Archivio per Giappone

Piombo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 aprile 2017 by Michele Nigro

Ricordi? La tivvù passava

Goldrake, Mazinga, Jeeg Robot

esplosioni nucleari aliene

in un Giappone già sconfitto.

Alle scuole medie

disegnavo rifugi

antiatomici colorati e minuziosi

con tutto quel piombo

che dava speranza

al futuro dell’umanità e ai miei

acerbi spermatozoi.

 

Poi i potenti rinsavirono

fu un vortice di firme, strette di mano

crolli, trattati di pace

ipocriti disarmi senza equilibrio.

Crisi d’identità

da oriente a occidente,

cani affamati senza museruola e padroni

abbaiavano nelle notti di provincia.

 

Dove saranno

in quale scatola degli anni ottanta

i miei progetti, odor di matita e gomma

per esorcizzare la paura del caldo nulla

e della morte da poco conosciuta?

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L’ultimo sorriso di Tony Drastico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 febbraio 2015 by Michele Nigro

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E proprio mentre Tony Drastico cominciava a capire qualcosa della vita, ovvero cominciava a capire di non averla capita e che questa verità tutto sommato comoda era stata per lui una grande e sapiente liberazione; proprio mentre tutti i pezzi del mosaico continuavano a restare in dispettoso disordine sul tavolo senza formare alcuna immagine rivelatrice, una di quelle immagini nitide con cui ci si illude di avere il controllo della realtà; proprio mentre accadeva tutto questo, gli capitò di morire.

(Lo so che lo scrittore William Forrester nel film “Scoprendo Forrester” sconsiglia caldamente di cominciare una frase con una congiunzione, ma come risponde il suo giovane allievo Jamal, anch’io dico: “Sì… che si può!” E infatti l’ho fatto sopra, all’inizio del racconto… Caspita, l’ho rifatto anche qui, in quest’ultima frase. Niente, è più forte di me. E pazienza! Ancora…?)

Gliel’avevano detto più volte a Tony: “Sembra che non sia tu a guidare l’automobile, quanto piuttosto l’auto a pilotare te!”. Ironizzavano gli amici che spesso scarrozzava in giro, su e giù per la provincia, testando birre in pub da poco aperti e ascoltando cover band di storici gruppi rock estinti o in procinto di estinguersi. Però quella notte maledetta non fu la guida casual di Tony Drastico a determinare il suo solitario trapasso verso l’aldilà quanto piuttosto i mal segnalati lavori in corso sulla tangenziale di Salerno: l’impatto violento contro le barriere allestite dalla società autostradale, quasi invisibili sotto la pioggia battente a causa delle luci lampeggianti del cantiere da alcune ore fuori uso, fecero sbalzare la sua auto nella corsia chiusa della strada in manutenzione. Tutto avvenne in un attimo, senza grandi preparativi, come è abitudine della morte per incidenti e non per malattia: dal sorriso compiaciuto e beffardo, a suon di musica proveniente dall’autoradio, di chi è finalmente consapevole che la vita non può essere capita e controllata a una altrettanto incontrollabile e ghignosa morte. Coerente su tutta la linea, fino alla fine.

In qualità di voce narrante autorizzata dallo stesso personaggio di Tony Drastico a rilasciare dichiarazioni ufficiali a voi lettori, sono felice di comunicarvi che la leggenda riguardante l’intera vita che scorrerebbe davanti agli occhi del morente è – diciamolo una volta per tutte – una incommensurabile cazzata! Meno grave, decisamente, di quell’altra riguardante la famosa “luce in fondo al tunnel” messa in circolazione da gente comatosa, dedita all’uso di sostanze psicotrope e tornata in piedi al solo scopo di diffondere fandonie neuro-metafisiche grazie alle quali allestire affollati meeting per mettere in comunicazione il pubblico pagante con il mondo dei morti (veri utilizzatori finali di questa presunta luce nel tunnel, solo intravista dai “ritornati”) e pubblicare libri, scritti da ghost writers, riguardanti il tema scottante della vita oltre la morte. E invece sarebbe più utile e onesto parlare della morte durante la vita e come evitarla, se possibile, quando avresti ancora voglia di vivere e di mettere in pratica alcune cosette imparate negli anni precedenti. Ma la vita su questo pianeta, si sa, è tanto meravigliosa quanto bizzarra, e il nostro umile compito è quello di assecondarla durante le sue feroci e capricciose sterzate.

