Archivio per fatto

“La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 marzo 2017 by Michele Nigro

versione pdf: “La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

C’è una domanda che da tempo non mi lascia in pace ed esige una risposta: “Sarebbe possibile oggi, nel XXI secolo, registrare gli stessi effetti psico-sociologici che il radiodramma di Orson Welles, liberamente adattato dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells, ebbe nel lontano 1938?”. Ho già analizzato anni fa, in un altro post, questa vicenda cult della storia radiofonica e il libro ad essa collegata, ma emergono, ogni giorno di più, nuovi aspetti da prendere in considerazione alla luce delle nostre progredite abitudini informative e del crescente problema delle cosiddette fake news.

Sarei tentato di fornire una risposta prematura alla mia domanda iniziale e dire subito: “no, non è possibile!”. Scrissi nel suddetto post: “… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre vite moderne: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il tutto ed il contrario di tutto!”. Come a voler dire che il terreno mentale era vergine a quell’epoca e la credibilità artificiale del radiodramma di Welles attecchì senza incontrare grosse difficoltà, anche a causa di fattori predisponenti socio-economici che interessavano la popolazione americana di quegli anni. Non amo parlare di ingenuità epocale (oggi non siamo più furbi o più intelligenti di ottant’anni fa) ma di una maggiore saturazione esperienziale parallela alla multimedialità (più che alla multidisciplinarietà) e all’illusione del multitasking caratterizzanti la nostra epoca. Come canta Caparezza: “… Accetti ogni dettame / Senza verificare / Ti credi perspicace / Ma sei soltanto un altro dei babbei…”.

Se nel ’38 una certa “verginità informativa” permise lo scatenarsi di un più che naturale attacco di panico su vasta scala, oggi assistiamo a una sostanziale “de-revolution” dovuta, come direbbe un informatico, a un buffer overflow (per un anestetizzante eccesso di dati) che causa disimpegno, errori interpretativi, assuefazione alla cronaca, lontananza dal dolore reale, fino a giungere a casi di vero e proprio immobilismo empatico e menefreghismo sociale.

Però una cosa non è cambiata dal 1938 ad oggi. Se c’è una costante nel tempo e che caratterizza l’essere umano è la sua perdurante incapacità (o sarebbe meglio parlare di mancanza di volontà) a verificare i fatti: se nel ’38 gli americani radioascoltatori non andarono in New Jersey per verificare di persona l’effettivo sbarco dei marziani (e a ragione, dal momento che l’invasione raccontata alla radio non era descritta come pacifica), noi terrestri del 2017 non siamo certamente campioni di diffidenza e di approfondimento conoscitivo. Anzi, come dicevo, rispetto al passato siamo raggiunti da una quantità esorbitante di dati (in tutte le salse e con ogni mezzo, non solo la radio!) umanamente impossibile da verificare. Come scrissi nel post del 2010: “La facilità d’informazione, che rappresenta il leitmotiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari […]; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi […] vomitano nel web, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio… Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato terzo millennio.” Una presunta “scaltrezza” acquisita che funzionerebbe meglio se accanto ai dati disponibili affiancassimo anche una coscienza discriminante (oggi di fatto piuttosto assonnata!) capace di discernere il vero dal falso e di orientare la ricerca verso forme concrete di conoscenza.

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Analogico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 marzo 2017 by Michele Nigro

Una rinnovata

infanzia analogica

ho sognato,

racconti a corto raggio

sapienze locali

su panchine sconnesse,

un segnale scorticato

come acqua piovana

riscopre terreni ignoranti.

 

Parole dette in faccia

saliva schizzata e

contatti umani,

segugi fiutano fatti

domande da strada

e notizie lente

che vanno a vapore

metro dopo metro,

a rivivere

velocità preindustriali,

fantasie forzate

dal non visto luminoso

al di là della collina.

 

Ritornerà il mistero perduto

e avrà il sapore ingenuo

delle dolci sere di primavera

sprecate in provincia.

immagine:

Martin Lewis (1881-1962),

Relics (Speakeasy Corner)

(M.74) Drypoint, 1928

Informosfera

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 settembre 2016 by Michele Nigro

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Rinuncio

ai fatti filtrati

dal chissà dove

e da chissà chi,

mi affido

a dispacci sensoriali

nel ristretto cerchio

del vissuto.

 

Se lesiono

marmi barocchi

riscopro la fede

nell’invisibile.

R.A.D.A.R.

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 luglio 2015 by Michele Nigro

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R.A.D.A.R.

