Archivio per horror

“Amore e Morte” di Calcedonio Reina

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 giugno 2017 by Michele Nigro

versione pdf: “Amore e Morte” di Calcedonio Reina

Non ho ancora avuto l’opportunità di vedere dal vivo questo dipinto straordinario del pittore catanese Calcedonio Reina intitolato “Amore e morte” (1881) custodito presso il museo civico di Catania, e che ho conosciuto casualmente tempo fa, tramite il web, mentre cercavo un’immagine adatta alla mia poesia “Segnalibri”. Ad influenzare positivamente il mio giudizio nei confronti di questa opera non è solo il fatto di essere stato realmente nel luogo in cui è ambientata la scena di “Amore e morte”, ovvero le suggestive Catacombe del Convento dei Cappuccini a Palermo, ma è soprattutto l’originalità del suo realismo e il forte potere simbolico nascosto dietro l’apparente normalità della scena: un uomo e una donna si baciano tra le bare e le mummie esposte nelle catacombe. Sembrerebbe che l’artista abbia voluto semplicemente immortalare la breve storia di un bacio rubato, di un atto goliardico tipicamente giovanile consumato in maniera “eversiva” in un luogo sacro, lì dove sarebbe vietato occuparsi di gioie terrene, carnali e sarebbe, invece, più opportuno riflettere sull’insegnamento escatologico offerto dall’ambiente. Ma c’è di più, molto di più…

Al centro dell’opera ci sono loro, un uomo e una donna che mentre si abbracciano dolcemente, si scambiano un bacio appassionato: lei, con molta probabilità di famiglia benestante come denunciano i suoi merletti, bionda, giovane e bella, vestita di bianco (bianco crema) – la luce che emana dal suo abito è un inno alla vita! – a contrastare il grigiore della morte (anche se non vi è traccia di monotonia cromatica nella descrizione pittorica del sepolcro da parte di Reina; al contrario, le bare, le nicchie e i corpi mummificati sono caratterizzati da una sobria “vitalità” dei particolari, pur trattandosi di un dipinto in cui la tonalità non esaltata di colori non contrastanti tra di loro, tende a uniformare il tutto accogliendo la luminosità dei soli esseri viventi); quel corpo lucente – l’unico del dipinto – è il simbolo della gioia di vivere, dell’amore di donna, della passione devota della moglie che sarà, promessa splendente della vita che custodirà.

Lui, elegante gentiluomo, capigliatura nera, dall’aspetto promettente, sembrerebbe provvisto di baffi nonostante l’area della bocca sia occupata dal bacio, amante premuroso, le sue braccia ricoperte dal tessuto scuro della giacca cingono, una la vita di lei come se fosse una cintura che spicca sul bianco del vestito della donna (a voler dire: “tu sei mia, appartieni alla mia vita e non alla morte che ci circonda!”), la mano dell’altro braccio, invece, accompagna la nuca della fanciulla verso il “dolce pasto”.

O, forse, l’uomo e la donna sono i protagonisti di un amore clandestino, di un amore impossibile, senza futuro: quel bacio rubato è un’occasione irripetibile, unica, da non perdere. Confidando nella “forzata discrezione” dei presenti, i due amanti si abbandonano a un gesto apparentemente irriverente, vista la sacralità del luogo, e con la tragedia nel cuore sanno che quello potrebbe essere il loro ultimo bacio se non addirittura il primo e già ultimo: fuori dalle catacombe torneranno a essere due estranei; forse entrambi sono sposati con altre persone e la loro conoscenza furtiva nel mondo dei vivi non aveva avuto lo sviluppo desiderato. Solo in un luogo di morte e di silenzio il loro amore “di superficie”, fatto di sguardi e di fantasie, ha trovato la forza per realizzare il contatto adulterino. Il tutto vissuto sotto gli occhi ormai spenti delle mummie esposte in fila, vestite come lo erano in vita ed etichettate, che sembrano “discutere” tra di loro dell’insolito accadimento amoroso.

