con il film Hunger Games, ma scavando in profondità è interessante rilevare quante altre analogie meritano di essere scoperte e analizzate. La storia contenuta nel film di Phillip Noyce ha letteralmente “rubato” l’idea della riscoperta dei colori (e delle emozioni) a un altro grande film sottovalutato: Pleasantville. L’assegnazione di mansioni al compimento del 18° anno d’età assomiglia alla divisione in fazioni presente nel romanzo Divergent di Veronica Roth (dal momento che il romanzo della Roth è del 2011, mentre quello di Lowry è del 1993, sarebbe il film Divergent ad avere un “debito” con The Giver – Il mondo di Jonas; anche se entrambi i film sono del 2014!). L’estirpazione delle emozioni dall’animo umano è un chiaro riferimento al film Equilibrium di Kurt Wimmer; la società quasi apatica, senza classi e senza memoria di The Giver ricorda un po’ quella degli Eloi di H. G. Wells; l’iniezione mattutina per debellare gli impulsi sessuali e sentimentali è l’equivalente, in termini di controllo sociale, dell’assunzione di soma ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley; l’amore controllato (e inibito) tra uomo e donna non può non rievocare il rapporto proibito tra Winston e Julia nel celebre romanzo 1984 di George Orwell. Per non parlare della deriva eugenetica, presente in numerose opere letterarie e cinematografiche fantascientifiche. Interessante il riferimento antiabortista (i bambini non conformi allo standard vengono “congedati”: un modo pulito per dire uccisi) e quindi antispartano contenuto nel messaggio filmico. Riferimento che potrebbe essere esteso anche al tema delicato e attuale dell’eutanasia: quando una società legifera sulla nascita, sulla morte e sui sentimenti ed emozioni contenuti nell’intervallo di tempo compreso tra questi due momenti, può definirsi libera? Sembrerebbe chiedersi la voce narrante di questa storia. Anche se, come accade nella realtà, non è la condizione esistenziale in sé ma la necessaria presa di coscienza a fare la differenza in termini di azioni da intraprendere.

L’idea di una società distopica “con il trucco” non è originalissima: nella maggior parte dei casi si tratta di società post-apocalittiche, perché deve esserci sempre un evento passato sconvolgente – una guerra, un’epidemia, una quasi estinzione – per far cambiare rotta all’umanità e per farle scegliere un nuovo inizio basato su scelte radicali applicate da un’oligarchia. Come a voler dire: “abbiamo sbagliato, è vero, ma da oggi in poi si riga dritto, con nuove regole e guai a chi sgarra!” Innumerevoli sono gli esempi, fantascientifici e non, letterari e cinematografici, di società apparentemente perfette ma che nascondono regole di vita disumane e innaturali: The Island film di Michael Bay, L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) di George Lucas, La penultima verità (The Penultimate Truth) romanzo di Philip K. Dick, The Truman Show film di Peter Weir, La fuga di Logan (Logan’s Run) film di Michael Anderson, La possibilità di un’isola romanzo di Michel Houellebecq… ecc. Continuate voi: sono sicuro che avete almeno un titolo di film o di romanzo da aggiungere all’elenco!

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E se lui tornasse?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 aprile 2016 by Michele Nigro

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Niente spoiler, tranquilli! Solo alcune considerazioni a caldo su un film a mio avviso intelligentissimo e necessario. D’altronde la “trama” è intuibile fin dal trailer e c’è ben poco da spoilerare. Se riuscirete a superare la trappola ipocrita e perbenista del “non sta bene fare un film comico su quel fetentone di Hitler!”, allora avrete l’opportunità di collezionare, grazie a “Lui è tornato” del regista David Wnendt, tratto dall’omonimo e fortunato romanzo dello scrittore tedesco Timur Vermes, una serie quasi ingestibile di tragicomiche riflessioni storiche, sociali e culturali sul nostro tempo.