Regole di vita intercettate

Rischiare, con una serie studiata e chirurgica di “no”, di perdere occasioni di vita buone solo a fare volume esistenziale; in compenso imparare a puntare sulla qualità, ad essere un po’ meno ‘foglia al vento’ e rispettare, facendolo rispettare anche agli altri, il proprio tempo. Le migliori occasioni, a volte, sono quelle perse; anche nel non vissuto c’è vita a dispetto dei fautori del fare. Ma non può esserci ‘economia energetica’ senza obiettivi: il progetto, e le scelte che facciamo intorno ad esso, sono strettamente interconnessi anche se all’apparenza slegati.

Andare controcorrente imparando ad andare prima di tutto ‘contro se stessi’, non cedere a un’apparente lampante convenienza e a una logicità della prima ora; allenarsi alla seconda battuta, al vuoto creatore o alla pausa musicale, all’eversione insita nell’incompleto e alla pazienza dei movimenti, aprendo lettere e pacchi postali dopo ore o giorni; disciplinare l’entusiasmo febbrile con la museruola della defervescenza. Un darsi tempo che non reprime gli animi ma li libera dal possesso e dalla nevrosi che rende ciechi.

Dare credito alla propria esperienza: è vero, le cose possono cambiare ed essere sempre diverse di volta in volta, ma ignorare il campanello dell’esperienza significa ignorare la propria storia, gli insegnamenti interiorizzati, le cose già fatte, le persone incontrate, le tipologie e le ideologie fallimentari, che stanno lì a dirci cosa non ripetere, chi evitare, per aggiustare il tiro, per esplorare nuove angolature e tentare di crescere sempre e solo in nome della qualità. Fare prevenzione senza farlo pesare al prossimo e senza giudicare, con stile.

Archiviare vicende e personaggi, per non rimanere impantanati nelle buche fangose della ricerca di gratitudine o di vendetta; lasciar andare, saper voltare pagina e cambiare scenari, svincolarsi da schemi, dogmatismi, luoghi, etichette, obblighi inventati dall’altrui vanità e dalla sete di dominio sul tuo spazio e sul tuo tempo. Ci è piaciuta in passato la funzione vanagloriosa di ‘ascoltatori’, fino a quando non abbiamo capito che la promozione del prossimo derivante dall’ascolto e da una compassione pseudoreligiosa si stava trasformando in un travaso di energia negativa basato sullo sfogo non costruttivo e sull’egocentrismo dell’ascoltato. I danni dell’altruismo non hanno tardato a manifestarsi; il silenzioso potere autorigenerante del libero arbitrio non è stato compreso dalla storia sociale. Sfuggire con classe a una storia già scritta, senza strappi eclatanti: ci vuole molto esercizio lontano dai riflettori, ma non è impossibile realizzarlo.

Ragionare prima di rispondere o di partire. La scelta della parola e della meta geografica non è una faccenda da prendere sottogamba: nel primo caso si rischia di impelagarsi in situazioni non realmente desiderate e cercate; nel secondo caso non viene rispettata la cosiddetta ‘vocazione nel (e non del) viaggiatore’, da non intendersi come predisposizione al viaggio-spostamento fisico: le città e i luoghi in realtà ci chiamano. La loro voce, facendo leva su archetipi ereditati non si sa bene come, è lì dentro di noi che cerca da anni di convincerci a partire, ma spesso scegliamo posti insensati suggeriti dall’emotività collettiva, dando forma a partenze non confortate da una struttura vocazionale coltivata nel tempo.

R.A.D.A.R. è vedere nella tempesta, prevedere gli sviluppi e quindi, per quanto possibile, prevenire il caso tenendo saldo il timone del nostro andare, percepire la sensazione forse illusoria di avere un minimo di controllo sull’esistenza in base a piccole decisioni quotidiane, apparentemente effimere ma a lungo andare incisive.

pdf: R.A.D.A.R.