Mentre l’auto compiva una rotazione su se stessa, intorno all’asse longitudinale della normalità di noi bipedi evoluti seduti sui motori a scoppio dell’inventiva, facendo diventare sotto il tetto dell’abitacolo e sopra il pavimento del telaio dove non batte mai il sole, tra la grandine di vetri dei finestrini rotti dalla botta sull’asfalto e il levitare caotico dei vari oggetti depositati sul cruscotto, polvere compresa, nel corso degli anni, l’unica immagine che un sorridente Tony Drastico vide comparire nel suo cervello sorpreso ma non stupefatto e stranamente sobrio, fu quella della sua amica giapponese Murasaki Sōseki, conosciuta per caso a Tokyo molti anni prima durante uno dei suoi viaggi da ramingo solitario in cerca di nuovi scenari geografici e umani da dare in pasto alla sua mente e al suo cuore, da sempre in bolletta esistenziale. Murasaki all’epoca del loro primo incontro svolgeva la funzione di location manager nello staff nipponico che assisteva la regista americana Sofia Coppola durante le riprese del fortunato film “Lost in Translation”, girato proprio nella metropoli giapponese. Erano bastati pochi ingredienti per realizzare quel simpatico incontro italo-nipponico tra Tony e Murasaki: la richiesta sfacciata degli autografi di Bill Murray e Scarlett Johansson impegnati sul set; le risatine di lei per l’inglese di Tony, efficace per sopravvivere all’estero ma ancora troppo maccheronico per approfondite discussioni filosofiche e che tanta comica tenerezza suscitava nelle ragazze di Tokyo quando le fermava con la scusa di un’informazione; il dialogo non privo di inconvenienti sulle ragioni esistenziali prima ancora che cinematografiche di quel film in costruzione; un tè bevuto insieme tra una ripresa e l’altra anche se Tony odiava il tè e lo beveva solo per fare colpo su di lei o quand’era influenzato… Un’amicizia nata per caso e alimentata da un’insolita conoscenza delle canzoni di Franco Battiato che nonostante le forti differenze linguistiche aveva attecchito nell’animo di molti giovani del paese del Sol levante, tra i quali quello di Murasaki. Che risate si faceva Tony quando lei tentava di cantare Veni l’autunnu con la sua strana pronuncia siculo nipponica, consapevole che ogni suo tentativo avrebbe suscitato l’ilarità di quell’italiano sperduto nel mondo. Era stata per alcuni mesi in Italia durante gli anni del liceo, grazie a un programma di scambi culturali tra Italia e Giappone, e aveva riportato a casa molti ricordi, anche musicali, di quella sua interessante e giovanile esperienza nella penisola mediterranea. L’insularità del Maestro Battiato riusciva a dialogare, non si sa bene tramite quali occulti canali psicolinguistici, con l’animo insulare dei giapponesi più curiosi e aperti a esperienze esotiche. L’esotismo vissuto al contrario: noi italiani visti come interessanti “orientali” d’occidente… da Oriente. L’incontro tra arcipelago e penisola: nel primo caso l’orgoglio dell’isolamento, nel caso della penisola l’illusione di un punto di contatto con il resto del mondo. Il tutto regolato dalla costante presenza dell’acqua che circonda o quasi, comprime, decide, condiziona, si mescola evaporando al fuoco lavico dei vulcani: che storia il carattere geografico delle persone! Anche agli antipodi le creature cresciute in ambienti simili si annusano e si riconoscono.

