Archivio per fiction

Blog Fiction

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 marzo 2015 by Michele Nigro

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La storia: dal racconto alla sua fruizione spettacolare

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 16 ottobre 2012 by Michele Nigro

 

“Lo spirito del terrorismo” di Jean Baudrillard

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 maggio 2012 by Michele Nigro

Scritto in riferimento agli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, questo saggio di Baudrillard (Raffaello Cortina Editore, 45 pagine) è utile anche all’interpretazione di alcuni aspetti riguardanti i recenti fatti terroristici di Brindisi (la bomba davanti alla scuola Morvillo Falcone) e prima ancora di Genova (la ‘gambizzazione’ di Roberto Adinolfi). Quali meccanismi comunicativi convivono intorno a un atto terroristico? Il terrorismo è un gesto orribile proveniente dall’esterno della società (come se fosse una sorta di azione aliena) o è un gesto ‘allevato’ inconsapevolmente all’interno di essa? (<<… perché il male è qui, è dappertutto, come un oscuro oggetto di desiderio…>> pag. 10). Il terrorismo, che piaccia o meno, è un sottoprodotto aberrante di questa società: non proviene da mondi lontanissimi; anche le istituzioni che s’impegnano a combatterlo, coloro che s’indignano e indignandosi diffondono le notizie relative all’atto terroristico, lo tengono indirettamente a battesimo.

<<… Siamo or­mai molto al di là dell’ideologia e del po­litico. Dell’energia che alimenta il terrore, nessuna ideologia, nessuna causa, neppure quella islamica, può rendere conto. È una cosa che non mira neppure più a trasformare il mondo, che mira (come le eresie nei tempi antichi) a radi­calizzarlo attraverso il sacrificio, mentre il sistema mira a realizzarlo con la forza. Il terrorismo, come i virus, è dapper­tutto. C’è una perfusione mondiale del terrorismo, che è come l’ombra portata di ogni sistema di dominio, pronto dap­pertutto a uscire dal sonno, come un agente doppio. Non si ha più linea di de­marcazione che permetta di circoscri­verlo, il terrorismo è nel cuore stesso della cultura che lo combatte, e la frattu­ra visibile (e l’odio) che oppone sul piano mondiale gli sfruttati e i sottosvilup­pati al mondo occidentale si congiunge segretamente alla frattura interna al si­stema dominante…>> (pag. 14-15)

L’atto terroristico nasce dal bisogno ‘moderno’ di essere ovunque grazie a un gesto eclatante, di comparire nella realtà di tutti noi per veicolare un messaggio globale e prepotente. Parlo di ‘gesto moderno’ in relazione al suo svuotamento ideologico che è direttamente proporzionale al progresso dei mezzi di comunicazione gestiti da quel sistema che s’intende sconfiggere con l’atto terroristico. Usare i media per colpire il sistema che li ha creati e per restituire al sistema una parte dell’energia negativa: <<… La tattica del modello terroristico consiste nel provocare un eccesso di realtà e nel far crollare il sistema sotto tale eccesso. Tutto il ridicolo della situazione e insieme tutta la violenza mobili­tata dal potere gli si ritorcono contro, perché gli atti terroristici sono insieme lo specchio esorbitante della sua stessa violenza e il modello di una violenza simbolica che gli è vietata, della sola violenza che non possa esercitare: quella della propria morte…>> (pag. 25)

(nella foto: il presunto attentatore di Brindisi ripreso da una telecamera)

I terroristi, ancor prima di accendere la miccia o di schiacciare il telecomando per la detonazione, sanno che in pochi secondi balzeranno agli onori della cronaca e utilizzano le immagini orribili diffuse dai media per raggiungere i propri obiettivi ‘comunicativi’; al tempo stesso il sistema riutilizza altre immagini per identificare gli autori di quei gesti condannati dall’opinione pubblica. L’immagine diventa così fattore patogeno e terapia, mezzo di offesa e di difesa, oggetto terrorizzante e contributo alla giustizia: <<… Di tutte queste peripezie a noi resta soprattutto la visione delle immagini. Dobbiamo conservare questa pregnanza delle immagini, e la loro fascinazione, perché le immagini sono, lo si voglia o no, la nostra scena primaria…>> (pag. 35) E ancora, insiste Baudrillard: <<… Tra le altre armi del sistema che gli hanno ritorto contro, i terroristi hanno sfruttato il tempo reale delle immagini, la diffusione mondiale istantanea di esse. […] Il ruolo dell’immagine è fortemente ambiguo. Perché nell’atto stesso in cui lo esalta, prende l’evento in ostaggio. L’immagine gioca come moltiplicazione all’infinito e, simultaneamente, come diversione e neutralizzazione… L’immagine consuma l’evento, nel senso che lo assorbe e lo dà a consumare.>>

