Archivio per Garibaldi

Addio, Raffaele Rago!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 agosto 2012 by Michele Nigro

(il Prof. Raffaele Rago: secondo da destra)

Ho incontrato l’ultima volta Raffaele Rago per strada alcune settimane fa: cordiale come sempre, scherzoso, disponibile, umano e fraterno. Qualcuno potrebbe dire che le mie sono le classiche parole diplomatiche da utilizzare in pubblico quando viene a mancare una persona conosciuta o un amico. Ma Raffaele Rago era proprio così! Punto.

Lo conobbi anni fa grazie all’attività redazionale della versione cartacea di “Nugae” e dall’alto della sua esperienza giornalistica non lesinò consigli, proposte, critiche, incoraggiamenti… In seguito contribuì personalmente al miglioramento della rivista anche con alcuni suoi scritti (vedi “Nugae” n.8 pag. 7 e 21; n.9 pag. 15 e 37). Era uno studioso appassionato e un combattivo revisionista storico: posso dire senza ombra di dubbio che è stato grazie a lui se ho conosciuto il revisionismo risorgimentale e meridionalista. Raffaele era generoso: tra un caffè al chiosco di Piazza della Repubblica a Battipaglia e una passeggiata in centro, tra una conversazione dotta e un aneddoto divertente, non dimenticava mai di regalarmi una pubblicazione storica interessante, la copia di qualche periodico, degli appunti preziosi riguardanti la storia di Battipaglia o del Meridione, o semplicemente una risata allegra. Raffaele era un tipo giocoso. “Voi italiani…!” mi diceva spesso con piglio brigantesco, per sottolineare in maniera scherzosa ma convinta la sua disappartenenza ad un’Italia postunitaria frutto dell’avventura garibaldina – a suo dire scellerata! – e per riproporre le sue documentate nostalgie borboniche, punti fermi dei suoi numerosi articoli pubblicati su varie riviste e quindicinali. Raffaele era conosciutissimo e benvoluto: passeggiare con lui significava interrompere la conversazione ogni dieci secondi per un saluto a cui rispondere o per una calorosa stretta di mano a qualche amico di vecchia data. Indimenticabili le sue telefonate: quando ci lasciavamo in strada con qualche dubbio dopo una discussione su argomenti storici e culturali, era solito andare a casa, controllare immediatamente una data, l’etimologia di un termine, un fatto storico, e telefonarmi per continuare la conversazione e per confermare la sua meticolosità di studioso. Aveva insegnato, senza mai smettere di farlo!

Raffaele era un poeta; come ci ricorda Angelo Magliano nella sua recensione alla raccolta “Parole in fila” – vol.2 – di Rago (pubblicata sul n.9 di “Nugae” a pag. 37): <<L’autore ha saputo cogliere ed isolare, nella vasta trama delle esperienze comuni, le sensazioni e le impressioni più fuggevoli e quelle che più facilmente sfuggono ai più. Le ha fissate in parole con una sensibilità acuta e fresca. La poesia di Rago, fatta di piccole cose, esalta la visione del particolare rifiutando sia le vaste e complesse architetture sia la ricerca di un tono alto e di un linguaggio indeterminato e stilizzato. La forza della sua poesia sta tutta nell’intensità con cui è vissuto l’attimo contemplativo e non nel processo intellettuale per cui si ordinano e si compongono le intuizioni originarie. A costruire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra.>>

Battipaglia, e oserei dire l’intero Meridione, ha perduto una grande anima. Ci mancheranno il tuo amore per Campagna, la tua passione per il Sud e i suoi “briganti”, la tua ricerca storica, la tua sensibilità poetica e il tuo sapere. La tua simpatia.

Addio Raffaele! E grazie…

<<Dopo l’unità d’Italia e precisamente dal 1876 al 1901, si calcola che in tutto il “regno” ci furono 5.792.546 emigrati, nella sola Calabria 310.363 così suddivisi: Cosenza 166.815; Catanzaro 108.721; Reggio Calabria 34.827 (da Emilio Franzina, “La grande emigrazione” Ed. Marsilio – Venezia 1976). Milioni di “cafoni” parteciparono, in modo attivo, allo sviluppo delle Americhe, dell’Argentina, del Brasile, del Venezuela e dei paesi del Nord Europa (Belgio, Germania, Francia, Svizzera) ed ovviamente dell’Italia Padana. Primeggiano gli U.S.A. Il 90-95% degli italo-americani sono di origine meridionale. Non bisogna dimenticare che dei 5 milioni e più di emigrati, 3 milioni e più erano meridionali. E’ da tener presente che gli emigrati non dimenticarono mai la loro terra, infatti, dopo essersi “sistemati”, inviarono soldi (tanti!) per rendere sempre più belli i loro paesi…>> tratto da “Emigrazione” di Raffaele Rago (Nugae n.8 – n.9 / 2006)