Umafeminità a Roma

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 dicembre 2014 by Michele Nigro

Ricevo dalla poetessa Nadia Cavalera e con molto piacere pubblico la locandina di un evento romano dove si parlerà per la prima volta anche dell’antologia Umafeminità, contenente la mia poesia “Acidità di cervello” – vedi il mio post qui – e che, come afferma Nadia Cavalera, <<si fa carico di fondamentali proposte linguistiche per ridare piena dignità alle donne.>>

locandina in pdf: 2014 Locandina Lavatoio 13 dicembre

LOCANDINA

Iperestesia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 dicembre 2013 by Michele Nigro

A volte capita di vivere attimi speciali, unici, durante i quali convergono segnali assiepati da mesi, anni, secoli nelle retrovie dei nostri sensi e dell’immaginario collettivo. Segni trasportati da persone inconsapevoli, oggetti, fatti apparentemente semplici… Eventi personali e pubblici s’intrecciano secondo una logica non facile da riconoscere, nel tentativo effimero di stanare il nucleo del senso della vita; analogie sottili ma tangibili e ingenuamente scambiate per pure casualità, evidenziano le tracce ignorate di quello che è già accaduto tante altre volte nel corso della storia o che sta per accadere per la prima volta. Quando finalmente ci sentiamo parte del flusso degli eventi, in preda a un risveglio d’ipersensibilità, è come se accadesse un silenzioso, brevissimo ma intenso miracolo laico. L’elemento scatenante casuale rimane sconosciuto o è disarmante a causa del suo carattere quotidiano.

Annotare le sensazioni provate durante questo tipo di esperienze è arduo. 

20091227090915!Il_cielo_sopra_Berlino

Un suono proveniente dalla città

una musica misteriosa scivola tra i palazzi

un odore archiviato nella memoria chimica…

Reazioni a catena di ricordi ancestrali

e fatti mai vissuti

fortuiti canali comunicativi

fiumi di emozioni non classificabili

immagini evocate dall’insondabile

esperienze non riproducibili con la volontà.

Come sogni difficili da descrivere

sensazioni improvvise trafiggono

l’ovvietà quotidiana della mente assonnata.

In un solo istante inarrestabile

frammenti sconosciuti

di un passato ignorato

si uniscono alle speranze future

di un domani che non vivrò.

Prendo consistenza qui e ora

riconosco il progetto generale

e il mio ruolo di semplice diodo

nell’economia dell’universo.

E divento ponte casuale

per un tempo breve

ma senza fine negli effetti.

Il flusso della storia

attraversa le mie povere carni

tatuando tracce nevrotiche

non decifrate dalla ragione.

Il presente diventa solido

e un’urgente consapevolezza

della precarietà temporale

mi spinge a ricercare

un debole riparo e soluzioni ideologiche.

Il suono scompare

dall’aria di quartiere

lasciandomi orfano dell’infinito.

Dredd – La legge sono io

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2012 by Michele Nigro

<<Un afroamericano è stato ucciso in pieno centro a New York dai poliziotti dopo un inseguimento a Times Square. L’uomo, che gli agenti volevano fermare per un controllo avendolo scovato con uno spinello, non ha rispettato l’alt e ha brandito un grosso coltello contro i poliziotti. Che prima hanno usato spray urticante. Poi hanno sparato. (vedi foto e video)>> Così il web descrive brevemente una triste vicenda su cui dover riflettere in maniera seria. La società tecnologicamente avanzata del mondo occidentale sta vivendo un’evoluzione preoccupante: mentre ci agitiamo per la mancanza di diritti civili in Iran, Siria, Libia, Cina, non ci accorgiamo dei segnali di decadenza provenienti da paesi, compresa l’Italia, che forse con troppa facilità definiamo “civili”.

L’ordine pubblico e la stessa giustizia sembrano aver subito una pericolosa diluizione; i freni inibitori di un “giustizialismo da strada” stanno andando incontro, ormai da anni, a un progressivo allentamento. I luoghi della quotidianità diventano set cinematografici in cui recitare l’approssimazione di un sistema confuso: il poliziotto da garante della legge e custode dell’incolumità del malvivente, diventa “spazzino” efficiente e rapido (vedi in Italia, ad esempio, i casi di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi). Nessuno può alterare l’atmosfera da shopping o la serenità dei turisti. L’insegna dei Nasdaq fa da sfondo alla follia di una società in piena crisi valoriale.

La realtà ancora una volta raggiunge e supera la fantasia e più precisamente la fantascienza: nel film “Dredd – La legge sono io” nella città di Megacity (megalopoli che, guarda caso, è la continuazione postapocalittica dell’antica città di New York) la giustizia viene amministrata dai cosiddetti Giudici, una sorta di poliziotti-giudici-giustizieri in grado di snellire in maniera draconiana i procedimenti giudiziari nei confronti dei criminali. Il momento dell’arresto coincide (senza bisogno di tribunali, lungaggini processuali, avvocati della difesa… ecc.) con quello del giudizio: la sentenza viene emessa sul posto e il malvivente condannato conosce il proprio destino giudiziario a distanza di pochi minuti dall’arresto. Qualcuno potrebbe affermare ironicamente che in Italia un simile sistema, visti i tempi biblici della giustizia italiana e l’inumano sovraffollamento delle nostre carceri, risolverebbe una serie di problemi di natura economico-politica. Ma è proprio durante questi periodi di forte pressione sociale e culturale che prendono il sopravvento sistemi discutibili e appoggiamo soluzioni facili.