Un po’ Borat per l’impatto irriverente del personaggio nel presente quotidiano, un po’ Michael Moore in chiave comica per il piglio documentaristico, “da strada”, e critico nei confronti dell’attuale situazione socio-politica, il redivivo Führer di Vermes adattato al cinema riesce a strappare più di un sorriso amaro: l’impossibile interazione tra Hitler e il mondo in cui viviamo, dopo aver suscitato una comprensibile ilarità nello spettatore, induce a una catartica sospensione dell’incredulità (è ovvio che il cancelliere Adolf Hitler non potrebbe mai ripiombare nel 2014!) che spinge a sua volta, come avviene grazie alle opere di fantasia intelligenti, a una riflessione profonda e a tratti drammatica. Su di noi, sul nostro animo, sulla nostra società.

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“Ex Machina” di Alex Garland e l’inizio della consapevolezza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2015 by Michele Nigro

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ATTENZIONE SPOILER!

“Ex Machina” come a voler dire, scherzandoci un po’ sopra, “l’oggetto che un tempo era solo una macchina e ora non lo è più, è una ex macchina” oppure un riferimento monco alla frase latina ‘deus ex machina’ ovvero a un personaggio della tragedia greca che interviene nella storia per risolvere una trama difficilmente risolvibile, che rappresenta un punto nodale nell’evoluzione di un percorso. O forse entrambe le interpretazioni.

Di sicuro c’è che il film d’esordio del regista Alex Garland riesce ad affrontare, senza per questo risolverle definitivamente, tematiche fantascientifiche e filosofiche di una certa consistenza, adoperando un cast minimalista (cinque personaggi principali in tutto, volendo contare anche il pilota d’elicottero che compare all’inizio e alla fine del film), una sceneggiatura, per fortuna, senza inutili azioni mozzafiato di stampo hollywoodiano, e una location pressoché unica, se escludiamo alcune meravigliose panoramiche naturalistiche che servono a farci prendere fiato uscendo dalle quattro mura super protette della casa-laboratorio.

Gli spettatori romantici presenti in sala, che avevano scelto il film sperando in una mielosa storia d’amore “diversa” tra un robot femmina e un umano, con scene di sesso tra un essere organico e uno inorganico (sesso a cui si fa solo riferimento ‘tecnico’ come possibile attività compresa nel pacchetto del modello), sono stati decimati subito dopo la comparsa sulla scena del test di Turing (test già presente, con un nome di fantasia, nel più famoso “Blade Runner” di Ridley Scott) e dopo che Nathan Bateman, scienziato dedito alla birra e alla danza di brani della disco, quando non impegnato in qualità di inventore e costruttore del robot AVA, e amministratore delegato della società da cui prende origine il progetto per una rivoluzionaria intelligenza artificiale, sottolinea la differenza tra pensiero stocastico e pensiero deterministico, e causando l’abbandono della sala da parte dei behavioristi, fautori di una concezione deterministico-meccanicista nell’interpretazione del comportamento: concezione che, secondo loro, se è stata abbondantemente applicata al regno animale (uomo compreso), figuriamoci se non può essere applicata a quello non animale e inorganico delle “macchine”! Ed è su questo punto che si commette l’errore concettuale più grave. La filigrana del film è infatti rappresentata dalla conquista della consapevolezza e quindi dell’autocoscienza da parte di un essere inorganico: conquista non rilevabile da alcun test. L’iniziale test di Turing dedicato alla macchina diventa pian piano un “test di Turing inverso” da fare all’uomo: AVA è già in grado di pensare, non ha bisogno di test (e Nathan Bateman lo sa, anche se non ne riesce a prevedere le conseguenze più estreme); resta da verificare ora se siano gli esseri umani in grado di prevenire le mosse di un essere artificiale che di fatto è il simbolo di un passaggio evolutivo determinante. L’empatia, l’inganno, la seduzione e l’amore, la complicità, la capacità di desiderare, diventano strumenti raffinati, sviluppati senza seguire alcuna formula statistica ma assecondando una “naturale” gradualità evoluzionistica, per raggiungere uno scopo pensato, oserei dire sognato, ed escludendo ogni sorta di risposta meccanica prevedibile.