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Duchesca

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 4 aprile 2011 by Michele Nigro

Nel cuore della mia incontenibile Napoli vi è un luogo, un po’ vico e un po’ leggenda, dove ognuno trova ciò che vuole. Il suo nome è Duchesca. Non chiedetemi quali sono i suoi confini nella città e quali oggetti si vendono, perché domani potrebbe essere già troppo tardi per aggiornarsi su ciò che hanno da proporvi. La Duchesca, più che un luogo, è una condizione mentale e solo chi ha la forza di cercare può affrontare la marea di proposte che sgorga dai meandri di questo mercato vivente.

Alle spalle di un Garibaldi indifferente che rimugina sull’unità d’Italia, sorgono disseminate le bancarelle della Duchesca ricoperte di scarpe vendute per niente, mutande, calzini, camicie improponibili, pantaloni e lampadari. E poi pentole, fiori finti, ‘pezze americane’, ferraglie e con un po’ di fortuna dischi volanti e souvenir dell’area 51 nel deserto del Nevada.

Garibaldi guarda troppo lontano per accorgersi che al suo piedistallo i disoccupati hanno appeso anche uno striscione rosso contenente la parola “… lavoro…” e che ogni giorno, quegli stessi disoccupati, bloccano una strada di Napoli per protestare contro non si sa più bene chi! Ormai…

La Duchesca risponde alla protesta con la solita e inflazionata inventiva napoletana che da secoli sfama, e forse vizia, milioni di persone…

E come sempre il tutto accade alle spalle di qualche governante: non importa se francese, spagnolo, garibaldino, monarchico o repubblicano. La gente conosce una sola parola e un solo imperativo: ‘campare’.

La Duchesca non è un luogo ‘nobile’ come il nome potrebbe far credere ai più superficiali. É una galassia di popolazioni che propone di tutto: austeri russi con il loro catalogo di residuati d’oltrecortina; polacchi che cercano di venderti vecchi cimeli sotto forma di orologi da polso prodotti nell’ex Unione Sovietica durante la Guerra Fredda; un vecchietto espone una serie di autoradio con ancora attaccati i fili elettrici delle macchine da cui sono stati ‘prelevati’, senza la necessaria benedizione del proprietario; un ucraino vende scarponi da montagna rigorosamente neri e lucidi (forse trafugati a qualche morto) e un venditore di videocassette che cerca di convincere un pensionato, con la giacca consunta e la borsa da impiegato del catasto, a comprarsi l’ultimo film porno con la focosa donnina di turno. Più in là, un marocchino che parla un perfetto napoletano presenta i suoi prodotti esotici ad alcune casalinghe curiose. Ma i super organizzati del quartiere sono e restano sicuramente i cinesi: insegne luminose con ideogrammi indicano l’entrata dei loro punti vendita dove abbondano i principali ingredienti della tradizione gastronomica cinese. In questa “China Town partenopea” ti senti lontano da casa, ma in realtà sei a due passi dalla stazione ferroviaria di Napoli Centrale.

Francesco Costa non poteva trovare titolo più giusto per il suo romanzo: “Non vedrò mai Calcutta”. Non c’è bisogno, infatti, di viaggiare perché a Napoli c’è tutto il mondo!

Come ‘militari del sesso’ in libera uscita, alcune prostitute di colore cercano tra le bancarelle un attimo per sé stesse… Prima che la notte cali inesorabilmente per ridestare i doveri della loro schiavitù.

La Duchesca non è un mercato: è di più.

Le sue diramazioni penetrano nel tessuto del quartiere rendendolo vivo, pullulante di idee, di ‘mbruogl, di calore umano e di partecipazione. La libertà di chi sopravvive contro la prigionia di chi vuole rispettare le regole: questa è la sfida lanciata dalla Duchesca verso il mondo globalizzato dalla volontà di pochi potenti.