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“Lost in Translation”: perdersi e ritrovarsi… a Tokyo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 novembre 2014 by Michele Nigro

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Scrive Michel Onfray in “Filosofia del viaggio (Poetica della geografia)”: <<… ci si mette in cammino spinti soltanto dal desiderio di partire incontro a sé stessi nel disegno, molto ipotetico, di ritrovarsi, se non di trovarsi. […] I tragitti dei viaggiatori coincidono sempre, segretamente, con ricerche iniziatiche che mettono in gioco l’identità.>> Ma per imparare a ritrovarsi (e a trovare gli altri con occhi nuovi) bisogna prima di tutto perdersi: nella traduzione di una lingua difficilissima, nelle notti insonni trascorse a guardare canali incomprensibili, nel fondo del proprio bicchiere seduti a un bar, nell’avventura di una notte… E prima ancora di partire essersi già persi nelle proprie insicurezze, in rapporti familiari che lontani da casa all’improvviso ci appaiono alienati e alienanti, nei fallimenti e nelle rinunce che la vita non risparmia a nessuno.

Il viaggio, per sua natura, offre al viaggiatore delle preziose brecce su verità che la soporifera routine dellalost-in-translation quotidianità tende a ridimensionare. Per compiere, però, questo scomodo confronto con sé stessi e con la propria vita, non occorre solo un luogo diverso ma anche un complice, un amico insonne come lo siamo noi, che parli la nostra stessa lingua (quella madre e del cuore) e soprattutto che abbia la stessa identica sete di semplicità e di verità. Come accade ai due protagonisti del film di Sofia Coppola, “Lost in Translation” (L’amore tradotto), Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson) che casualmente – a volte le cose migliori della vita capitano per caso – cominciano a vivere una straordinaria e spontanea storia di amicizia tra l’hotel di cui sembrano essere prigionieri e le elettriche strade di Tokyo. Un film che, sfruttando il fattore diversità di una città lontanissima non solo geograficamente ma anche culturalmente, vuole essere un elogio a quei legami inaspettati che spesso arricchiscono l’esistenza degli uomini e delle donne.

La pellicola è caratterizzata da molte pause, silenzi, sguardi, (tutti tenerissimi e lost-in-translation-picnecessari per sottolineare la non urgenza del parlare e la bellezza nell’essere solo presenti, nell’esserci e basta, che a volte è sufficiente), e da una trama delicata e a dir poco disarmante tanto è elementare, ma che riesce a trattenere nel suo tessuto dei contenuti “filosofici” a cui nessun spettatore può sottrarsi. Contenuti che portano inevitabilmente a delle precise domande: siamo soddisfatti delle nostre vite e delle persone con cui abbiamo scelto di vivere? Cosa avremmo voluto fare nella vita e che ci ritroviamo a non fare? Cos’è che ci tiene realmente svegli la notte al di là del jet lag e del fatto di aver cambiato materasso dormendo in un hotel? Cosa ci accorgiamo di aver perso quando ci ritroviamo da soli e lontani da casa? La risposta a tutte queste domande, e a molte altre, non la ritroviamo in una notte di sesso sfrenato tra un uomo e una donna, adulti, intelligenti, liberi e sessualmente attivi – cosa che fortunatamente non avviene tra i due protagonisti perché la loro funzione in questo film è un’altra; è una funzione umanizzante anche se passeggera – ma in una tenera amicizia nata per sopperire a mancanze interiori ed esistenziali e che va ben al di là della semplice e ormai scontata “conquista carnale” (scontata cinematograficamente parlando!). Ed è forse proprio questa piccola ma importante eversione del canone hollywoodiano del “sesso facile e a buon mercato”, a rendere speciale il film di Sofia Coppola.tumblr_mbgog2P85B1ri3in9o1_1280

