Archivio per ibridi

“Poesie sparse 1989-2008” di Giorgio Moio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 giugno 2018 by Michele Nigro

Questa raccolta poetica di Giorgio Moio che attraversa il tempo, andando dal 1989 al 2008, in realtà attraversa anche lo spazio, quello della parola: lo attraversa ignorandolo, ripensandolo in maniera dissacrante, eversiva, senza preoccuparsi di farsi comprendere dal lettore attuale. Sembra quasi che l’autore voglia parlare al lettore d’altri tempi racchiuso in noi, lettori social del nuovo millennio che in un certo qual modo siamo protagonisti inconsapevoli di un’involuzione linguistica.

Una poesia volutamente disgrammatica, disortografica, oserei dire dislessica se non addirittura autistica (la poesia è una forma controllata di “autismo linguistico” → v. Arthur Koestler), da non confondere con il risultato di uno sperimentalismo avanguardistico fine a se stesso: l’autore non guarda al futuro, all’evoluzione della lingua (o forse non solo!), ma sembra che abbia voglia (o abbia avuto voglia) di riscoprire un archè linguistico, smembrando la lingua che gli è capitata alla nascita, disarticolandola e riannodandola assecondando nuove combinazioni sillabiche e grafiche, o legandola ad altre straniere e a dialetti, in ibridi che scoraggiano un inutile senso di appartenenza letteraria (come nella Napoli dominata da francesi, spagnoli, americani… ognuno lasciando un’eredità non richiesta ma assimilata obtorto collo). Un nuovo modo di guardarsi indietro per rifare avanguardia; infatti leggo a pag. 18: “Bisogna fare tutto d’accapo / l’avanguardia è morta: / di sostanze e fibre nuove abbiamo bisogno; / a traslare il senso dobbiamo mirare!”. Ma per traslare, a volte, bisogna scassare tutto, raccogliere i pezzi che ci servono e ricominciare su un nuovo foglio.

E la contaminazione/combinazione diventa gioco sonoro divertente, irriverente ricerca etimologica, anglismi e francesismi rubati e riplasmati, e affiancati da locuzioni di strada, rasentando in molti passaggi il nonsense perché la sensazione pura divenuta finalmente parola non deve cedere territori alla logica o, peggio ancora, alla metrica. E poi, i giochi grafici con ritagli di giornali e i collage di parole che ricordano gli esperimenti con la tecnica del “cut-up” di William Burroughs: il bisogno di decostruire certe convinzioni letterarie o più specificamente creative.

La parola riconquista i propri spazi; anche quelli semantici. L’acqua diventa accua: non per un capriccio sperimentale ma per un ritorno alle origini del significato, per riappropriarsi di una forma delle parole prima dell’era delle sovrastrutture politically correct. La poesia è politica. La scoperta di nuove calligrafie (vedi il film “Arrival”) e le frasi circolari e concentriche, a formare disegni da non leggere in maniera ordinaria: come nei karesansui, i giardini dei templi zen in Giappone, dove linee concentriche e parallele create nella sabbia, rappresentano corsi d’acqua. In queste poesigrafie di Giorgio Moio le linee non sono semplici segni nella sabbia ma sono fatte di parole, frasi lunghe, forse versi. Infatti il titolo di una di esse ci ricorda che “La poesia non è come l’accua”: le linee di cui sopra non sono rappresentazioni dell’acqua ma parole vere e proprie. Le poesigrafie non chiamatele “figure”: non sono le immagini del libro, ma poesie a tutti gli effetti, come quelle altre normali scritte da sinistra a destra.

Non inserirò un esempio di poesigrafia: ve la dovete immaginare in base alle mie parole! O richiedetela direttamente all’autore (o accontentatevi dell’esempio in copertina).

Seguirà, invece, un’altra poesia altrettanto significativa della ricerca poetica di Moio:

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“Nessuno nasce pulito”: la playlist (vol.VI)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 gennaio 2017 by Michele Nigro

Rieccomi a voi con il vol. VI della playlist creata su Spotify e ispirata alla mia raccolta di poesie “Nessuno nasce pulito”… Per l’elenco bookstores in cui trovare il libro, leggete qui o cercate nell’home page di questo blog!

Per ascoltare la sesta playlist, cliccate qui!

Buon ascolto e, come sempre, buona lettura!

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“Nessuno nasce pulito”: la playlist (vol.V)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 dicembre 2016 by Michele Nigro

Rieccomi a voi con il vol. V della playlist creata su Spotify e ispirata alla mia raccolta di poesie “Nessuno nasce pulito”… Per l’elenco bookstores in cui trovare il libro, leggi qui o vedi nell’home page di questo blog!

Per ascoltare la quinta playlist, clicca qui!