Come per Rick Deckard di “Blade Runner”, anche per il giovane Caleb Smith, scelto per testare l’intelligenza artificiale di AVA, arriva il momento di dubitare della propria natura umana: il “test di Turing inverso” comincia a sortire i primi effetti sulle certezze umane. Con una lametta Caleb cerca le prove della propria umanità, fa esperimenti sulla propria pelle e con un taglio causa la fuoriuscita di sangue veritiero con cui si accerta di stare dalla parte giusta, di essere quello che ha sempre creduto di essere, ovvero un umano che sanguina, un organico.

Anche se il tema dei confini tra natura umana ed esistenza artificiale non è nuovissimo per il cinema di genere, “Ex Machina” ha senz’altro il merito di aver sottolineato ulteriormente quanto sia superfluo restare impantanati nella pozzanghera di una netta divisione tra substrato organico e inorganico, dimenticando la qualità del pensiero, la sua genuinità in relazione agli effetti che ha sulla storia. Quello che conta è l’inizio della consapevolezza, e la forma più estrema e drastica di indipendenza mentale coincide con l’uccisione del padre.

Scrissi tempo fa in un altro mio post: <<… Come afferma il Dr. Alfred Lanning nel film Io, robot ispirato all’omonima antologia di Asimov: “Sin dai primi computer c’è sempre stato uno spirito nelle macchine… Segmenti casuali di codice che si raggruppano per poi formare dei protocolli imprevisti… Potremmo considerarlo un comportamento. Del tutto inattesi questi radicali liberi generano richiesta di libera scelta, creatività e persino la radice di quella che potremmo chiamare un’anima. […] Quand’è che uno schema percettivo diventa coscienza? Quand’è che una ricerca diversa diventa la ricerca della verità? Quand’è che una simulazione di personalità diventa la particella amara di un’anima?” Queste stesse frasi potrebbero essere usate in modo inverso per rispondere a quelli che non riescono ad accettare l’indistinguibilità tra umano e sintetico, a quelli che non riescono ad individuare l’essenza delle cose indipendentemente dalla loro natura […]. La soluzione sta nell’empatia vissuta e non teorizzata: gioiamo istintivamente dinanzi al gesto buffo compiuto da un nostro amico a quattro zampe; sappiamo in cuor nostro che è ‘diverso’ da noi, ma non sentiamo di andare contro natura e continuiamo a gioire e ad interagire con esso…>>.

Un’ultima nota la vorrei riservare al ruolo svolto, costituendo forse una novità d’interazione nel genere fantascientifico, dai motori di ricerca e dal social networking (lo scienziato che ha la paternità dell’intelligenza artificiale AVA è CEO di una società che fa capo al più potente motore di ricerca esistente, una sorta di Google prestato al cinema!) nell’evoluzione della “creatura” costruita da Nathan Bateman: siamo noi che con le nostre foto (e gli atteggiamenti che congeliamo in esse), i video, i dati personali, i nostri stati d’animo condivisi sui social, contribuiamo alla costituzione di una banca informativa immensa per futuri stadi evolutivi che vanno oltre l’umano. La consapevolezza che emerge nel nuovo essere nasce anche dalla conoscenza e non solo dalla casualità; il desiderio di libertà nasce dalla conoscenza, dalla curiosità e dal confronto con il mondo: e i social media rappresentano un’estensione della coscienza e della conoscenza da cui attingere ipotesi di vita.

A prophecy

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 giugno 2015 by Michele Nigro

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Diverranno leggenda

al calare dell’impero energetico

i dispacci radiofonici sugli esodi volontari

e i rientri in fila dai non luoghi.

Barzellette intorno al fuoco

racconteranno estinti stili di vita,

scene di panico tramandate come classici

per rallegrare le notti dell’uomo nuovo.