Delegare l’interpretazione della realtà all’immagine significa deresponsabilizzare il pensiero: <<Che ne è allora dell’evento reale, se dappertutto l’immagine, la finzione, il virtuale entrano per perfusione nella realtà? […] Ma la realtà supera veramente la finzione? Se sembra farIo, è perché ne ha assorbito l’energia, di­venendo essa stessa finzione. Si potreb­be quasi dire che la realtà sia gelosa della finzione, che il reale sia geloso dell’im­magine… È una specie di duello tra loro, a chi sarà il più inimmaginabile. […] Perché la realtà è un principio, ed è questo principio che è andato perduto. Realtà e finzione sono inestricabili e il fa­scino dell’attentato è innanzitutto quel­lo dell’immagine. […] In questo caso, quindi, il reale si ag­giunge all’immagine come un premio di terrore, come un brivido in più. […] Questa violenza terroristica non è “reale”. È qualcosa di peggio, in un certo senso: è simbolica. La violenza in sé può essere perfettamente banale e inoffensiva. Solo la vio­lenza simbolica è generatrice di singola­rità. […] Lo spettacolo del terrorismo impone il terrorismo dello spettacolo. E contro questa fascinazione immorale l’ordine politico non può nulla.>> (pag. 36/40)

Eppure l’immagine non è la realtà: ne rappresenta solo il riverbero, l’eco. L’immagine è la traccia più affidabile della realtà, la più vicina, a volte l’unica a disposizione di chi si occupa di memoria e di ricerca della verità, ma è pur sempre un artificio, un’adulterazione della stessa. In base alle immagini separiamo il Bene dal Male, scegliamo da che parte stare, decidiamo contro chi combattere, ma questo non significa che possediamo la verità. E soprattutto: il terrorismo è sempre il risultato di un’azione contro il sistema o è un evento usato dallo stesso sistema per deviare e controllare l’opinione pubblica?

L’attentatore (o gli attentatori) di Brindisi realizza un meccanismo sofisticato per causare dolore e morte, e trascura la presenza di telecamere in grado di identificarlo. Si parla, spesso a sproposito, di “Grande Fratello” e di “deriva orwelliana” ovvero di un abuso della presenza tecnologica capace di effettuare un controllo asfissiante sui membri della società. Quando, in seguito, ci accorgiamo che quella stessa tecnologia può rappresentare un valido aiuto per la giustizia o addirittura un mezzo per salvare le nostre vite, dimentichiamo gli abusi, le proiezioni distopiche, le prepotenze del sistema, le visioni fantascientifiche. Forse il problema non è il controllo in quanto tale, che può risultare paradossalmente ‘utile’: la vera deriva orwelliana è contenuta nell’interpretazione delle immagini affidata ai gestori del sistema, nella loro capacità di disinnescare la realtà e di potenziare l’impatto di determinati atti terroristici per finalità che ignoriamo: <<… Qualsiasi violenza sarebbe loro perdonata se non fosse ripresa e amplifi­cata dai media (“il terrorismo non sareb­be nulla senza i media”). Ma tutto questo è illusorio. Non esiste uso buono dei media, i media fanno parte dell’evento, fanno parte del terrore, e giocano in un senso o nell’altro.>> (pag. 40-41)

La casa del Grande Fratello

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 novembre 2010 by Michele Nigro

<<… Un contatto per poter confessare in modo filiale e sinistro le proprie indicibili colpe in nome della beltà, le vezzeggiate vanità ostentate, le scaltre competizioni offerte sull’altare del successo, la facilità del vivere, l’ignoranza come valore, la ricchezza che deriva dal corpo, i libri spavaldamente snobbati, la macchinosa furbizia insita nei giochi dell’immagine, la goliardica sicurezza nei confronti del mondo brutto, i calendari… Come in un’orrida sindrome di Stoccolma che precede l’oblio della morte.