Buon ascolto e, come sempre, buona lettura!

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“Nessuno nasce pulito”: la playlist (vol.II)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 17 settembre 2016 by Michele Nigro

Come preannunciavo tempo fa in un altro post, rieccomi con il vol. II della playlist creata su Spotify e ispirata alla mia raccolta di poesie “Nessuno nasce pulito”

Per ascoltarla, clicca qui!

Buon ascolto e, come sempre, buona lettura!

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“Nessuno nasce pulito”: la playlist (vol.I)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto 2016 by Michele Nigro

playlist nessuno

Può un libro di poesie avere una propria playlist musicale? A quanto pare : d’altronde la poesia è anche musica e la musica da sempre attinge dalla poesia per rifornirsi di parole. Quindi niente di nuovo… La playlist qui presentata è composta da brani, direttamente o indirettamente, “vicini” alle poesie della raccolta “Nessuno nasce pulito”. Brani eterogenei che, rispettando l’ormai collaudata idea di webpoetry che coltivo da anni su questo blog (accostando parole, immagini e musica), sono stati scelti perché in sintonia con i versi durante la creazione dei componimenti – anche se l’atto poietico avviene prevalentemente nel silenzio, seguendo le immagini della mente e la musicalità interiore – o perché, come è successo in alcuni casi, addirittura l’hanno ispirati o perlomeno influenzati. A volte s’intuisce l’abbinamento con una poesia del libro, altre volte no: all’ascolto la miscellanea prodotta crea un effetto interessante, come in un lento viaggio attraverso paesaggi differenti l’uno dall’altro, di poesia in poesia. Per il momento sono riuscito a isolare solo un numero di brani (26) sufficiente ad allestire un primo volume, in seguito forse ne cercherò altri. Buon ascolto e, ovviamente, buona lettura!

Per ascoltare la playlist su Spotify, clicca qui!

“Future Shock” n.58 e il ‘terrore’ della contaminazione

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 settembre 2011 by Michele Nigro

E’ uscito ed è in distribuzione il n.58 di “Future Shock”, pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza curata da Antonio Scacco.

Tra i vari scritti presenti in questo numero, ho trovato particolarmente interessante l’articolo di Elisabetta Modena intitolato “Come è cambiata oggi la narrativa di fantascienza per giovani adulti”. Interessante non solo per l’excursus – su cui anche ci sarebbe da discutere –  attraverso le varie “forme ibride” che caratterizzano l’attuale panorama della narrativa sci-fi (dalla tecno-novel alla fantascienza filosofico-esistenziale, dalla fantascienza psicologico-sentimentale ai rapporti tra fantascienza e favola, e fantascienza e fantasy), ma soprattutto per alcuni passaggi dell’articolo che, ne sono sicuro, non mancheranno di suscitare qualche polemica in seno al variegato mondo dei lettori e degli scrittori di fantascienza.

Nel paragrafo intitolato Parola d’ordine: contaminazione, Elisabetta Modena scrive: “Al giorno d’oggi […] La fantascienza si diluisce in ambientazioni semplicistiche che, a volte, di fantascienza hanno ben poco, o si mescola al fantasy tanto che i ragazzi non distinguono più tra fantastico, fantasy e science-fiction, mentre la fantascienza “dura e pura” è relegata a nicchie come, attualmente, il movimento del connettivismo italiano…” Premesso che sono d’accordo con la parte iniziale dello stralcio sopra riportato, nel senso che prima di cucinare dei “minestroni” bisognerebbe a mio avviso conoscere innanzitutto il sapore, il colore e la forma dei singoli ortaggi che andranno a comporre il minestrone, non sono invece per niente d’accordo con il resto: se c’è attualmente un movimento nell’ambito della cultura fantascientifica italiana che non aspira in alcun modo a essere “duro e puro”, né tanto meno a rimanere relegato in una nicchia, quello è il connettivismo. La contaminazione consapevole, la sperimentazione avanguardista, la multimedialità e la multidisciplinarietà, l’inquietudine spazio-temporale, la ricerca contenutistica che travalica il genere, il suo carattere open source, rendono il movimento connettivista non relegabile. E il motivo di questo mancato ‘arroccamento’ da parte dei connettivisti (e non solo dei connettivisti) ci viene fornito paradossalmente dalla stessa autrice dell’articolo quando all’inizio afferma: “… Oggi, la realtà è più complessa ed ecco che la fantascienza si adegua, diventa più sfaccettata e polimorfa…” Una sfaccettatura e un polimorfismo che non devono aspirare alla confusione (o al “minestrone” a cui accennavo) ma a un superamento consapevole, se vogliamo sperimentale, di barriere strutturali che non hanno più ragione di esistere. E poi ancora: “… osservo che la fantascienza, oggi, è usata in forme ibride, come se il concetto di fantascienza stesse cambiando.” La fantascienza è già cambiata! Si tende, secondo me erroneamente, a far coincidere la contaminatio con il tramonto della “fantascienza classica” e non si vuole sfruttare la grande occasione di rigenerazione offerta dai tempi. E’ vero che una volta il commesso di una libreria romana mi disse con tono infastidito che avrei potuto trovare “Bay City” di Richard K. Morgan nel reparto “Gialli”, ma questo non significa che a causa della confusione di pochi si debba rinunciare a un intero processo di rinnovamento.