Eppure, al di là della storia dei due amanti creati dal pennello e dall’immaginazione di Reina, non si comprende definitivamente se siano i due giovani a lanciare un segnale indiretto ai muti testimoni del loro bacio o se siano, al contrario, i corpi mummificati dei morti a insegnare qualcosa di inesorabile e drammaticamente reale all’uomo e alla donna. È l’amore che vince su tutto (l’omnia vincit amor di virgiliana memoria), persino sulla morte in quel luogo presente in maniera inequivocabile, o è la Morte che ricorda ai due amanti, attraverso i suoi “associati” messi in bella mostra nelle catacombe a sfidare l’eternità, senza proferire parola alcuna, che qualunque sarà la natura del loro amore e la forza della loro passione per la vita, alla fine diverranno comunque materia per imbalsamatori o cibo per vermi? Infatti dalla luce del lato del dipinto che sta alla nostra sinistra (e del vestito della donna) si passa gradualmente, in prospettiva, verso la lontana oscurità a destra in fondo alla catacomba: vivete, credete nell’esistenza, baciatevi appassionatamente, illudetevi per un attimo di essere immortali, ma – memento mori! – non dimenticate di appartenere alla morte, al destino oscuro che vi attende in fondo alla galleria della vita.

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Storia naturale del nerd

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 agosto 2016 by Michele Nigro

omaggio indiretto a Gene Wilder

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Colgo la triste occasione della dipartita del mitico Gene Wilder (“Frankenstein Junior”) per parlarvi di un libro letto non molto tempo fa – “Storia naturale del nerd” di Benjamin Nugent (Isbn Edizioni) – e in particolare per soffermarmi sul capitolo intitolato Contro gli scienziati nelle torri, che a mio avviso rappresenta il punto nevralgico (o uno dei punti) della tesi di Nugent sull’eziologia del nerdismo. E per farlo l’autore attinge a piene mani dalla letteratura gotico-fantascientifica e precisamente scomoda il noto “romanzo nero” Frankenstein, o il moderno Prometeo della scrittrice britannica Mary Shelley.

frankensteinSecondo Nugent, Victor Frankenstein è un proto-nerd; e infatti scrive: “… l’antieroe è uno scienziato genialoide che finisce per sottrarsi completamente all’affetto dei suoi cari… […] rappresentando così la sua sete di conoscenza come un surrogato di un più urgente bisogno virile (‘penetrare’ i segreti della natura, n.d.b.). […] Ma al contrario del desiderio amoroso, il desiderio di progresso scientifico finisce per corrompere lentamente il corpo. […] La bellezza e la salute, qualità importanti per un giovane uomo che vuol essere marito e padre, vengono sacrificate alle esigenze della scienza.”

È più comodo, e per certi versi più facile, generare (e quindi vivere) una vita fatta con i pezzi di altre vite, che responsabilmente generarne una originale e personale partendo dal nulla, ovvero dal materiale genetico messo a nostra disposizione da Madre Natura. Ma l'”immaturo” Victor Frankenstein della Shelley, troppo concentrato sul “si può fare!” gridato in seguito dal discendente inventato da Mel Brooks, non riesce a sostenere lo sguardo mostruoso della sua creatura e scappa via. E a questo punto potrebbe starci bene anche un applauso bioetico, perché come dice un altro scienziato, il Dr. Ian Malcolm, il matematico del film Jurassic Park, criticando le strabilianti conquiste paleogenetiche del miliardario Hammond: “… erano così preoccupati di poterlo fare che non hanno pensato se lo dovevano fare…”.unk45_zps4cde2625[1]

