Archivio per Il Signore degli anelli

HOBBITON XXII – I REGNI DEL SUD

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 agosto 2015 by Michele Nigro

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PROGRAMMA PRINCIPALE “HOBBITON XXII – I REGNI DEL SUD”

Castello di Trani

SABATO 12 SETTEMBRE

9:30 Apertura al pubblico
10:00 salone Federico II – Presentazione della “Hobbiton XXII – I Regni del Sud” con il presidente della Società Tolkieniana Italiana Domenico Dimichino, l’organizzatrice e giornalista Ida Vinella, il presidente del Cda di Nova Apulia scarl Tommaso Morciano, l’artista Emanuele Manfredi, autorità istituzionali
11:00 salone Federico II – Lezione di lingua elfica a cura di Gianluca Comastri
12:00 salone Federico II – Conferenza “Mythos Larp, gli Antichi miti da vivere nel gioco”, presentazione con Gilbert Gallo e Giovanni Tortora della nuova trasposizione del Gioco di Ruolo da Tavolo, tradotto nel mondo in 7 lingue, in un gioco di Ruolo dal Vivo tutto made in Puglia
11:00 – 13:00 cortile d’ingresso – Trucchi a tema fantasy per bambini a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
PAUSA
16:00 salone Federico II – Cosplay Challenge, gara aperta a tutti I cosplayer con premiazione finale
18:00 salone Federico II – “Immaginare il fantasy”, conferenza con Loredana La Puma (autrice della Saga dell’Averon), Daniele Milano (autore di “Il leone e la terra ribelle”), Federica Roppo e Giovanni Tricase (vincitori del concorso letterario Zak Elliot). Modera Vincenzo Membola, redattore TraniViva
18:30 esterno castello – Sfilata in cosplay “Il Signore degli Anelli vs. Trono di Spade”
20:00 salone Federico II – “Melodie dalla Terra di Mezzo” intermezzo musicale per voce e chitarra a cura del gruppo TerraDiMezzo. Presenta Michele Chiego.
21:15 salone Federico II – “I Saloni del Fuoco”, reading con canti e danze a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
23:00 Chiusura
Tutta la giornata – Salone Manfredi e Saletta dei Pavoni – Visita libera all’esposizione artistica “Draghi e anelli magici” di Emanuele Manfredi e all’esposizione degli abiti fatti a mano da Veronica Stima e dei diorami della Terra di Mezzo

DOMENICA 13 SETTEMBRE

9:30 Apertura al pubblico
10:00 salone Federico II – Conferenza “Larp come gioco di Identità Ideali”, con presentazione della ricerca accademica in ambito Psicologico presentata dalla prof.ssa Luciana Picucci e dal Dott. Giovanni Tortora
10.45 salone Federico II – Lezione di lingua elfica a cura di Gianluca Comastri
11:30 salone Federico II – “Il magico mondo di Tolkien: mitologie e ispirazioni a confronto”, dibattito con Manlio Triggiani (giornalista), Gianfranco De Turris (giornalista), Luigi Pruneti (scrittore), Donato Altomare (scrittore). Modera Michele De Feudis.
11:00 cortile d’ingresso – Trucchi a tema fantasy per bambini a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
11:00 torre maestra – “Fuggite, sciocchi!”, escape room a tema (ingresso su prenotazione)
PAUSA
15:00 torre maestra – “Fuggite, sciocchi!”, escape room a tema (ingresso su prenotazione)
15:00 salone Federico II – “Andata e Ritorno: dalla mitologia classica al mito di Tolkien”, conferenza a cura di Vittorio Grimaldi
16:00 salone Federico II – “Fenomenologia del Cosplay”, presentazione a cura di Ida Vinella
17:00 18:30 salone Federico II – “Mellon Pursuit” quiz con premiazione a cura delle associazioni MelaEnne e Club del Libro
19:00 salone Federico II – “I Saloni del Fuoco” (replica), reading con canti e danze a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
20:00 salone Federico II – Presentazione del calendario 2016 della Società Tolkieniana Italiana, con Emanuele Manfredi che presenterà il suo testo “Draghi e anelli magici”. Modera Alessandro Stanchi, Consigliere della Società Tolkieniana Italiana.
21:00 Chiusura
Tutta la giornata – Salone Manfredi e Saletta dei Pavoni – Visita libera all’esposizione artistica “Draghi e anelli magici” di Emanuele Manfredi e all’esposizione degli abiti fatti a mano da Veronica Stima e dei diorami della Terra di Mezzo

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Nasce l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , on 1 ottobre 2014 by Michele Nigro

Notizia prelevata da GIAP:

Nasce l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani.