Nei vicoli più stretti le bancarelle tappezzano il cammino rendendolo ovattato e caldo come in una enorme vagina sociale. Ti stringi alla gente e con una mano controlli il portafogli. Ma nonostante tutto cammini e cerchi. Cosa? Non si sa.

La solidarietà tra i venditori ambulanti è un esempio di patto sociale che è stipulato nel quotidiano e nel senso di appartenenza al quartiere e alle sue esigenze. Non c’è menefreghismo tra queste viuzze, ma un’energia empatica avvolge le urla dei venditori per richiamare il cliente e per far sapere al quartiere, e se serve al mondo intero, che ci sono anche loro.

Un fiume di gente chiede, si ferma, prova, discute, parla, propone, paga, conta il resto, apre la busta per ammirare l’acquisto, confronta, conforta, solidarizza, esige, prenota, soppesa, si consiglia, ripassa, indifferentemente legge i prezzi, dissente, osteggia, maneggia, corteggia, sentenzia, preme, guarda, medita, si indispone, oculatamente deprezza, disprezza, apprezza, e intanto tocca, ritocca, mette in bocca, sghignazza, chiede ancora, presiede, saluta, risaluta, fugge – “vac’ e press!” – fa l’occhiolino, ti plagia, si adagia e con maestria ti vende, ti assicura, ti garantisce, ti ripaga, ti ascolta, ti vuole bene e ti tradisce.

“Prego, prego!”; “Capo, che v’ serv?”; “Pruvatavelle: si nun v’ piace, j ccà stong!”; “Almen nù cafè?!”; “L’ultimo dei Dip Parpòll? Circat i Let Zeppelìn? M’ rispiac juagliò: cà nun vennimm suppost!”; “Cing euri! Sùl cing euri!”; “Che vulit: ricit a me!”; “Gennarì, sient a stù signor!”

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“Noi credevamo” di Mario Martone

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 4 dicembre 2010 by Michele Nigro

foto film Noi credevamo-732709

I grandi ideali spesso per farsi spazio nella storia devono sgomitare tra le bassezze della natura umana…

Chiunque si appresti a visionare il nuovo film-capolavoro di Mario Martone intitolato “Noi credevamo”, dedicato al Risorgimento, pensando di assistere a scene battagliere come nel film “Viva l’Italia” (1961) di Roberto Rossellini, è destinato a incassare una cocente delusione: non mancano, voglio precisare, le scene cosiddette “d’azione”, ma non si tratta certamente di un film realizzato allo scopo di “far ripassare la storia delle battaglie risorgimentali” a chi il Risorgimento lo ha lasciato da anni sui banchi di scuola. Garibaldi, ad esempio, non compare mai: lo spettatore intravede il Generale da lontano (lo “percepisce” quasi), verso la fine del film, sulla cima di un dirupo e vagamente illuminato da alcune torce mentre saluta le sue camicie rosse accampate intorno ai fuochi di bivacco.

I protagonisti del film di Martone sono altri: compaiono un inedito Giuseppe Mazzini in versione londinese (interpretato da un carismatico Toni Servillo) e alle prese con il suo bisogno di oppio; Francesco Crispi simbolo politico del divario tra ideale e realtà; Felice Orsini; Carlo Poerio… Ma soprattutto il film è incentrato sulle vicissitudini rivoluzionarie di tre giovani cilentani (Domenico, Angelo e Salvatore): sono tre personaggi inventati a uso e consumo della fiction ma le loro esistenze filmiche, come specificato nelle note finali del film, sono ispirate a tre ragazzi affiliati alla Giovane Italia e realmente esistiti nel Cilento durante quelle delicate fasi storiche che portarono lentamente all’unità d’Italia.

Dopo la repressione borbonica dei moti del 1828 i tre giovani prendono strade diverse: ognuno seguendo i propri ideali, in base alla propria indole e alla propria cultura.