E sì, perché questo era ciò che esigeva l’altro lato dello specchio: la distruzione della personalità mediatica, prima ancora del corpo. Un pentimento registrato su cassetta e imposto con il terrore derivante da un insopportabile silenzio, interrotto solo da agghiaccianti grida di dolore. L’esame di coscienza derivante dalla consapevolezza della fine esigeva tempi interiori non influenzabili dal regista occulto.

Un contatto con il proprio ego, riflettente, a senso unico e senza risposte confortanti, prima di rivolgere la propria violenta disperazione verso la fonte dell’orgoglio fisico o verso i compagni di quel viaggio allucinante.

Essere stati nominati. Ma da se stessi.>>

tratto dal racconto La casa del Grande Fratello

dead set

“Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 maggio 2010 by Michele Nigro

Può la televisione del passato essere superiore a quella attuale dal punto di vista dei contenuti? La risposta, quasi scontata, è sì! E ne ho le prove. Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti (regista già noto al pubblico italiano per lavori cinematografici non fantascientifici, anche se la produzione di Blasetti è caratterizzata fin dagli esordi da una interessante eterogeneità) è il titolo di un programma televisivo in tre puntate mandate in onda su Rai Due nel 1979 e rappresenta un esempio di televisione ormai estinta e non soggetta alle dure leggi dell’omologazione mentale, come accade invece nella ipervitaminica e digitalizzata televisione del terzo millennio. Una televisione, quella del programma di Blasetti, ingenua, grossolana, forse approssimativa e per certi versi “rozza” ma efficace, diretta ed entusiasta della propria funzione propositiva. Ho avuto il piacere, recentemente, di rivedere le tre puntate e devo dire che ogni tanto “fa bene alla salute” poter gustare un certo tipo di produzione televisiva: le tematiche fantascientifiche affrontate nel programma (“Il tempo e lo spazio”; “I robot”; “I mostri”) non sono certamente originali per un fruitore di science fiction del ventunesimo secolo, ma l’aspetto che vorrei evidenziare in questo mio post è quello riguardante lo stile scarno ma genuino con cui Blasetti (coadiuvato dalla lettura, ad opera del bravissimo attore Arnoldo Foà, di brani appartenenti al genere letterario fantascientifico: nella prima puntata “Immaginatevi” di Frederic Brown e “Tutto in un punto” di Italo Calvino…) tenta di introdurre nel tessuto televisivo e quindi sociale di una nazione, l’Italia della fine dei difficili anni ’70, una argomentazione che oggi paradossalmente (nonostante i temi appartenenti al genere sci-fi siano, nel 2010, più numerosi e scientificamente più raffinati rispetto al 1979) è di fatto relegata in canali specialistici e ufficiosamente snobbata dalla sempre più prevalente e rimunerativa “televisione realitaria” fatta di talent show, trasmissioni d’intrattenimento ad impegno mentale zero e velinismi vari. “Racconti di fantascienza” è una semplice vetrina in cui vengono presentati (tre in ogni puntata) dei brevi sceneggiati tratti dai racconti di alcuni autori di fantascienza oggi considerati veri e propri pilastri della narrativa sci-fi: “Primo contatto” di Murray Leinster; “Un caso insoluto” di Franco Bellei; i tre racconti “La crisalide”, “L’assassino” e “I sosia” di Ray Bradbury; “Ultimi riti” di Charles Beaumont; “L’esame” di Richard Matheson; “La decima vittima” di Robert Sheckley (che aveva ispirato nel 1965 l’omonimo film di Elio Petri – “La decima vittima” -, anche se il titolo originale del racconto di Sheckley (The Seventh Victim) faceva riferimento solo ad una “settima vittima”); “O. B. N. in arrivo” di Edmund Cooper. Racconti sceneggiati in maniera semplice e a volte anche comica, come nel caso di “Primo contatto” affidato alla simpatica interpretazione di Nanni Loy, capaci di lanciare un messaggio ben preciso al pubblico.