Harry Potter e il Dono dell’inconsistenza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio 2013 by Michele Nigro

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Lo ammetto: non ho letto neanche un libro della Rowling sulla faccenda del maghetto, quindi vi comprenderò se mi etichetterete come “il solito snob”, “quello che giudica senza aver letto” o utilizzerete nei miei confronti insulti simili. Me li meriterò! Ammetto, però, di aver visto in compenso tutti i film tratti dai romanzi fantasy della fortunata scrittrice britannica. Non nascondo, infatti, che possano costituire una valida forma d’intrattenimento serale, quando fuori piove e non hai di meglio da fare o da vedere e il bambino che è in te reclama la sua dose di svago disimpegnato. Ieri sera, dopo aver visto finalmente la seconda parte dell’ultimo capitolo della saga – Harry Potter e i Doni della Morte -, sono stato costretto a confermare la sensazione che mi attanaglia fin da quando ho visto la primissima trasposizione cinematografica della saga: Harry Potter e la pietra filosofale. Una sensazione che potrebbe essere tradotta in una semplice domanda: dov’è la consistenza narrativa della saga di Harry Potter? Direi che non c’è mai stata, e non per una svista della Rowling, bensì per una sua scelta ponderata (quasi scientifica), ripresa in seguito dalla regia delle altrettanto fortunate riduzioni cinematografiche. Qualcuno di voi potrebbe smontare le mie considerazioni dicendo: “Non lo hai letto, quindi stai zitto!” oppure “Mostro che non sei altro, che cosa ti aspettavi da una serie di libri destinati ai ragazzini?” È vero, in più c’è l’aggravante che chi come me ha ricevuto un “imprinting tolkieniano”, difficilmente si adatta a forme più elementari di fantasy. “Elementari” non in senso dispregiativo. La cosmogonia ideata dalla mente e dalla penna del professore di Oxford resta, almeno finora, insuperata e tutte le scritture fantasy venute dopo “Il Signore degli Anelli” sono rami appartenenti, direttamente o indirettamente, in maniera cosciente o inconsapevolmente, al grande e massiccio tronco tolkieniano. E questo la Rowling lo sa! Basti il solo esempio delle analogie riscontrabili tra il personaggio di Albus Silente e quello del mitico Gandalf (i doppiatori italiani non si sono sforzati nemmeno di dare ai due maghi due voci differenti!).

Che sia un’inconsistenza attribuibile ai soli film? Ovvero causata dai tagli nella sceneggiatura ad opera della Warner Bros. e per motivi di lunghezza della pellicola? Non avendo letto i libri (e soprattutto non avendo letto la sceneggiatura originaria) spererei in questa ipotesi, ma una voce dentro di me dice che così non è. Il problema principale della saga di Harry Potter, al di là della responsabilità degli sceneggiatori della casa cinematografica, è che non possiede una trama; o meglio c’è un abbozzo di trama ed è il seguente: “Harry Potter odia Lord Voldemort, e il sentimento è reciproco.” Punto. Tutto il materiale (narrativo e fantastico) che ruota intorno a questa noiosa fissazione è solo abbellimento utile a riempire i sette libri pubblicati nei dieci anni tra il 1997 e il 2007. Non c’è una quest, un viaggio iniziatico; non c’è una fase preliminare che predisponga il lettore-spettatore a una storia importante, non c’è una morale di base necessaria a spingere i personaggi verso scelte difficili da prendere: tutto è abbastanza automatico, meccanico, morbido anche dinanzi a temi come la morte (dovuto al fatto, presumo, che il pubblico da non traumatizzare sia costituito da bambini-ragazzini, gli stessi che navigando in internet conoscono, più di un adulto, i particolari macabri della guerra civile in Siria); tutto è come se fosse predigerito, slegato, già appreso, ripulito, inconsistente come la cultura media delle generazioni a cui il prodotto è rivolto. Le varie scene sembrano avere la stessa tonalità emotiva, lo stesso tipo di tensione, anche quando non succede niente. Gli stessi protagonisti – tanto carini! – sono asettici, quasi freddi, molto Brits, dotati di self control al limite dell’umano, sono in gamba (a volte troppo!) ma al tempo stesso sprovvisti di spessore, e quando nel contesto viene calato dall’alto qualche momento di naturale imbranataggine, sembra fatto apposta per interrompere il piattume perfettino; la loro caratterizzazione, pur essendo spinta dall’autrice e dagli sceneggiatori, rimane sostanzialmente timida e impersonale anche nei momenti clou, e i nostri piccoli eroi si muovono in bolle precostituite che raramente offrono occasioni umanizzanti. I cattivi risultano essere innocui anche quando raggiungono l’acme della loro cattiveria e i buoni non suscitano commozione nemmeno durante quei frangenti in cui l’emotività dovrebbe farla da padrona. Non si percepiscono né rischio, né insicurezza. La morte sembrerebbe essere uguale alla vita.