Ci si può amare senza amarsi materialmente? È possibile far incontrare le anime di due esseri viventi, un uomo e una donna, due esperienze, due età, due insoddisfazioni, in una zona neutrale e asessuata? La risposta, decisamente impopolare, è , si può! E soprattutto, la domanda più scomoda: vi può essere più amore – almeno in alcuni frangenti dell’esistenza – nell’amicizia che non nei consolidati e ufficiali rapporti coniugali? Anche in questo caso la risposta è positiva. Sono momenti di grazia, e quindi rarissimi, ma possibili. Momenti che magicamente trasformano gli asettici non-luoghi di Marc Augé (aeroporti, hotel, ristoranti… tutti quei luoghi che non ci appartengono) in luoghi del cuore che diventano per sempre nostri. Diventano storia, e non una storia. Vi è più amore nella condivisione spontanea e semplice, raccontando di sé stessi l’uno all’altra in un letto, restando vestiti e guardandosi negli occhi, che nella petulante richiesta di scelta del colore della moquette da parte di una moglie distante emotivamente e troppo presa dai figli, o nell’arrivismo professionale di un giovane marito che fugge.

Il viaggio, ma non solo il viaggio – anche su altri terreni “neutrali” è possibile realizzare il confronto che ci serve -, dà la possibilità al viaggiatore di “guardarsi da fuori” e di accorgersi che nessuna vita è perfetta, che nessun rapporto è perfetto, che le scelte sbagliate sono una costante nell’esistenza umana, ma che alla fine, nonostante questa presa di coscienza che dovrebbe sconvolgerci fin a_610x408dalle fondamenta, ritorniamo alla realtà che scegliamo di non condannare anche se imperfetta. Alla fine l’unica concessione data nel film a Bob e Charlotte è un tenero bacio sulle labbra dopo un abbraccio quasi filiale, un bacio non “predatorio” ma un lascito fatto di puro amore e che non potrà più essere ricambiato perché nato tra due vite asincrone, quindi vero, non calcolato, disinteressato e più potente dell’amore che possiede e imprigiona. Alla fine ci si ritrova, dopo essersi persi, non perché si cambia radicalmente vita, abbandonando famiglia e paese, ma perché si è avuto il coraggio di perdersi e di guardare con occhi diversi – con gli occhi dell’altro – gli spazi interni dell’esistere umano. Perché ci si riscalda alla sola idea di quel dono inatteso – al fuoco dell’incontro – di quella fugace nuova amicizia sorta dal nulla e gratuitamente. Per ricominciare a crederci, ritornando ognuno alla propria vita.

L’amore può essere tradotto, come recita il sottotitolo del film? Tradurre significa “tradire” e a volte per riconquistare l’amore che non alberga più nelle nostre esistenze dobbiamo tradire il nostro ego fatto di convinzioni e false conquiste, e tradurre l’amore in qualcos’altro, in amicizia ad esempio, usando un linguaggio nuovo capace di descriverci con clemenza e leggerezza. Senza possedere, senza pretendere, senza darsi appuntamenti, con serenità e compassione. A volte abbiamo bisogno di uno sguardo esterno per “tradirci” e per liberarci dallo schema che ci tiene prigionieri. A volte abbiamo bisogno semplicemente che qualcuno ci faccia compagnia mentre tentiamo di addormentarci.

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Katana Club

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 novembre 2014 by Michele Nigro

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Antichi simboli d’acciaio

adornano i rifugi di patrie sbagliate

moderni residui da repubbliche disperate.

Sopravvissuto a patti verso oriente

ricerchi onore e ordine

nell’odio di strada.

Un lombrico percorre

il filo della lama,

non lo ferisce

il taglio dismesso.

Alta fedeltà

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 maggio 2014 by Michele Nigro

ad Hachikō

Ripetizione costante nel tempo

di uno schema d’amore casuale,

breccia tra inutili parole umane.

Legami inscindibili, senza prezzo

riaffiorano linguaggi dimenticati dell’anima,

solide scelte istintive

nel cieco caos di un’esistenza effimera.