Ma Elisabetta Modena non demorde e nella Conclusione del suo articolo, dopo aver sminuito persino l’importanza della narrativa distopica (“Trame spesso distopiche, in cui accadono avvenimenti terribili che lasciano il lettore a bocca aperta, a contemplare le macerie di quel che resta. […] E così la fantascienza si avvita su se stessa, implode, rimane terrorismo e basta, scientismo fine a se stesso…”) che a mio avviso costituisce uno dei pilastri fondamentali della letteratura sci-fi e per mezzo della quale poter seriamente riflettere sul presente, rincara la dose scrivendo: “… la questione dell’ibridazione dei generi: è un’operazione scorretta e rischia solo di creare la biblica torre di Babele…” 

Nell’editoriale del n.4/2010 di IF (Rivista dell’Insolito e del Fantastico) intitolato “Il fascino discreto della contaminazione”, Carlo Bordoni afferma invece: “… A differenza della biologia e della medicina, la contaminazione in campo letterario è l’unica a non essere nociva, anzi, a produrre effetti benefici. Sulla creatività, soprattutto, incubando storie originali e stili innovativi che contribuiscono a svecchiare il settore. Perché i generi, di anni ne hanno, e tanti […] e a quella bell’età è naturale che si comincino ad avvertire gli acciacchi. Qualche scricchiolio dolorante, la ripetitività, la mancanza di memoria, la stanchezza sono sintomi inevitabili… […] A pensarci bene, da allora, […] Solo variazioni sul tema, qualche evoluzione, […] facendo attenzione a tenere ben distinti i confini tra un genere e l’altro. Una preoccupazione che si è rispecchiata persino nelle collane più popolari, contrassegnate da “colori” diversi, come le maglie di una squadra di calcio.”

Da questo articolo di Elisabetta Modena si evince che il dibattito all’interno della community c’è ed è vivo, fortunatamente. E il bello è che nessuno dovrà cercare di convincere l’altro: saranno i naturali tempi evolutivi della società da cui scaturisce il naturale bisogno di contaminazione, saranno le nuove esigenze dei lettori e non i dettami ideologici, le definizioni letterarie schematiche o i dogmi religiosi, a determinare la vittoria o la sconfitta di una linea rispetto a un’altra. Nel frattempo: rispetto, dialogo acceso, democrazia, convivenza.

E soprattutto, buona lettura!

LibroVisioni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 gennaio 2011 by Michele Nigro

“LibroVisioni – Quando la lettura passa attraverso lo schermo” scritto da Roberto Arduini, Cecilia Barella e Saverio Simonelli (Effatà Editrice – 2009) è quello che si può definire senza alcun dubbio ‘un libro utile’. E non lo dico solo perché sono stato sorprendentemente menzionato a pag. 102, nel paragrafo dedicato al cosiddetto “Magazine Trailer” (termine ‘inventato’ all’uopo dal sottoscritto durante l’esperienza ormai trascorsa della rivista letteraria “Nugae” per definire un ‘booktrailer‘ rielaborato per soddisfare le esigenze ‘pubblicitarie’ dei periodici. Vedi a tal proposito i due ‘zinetrailer’ prodotti all’epoca per “Nugae”: qui e qui).

E’ un libro utile e interessante perché tenta di effettuare (forse per la prima volta in Italia) un’analisi sistematica delle varie ‘forme di ibridazione’ riguardanti il mondo apparentemente conservatore del libro:  il libro e la televisione, i libri e ‘la Rete delle reti’ (il web 2.0), il crescente fenomeno del booktrailer considerato il più ‘moderno’ punto d’incontro tra Parola e Immagine (da non confondere con i veri e propri films tratti da libri!), il rapporto tra booktrailer e il famosissimo (a volte famigerato) Youtube, l’importanza dei blogs, delle web tv e “I nuovi luoghi del libro”

“LibroVisioni” è un libro che mette pace: la ‘scatola maledetta’, la Televisione, da sempre erroneamente additata quale ‘madre di tutte le distrazioni’ (“Spegni quella televisione e pensa a studiare!” – frase genitoriale standard), diventa alleata della lettura e strumento efficace per trasmettere un messaggio culturale ben preciso: i libri non sono oggetti isolati e noiosi ma ‘creature senzienti’ capaci di interagire con la Tecnologia e con tutte le moderne piattaforme di social networking, oggi tanto diffuse. Come recita la frase finale in quarta di copertina: “La tv e internet non hanno ucciso il libro, lo schermo può essere un ottimo veicolo per la lettura.”