Solo verso la fine la Rowling – abbandonando finalmente il famigerato motto british “Niente sesso, siamo inglesi!” e accorgendosi che i suoi personaggi, pur essendo inventati, sono in preda a una sacrosanta tempesta ormonale di stampo adolescenziale e reclamano un po’ di vita – introduce timidamente, tenendo sotto controllo con la coda dell’occhio i movimenti di un fantomatico Moige britannico, l’elemento “bacio”. Senza per questo pretendere fin dal primo libro-film la descrizione minuziosa, ad esempio, di scene di sesso sfrenato tra quella serpe di Severus Piton, ovvero la versione stregonesca di Renato Zero, e la gelida vicepreside Minerva McGranitt che sotto le coperte si riscopre donna, prima ancora che maga: si tratta pur sempre di professionisti seri e calati nel loro importante ruolo di integerrimi educatori delle giovani leve di maghetti. Anche se, volendo essere sincero, nell’elemento “bacchetta”, usato per par condicio (o per “invidia penis” direbbero i maliziosi) anche dalle maghette, ho sempre voluto leggere un riferimento subliminale a una sorta di “virile potenzialità” non per forza collegabile, come vi sarà sembrato, a ben precisi “oggetti anatomici” di natura maschile. O forse sì… Già in alcuni cartoni animati della Disney, in passato, vennero introdotti elementi sessuali subliminali in fotogrammi indirizzati a un pubblico infantile. Il binomio genere fantasy-sesso non è una novità per l’ovattato e fatato mondo dell’animazione, non vedo perché non possa riguardare anche i film di Harry Potter. Anche se in questo caso più che di subliminale bisognerebbe parlare di involontarie (?) strizzatine d’occhio.

Scherzi (e goliardiche supposizioni) a parte. La Rowling – questo è ciò che si evince, ripeto, dalla sola visione dei film – è stata brava a far passare come “storia” una serie di elementi collegati tra di loro in maniera schizofrenica, forse per coprire la mancanza di profondità narrativa: il fattore vincente della saga è dato dall’uso di simboli ed elementi non uniti da un collante, ma che risultano intriganti e divertenti agli occhi dei fanciulli e delle fanciulle a cui il prodotto filmico è destinato. È vero che il processo di traduzione-trasposizione-tradimento è quasi sempre di tipo conflittuale, ma a volte, da spettatore rompiscatole della saga filmica di Harry Potter, mi sono chiesto perché un’azione positiva che poteva essere compiuta prima per evitare il peggio, non è stata compiuta: è come se i personaggi vivessero a scatti, senza una logica fluida; è come se le loro decisioni (e le idee della Rowling) fossero rinchiuse in camere a tenuta stagna e solo all’apparenza facenti parte di un tutt’uno omogeneo. Gli innumerevoli “vuoti” narrativi esistenti tra una scena e l’altra, e compensati da simboli stupefacenti calati dal nulla; i “salti” scenici come se i giovani lettori-spettatori sapessero già tutto e dessero per scontate cose che ai miei occhi di “vecchio” tolkieniano ritardato avrebbero dato sostanza all’avventura; gli spostamenti fisici dei personaggi che a volte sembrano collocati nella storia come espedienti per interrompere la noia di una trama apparentemente complessa ma in realtà inesistente; i silenzi e le pause che nella mente del regista dovrebbero donare mistero e magia all’esile trama; tutti questi aspetti confermano invece l’inconsistenza della struttura, rendendo banale e frammentato il messaggio, ammesso che ci sia, contenuto nei libri. È come se la Rowling (o il regista) avesse avuto paura di raccontare veramente, rischiando fino in fondo, e avesse voluto concentrarsi solo sulla voglia di stupire e di aggiungere immagini suggestive ad altre immagini, camuffandole da elementi importanti. Un’inconsistenza che piace, a quanto sembra, e che ha determinato la fortuna economica della Rowling prima e in seguito anche della macchina cinematografica che non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione grassa come questa.