Martone con questo suo film non vuole né esaltare il Risorgimento in maniera incondizionata, né dare spazio a un revisionismo storico unidirezionale: raccontando la storia dei tre ragazzi e degli altri personaggi che ruotano intorno ai protagonisti, il regista vuole soprattutto evidenziare la passione ideale, la paura, l’istinto omicida di alcuni patrioti, il coraggio, l’onore, la codardia, la resistenza fisica e morale, la debolezza dei cosiddetti “padri del Risorgimento”. E poi i dubbi, i fallimenti umani, le delusioni post-unitarie provate da “quelli che credevano”…

Il titolo “Noi credevamo” può essere interpretato in due modi: “noi credevamo” come a voler affermare un ideale, credere in ciò per cui si combatte e si muore. Oppure un “noi credevamo” deluso: noi credevamo di fare l’unità d’Italia e invece… Tutto qui? Questo è il risultato? Innegabile il riferimento al divario tra nord e sud e ad altre brutture insanate nonostante l’ideale unitario.

Pur trattandosi di un film che esce nelle sale cinematografiche italiane (poche, a dire il vero!) in concomitanza con i festeggiamenti riguardanti il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sarebbe stato francamente deludente assistere a un’opera epica atta solo a esaltare i “valori unitari” (questo lasciamolo fare ai politici di professione e agli storici di regime che temono i revisionismi!), senza mettere in evidenza quelle incrinature che hanno influenzato la nascita della nazione italiana e che ancora oggi caratterizzano certe differenze e divisioni apparentemente insanabili. Mario Martone è un regista dell’odierno sud: non poteva non rivedere il Risorgimento con gli occhi disincantati dell’uomo tecnologico del terzo millennio alle prese con il problema delle ecomafie e della ‘munnezza’!

Nel film di Martone non si assiste al fallito sbarco di Carlo Pisacane, ma i personaggi allarmati ne parlano tra di loro: i cosiddetti “fatti storici” sembrano ‘passare di lato’ in questo film. Ciò che interessa al regista è il “prequel”, il tempo intermedio, la preparazione paziente degli eventi storici, l’eroica attesa dei rivoluzionari (monarchici e repubblicani) rinchiusi nelle carceri borboniche. Interessanti, insomma, sono le cause collaterali e “prodromiche” che hanno portato all’unità. La fase londinese della Giovane Italia ottiene più spazio dello sbarco a Calatafimi; l’attentato di Felice Orsini a Napoleone III prende il sopravvento sull’incontro a Teano… Scelte filmiche che hanno una loro valida ragione: evidenziare la storia ufficiosa, quella che indirettamente ha nutrito la storia imparata a scuola.

Ancora una volta, come ne “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, il bravissimo attore Luigi Lo Cascio, tramite il suo personaggio, svolge la funzione di “testimone transgenerazionale”: il giovane mazziniano cilentano, visibilmente invecchiato, possiede gli anni e l’esperienza necessaria per poter “giudicare” un processo storico che scricchiola già nel momento in cui si realizza. L’unità è sì necessaria ma è un’unità che nasce malata, perché non voluta veramente da tutti, perché spinta da altri interessi e non da quei nobili ideali inizialmente sbandierati nei salotti parigini e coltivati in anfratti sconosciuti della provincia.

Affascinanti i colori adoperati e oserei dire commuovente la “fotografia caravaggesca” di questo film: la scena dei rivoluzionari imprigionati a Montefusco e illuminati dalla sola luce di una candela mentre in silenzio si riuniscono nella cella, da sola vale la visione dell’intero, lunghissimo film.

Surreale la scena, quasi alla fine del film, in cui compare lo scheletro in cemento armato di una palazzina incompleta presso cui trascorrono la notte alcuni personaggi del film. Non si tratta, ovviamente, di un errore “cronologico” del regista: potrebbe essere invece una sorta di “firma politica” (nel senso sano e partecipativo del termine). Il regista ci ha forse voluto dire che il suo non è solo un “film storico” dove ci sono i buoni e i cattivi che si muovono intorno alle date da imparare a memoria prima dell’interrogazione di storia a scuola, ma la sua pellicola è una panoramica disincantata su un processo incompleto: talmente incompleto da aver lasciato nella sua annosa arretratezza una parte di quel territorio che si è voluto a tutti i costi inglobare in un’unità acerba. Il sud, la cementificazione selvaggia, i problemi ambientali che causano scempio e disastri, le mafie, le irrisolte differenze economiche, le paventate secessioni…

“Noi non credevamo” che si sarebbe arrivati a tutto questo!

Forse Martone, in vista dei festeggiamenti istituzionali, ha voluto dirci che invece dei soliti slogan ci sarebbe bisogno di un secondo, vero, radicale, e questa volta determinante, Risorgimento.

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