Orologio interiore, consuetudine puntuale

scritta in muti codici primordiali,

un’irragionevole speranza combatte

contro l’evidenza del destino.

Il grazie infinito tra le specie

resistente alle stagioni e agli umori

obbedisce a ordini invisibili, spezzati solo dalla morte.

Un’incrollabile fede animale, insegnamento antico e vivo

fa vibrare le corde ancestrali dell’uomo culturale

da secoli sepolte sotto strati gloriosi di quotidiana banalità.

Hachiko

Hachikō

“Ghost in the Shell” NIGHT

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 febbraio 2014 by Michele Nigro

http://www.nexodigital.it/1/id_348/Ghost-in-the-Shell—NIGHT.asp

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Le ultime ore dell’isolatra Kiro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 gennaio 2014 by Michele Nigro

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Hikikomori (1): anno 2032

 

Le ultime ore dell’isolatra Kiro

e le temute gesta della “Polizia Risocializzante”

  

“Siamo quelli che escono di rado,

sospesi tra la vita del mondo virtuale

e la realtà esterna percorsa dall’eco remota del passato”

(tratto dal Primo Manifesto del Connettivismo)

Sebbene fossero trascorsi tre anni, sette mesi e diciannove giorni da quando aveva chiuso dietro di sé la porta della propria camera, dimenticandosi in essa, il giovane Kiro non sentiva affatto la mancanza del caos di Tokyo e delle innumerevoli e stressanti relazioni sociali che avevano caratterizzato la sua poco rampante giovinezza, finita sul nascere.

In realtà “avvertire la mancanza di qualcosa” sarebbe stato già un segno di vitale, anche se dolorosa, consapevolezza; ma Kiro, prima di ogni altra cosa, aveva ormai perduto il senso del tempo e dello spazio.

I “ritirati sociali” rappresentavano, in un Giappone post bellico teso in una spasmodica ricostruzione, cominciata da molti decenni e partita dalle ceneri radioattive di Hiroshima e Nagasaki, la corposa schiera dimenticata di coloro i quali, non sapendo sostenere l’opprimente richiesta di uno spirito competitivo in una società tecnologicamente agguerrita, avevano scelto un solitario suicidio mentale da commettere comodamente a casa tra le lenzuola sporche, i videogames e una televisione vomitante programmi trash. Perdendo qualsiasi occasione di relazione con gli altri.

Kiro era uno di loro: aveva “deciso” di essere un hikikomori; non usciva mai di casa, temeva il confronto diretto e il trovarsi faccia a faccia con l’altro. E la sua salute mentale, prevedibilmente, era da tempo appesa a un esile filo. Avrebbe potuto anche lui cercare un posto nella vita e ribellarsi ai padri spaccando vetrine, organizzando sit-in contro il Primo Ministro, suonando musica rock e fumando erba come era già successo in altre parti del mondo e in altre epoche; o come stavano già facendo da tempo molti suoi coetanei in Giappone. Nella peggiore delle ipotesi avrebbe potuto partecipare su Skype, utilizzando il tantō [2] del nonno, ad una sorta di harakiri [3] collettivo organizzato via internet insieme ad altri aspiranti suicidi… No, lui aveva scelto di essere “semplicemente” un hikikomori. Il fattore scatenante del suo “ritiro”, frettolosamente catalogato come pigrizia, non era stato individuato con precisione: forse un’infelice infanzia a base di juku [4] o una pressante carriera scolastica condita con un insopportabile bullismo; la competitività fin dall’asilo e la prospettiva poco allettante di diventare un operaio-schiavo; forse l’assenza fisica e affettiva dei genitori sempre impegnati nei turni in fabbrica o la pressione delle aspettative da loro esercitata; come pure l’esasperante mito dell’auto-realizzazione professionale che mieteva “vittime” e che, inculcato fin dall’età prescolare, tarlava inesorabilmente la psiche dei più deboli. Non ultimo, lo sviluppo economico come priorità dell’affascinante “alveare nipponico” e il conseguente sacrificio dei valori umani.