I film di Harry Potter sono piacevoli e belli da vedere, gli effetti speciali sorprendenti, i paesaggi mozzafiato, la verosimiglianza degli elementi fantastici è da manuale. Non mancano le occasioni di riflessione su argomenti solidi: l’importanza della famiglia, l’amore, il dolore causato dalla perdita di un proprio caro e la condizione dei bambini adottati, l’amicizia, la solitudine di chi è costretto a ricevere un’eredità scomoda, la fedeltà, il rispetto per gli adulti e per l’istruzione, la responsabilità, il valore degli anziani, la curiosità e l’importanza di saperi antichi e dimenticati (come la criptozoologia e l’alchimia) che la saga ha il merito di riproporre ai giovani lettori, il coraggio nell’affrontare con determinazione chi ci odia…

Ma è il modo in cui questi fattori interagiscono tra di loro che mi ha lasciato perplesso, almeno stando alla visione dei film tratti dai romanzi. È come se, incredibile a dirsi, a questi film mancasse un certo tocco “magico”!

Questo, però, è solo il giudizio di un “vecchio” babbano.

 

La Signora degli Anelli e la Compagnia degli Anoressici

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 ottobre 2012 by Michele Nigro

La Signora degli Anelli

e

la Compagnia degli Anoressici

E così anche nella Contea giunse la tanto attesa stagione estiva.

Gli alberi ricolmi di frutta matura, i fiori colorati e l’erba alta pullulanti di insetti svolazzanti e felici, i branchi di cavalli atletici e liberi di correre nelle radure intorno a Snelliville, i campi di mais e le grandi pannocchie pronte per essere raccolte, bollite, imburrate e mangiate… Tutta la natura, tutto ciò che esisteva nella Contea durante quel rigoglioso periodo dell’anno, era un omaggio alla bellezza, alla salute. Al sesso.

Il mondo intero, avvolto dal nuovo tepore che allontanava, dopo le prove primaverili, il lungo freddo invernale, sembrava avere in mente una sola cosa: piacersi e piacere in vista di un immenso e stagionale accoppiamento globale.

Froda, davanti allo specchio di casa Bacon, osservava avvilita il suo enorme fondo schiena e i suoi fianchi rotondi e mollicci, degni di un rimorchiatore dei Porti del Nord. Froda era una delle ragazze meno avvenenti del villaggio e la vacanza presso le colonie estive dei Mari Interni della Terra di Mezzo si avvicinava inesorabilmente. Anche quell’anno avrebbe sfigurato sulle spiagge della bellezza standardizzata, anche quell’anno i ragazzi e le ragazze della feroce Compagnia degli Anoressici (anoressici se confrontati con le sue forme!) l’avrebbero presa in giro dal primo fino all’ultimo giorno di vacanza. E lei, mentre toccava con le mani il grasso che adornava le sue cosce sproporzionate, sapeva benissimo che non avrebbe potuto farci proprio niente. Doveva andare così: era il suo destino intrappolato in un corpo sbagliato.

“Il mio tessssoro!” ripeteva spesso il buon Gollum – l’unico che apprezzava Froda per come era – ogni volta che avvicinandosi silenziosamente da dietro le prendeva in mano le grosse tette agitandole nell’aria. Gollum era un altro disadattato di Snelliville: guida turistica nella Terra di Mezzo durante il giorno e di notte impiegato in un sexy shop della Contea, nutriva una particolare e per certi versi patologica predilezione per il sesso con donne di “robusta costituzione”. Froda era la sua diva.

“Non vedi come ti sei ridotto stando con me!?” gli chiedeva spesso Froda, stupendosi per l’immutata passione sessuale che Gollum nutriva nei suoi confronti. Lei non amava Gollum: provava per lui un affetto amichevole e lo usava per soddisfare le proprie fantasie erotiche, per troppi anni seppellite sotto un rispettabile strato di tessuto adiposo. Se avesse avuto un altro corpo avrebbe potuto conquistare uno dei ragazzi della Compagnia degli Anoressici, uno di quelli che puntualmente durante il periodo estivo la insultava per il suo aspetto fisico: l’amore, si sa, sceglie sempre strade difficili e le semplici gioie a nostra disposizione passano il più delle volte inosservate, proprio perché facili da raggiungere o addirittura già raggiunte e quindi inflazionate.