Incalza Nugent: “Il fallimento di Victor consiste nel non riuscire a rapportarsi con l’altro a un livello emotivo, un fallimento sul piano dell’empatia. […] La radice del male in Frankenstein è il genio scientifico unito all’incapacità di entrare emotivamente in contatto con gli altri.” Lo scienziato della Shelley non riesce a immedesimarsi in tempo, prima del disastro, nelle probabili sofferenze del mostro, non pone a se stesso le giuste domande ovvero non chiede alla propria coscienza come potrebbe sentirsi un essere ri-creato per capriccio e che si ritrova in un corpo inguardabile, rifiutato dalla società, e senza una famiglia che lo ami. Un mostro che, a differenza del suo creatore, istintivamente vorrebbe vivere, amare, provare passioni, entrare in contatto con gli altri, con un corpo da toccare, lasciarsi trasportare dalle forti emozioni, dall’ira (e lo farà in maniera orrenda), essere libero e non prigioniero della torre. Il moderno nerd descritto da Nugent possiede di default la medesima struttura psicologica del dottor Frankenstein: genialità ed (auto-) emarginazione, creatività e disempatia mista ad anaffettività, intelligenza ossessiva (quasi autistica) e asensualità che con il tempo può diventare un’aperta anti-sensualità, rigore scientifico che sconfina in una “dimensione accademica della realtà”…

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“La casa del Grande Fratello” su Storie Bizzarre 2.3

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 novembre 2015 by Michele Nigro

Un mio vecchio racconto – “La casa del Grande Fratello” – sul n. 2.3 di “Storie Bizzarre”, Speciale Halloween…

Per sfogliare, scaricare, leggere SB… cliccate qui!

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Munnezza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 aprile 2015 by Michele Nigro

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Sogno ricorrente

ad occhi aperti

sento un pianto neonato risalire

dai rifiuti del mondo

sperma gettato alle ortiche

i mai nati

in nome del piacere

la paura impietosa di madri inadeguate

figli sputati fuori in bagni clandestini

come errori compressi nel ventre

e lasciati in strade prive di ruota degli esposti

con il cordone della sfortuna ancora intatto

avvolto intorno al futuro.

Concepito per gioco, sgravato dall’amore,

gettato, abbandonato

tu, biodegradabile piccolo umano

figlio tradito da un consumismo esistenziale

confuso insieme a frattaglie di macelleria

tra bucce di banane e bottiglie di plastica

agiti le tue braccia verso il cielo

in cerca di seni in ritardo

e di una seconda opportunità.

Il mio passare di lì per caso

ti ricicla, ti avvolge in un panno straniero

ti salva dal nulla e dai gabbiani

dal non esserci mai stato delle ruspe

senza nome e caldi abbracci.

Mi squarcia di pianto il petto

quella crudeltà creatrice

utero snaturato dal terrore

nella discarica dei sentimenti

un respiro indifferenziato

fa la differenza

sotto un sole distratto.

“Hikikomori” su Storie Bizzarre 1.4

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 ottobre 2014 by Michele Nigro

Un mio vecchio cavallo di battaglia, il racconto “Hikikomori: anno 2032”, un po’ scartavetrato, riparato e con qualche impercettibile colpo di pialla qua e là… ma sostanzialmente “lui”, per questo nuovo numero del quasi mensile SB, al secondo anno di vita e diretto da Salvatore Russo. Complimenti allo Staff e al copertinista Paride Bertolin.

Per sfogliare, leggere, scaricare SB sul tuo pc, clicca qui!

SB Storie Bizzarre SB 1

Raptus

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 13 febbraio 2014 by Michele Nigro

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La preda giuggioleggiava sul da farsi, in attesa di consensi, di via libera popolari, applausi familiari e concedendosi caute pianificazioni sotto il sole di quella splendida mattinata. Fu in quel preciso istante che il cacciatore ebbe l’idea, insana per molti ma gloriosa dal suo punto di vista, di piantargli, dopo avere arpionato il collo del prescelto con un braccio, l’intera lama del pugnale in un fianco. Trasformando il sorriso derivante dalla presunta immortalità in uno sconosciuto ma veritiero ghigno di stupore. È strano come la gente rinsavisca solo dinanzi alla fine e non prima.