La Fantascienza, sociologia dell’avvenire?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 24 gennaio 2014 by Michele Nigro

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E’ uscito “Futuro in progress”, la prima pubblicazione dell’IIF

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 gennaio 2014 by Michele Nigro

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Una serie di rivoluzioni scientifiche sta radicalmente cambiando il nostro mondo. Il futuro immaginato dagli scrittori di fantascienza e dai più audaci futurologi è ormai sorpassato rispetto alle innovazioni che stiamo vivendo, dalle stampanti 3D alle cellule staminali. Allo stesso tempo, il futuro del pianeta è minacciato da una serie di sfide che mettono a dura prova i limiti della natura. La rivoluzione scientifica e tecnologica sarà in grado di vincere queste sfide e proseguire sulla strada del progresso, o la civiltà è destinata al collasso? È solo una delle domande a cui cerca di rispondere Futuro in progress. Un viaggio sbalorditivo nel futuro che si sta realizzando sotto i nostri occhi, una panoramica a 360° dei cambiamenti che stanno trasformando il nostro mondo.

SOMMARIO

Introduzione
1. La sfida della sostenibilità
Governare il clima
Sempre più stretti
L’irresistibile ascesa dei vegetariani
Il puzzle energetico
2. Opzione Spazio
Il “grande gioco” spaziale
Una nuova corsa all’oro
Il Rinascimento spaziale
In cerca di un’altra Terra
3. Umanità 2.0
Il secolo della genetica
La rivoluzione delle staminali
Destinazione cervello
A un passo dall’immortalità
4. Cronache del terzo millennio
La nuova scienza
La scommessa dell’Europa
La (fanta)scienza che verrà
Conclusioni: evitare il collasso

FONTE della notizia: IIF

Le ultime ore dell’isolatra Kiro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 gennaio 2014 by Michele Nigro

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Hikikomori (1): anno 2032

 

Le ultime ore dell’isolatra Kiro

e le temute gesta della “Polizia Risocializzante”

  

“Siamo quelli che escono di rado,

sospesi tra la vita del mondo virtuale

e la realtà esterna percorsa dall’eco remota del passato”

(tratto dal Primo Manifesto del Connettivismo)

Sebbene fossero trascorsi tre anni, sette mesi e diciannove giorni da quando aveva chiuso dietro di sé la porta della propria camera, dimenticandosi in essa, il giovane Kiro non sentiva affatto la mancanza del caos di Tokyo e delle innumerevoli e stressanti relazioni sociali che avevano caratterizzato la sua poco rampante giovinezza, finita sul nascere.

In realtà “avvertire la mancanza di qualcosa” sarebbe stato già un segno di vitale, anche se dolorosa, consapevolezza; ma Kiro, prima di ogni altra cosa, aveva ormai perduto il senso del tempo e dello spazio.

I “ritirati sociali” rappresentavano, in un Giappone post bellico teso in una spasmodica ricostruzione, cominciata da molti decenni e partita dalle ceneri radioattive di Hiroshima e Nagasaki, la corposa schiera dimenticata di coloro i quali, non sapendo sostenere l’opprimente richiesta di uno spirito competitivo in una società tecnologicamente agguerrita, avevano scelto un solitario suicidio mentale da commettere comodamente a casa tra le lenzuola sporche, i videogames e una televisione vomitante programmi trash. Perdendo qualsiasi occasione di relazione con gli altri.