“C’è solo un modo per cambiare le cose!” disse risoluta Froda rivolgendosi all’ingenuo Gollum.

“Ma tu mi piaci per come sei, Froda!” rispose il povero Gollum lasciando i seni della ragazzona in balia della forza di gravità.

“Devo farlo per me!” mentì Froda, pregustando il momento in cui, finalmente snella e tonica come una statua greca, avrebbe sottomesso sessualmente il Principe GranCasso, leader incontrastato della Compagnia degli Anoressici ed erede legittimo del Gran Mandrillato della Terra di Mezzo.

“Ma tu sei il mio tessssoro!” insisteva Gollum.

“Piantala di ripetere sempre la stessa cosa e cercami piuttosto il sito web della Signora degli Anelli…!” ordinò Froda.

“Sei impazzzzzzita?” chiese allarmato Gollum mentre guardava esterrefatto la sua dolce farfallina obesa.

“Lo so che è una maga pericolosa e che in pochi sono tornati dai Boschi della Fibra Vegetale per raccontarlo… Ma devo tentare!” rispose quasi in lacrime Froda, rivestendosi. “Lei è l’unica custode e padrona dell’Anello Bruciagrassi… Un anello magico capace di far scomparire decine e decine di chili, nel giro di poche ore, a chiunque lo porti!”

“Non te lo presterà mai!” disse Gollum sconfortato.

“Lo so… Ma devo provarci!”

“Ma tu mi piaci per…!”

“E basta! Che rottura… Sono io che non piaccio a me stessa! Va bene?”

“Il castello della Signora degli Anelli si trova nella regione dei Boschi della Fibra Vegetale, in cima al Monte Fiato, così denominato per il fiato corto che provoca in chiunque tenti di scalarlo…” l’informò Gollum.

“La cosa non mi spaventa!” rispose Froda.

“E poi vedila in questo modo: già il fatto di scalare il Monte Fiato ti farà bruciare qualche etto di grasso!” disse Gollum pensando di essere spiritoso.

“Fottiti! Masturbatore, cicciofilo, maniaco sessuale, fallito che non sei altro!” sentenziò Froda mentre cominciava a preparare la bisaccia per il viaggio impegnativo verso il Monte Fiato.

La Signora degli Anelli, abitante millenaria del Castello di Weight Watchers sul Monte Fiato, era così denominata per via dei Venti Anelli Magici – uno per ogni dito delle mani e dei piedi – che indossava perennemente: uno di questi, il famigerato Anello Bruciagrassi, le procurava da secoli un aspetto invidiabile. Il suo corpo non conosceva la cellulite, la sua pelle era liscia e morbida, le sue forme sode e incrollabili erano la rara e duratura rappresentazione di una perfezione sovrumana.

Seduta sul suo trono di avorio e con il corpo rivestito di seta finissima, osservava il mondo esterno attraverso la Pettegola Pietra Veggente: “Ecco un’altra cicciona che scala inutilmente il Monte Fiato! Ahahahah!” rise sarcasticamente la Signora degli Anelli seguendo le fatiche di Froda e Gollum mentre si apprestavano a raggiungere, sudati e sfiniti, il castello della maga.

“Sono stanca, però, di trasformare in cinghiali, alberi e pietre tutti quelli che vengono a importunarmi fin quassù!” ammise, stupendo persino se stessa, la Signora degli Anelli.

“Questa volta preparerò ai miei nuovi autoinvitati una sorpresa diversa dalle altre…” aggiunse con tono meditabondo la bella donna che non era certamente priva di una perfida intelligenza e di una saggezza derivante dall’enorme esperienza accumulata nei secoli. Avvertiva che poteva trattarsi di un vero caso clinico e quindi avrebbe tenuto a bada per qualche minuto la tentazione di usare la magia.

“Quanto manca al Castello?” chiese Froda a Gollum che essendo più mingherlino riusciva a muoversi con una maggiore agilità rispetto all’ingombrante fidanzata. “Poco tesssssssoro! Poco!”

“Sono ore che dici che manca poco! Si può sapere quanto tempo ci vuole ancora?” aggiunse Froda in modo alterato dando fondo alle sue ultime energie. E mentre stava per scagliare una pietra in testa a Gollum ecco che intravide, seminascosta da una roccia, la torre ovest del Castello della Signora degli Anelli. “Ci siamo!” urlò soddisfatta, facendo cadere la pietra che aveva in mano.