L’episodio di New York, amplificato dalla presenza di numerosi passanti muniti di videofonini collegati con i social network, è il simbolo di una contraddizione esistente nella società americana e più in generale in quella occidentale: il benessere materiale convive con una evidente svalutazione del senso della vita. Quando la patina colorata della società dei consumi si sarà assottigliata sotto i colpi della crisi economica e della conseguente povertà, si ri-manifesterà la vera natura – quella originale – di un essere umano solo all’apparenza civilizzato e temporaneamente anestetizzato dai suoi stessi prodotti: la brutalità diventerà il linguaggio quotidiano degli abitanti delle metropoli; tornerà in voga la legge del taglione; la giustizia si adeguerà alle nevrosi dei tempi e allo stato psicologico medio della società. Gli scenari fantascientifici si stanno realizzando uno dopo l’altro. Inesorabilmente.

Il futuro postapocalittico – senza l’apocalisse – è già cominciato.

“Lo spirito del terrorismo” di Jean Baudrillard

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 maggio 2012 by Michele Nigro

Scritto in riferimento agli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, questo saggio di Baudrillard (Raffaello Cortina Editore, 45 pagine) è utile anche all’interpretazione di alcuni aspetti riguardanti i recenti fatti terroristici di Brindisi (la bomba davanti alla scuola Morvillo Falcone) e prima ancora di Genova (la ‘gambizzazione’ di Roberto Adinolfi). Quali meccanismi comunicativi convivono intorno a un atto terroristico? Il terrorismo è un gesto orribile proveniente dall’esterno della società (come se fosse una sorta di azione aliena) o è un gesto ‘allevato’ inconsapevolmente all’interno di essa? (<<… perché il male è qui, è dappertutto, come un oscuro oggetto di desiderio…>> pag. 10). Il terrorismo, che piaccia o meno, è un sottoprodotto aberrante di questa società: non proviene da mondi lontanissimi; anche le istituzioni che s’impegnano a combatterlo, coloro che s’indignano e indignandosi diffondono le notizie relative all’atto terroristico, lo tengono indirettamente a battesimo.

<<… Siamo or­mai molto al di là dell’ideologia e del po­litico. Dell’energia che alimenta il terrore, nessuna ideologia, nessuna causa, neppure quella islamica, può rendere conto. È una cosa che non mira neppure più a trasformare il mondo, che mira (come le eresie nei tempi antichi) a radi­calizzarlo attraverso il sacrificio, mentre il sistema mira a realizzarlo con la forza. Il terrorismo, come i virus, è dapper­tutto. C’è una perfusione mondiale del terrorismo, che è come l’ombra portata di ogni sistema di dominio, pronto dap­pertutto a uscire dal sonno, come un agente doppio. Non si ha più linea di de­marcazione che permetta di circoscri­verlo, il terrorismo è nel cuore stesso della cultura che lo combatte, e la frattu­ra visibile (e l’odio) che oppone sul piano mondiale gli sfruttati e i sottosvilup­pati al mondo occidentale si congiunge segretamente alla frattura interna al si­stema dominante…>> (pag. 14-15)

L’atto terroristico nasce dal bisogno ‘moderno’ di essere ovunque grazie a un gesto eclatante, di comparire nella realtà di tutti noi per veicolare un messaggio globale e prepotente. Parlo di ‘gesto moderno’ in relazione al suo svuotamento ideologico che è direttamente proporzionale al progresso dei mezzi di comunicazione gestiti da quel sistema che s’intende sconfiggere con l’atto terroristico. Usare i media per colpire il sistema che li ha creati e per restituire al sistema una parte dell’energia negativa: <<… La tattica del modello terroristico consiste nel provocare un eccesso di realtà e nel far crollare il sistema sotto tale eccesso. Tutto il ridicolo della situazione e insieme tutta la violenza mobili­tata dal potere gli si ritorcono contro, perché gli atti terroristici sono insieme lo specchio esorbitante della sua stessa violenza e il modello di una violenza simbolica che gli è vietata, della sola violenza che non possa esercitare: quella della propria morte…>> (pag. 25)

(nella foto: il presunto attentatore di Brindisi ripreso da una telecamera)