Era tutta una novità, anche per lui. Nonostante il colpo vibrato con una maestria innata, scritta nel suo dna, e mai sperimentata. Ricevette finalmente l’attenzione da parte dell’inconsapevole vittima: breve ma intensa. Poi questa morì ai suoi piedi senza emettere alcun suono.

Dunque erano quelli il potere perfetto, la sfida alla logica e al buonsenso, il ribaltamento cruento dello schema, lo svezzamento dalla compassione? Niente più sterili confronti, tavoli politicamente corretti, indecisioni offensive e maschere diplomatiche: l’esistenza reale e urgente bussava insistente alla porta del suo sonno coscienzioso. D’ora in poi si sarebbe imposto senza chiedere il permesso in maniera plateale; senza pubbliche umiliazioni. Solo un rispetto privato: un segreto tra lui e le sue vittime. L’educazione che si lasciava dietro l’aveva confinato a terra per tanti, troppi anni, nel fango delle facili etichette e delle insinuazioni, dei “potrei” e dei “farò”, degli ingoi velenosi e dei silenzi. Avrebbe preso la vita di chiunque lasciandosi guidare dall’estro di un’arte riscoperta. E quel raptus mattutino rappresentava l’alba della sua nuova ricerca. 

Vanishing on 7th Street

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 gennaio 2014 by Michele Nigro

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“Stay in the light – Rimani nella luce” recita la locandina del film Vanishing on 7th Street catalogato nel genere thriller/horror ma che offre elementi per un messaggio che va oltre la semplice funzione di “mettere paura”. Quando la notte cala, delle ombre inquietanti prendono il sopravvento lì dove la luce è scarsa o del tutto assente causando la misteriosa scomparsa delle persone che incontrano. Sopravvive solo chi comprende l’importanza della luce, naturale o artificiale: l’unico strumento in grado di tenere lontane le ombre; anche se le ombre, lo sappiamo, sono generate dalla luce. Ma non queste.

Cosa rappresentano queste ombre in continua ricerca di esseri viventi da trascinare con se? Le anime dei morti? Nuove forme del male? Evocazioni di sconosciute forze ancestrali? Non è importante conoscere la loro precisa natura, la loro origine, quanto piuttosto il loro rapporto con la luce: forse le ombre rappresentano il prodotto finale del male prodotto da un’umanità che si è allontanata dalla luce morale? O sono forze oscure, nate con il mondo, che già in passato hanno compiuto simili incursioni nella storia dell’umanità?

L’uomo contemporaneo è legato alla tecnologia e la luce elettrica, prodotto del suo ingegno, rappresenta uno dei massimi esempi di come la civiltà umana sia riuscita a prevalere sulle tenebre del mondo primitivo, sulla notte: continuare a fare luce, rimanere nella luce anche quando la nostra stella non c’illumina, quando la notte è più lunga del dì, costituisce in questo caso un elemento di sopravvivenza che va oltre l’utilità pratica dell’invenzione elettrica. La luce salva la vita ai superstiti, li preserva dal buio che conduce a morte certa. Così come il fuoco scoperto dai primi uomini li preservò dalla ferocia degli animali selvatici. La luce intimorisce chi ama le tenebre: è una valida barriera contro il male; è la conoscenza che rende sicuro il cammino dell’uomo.

“Io esisto!” dice uno dei personaggi un attimo prima di essere “inghiottito” dalle ombre, lasciando solo i propri vestiti svuotati del loro contenuto. Se c’è luce tu puoi vedermi, quindi esisto, ci sono per te e per il mondo, sembrerebbe voler dire. Cosa sarebbe l’umanità tecnologica senza la luce prodotta? Cosa potremmo fare tutti noi senza corrente elettrica, senza l’energia luminosa? Ben poco. Esistiamo in quanto fruitori di una tecnologia che non ci lascia mai soli, al buio, ma ci rende protagonisti della storia, anche di notte, facendo la differenza. Eppure dovremmo ricordare – e in un anfratto della nostra mente il ricordo persiste – che siamo esistiti anche quando non c’era l’odierna tecnologia, quando non esisteva la corrente elettrica che illumina e rende viva un’abitazione. Le ombre forse sono il ricordo dell’oscurità preindustriale, sono le paure legate a un’epoca dimenticata, rimossa, e ritornano per riportare gli esseri umani all’origine. Dove vanno i corpi catturati dalle ombre? Si trasformano essi stessi in ombre, quindi in un certo qual modo continuano a “vivere” in un’altra dimensione, sotto altre forme. Nel buio. Anche le ombre dei protagonisti “caduti”, alla fine del film, continueranno a sussurrare “Io esisto!”: un modo per ricordare che esiste una zona oscura che non scomparirà mai e che convive con la storia dell’uomo o forse è la voce di una speranza oltre la morte.