Francamente non so se torneranno epoche simili dal punto di vista televisivo: la situazione attuale, facendo zapping tra gli innumerevoli canali del nuovo e tanto esaltato digitale terrestre, non mi permette di sperare in nulla di positivo. Le regole ferree di un mercato televisivo sempre più schiavo dello share (e rappresentativo, purtroppo, dello stato culturale e mentale medio nazionale) non offrono spiragli attraverso cui introdurre certi sperimentalismi. Il processo di separazione della fantascienza dal mainstream, dal 1979 ad oggi, è stato lentamente ma inesorabilmente realizzato: anche se attualmente si parla tanto di diluizione della fantascienza in altri generi letterari e di innesti tra narrativa sci-fi e altri filoni legati al vasto mondo della creazione fantastica e non… Il problema non è trovare nuove soluzioni per ibridare un genere già da tempo in crisi, ma riuscire a presentare e spiegare in maniera normale e disinvolta una serie di temi, quelli fantascientifici, ad un pubblico che sembrerebbe non avere più gli strumenti necessari per “chiedere” o per sperimentare, e a cui non si ha più il coraggio di proporre “cose antiche” ma che sarebbe utile rispolverare.

Assistere ad un programma televisivo che tratta di fantascienza e condotto elegantemente da un maestro del cinema italiano in giacca e cravatta? Verrebbe quasi da rispondere, osservando l’attuale panorama televisivo italiano: “Pura fantascienza!”

La Guerra dei Mondi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2010 by Michele Nigro

“La guerra dei mondi”

di Orson Welles

Per alcuni rappresenta un episodio “classico” nella storia dei media; per gli “scienziati dell’anima” è stato uno degli esperimenti più riusciti, su larga scala e mai eseguito prima, sulle nevrosi collettive; per gli amanti del teatro, una performance dal realismo sconvolgente. Ed infine, per il mondo dell’informazione, un chiaro esempio di possibile manipolazione della notizia.

Fatto sta che quando la trasmissione andò in onda, descrivendo un immaginario sbarco dei marziani nel New Jersey, si verificò un fenomeno straordinario di schizofrenia collettiva a livello nazionale e quella che doveva essere un’interpretazione teatrale trasmessa via radio divenne il notiziario più equivocato della storia!

“La guerra dei mondi” di Orson Welles (libero adattamento radiofonico dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells) non è un libro, se con questo termine intendiamo andare al di là del foglio stampato, ma uno strumento cartaceo con cui avvicinarsi ulteriormente al “fenomeno Welles”.

La pubblicazione, infatti, accompagnata dalla prefazione di Fernanda Pivano e da un’interessante e scientificamente coerente postfazione di Mauro Wolf, non è nient’altro che la fedele trascrizione (con doppio testo inglese-italiano) del radiodramma trasmesso dai microfoni della CBS di New York la sera del 30 Ottobre 1938 e che rese celebre il già apprezzato enfant prodige del cinema americano. E non per volontà sua!welles_guerra_p

Orson Welles, insieme al suo gruppo teatrale – The Mercury Theatre on the Air -, desiderava “semplicemente” aumentare il realismo dell’azione, come era già successo con altri radiodrammi regolarmente trasmessi, e donare più autenticità all’opera letteraria (che nel 1898 non era ancora etichettata come fantascienza) del celebre Wells: il papà, per intenderci, della “macchina del tempo”.

E ci riuscì! Milioni di americani in preda al panico, si riversarono in strada diretti verso località sufficientemente lontane dall’epicentro dell’attacco marziano. Suicidi; isterismi; riti religiosi di massa; gesti inconsulti; migliaia di telefonate ai centralini della polizia… Il caos!