Si esce dalla lettura di questo libro con le idee molto più organizzate intorno all’argomento “fare rete” e alla filosofia delle reti (dove per ‘rete’ non s’intende solo ed esclusivamente Internet, ma l’insieme di tutti gli strumenti comunicativi, digitali e non, capaci di far entrare in contatto certi mondi all’inizio tenuti separati): particolarmente interessante per me è stata la scoperta del concetto dei ‘sei gradi di separazione’ e dell’interconnettività tra le persone (teoria delle reti sociali) rappresentata ‘visivamente’ dai cosiddetti grafi.

“LibroVisioni” non è un libro da riporre nello scaffale una volta letto: è un ‘manualetto’ leggiadro ma ricco di spunti, da tenere a portata di mano, che dovrebbe essere consultato quotidianamente da tutti quelli che si occupano di cultura, libri, comunicazione…

Andare in libreria con le proprie gambe, acquistare un libro, sedersi su una comoda poltrona nella propria abitazione e leggere in silenzio: questi sono gesti ‘arcaici’ intramontabili. “LibroVisioni” ci induce, invece, a riflettere in maniera creativa e ‘moderna’ sulle fasi precedenti: tra l’uscita del libro dalle tipografie e il momento in cui lo paghiamo alla cassa di un megastore o di una piccola libreria semi-sconosciuta, c’è un ‘limbo spazio-temporale’ fatto di messaggi culturali, di “passaparola”, di ciò che oggi si usa definire social networking. Capire i meccanismi di questo ‘limbo’ apparentemente immateriale significa capire l’uomo del terzo millennio, la sua connettività, il suo comportamento in ambito culturale, il suo grado di evoluzione, il suo modo di comunicare, il suo ‘apprendimento pubblicitario’, le nuove forme di ‘pressione’ e di promozione… Significa capire intimamente il perché delle nostre scelte.

(recensione pubblicata anche qui)

POST CORRELATO: “Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti

Musica Made in Japan

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 30 settembre 2010 by Michele Nigro

Pizzicato Five

Il Giappone, dopo secoli di isolamento geografico e culturale, ha scoperto il mondo! Incentivati soprattutto dal boom economico post bellico voluto da una classe dirigente stoica e determinata, i nipotini dei Samurai sono riusciti a costruire una società ipertecnologica capace di sostenere e a volte superare la concorrenza sul mercato mondiale. Come ogni città votata al progresso, anche Tokyo ha ereditato le contraddizioni dell’era moderna e così, per possedere un’automobile nella capitale nipponica, bisogna dimostrare alle autorità locali di possedere un garage, altrimenti la concessionaria non vi vende neanche un monopattino! Per non parlare dello stile di vita del cittadino giapponese che rappresenta un riassunto, unico al mondo, di educazione e oppressione sociale: gli operai scioperano in fabbrica, lavorando con una fascia al braccio in segno di protesta! Ed è in questo scenario, al limite tra l’efficienza e il grottesco, che il popolo giapponese ha cominciato a sentire il bisogno di viaggiare e di confrontarsi con realtà sociali decisamente più rilassate. La vecchia e cara Europa ha rappresentato e rappresenta l’isola felice, il mythos artistico e sociale di moltissimi giapponesi che, pur vivendo in una società ricca e tecnologicamente avanzata, hanno sentito il divario lacerante tra un proprio passato glorioso, fatto di samurai e geishe, e il richiamo di un occidente ricco di stimoli artistici e libertà sociali (quale prova italiana del successo occidentale in Giappone, basti pensare all’entusiasmante tournèe della P.F.M. nell’arcipelago giapponese che ha dato vita al doppio “Live in Japan”).

Viaggiando e imparando, il Giappone ha realizzato una gigantesca opera di “copia e incolla”, creando ibridi musicali e artistici di tutto rispetto. Su una base culturale francamente orientale, i musicisti giapponesi hanno saputo incastonare le varie componenti della tradizione musicale occidentale, reinventandole… Nel paese del “riciclaggio esasperante”, anche la musica occidentale, nata da moti studenteschi e processi storici lentissimi, viene depositata e archiviata nel quartiere Shibuya di Tokyo dove è possibile trovare nei numerosi negozi, sotto forma di cd/lp, reperti musicali fuori catalogo e dimenticati, provenienti da ogni parte del globo! (continua…)

(articolo pubblicato sul mensile “Strange Days”)

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