Vanishing on 7th Street è un film che prende spunto da una paura arcaica, quella del buio. Ognuno di noi, almeno una volta nel corso della propria esistenza – soprattutto da bambini – ha avuto paura del buio: poi crescendo, grazie alla razionalità che smorza i timori archetipici, riusciamo a superare la paura dell’ignoto, del non conoscibile contenuto nel buio e protetto dal buio. Anche da grandi si può avere paura del buio, perché l’istinto, soprattutto durante quei momenti in cui siamo emotivamente “scoperti” e più deboli, ci guida verso zone della nostra mente dove la logica non prevale, lì dove ritorniamo a essere bambini inconsapevoli e bisognosi di luce rassicurante.

Eppure nel film saranno proprio due bambini a fuggire e a lasciare finalmente la città invasa dalle ombre, impauriti ma spinti da un coraggio riscoperto che istintivamente ordina loro di rimanere nella luce. Forse i bambini, grazie alla loro semplicità, rappresentano l’unica possibilità per il futuro di un’umanità che ancora può sperare di sopravvivere nonostante le ombre generate dagli adulti ovvero gli errori verso se stessi e gli altri, le scelte scellerate, i fatti scabrosi di cui ci nutriamo, il male causato e alimentato, le “ombre morali” che ognuno di noi porta dentro di se…

Ottocento Fantastico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 maggio 2013 by Michele Nigro

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E’ in preparazione il n. 13 di IF (Giugno 2013), dedicato all’OTTOCENTO FANTASTICO. 
La rivista ha 128 pagine, costa solo € 8 ed è acquistabile presso l’editore Solfanelli (Chieti) o in abbonamento postale (€ 30 per quattro numeri).

In questo numero un omaggio a E.T.A. Hoffmann e i seguenti interventi:

Maria Teresa ChialantIl ritratto e la cornice
Riccardo VallaIl viaggio spaziale nella prima fantascienza
Marco Lauri“Io avrò fatto l’uomo”: Nievo tra i precursori della SF
Giuseppe PanellaMaupassant. La fascinazione dell’altrove
Romolo RunciniL’irrazionalismo fantastico nel dottor Jekyll di Stevenson
Michele MartinelliFantastico e avventuroso in Emilio Salgari
Gianfranco de TurrisTradizione o tentazione fantastica italiana?
Morena CorradiIl fantastico nelle riviste milanesi dell’Italia post-unitaria
Errico PassaroTre collane storiche specializzate nell’Ottocento fantastico
Walter Catalano“Bitter” Bierce. Da solo in cattiva compagnia
Max MilnerIl vampiro di Nodier dal romazo al melodramma
Carlo MenzingerL’evoluzione del vampiro ottocentesco
Carlo BordoniDonne vampiro. Le sorelline di Carmilla

Le rassegne:   
Claudio AsciutiPikadon. Emergenze nucleari in Giappone
Arielle SaiberI dischi volanti non sbarcano a Lucca. Storia della SF italiana
Valerio EvangelistiSinistre presenze. Nuove mappe dell’orrore
e le consuete recensioni…

IF Rivista dell’Insolito del Fantastico, diretta da Carlo Bordoni:

direzioneif@hotmail.com

Luc Besson

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 2 novembre 2012 by Michele Nigro

È Natale

Mentre lavoravano di gran lena sui cadaveri dei due ex bravi cercando di far sparire accuratamente, con qualche colpo di raggio laser aggiuntivo, le prove più dure del duplice omicidio tipo cerniere lampo, gemelli in pietra, ossa lunghe e otturazioni dentali, Nebbia non poté fare a meno di appuntare mentalmente un nuovo nome nella sua personale lista nera: quello del pusher. Era certo. Non avrebbe mai più rifilato roba scaduta in giro.