Nel 1940, dopo “l’incidente” causato da Welles, uno studioso di tali fenomeni, Hadley Cantril, realizzò una ricerca pubblicata per la Princeton University Press con il titolo “The Invasion from Mars. A study in the Psychology of Panic” grazie alla quale si mise, finalmente, un po’ di ordine nella vicenda e furono chiariti i cosiddetti  “fattori predisponenti” a causa dei quali il radiodramma di Orson Welles ebbe il riverbero psicologico che noi tutti conosciamo.

La tanto edulcorata società americana degli anni ’30, che una certa Hollywood vorrebbe farci credere essere popolata da “tipi dritti” e “supereroi” (infatti Superman, quando si dice “i casi della vita”, fa la sua comparsa il 10 Giugno 1938 su “Action Comics“, una nuova rivista della National Comics. E a crearlo furono due giovani autori, lo scrittore Jerry Siegel e il disegnatore Joe Shuster), possedeva già il suo bravo bagaglio di tipiche psicosi postindustriali: dalla paura di eventi bellici allo spauracchio di Hitler che ancora non si era “espresso” pienamente (molti pensarono, infatti, che le macchine volanti dei sedicenti marziani altro non fossero che aerei tedeschi camuffati); la crisi economica del ‘29 ancora “calda” e la disoccupazione che ne seguì; il pensiero di un futuro inquieto ed incerto; città congestionate e schiacciate dal peso dell’aberrante “miracolo americano”. Anche l’Italia aveva il suo “supereroe”: un dittatore pelato che avrebbe inneggiato ad improbabili “spezzamenti di reni” e che catalizzava, in altro modo, le insicurezze della penisola italica. Ritornando agli States…

Tale contesto sociale condusse a situazioni personali di ansia latente, insicurezza e disorientamento.

Orson Welles non credeva nei supereroi, ma nella fragilità della gente comune. Definito da alcuni “la bestia nera del conformismo statunitense”, Welles riuscì, più di molti altri ossequiosi cineasti tutti “patria e bandiera” (gli stessi che avrebbero creduto fermamente nella patriottica figura di John Wayne), a frustare l’american way of life.

E il fatto che l’evento psicotico abbia avuto origine sfruttando uno scenario fantascientifico già noto ai lettori, rinforza ulteriormente la democratica convinzione che non esiste ancora, e mai esisterà, una nazione abbastanza forte dal punto di vista tecnologico in grado di tener testa all’ignoto, ai disseppelliti incubi del nostro cervello, alle sfide della psiche e delle più profonde paure appartenenti alla natura umana.

Inevitabile, credo, sia il confronto con i nostri giorni… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre “vite moderne”: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il “tutto” ed il “contrario di tutto”!

La facilità d’informazione, che rappresenta il leit motiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari anche in fondo agli oceani; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi, orbitanti e non, della Nasa vomitano sulla Rete, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio… Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato terzo millennio.

Ma non siamo, per questo, immuni da pericoli: la soglia di credibilità della realtà si è innalzata vertiginosamente. L’artigianato tecnologico al servizio dell’alterazione della realtà è divenuto scienza (accettata e ricercata da tutti);  il problema della manipolazione sollevato dalla vicenda accaduta nel 1938, si è inesorabilmente invertito. Se in passato era facile far credere alla gente che un racconto fantastico fosse realtà, oggi è estremamente difficile compiere l’azione contraria: far credere che la realtà non sia fasulla.

Scrisse Guy Debord ne “La Société du Spectacle”: “tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”.

E sicuramente lo “scherzetto” di Orson Welles rappresenta una degna e (lasciatemelo dire) nostalgica premessa di tale accumulazione.

Ricordo ancora con una certa ilarità mista a sconforto, l’esperienza raccontatami anni fa e che avrebbe visto protagonista un giovane napoletano il quale, durante l’attacco aereo alle Torri Gemelle di New York, l’11 Settembre 2001, entrando in un negozio di scarpe di Corso Umberto a Napoli e notando che commesse e clienti guardavano incantati lo schermo di un televisore sintonizzato sulle immagini di un aereo che “s’infilava” in un grattacielo, avrebbe domandato seriamente e ad alta voce, sfruttando pienamente le proprie facoltà di intendere e di volere: “scusate! … ma per caso è l’ultimo film di Bruce Willis?”


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