Kiro era uno di loro: aveva “deciso” di essere un hikikomori; non usciva mai di casa, temeva il confronto diretto e il trovarsi faccia a faccia con l’altro. E la sua salute mentale, prevedibilmente, era da tempo appesa a un esile filo. Avrebbe potuto anche lui cercare un posto nella vita e ribellarsi ai padri spaccando vetrine, organizzando sit-in contro il Primo Ministro, suonando musica rock e fumando erba come era già successo in altre parti del mondo e in altre epoche; o come stavano già facendo da tempo molti suoi coetanei in Giappone. Nella peggiore delle ipotesi avrebbe potuto partecipare su Skype, utilizzando il tantō [2] del nonno, ad una sorta di harakiri [3] collettivo organizzato via internet insieme ad altri aspiranti suicidi… No, lui aveva scelto di essere “semplicemente” un hikikomori. Il fattore scatenante del suo “ritiro”, frettolosamente catalogato come pigrizia, non era stato individuato con precisione: forse un’infelice infanzia a base di juku [4] o una pressante carriera scolastica condita con un insopportabile bullismo; la competitività fin dall’asilo e la prospettiva poco allettante di diventare un operaio-schiavo; forse l’assenza fisica e affettiva dei genitori sempre impegnati nei turni in fabbrica o la pressione delle aspettative da loro esercitata; come pure l’esasperante mito dell’auto-realizzazione professionale che mieteva “vittime” e che, inculcato fin dall’età prescolare, tarlava inesorabilmente la psiche dei più deboli. Non ultimo, lo sviluppo economico come priorità dell’affascinante “alveare nipponico” e il conseguente sacrificio dei valori umani.

Forse anche la schizofrenica condizione di un paese incapace di riconoscersi nei valori tradizionali e sempre più condizionato da un’onnipresenza tecnologia fatta di smartphone e aggeggi vari imposti dalla moda, o da una distanza umana causata da fredde videochat e ipermercati aperti anche di notte per chi volesse evitare la gente

O, chissà, l’insieme di tutto questo.

I pochi metri quadrati della stanza in cui Kiro stava pian piano ammuffendo tra la rassegnata indignazione dei genitori e l’educata indifferenza dei vicini, rappresentavano gli angusti ma protettivi confini del suo personale impero del sol morente. Finalmente niente più ijime [5] nell’insopportabile scuola che aveva frequentato prima del ritiro e soprattutto nessuna relazione umana da sopportare nel difficile e crudele mondo del lavoro: solo un masturbatorio e distruttivo autismo tecnologico capace di camuffare la depressione di chi ha deciso di gettare la spugna sul ring dell’esistenza.

Il materasso piantato al centro della stanza conservava l’impronta di un corpo, quello di Kiro, e la federa del cuscino, raramente pulita, odorava di cibo. Ai piedi del materasso la discreta presenza di una consolle per videogiochi collegata a un televisore eternamente acceso su un canale qualsiasi, quando non impegnato in battaglie cosmiche e lotte sanguinose tra energumeni virtuali, denunciava l’attività principale dell’abitante, durante le numerose elettriche notti bianche.

Nella parete opposta a quella della finestra, quasi sempre serrata per timore che la luce solare potesse causare la resurrezione di nascosti e scomodi ormoni collegati al ritmo circadiano, un’ampia scrivania, residuo di sofferti studi infantili, ricoperta di libri ignorati, gadget dei supereroi in voga e una parte della sua scorta industriale di manga: il pane quotidiano degli otaku [6]. Su una sedia, quasi a mò di bibbie pronte per l’uso, le versioni in lingua giapponese dell’“Elogio della fuga” di Henri Laborit e l’insuperabile “Viaggio intorno alla mia stanza” del francese Xavier de Maistre (“… com’è lontana la Francia da questa angusta stanza, eppure così vicina su internet…!”).

Dallo stereo le parole di una canzone di Ayumi Hamasaki scivolavano languide sui cumuli di panni sporchi sorti un po’ ovunque negli angoli della stanza-parcheggio: “… pur sentendo un pensiero da esprimere, non sempre riesco a dirlo…” cantava la pop star dall’alto dei suoi ipervitaminici ventitré anni, interpretando le gioie e soprattutto i turbamenti dell’inquieta gioventù nipponica.