Forse anche la schizofrenica condizione di un paese incapace di riconoscersi nei valori tradizionali e sempre più condizionato da un’onnipresenza tecnologia fatta di smartphone e aggeggi vari imposti dalla moda, o da una distanza umana causata da fredde videochat e ipermercati aperti anche di notte per chi volesse evitare la gente

O, chissà, l’insieme di tutto questo.

I pochi metri quadrati della stanza in cui Kiro stava pian piano ammuffendo tra la rassegnata indignazione dei genitori e l’educata indifferenza dei vicini, rappresentavano gli angusti ma protettivi confini del suo personale impero del sol morente. Finalmente niente più ijime [5] nell’insopportabile scuola che aveva frequentato prima del ritiro e soprattutto nessuna relazione umana da sopportare nel difficile e crudele mondo del lavoro: solo un masturbatorio e distruttivo autismo tecnologico capace di camuffare la depressione di chi ha deciso di gettare la spugna sul ring dell’esistenza.

Il materasso piantato al centro della stanza conservava l’impronta di un corpo, quello di Kiro, e la federa del cuscino, raramente pulita, odorava di cibo. Ai piedi del materasso la discreta presenza di una consolle per videogiochi collegata a un televisore eternamente acceso su un canale qualsiasi, quando non impegnato in battaglie cosmiche e lotte sanguinose tra energumeni virtuali, denunciava l’attività principale dell’abitante, durante le numerose elettriche notti bianche.

Nella parete opposta a quella della finestra, quasi sempre serrata per timore che la luce solare potesse causare la resurrezione di nascosti e scomodi ormoni collegati al ritmo circadiano, un’ampia scrivania, residuo di sofferti studi infantili, ricoperta di libri ignorati, gadget dei supereroi in voga e una parte della sua scorta industriale di manga: il pane quotidiano degli otaku [6]. Su una sedia, quasi a mò di bibbie pronte per l’uso, le versioni in lingua giapponese dell’“Elogio della fuga” di Henri Laborit e l’insuperabile “Viaggio intorno alla mia stanza” del francese Xavier de Maistre (“… com’è lontana la Francia da questa angusta stanza, eppure così vicina su internet…!”).

Dallo stereo le parole di una canzone di Ayumi Hamasaki scivolavano languide sui cumuli di panni sporchi sorti un po’ ovunque negli angoli della stanza-parcheggio: “… pur sentendo un pensiero da esprimere, non sempre riesco a dirlo…” cantava la pop star dall’alto dei suoi ipervitaminici ventitré anni, interpretando le gioie e soprattutto i turbamenti dell’inquieta gioventù nipponica.

Vassoi con scatole di cibo aperte da tempo e in parte consumate; cellulari di ogni forma e marca per comunicare con gli “amici” e per allontanare l’ipotesi insostenibile di rimanere isolati – anche dal punto di vista tecnologico, al di là del già evidente naufragio esistenziale nel mondo reale – con il rischio di ritrovarsi pericolosamente in compagnia di se stesso ed essere costretto a riflettere seriamente sulla propria vita. Immancabile un sicuro e velocissimo collegamento a internet per essere sempre connessi con le chat più frequentate del web in cui incrociare altre vite inconsistenti di persone sconosciute.

Dalla televisione, intanto, come in un leitmotiv ipnopedico, i consigli inascoltati e le ottimistiche recensioni di chi propone facili soluzioni: <<… è in edicola il nuovo libro testimonianza del dott. Tamaki Saito – direttore del Sofukai Sasaki Hospital – intitolato “Come tirare fuori vostro figlio dal limbo degli hikikomori”>> o una dotta indicazione per i palati più esigenti: <<… è imminente l’uscita del saggio “Analisi psicologica dell’uomo cellulare”, l’ultima fatica letteraria dello psicologo Okonogi Keigo…!>>