“Che ti avevo detto?” si difese Gollum.

“Dai, bussiamo!” disse Froda tutta eccitata e dimenticando la triste fama che accompagnava la Signora degli Anelli.

“Aspetta Froda, leggi qui!” la fermò allarmato il povero Gollum che aveva evitato, solo pochi minuti prima, di essere colpito dalla pietra di Froda.

Scolpito su una lapide, vicino all’enorme portone di legno dell’oscura dimora, un avvertimento inequivocabile della padrona di casa:

 “Fermate dunque i vostri speranzosi passi

viandanti ignari e fate obese.

Se qui sperate di ottenere il Bruciagrassi

niente sembreranno le molte offese

quando vi tramuterò in piante e sassi.”

“Il messaggio mi pare chiaro. Andiamocene!” disse allarmato Gollum che voltandosi già studiava con lo sguardo la via del ritorno.

“Dove vai codardo, buono a nulla, omuncolo rinsecchito che non sei altro!” s’impose Froda. “E secondo te, dopo tutta questa faticata io mi faccio fermare da una stupida scritta?”

“No, è che non mi vedo bene sotto forma di travertino!”

“Io busso! Tu fai quello che vuoi, ma sappi che se mi lasci da sola in questa storia non avrai più niente da me…” minacciò Froda.

“Niente, niente?” chiese preoccupato Gollum “Nemmeno i nostri giochetti sotto le coperte?”

“Niente è niente!” concluse Froda.

“Quand’è così, resto… E poi se finisce male e veniamo trasformati in qualcosa, comunque dovremo lo stesso dire addio ai nostri passatempi erotici giù a Snelliville!” riassunse saggiamente Gollum.

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Il momento della partenza – Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2012 by Michele Nigro

Il momento della partenza

Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien

 

La Via prosegue senza fine

Lungi dall’uscio dal quale parte.

Ora la Via è fuggita avanti,

Devo inseguirla ad ogni costo

Rincorrendola con piedi alati

Sin all’incrocio con una più larga

Dove si uniscono piste e sentieri.

E poi dove andrò? Nessuno lo sa.

(da La Compagnia dell’Anello, Il Signore degli Anelli – J.R.R. Tolkien)

 

Introduzione

Due partenze distanti un secolo

Mettere a confronto due grandi della letteratura mondiale come Alessandro Manzoni (nato nel 1785) e J.R.R. Tolkien (nato nel 1892) è sempre un’operazione rischiosa e delicata.

Già in passato altri studiosi hanno tentato di sottolineare determinate analogie esistenti tra i due illustri scrittori: il concetto di Provvidenza, gli elementi cattolico-cristiani presenti nelle loro opere, la predilezione per gli umili, il valore del sacrificio come antidoto al Potere, la dura lotta e la disperazione che precedono la vittoria finale… È impossibile effettuare una comparazione generale tra Manzoni e Tolkien: le ‘naturali’ distanze storiche, geografiche, linguistiche, filologiche, esistenti tra di loro renderebbero inappropriato e fuorviante il tentativo di avvicinarli a tutti i costi.

Esistono tuttavia degli interessanti punti di contatto tra il professore di Oxford e colui che andò a sciacquare i panni in Arno. Si tratta di analogie dinamiche che subiscono, come è giusto che sia nell’ambito di una letteratura viva, variazioni e abrogazioni nel corso del tempo e in base ai nuovi metodi d’indagine adottati. Non tutti concordano, infatti, sulle ‘affinità cattoliche’ esistenti tra Manzoni e Tolkien o, per essere più precisi, secondo alcune ‘scuole di pensiero’ esisterebbero due modi differenti di integrare il messaggio religioso all’interno della struttura narrativa.