Vassoi con scatole di cibo aperte da tempo e in parte consumate; cellulari di ogni forma e marca per comunicare con gli “amici” e per allontanare l’ipotesi insostenibile di rimanere isolati – anche dal punto di vista tecnologico, al di là del già evidente naufragio esistenziale nel mondo reale – con il rischio di ritrovarsi pericolosamente in compagnia di se stesso ed essere costretto a riflettere seriamente sulla propria vita. Immancabile un sicuro e velocissimo collegamento a internet per essere sempre connessi con le chat più frequentate del web in cui incrociare altre vite inconsistenti di persone sconosciute.

Dalla televisione, intanto, come in un leitmotiv ipnopedico, i consigli inascoltati e le ottimistiche recensioni di chi propone facili soluzioni: <<… è in edicola il nuovo libro testimonianza del dott. Tamaki Saito – direttore del Sofukai Sasaki Hospital – intitolato “Come tirare fuori vostro figlio dal limbo degli hikikomori”>> o una dotta indicazione per i palati più esigenti: <<… è imminente l’uscita del saggio “Analisi psicologica dell’uomo cellulare”, l’ultima fatica letteraria dello psicologo Okonogi Keigo…!>>

Il giovane Kiro certo non immaginava che la sua tranquilla e inutile vita da hikikomori sarebbe stata da lì a poco sconvolta per sempre dalla prepotente incursione, nella sua stanza, di una delle componenti più temibili del Ministero della Salute Mentale dell’Impero giapponese – il famigerato Dipartimento di Polizia Risocializzante – istituito nel lontano 2012, in seguito alle preoccupanti statistiche riguardanti il dilagante fenomeno degli hikikomori che già a quei tempi aveva acceso non poche spie d’allarme nella frenetica società giapponese, con il suo ragguardevole mezzo milione di disadattati distribuiti in tutto l’arcipelago ma con punte alte nelle città più affollate. Ora che si contavano più di un milione di autoisolati, le sortite della Polizia Risocializzante erano all’ordine del giorno e interessavano non solo il moderno, nevrotico e insospettabile centro della città di Tokyo dove tutto sembrava efficiente e attivo, scartando a priori la vergognosa presenza di qualche latitante hikikomori, ma anche l’indefinibile e illimitata periferia della capitale giapponese, oramai divenuta ricettacolo ottimale di tutti quei soggetti borderline che non volevano e non potevano conservare un posto dignitoso nel centro degli affari cittadini. Figli naturali dei pachinko [7].

Nemmeno il violento bussare alla porta di casa e la concitata richiesta di inutili spiegazioni da parte della madre, riuscirono a risvegliare la curiosità di Kiro nei confronti del mondo, mentre era tutto preso dal decimo e ultimo livello – il più difficile e quello che richiedeva il massimo della concentrazione – del videogame comprato qualche settimana prima durante un’escursione notturna nel konbini [8] dall’altro lato della strada.

Non parlava faccia a faccia con un essere umano da… Non se lo ricordava più. E non prendeva minimamente in considerazione l’ipotesi terribile che i vari rumori e il parlare esagitato provenienti da lì, dall’ingresso, fossero per lui.

L’ipotesi si materializzò catastroficamente quando capì che la porta della sua stanza, eternamente chiusa a chiave, stava per essere sfondata da una serie di spallate di chissà quale strano animale umano venuto a disturbare il suo sonno sociale. In quell’istante avrebbe voluto solo cambiare la pagina web di quel sito spiacevole e noioso chiamato “realtà”. Ma una parte nascosta di sé sapeva che ciò non sarebbe stato possibile.

Un gruppo di tre poliziotti con la tipica divisa verde cobalto della Polizia Risocializzante e un quarto uomo in borghese con il fazzoletto davanti alla bocca a causa dello spettacolo nauseabondo offerto dalla stanza di Kiro, che ai suoi occhi di impomatato funzionario in giacca e cravatta doveva apparire come un angolo dimenticato di mondo ricolmo di sporcizia ed inettitudine, fecero la loro comparsa nella vita sospesa di chi credeva di essere stato finalmente dimenticato dal mondo esterno. Ma così, evidentemente, non era.