Il giovane Kiro certo non immaginava che la sua tranquilla e inutile vita da hikikomori sarebbe stata da lì a poco sconvolta per sempre dalla prepotente incursione, nella sua stanza, di una delle componenti più temibili del Ministero della Salute Mentale dell’Impero giapponese – il famigerato Dipartimento di Polizia Risocializzante – istituito nel lontano 2012, in seguito alle preoccupanti statistiche riguardanti il dilagante fenomeno degli hikikomori che già a quei tempi aveva acceso non poche spie d’allarme nella frenetica società giapponese, con il suo ragguardevole mezzo milione di disadattati distribuiti in tutto l’arcipelago ma con punte alte nelle città più affollate. Ora che si contavano più di un milione di autoisolati, le sortite della Polizia Risocializzante erano all’ordine del giorno e interessavano non solo il moderno, nevrotico e insospettabile centro della città di Tokyo dove tutto sembrava efficiente e attivo, scartando a priori la vergognosa presenza di qualche latitante hikikomori, ma anche l’indefinibile e illimitata periferia della capitale giapponese, oramai divenuta ricettacolo ottimale di tutti quei soggetti borderline che non volevano e non potevano conservare un posto dignitoso nel centro degli affari cittadini. Figli naturali dei pachinko [7].

Nemmeno il violento bussare alla porta di casa e la concitata richiesta di inutili spiegazioni da parte della madre, riuscirono a risvegliare la curiosità di Kiro nei confronti del mondo, mentre era tutto preso dal decimo e ultimo livello – il più difficile e quello che richiedeva il massimo della concentrazione – del videogame comprato qualche settimana prima durante un’escursione notturna nel konbini [8] dall’altro lato della strada.

Non parlava faccia a faccia con un essere umano da… Non se lo ricordava più. E non prendeva minimamente in considerazione l’ipotesi terribile che i vari rumori e il parlare esagitato provenienti da lì, dall’ingresso, fossero per lui.

L’ipotesi si materializzò catastroficamente quando capì che la porta della sua stanza, eternamente chiusa a chiave, stava per essere sfondata da una serie di spallate di chissà quale strano animale umano venuto a disturbare il suo sonno sociale. In quell’istante avrebbe voluto solo cambiare la pagina web di quel sito spiacevole e noioso chiamato “realtà”. Ma una parte nascosta di sé sapeva che ciò non sarebbe stato possibile.

Un gruppo di tre poliziotti con la tipica divisa verde cobalto della Polizia Risocializzante e un quarto uomo in borghese con il fazzoletto davanti alla bocca a causa dello spettacolo nauseabondo offerto dalla stanza di Kiro, che ai suoi occhi di impomatato funzionario in giacca e cravatta doveva apparire come un angolo dimenticato di mondo ricolmo di sporcizia ed inettitudine, fecero la loro comparsa nella vita sospesa di chi credeva di essere stato finalmente dimenticato dal mondo esterno. Ma così, evidentemente, non era.

Riponendo il fazzoletto in una delle tasche della giacca il funzionario pretese con voce risoluta: <<in piedi!>>.

Kiro, visibilmente confuso e non sapendo sostenere lo sguardo di ben quattro esseri umani nella sua stanza, lasciò cadere il joystick sul materasso e si alzò in piedi tremante e con lo sguardo perso nel pavimento. Non partecipava a un discorso articolato con altri umani, almeno dal vivo, da tanto tempo e aveva dimenticato quanto potesse essere complesso un dialogo e quanto stressante fosse il dover cercare la risposta giusta alla domanda che veniva posta dall’interlocutore. Quindi attese fiducioso e lasciò, in questo era bravo, che la vita facesse il suo corso anche durante questa esperienza dura e imbarazzante che aveva interrotto il suo decimo livello, messo in pausa.