I terroristi, ancor prima di accendere la miccia o di schiacciare il telecomando per la detonazione, sanno che in pochi secondi balzeranno agli onori della cronaca e utilizzano le immagini orribili diffuse dai media per raggiungere i propri obiettivi ‘comunicativi’; al tempo stesso il sistema riutilizza altre immagini per identificare gli autori di quei gesti condannati dall’opinione pubblica. L’immagine diventa così fattore patogeno e terapia, mezzo di offesa e di difesa, oggetto terrorizzante e contributo alla giustizia: <<… Di tutte queste peripezie a noi resta soprattutto la visione delle immagini. Dobbiamo conservare questa pregnanza delle immagini, e la loro fascinazione, perché le immagini sono, lo si voglia o no, la nostra scena primaria…>> (pag. 35) E ancora, insiste Baudrillard: <<… Tra le altre armi del sistema che gli hanno ritorto contro, i terroristi hanno sfruttato il tempo reale delle immagini, la diffusione mondiale istantanea di esse. […] Il ruolo dell’immagine è fortemente ambiguo. Perché nell’atto stesso in cui lo esalta, prende l’evento in ostaggio. L’immagine gioca come moltiplicazione all’infinito e, simultaneamente, come diversione e neutralizzazione… L’immagine consuma l’evento, nel senso che lo assorbe e lo dà a consumare.>>

Delegare l’interpretazione della realtà all’immagine significa deresponsabilizzare il pensiero: <<Che ne è allora dell’evento reale, se dappertutto l’immagine, la finzione, il virtuale entrano per perfusione nella realtà? […] Ma la realtà supera veramente la finzione? Se sembra farIo, è perché ne ha assorbito l’energia, di­venendo essa stessa finzione. Si potreb­be quasi dire che la realtà sia gelosa della finzione, che il reale sia geloso dell’im­magine… È una specie di duello tra loro, a chi sarà il più inimmaginabile. […] Perché la realtà è un principio, ed è questo principio che è andato perduto. Realtà e finzione sono inestricabili e il fa­scino dell’attentato è innanzitutto quel­lo dell’immagine. […] In questo caso, quindi, il reale si ag­giunge all’immagine come un premio di terrore, come un brivido in più. […] Questa violenza terroristica non è “reale”. È qualcosa di peggio, in un certo senso: è simbolica. La violenza in sé può essere perfettamente banale e inoffensiva. Solo la vio­lenza simbolica è generatrice di singola­rità. […] Lo spettacolo del terrorismo impone il terrorismo dello spettacolo. E contro questa fascinazione immorale l’ordine politico non può nulla.>> (pag. 36/40)

Eppure l’immagine non è la realtà: ne rappresenta solo il riverbero, l’eco. L’immagine è la traccia più affidabile della realtà, la più vicina, a volte l’unica a disposizione di chi si occupa di memoria e di ricerca della verità, ma è pur sempre un artificio, un’adulterazione della stessa. In base alle immagini separiamo il Bene dal Male, scegliamo da che parte stare, decidiamo contro chi combattere, ma questo non significa che possediamo la verità. E soprattutto: il terrorismo è sempre il risultato di un’azione contro il sistema o è un evento usato dallo stesso sistema per deviare e controllare l’opinione pubblica?

L’attentatore (o gli attentatori) di Brindisi realizza un meccanismo sofisticato per causare dolore e morte, e trascura la presenza di telecamere in grado di identificarlo. Si parla, spesso a sproposito, di “Grande Fratello” e di “deriva orwelliana” ovvero di un abuso della presenza tecnologica capace di effettuare un controllo asfissiante sui membri della società. Quando, in seguito, ci accorgiamo che quella stessa tecnologia può rappresentare un valido aiuto per la giustizia o addirittura un mezzo per salvare le nostre vite, dimentichiamo gli abusi, le proiezioni distopiche, le prepotenze del sistema, le visioni fantascientifiche. Forse il problema non è il controllo in quanto tale, che può risultare paradossalmente ‘utile’: la vera deriva orwelliana è contenuta nell’interpretazione delle immagini affidata ai gestori del sistema, nella loro capacità di disinnescare la realtà e di potenziare l’impatto di determinati atti terroristici per finalità che ignoriamo: <<… Qualsiasi violenza sarebbe loro perdonata se non fosse ripresa e amplifi­cata dai media (“il terrorismo non sareb­be nulla senza i media”). Ma tutto questo è illusorio. Non esiste uso buono dei media, i media fanno parte dell’evento, fanno parte del terrore, e giocano in un senso o nell’altro.>> (pag. 40-41)

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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