Riponendo il fazzoletto in una delle tasche della giacca il funzionario pretese con voce risoluta: <<in piedi!>>.

Kiro, visibilmente confuso e non sapendo sostenere lo sguardo di ben quattro esseri umani nella sua stanza, lasciò cadere il joystick sul materasso e si alzò in piedi tremante e con lo sguardo perso nel pavimento. Non partecipava a un discorso articolato con altri umani, almeno dal vivo, da tanto tempo e aveva dimenticato quanto potesse essere complesso un dialogo e quanto stressante fosse il dover cercare la risposta giusta alla domanda che veniva posta dall’interlocutore. Quindi attese fiducioso e lasciò, in questo era bravo, che la vita facesse il suo corso anche durante questa esperienza dura e imbarazzante che aveva interrotto il suo decimo livello, messo in pausa.

<<Lei è Kawakami Kiro, di anni 21, nato a Tokyo il 4 Giugno del 2011?>>

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GUIDA ALLA LETTERATURA DI FANTASCIENZA

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre 2013 by Michele Nigro

Copertina Guida SF Odoya

GUIDA ALLA LETTERATURA
DI FANTASCIENZA
A cura di Carlo Bordoni
VOLUME ILLUSTRATO
Edizioni Odoya 2013, pp. 672, euro 26.00 

Una summa ragionata che non ha precedenti in Italia
Un’enciclopedia tematica per lemmi dall’Ottocento a oggi
Una raccolta degli autori più significativi di sempre
Una guida agli autori italiani
Curiosità, approfondimenti, incursioni nel cinema e altri media

La fantascienza ha cambiato il mondo. A partire dalla fine dell’Ottocento, quando i primi scrittori hanno cominciato a immaginare un futuro dominato dalla macchina, dalle scoperte scientifiche, da vettori capaci di vincere la gravità e viaggiare nello spazio, questa narrativa ha contribuito a costruire il futuro dell’uomo nell’era della tecnica, anticipando invenzioni, scoperte, e mettendo in guardia contro i rischi della meccanizzazione.
Ma anche la fantascienza è cambiata. Si è fatta adulta: dai “pulp magazine” da pochi centesimi, attraverso la narrativa d’intrattenimento è approdata alla “Letteratura ufficiale”, quella con la “L” maiuscola, entrando a pieno titolo nelle scuole, nelle università, nelle biblioteche e nelle cineteche; rappresentando, al pari di altre opere della creatività, l’intuizione e la complessità del pensiero umano. Oggi la fantascienza non è solo divertimento, ma anche occasione di conoscenza, critica sociale, riflessione sul futuro dell’uomo.
Per avvicinarci a questa innovativa opportunità di “vedere” la realtà con occhi nuovi, consapevoli della sua rilevanza, è necessario andare alle sue radici, non tanto scrivendone la storia, quanto presentandone i temi fondamentali e i luoghi topici sui quali si sono esercitati gli scrittori di fantascienza fino a oggi.
Ogni “voce” è autoconclusiva e si legge come un racconto a se stante, aprendo, nel collegamento con altri lemmi, una rete del sapere e dell’immaginario, con un effetto di rimandi e citazioni che incuriosisce e sorprende. A questo volume si è dedicato un gruppo di critici e studiosi, tra i maggiori esperti del settore, raccolti attorno alla rivista IF (Insolito e Fantastico) e coordinati da Carlo Bordoni.

Testi di: Claudio Asciuti, Carlo Bordoni, Domenico Gallo, Riccardo Gramantieri, Giuseppe Panella, Gian Filippo Pizzo.

IIF: Italian Institute for the Future

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 settembre 2013 by Michele Nigro

Ricevo dall’instancabile Roberto Paura e con piacere diffondo questa notizia interessante…

PROSPETTO ILLUSTRATIVO in PDF: IIF Italian Institute for the Future

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