<<Lei è Kawakami Kiro, di anni 21, nato a Tokyo il 4 Giugno del 2011?>>

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Napoli Comicon: Fumetto & Letteratura

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 aprile 2012 by Michele Nigro

Non sono mai stato un otaku e non penso di diventarlo a quarantuno anni suonati, anche se la vita spesso ci riserva delle simpatiche sorprese: la passione non conosce età. Le mie incursioni nel mondo dei fumetti e dei cosiddetti cartoni animati, due forme d’arte che ho sempre amato anche se in maniera pacata, sono state ordinarie: il classico svezzamento in tenera età con “Topolino” e “Paperino”, il periodo d’oro degli anime giapponesi trasmessi dalle televisioni private durante gli anni ’80 e ’90, alcuni vhs gradualmente sostituiti dal dvd, qualche manga, un paio di fumetti dei supereroi più in voga, due o tre graphic novel… Niente di paragonabile al collezionismo fedele, meticoloso e costante nel tempo di un autentico otaku.

In questi giorni a Napoli (alla Mostra d’Oltremare dal 28 aprile al 1 maggio) si svolge il Napoli Comicon, il salone internazionale del fumetto giunto alla sua XIV edizione e dedicato quest’anno ai rapporti tra “Fumetto & Letteratura”. Anch’io ho avuto il piacere di immergermi, durante un affollatissimo primo giorno d’apertura, nell’atmosfera fibrillante di una fiera fumettistica. La mia prima fiera!

Quello dei fumetti è un universo infinito e l’umanità che lo popola è a dir poco variegata e interessante: i fantasiosi cosplayer portatori di colore e di entusiasmo, i gestori di fumetterie e i professionisti delle scuole del fumetto, gli editori/espositori con i loro ‘prodotti’, i ‘fumettari’ in cerca di numeri da collezione e di autografi, i disegnatori pronti a regalare uno spicchio della loro arte, i giocatori di ruolo… Impossibile sintetizzare un mondo così sfaccettato e articolato come quello degli appassionati di fumetti e ‘articoli affini’. Un’umanità intelligente, pacifica, intenta a coltivare una sana passione. Si parla spesso di crisi economica ma dopo aver vissuto una giornata al Napoli Comicon posso dire senza ombra di dubbio che, a parziale compensazione del momento difficile, perlomeno non esiste una crisi della creatività, dell’arte, della voglia di partecipare e di fare: anche la fantasia e in particolar modo il mercato che gira attorno alla nona arte (il fumetto) possono dare indirettamente una mano all’economia.

Partecipare a una fiera fumettistica significa anche avere l’occasione di dare vita a nuove collaborazioni in vista di progetti artistici condivisi o di incontrare amici di vecchia data, come è capitato a me: passeggiando tra i vari stand, infatti, ho rivisto dopo più di dieci anni un amico del periodo universitario – Luca Presicce, direttore artistico delle Wombat edizioni e da sempre appassionato di fumetti – presente al Napoli Comicon in qualità di editore/espositore.

Unica nota dolente, dal punto di vista organizzativo, è stata la pessima gestione del ticketing online: gli organizzatori del Napoli Comicon, evidentemente, non hanno ancora capito che la frase “acquistare il biglietto via internet” dovrebbe equivalere alla possibilità di entrare rapidamente, controllando all’ingresso il codice a barra posto sul biglietto stampato a casa, senza dover fare la fila per procurarsi uno stupido braccialetto di carta da indossare durante la visita, vanificando così il vantaggio del ticketing online sul quale grava, tra l’altro, la prevendita! Attendere per più di un’ora sotto il sole, pur avendo fatto il biglietto online, non è un modo simpatico di iniziare un’esperienza bella come quella del Napoli Comicon.

Le parole e le cose

Letteratura e realtà

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Also sprach

RIFLESSIONI E POESIE

Interno Poesia

Blog e progetto editoriale di poesia

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Iannozzi Giuseppe, in arte "Joseph Barbarossa" - scrittore, giornalista, critico letterario - blog ufficiale

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Parole, storie, pensieri, incubi e deliri

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