Tuttavia non trattenne un sorrisetto, subito intercettato da Schiuma: – Che c’avrai da ridere? – gli domandò nervoso, proferendo le sue prime parole dopo il fattaccio serale che l’aveva ammutolito, costringendolo a un macabro fuoriprogramma nel sotterraneo del Roxy.

– Niente, Schiù! Pensavo che tutto sommato m’è andata di lusso stasera.

– Mi fa piacere che tu riesca a essere ottimista in mezzo a questo schifo. – rispose Schiuma mentre termizzava* con precisione certosina il ponte dentale dello scagnozzo grasso e muto, e cercando in giro con lo sguardo altri pezzettini ostinati da disintegrare.

– Immagina se avessi beccato una dose di neurammina-inversa. Altro che effetto ritardato…

Schiuma fece una pausa e ricostruendo con la sua lenta immaginazione il possibile e tragicomico scenario appena prospettatogli da Nebbia, non poté fare a meno di offrire finalmente al suo socio un tanto atteso sorriso di ilare complicità.

– Sai che casino? – continuò Nebbia – A quest’ora la Rossa sarebbe cotta a puntino come uno sformato di patate e io starei flirtando con gli scagnozzi, di sopra, seduto a un tavolo con davanti una doppio malto e sfoggiando un sorriso a trentadue denti…

– Che schifo! – sentenziò Schiuma.

– Puoi dirlo forte! – incalzò l’altro sospirando.

Fuori, intanto, la santa notte della vigilia di Natale offriva al mondo credente e in fedele attesa per l’ennesima volta le sue temperature rigide e qualche timido fiocco di neve sfuggito chissà a quale cima montagnosa già innevata e spazzata dal forte vento di un incasinato dicembre fatto di errati omicidi e droghe fallaci.

Tra un lampo termico e l’altro, la mezzanotte era già scoccata.

Nebbia si fermò un istante, lesse le lancette del suo orologio e forse sempre a causa dei postumi chimici causati dalla schifezza con cui s’era punto, si lasciò sfuggire tra la sua incredulità e quella del compagno di merende:

– Buon Natale Schiuma!

– Nebbia!

– Sì, Schiù?

– Ma vaffanculo!

* termizzare: in questo contesto, verbo utilizzato per indicare la disintegrazione di un tessuto organico o di un materiale inorganico ad opera di una pistola laser.

Il Prometheus di Ridley “Scottex”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2012 by Michele Nigro

Il Prometheus di Ridley “Scottex”

(10 piani di morbidezza fantascientifica)

Gridava Nanni Moretti nel film “Aprile”: <<Osate! Levate la macchina da presa dal cavalletto e osiamo stilisticamente: vai con la macchina a mano tra i manifestanti…>>. Mentre esco dalla sala 1 del cinema dove hanno appena finito di proiettare in 3D il tanto atteso “Prometheus”, giungo drasticamente alla conclusione che il blasonato regista questa volta non ha osato. Ridley Scott verrà ricordato per altre cose, ne sono certo. Così come avviene in letteratura, anche nel mondo del cinema le vere idee rivoluzionarie capitano una volta ogni quindici o addirittura trent’anni: tutto quello che viene prodotto nell’intervallo temporale tra due idee rivoluzionarie non è nient’altro che il riverbero consumistico della penultima idea. Risultato di un sapiente lavoro di copincolla che può stupire solo chi è, riferendomi al film di cui sopra, fantascientificamente vergine.