Affermano i Wu Ming durante il convegno modenese intitolato Tolkien e la Filosofia:

<<Con l’espressione “narratore cattolico” di solito si intende uno scrittore organico alla propria fede e religione, cioè intento a mettere in narrazione virtù e principi del cristianesimo e del cattolicesimo, come fecero ad esempio Dante Alighieri, o Alessandro Manzoni. Se il senso della domanda è questo, allora la mia risposta è no, Tolkien non lo fu. Non fece teologia attraverso la narrazione, non compose un’allegoria cristiana, men che meno mascherò la morale cattolica sotto le sembianze del romanzo epico d’avventura. Certamente utilizzò valori e simbologie cristiane (ma non soltanto quelle), ovvero si lasciò ispirare dalla visione del mondo che lui stesso condivideva, senza però produrre un’architettura narrativa coerentemente e univocamente cristiana.>> E ancora: <<(Tolkien) non può essere associato all’Alighieri e nemmeno al Manzoni, che invece erano animati da ben altro spirito, cioè erano scrittori engagés, e costruirono architetture narrative coerentemente cristiane, prendendo posizione sulle cose del mondo secondo un’ottica religiosa.>> [1]

Diametralmente opposta è la visione di padre Antonio Spadaro, critico letterario, che difende <<… l’ispirazione de Il signore degli anelli e dei Promessi Sposi dei cattolici Tolkien e Manzoni (per non citare Dante)…>> [2]

È facile intuire, prendendo in esame le due posizioni sopra citate, la natura assolutamente dinamica ed eterogenea del dibattito in corso. Non si tratta più, oramai, di una diatriba d’altri tempi tra ‘hippy’ e ‘neofascisti’, ma tra i concetti di scrittore laico e scrittore neocon.

Scopo della presente argomentazione non è quello di approfondire tali differenze filosofiche, religiose, socio-politiche, bensì di realizzare alcuni ‘semplici’ accostamenti, per qualcuno irriverenti, tra personaggi che, pur appartenendo all’identico mondo fantastico e pur essendo il frutto di una sub-creazione, sono ancora ingiustamente separati da una ‘cortina puristica’ che impedisce, ad esempio, a uno ‘stregone’ e a un ‘frate francescano’ di essere messi sullo stesso piano narratologico.

La seguente analisi si sofferma sui ‘personaggi in quanto tali’ e sulla loro funzione nell’ambito dell’economia della narrazione. Quello che si vuole compiere in questa sede è una sorta di ‘cut up intertestuale’ basato sulla comparazione delle analogie che compaiono in un preciso frangente narrativo. Si tratta di un puzzle volutamente forzato tra stralci riguardanti una precisa azione dei personaggi: il momento della partenza.

Le fonti che hanno reso possibile questo cut up comparativosono il capitolo VIII de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e principalmente i capitoli III – Libro Primo (In tre si è in compagnia) e X – Libro Secondo (La Compagnia si scioglie) della Parte Prima (La Compagnia dell’Anello) della trilogia intitolata Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien.

È tutta una questione di quest!

Quest in inglese significa ‘ricerca’.

Una storia narrata, sia essa ambientata in un periodo storico reale (Manzoni) o in un mondo e in un tempo completamente inventati (Tolkien), non deve essere obbligatoriamente avventurosa e movimentata. Come c’insegna Xavier de Maistre, autore de Voyage autour de ma chambre (Viaggio attorno alla mia camera – 1794), possiamo compiere viaggi fantastici ed esplorare le oscure profondità dell’animo umano, senza abbandonare la nostra dimora e con il solo ausilio della mente: <<… Potrei cominciare l’elogio del mio viaggio col dire che non mi è costato una lira[…] Quanto ai poltroni, saranno al sicuro dai ladri; non incontreranno né precipizi, né pantani.>> [3]

L’avventura autentica (dal latino advenīre, ‘avvenire’), invece, richiede un ‘movimento’, un rischio fisico e spirituale: non importa se ciò che ‘avviene’ sia il frutto previsto o non calcolato di una nostra decisione o se sia semplicemente capitato a noi di dover vivere, al di là della nostra volontà, una serie più o meno spiacevole e rocambolesca di eventi. In entrambi i casi bisogna ‘muoversi’. E il movimento, a sua volta, necessita di un ‘motivo’: un motivo basilare, naturale (e non necessariamente ideologico o filosofico) potrebbe essere la propria e l’altrui salvezza. Evitare la morte, la prigionia, la tortura, l’imposizione di una condizione di vita che non ci appartiene… Impedire il trionfo del Male non significa solo bloccare lo sviluppo di un’idea negativa del mondo, ma consiste in una vera e propria sopravvivenza fisica: la lama affilata di una spada in procinto di colpirci non è un concetto filosofico da valutare con calma ma un pericolo reale da evitare prontamente; il rapimento non è un’esperienza che prevede dei tempi preliminari durante i quali poter riflettere. Eppure nell’istante esatto in cui compiamo queste azioni (o reazioni) disperate e vitali, non abbiamo la necessaria lucidità per riconoscere che la ‘ricerca’ è già cominciata. Dalla risposta istintiva si passa lentamente a un bisogno pianificato di conoscenza (“Perché mi è capitato tutto questo? Cosa posso fare per evitare il peggio? Dove dirigerò i miei passi?”); la paura iniziale si trasforma in forza morale; le domande confuse diventano decisioni chiare. L’ineluttabile lascia intravedere un possibile ‘obiettivo collaterale’ da raggiungere e che potrebbe fornire la soluzione definitiva al problema. Ma non c’è nessuna sicurezza a portata di mano: si intraprende la ricerca, ci mettiamo in viaggio, con la speranza di aver imboccato la strada giusta; perché la ricerca fa parte della natura umana, indipendentemente dalla causa filosofica, spirituale o ‘pratica’ da cui è suscitata. La ricerca prende vita a causa di un’esigenza reale, urgente, ma la vera opportunità offerta dalla quest va oltre la risoluzione del problema: i personaggi coinvolti hanno finalmente un’ottima occasione per ‘conoscere se stessi’.