Già negli anni ottanta in una diffusa pubblicità riguardante una marca di televisori l’attore affermava: “Noi siamo scienza, non fantascienza!” Come a voler dire che nella fantascienza i contenuti non valgono, l’importante è stupire con effetti speciali per soddisfare il bisogno di evasione del telespettatore medio. Evadere per non pensare, facendo leva sulla mancanza di memoria degli appassionati del genere. O almeno così credono in tanti.

Un po’ di Alien, un po’ di Visitors… Un po’ di Stargate, un po’ di Contact… Se Ridley Scott fosse vissuto nel medioevo, probabilmente lo avrebbero messo a costruire mosaici in qualche cattedrale. “Meglio essere morbidi e accontentare tutti i palati” si sarà detto il regista britannico. Voglio essere onesto: il film mi è piaciuto, non è stato sgradevole. Ma tornando a casa non mi sono attaccato al computer, come durante una notte insonne a causa dell’entusiasmo innescato dalla visione di un grande film, per cercare notizie e approfondimenti su una storia che è già stata scritta e disseminata in precedenti opere cinematografiche.

Inflazionato è l’accostamento tra la scoperta archeologica e la conseguente missione in angoli sperduti dell’universo come è già accaduto in Stargate o addirittura in 2001: Odissea nello spazio; abusata è l’idea dell’invito alieno (o presunto tale) a raggiungere altri mondi o della difficile convivenza, a volte, tra fede religiosa e scienza: vedi Contact di Zemeckis; unte e bisunte le scene di esseri mostruosi che spuntano fuori dalla pancia dei malcapitati, in stile Alien (il vero capolavoro del nostro regista che, come si dice in questi casi, fece epoca); riciclata la presenza dell’androide David che ricorda in maniera spudorata i meno attraenti Ash e Bishop di Alien. Peter Weyland, l’anziano presidente della Weyland Corporation, ricorda per certi versi l’eccentrico finanziatore, il signor Hadden, del film Contact.

[SPOILER] Abbiamo le scatole piene del sacrificio estremo e doveroso da parte di un singolo o addirittura di un intero equipaggio eroico e altruista (vedi Armageddon e molti altri film con “sacrificio finale” per salvare questa cazzo di Terra che non so fino a che punto meriti di essere salvata!); non offre niente di nuovo il mostricciattolo simile all’Alien di Carlo Rambaldi dell’ultimissima scena, anche se giustificato dal fatto che inizialmente s’era pensato di fare con Prometheus un prequel di Alien. Ricorda troppo la scelta finale del Jim McConnell di Mission to Mars la partenza della dottoressa Elizabeth Shaw a bordo di un’astronave aliena, non più alla ricerca della verità sulle origini dell’umanità ma sul perché dell’odio degli Ingegneri nei confronti del genere umano (è un po’ come se un gay andasse da solo a chiedere in una tana di naziskin il perché del loro odio nei confronti dei diversi). Lasciando così intravedere la possibilità di un sequel. [fine SPOILER]

I personaggi sono dotati di scarso spessore: quasi insignificante, direi passivo, quello di Meredith Vickers, pur essendo interpretato dalla bellissima Charlize Theron; mentre è assolutamente improponibile un paragone tra la “tosta” Sigourney Weaver e la “dolce” Noomi Rapace. Alla fine il personaggio più interessante è sicuramente l’androide David, anche se il suo comportamento ambiguo, oscillante tra l’obbedienza all’uomo, suo “creatore”, e il rispetto di ordini impartiti dal vero proprietario dei suoi circuiti, ricorda troppo quello del computer HAL 9000 del 2001 di Kubrick.

Insomma dove sono le idee nuove? Forse sono rimaste seppellite sotto tonnellate di effetti speciali e nessuno ha più la forza e l’energia mentale di scavare, per cercarle.

Un paio di consigli: evitate gli “ingegneri”, soprattutto quelli terrestri, e smettetela di interpretare tutti i “disegnini” che trovate nelle caverne! Può darsi che vi vengano nuove idee…

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