Cos’è dunque la quest?

La quest è sostanzialmente la ragione che c’è alla base di un viaggio iniziatico, l’impalcatura fondamentale di una storia avventurosa, il ‘perché’ che motiva e coinvolge i personaggi; nella quest è contenuto l’obiettivo da raggiungere. Anche se è legata a motivi impellenti e attuali (la diffusione di una pericolosa minaccia sovrumana e magica; il crudele capriccio di un nobile prepotente disposto a tutto…) in realtà la quest affonda le proprie radici in un terreno umano archetipico, profondo, nel territorio dell’inconscio: il raggiungimento della verità è garantito dalla conoscenza del male e del dolore, e dal superamento del dolore stesso. La quest è la narrazione di questa avventura primordiale interiore e quindi, in quanto tale, rappresenta uno dei generi letterari più antichi nella storia dell’umanità. Tanto antico quanto antica è la coscienza umana.

Il viaggio che avviene esteriormente, in maniera fisica e geografica, in realtà è un viaggio nel cosiddetto ‘inner space’: raggiungere l’obiettivo individuato nella quest diventa quasi un particolare; è un obiettivo a uso e consumo della trama: serve a dare un finale logico e coerente a tutta la storia.

Ciò che conta veramente è l’ampliamento conoscitivo acquisito durante il cammino stesso e la possibilità dei vari personaggi coinvolti di conoscere meglio se stessi durante la prova. Durante il primo capitolo della trilogia filmica de Il Signore degli Anelli realizzata dal regista neozelandese Peter Jackson il personaggio di Samvise Gamgee dice: … se farò ora questo passo, non sarò mai stato così lontano dalla Contea…[4]

Il viaggio, anche quello meno avventuroso e più tranquillo, scardina le abitudini del viaggiatore, rompe gli schemi della tradizione, ponendo dinanzi a chi lo intraprende nuovi orizzonti, nuove domande, nuove angolazioni introspettive, nuovi ostacoli fino a quel momento non considerati.

Questi i pensieri di Lucia Mondella mentre su una barca, di notte, parte dall’attracco di Pescarenico per fuggire verso Monza, valutando la posizione scomoda di chi, come nel suo caso, è costretto a intraprendere un viaggio non voluto:

<<… Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli [riferendosi ai ‘monti’] neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno!>> [5]

La nuova sfida che appare all’orizzonte incrina la visione stanziale dell’umile che chiede solo di essere lasciato in pace, di non essere coinvolto nei grandi movimenti della Storia, di poter vivere la propria esistenza tranquillamente, seguendo tragitti sicuri e confermati dalla micro-storia a cui sente di appartenere.

Sia Manzoni che Tolkien, invece, affidano proprio agli umili e ai ‘dimenticati’ i compiti più onerosi, le prove più dure: quasi come a voler ‘testare’ la loro integrità morale, come se l’Autore volesse far emergere, con un po’ di ‘sadismo narrativo’, le qualità nascoste dei suoi personaggi che altrimenti rimarrebbero sconosciute, pur trattandosi di personaggi inventati. E soprattutto per affermare definitivamente che in ognuno di noi, se sottoposto alla giusta ‘pressione’ da parte degli eventi, c’è un ‘io potenziale’, quasi sempre sottovalutato, atrofizzato, addirittura sprecato, capace di riservare delle utili sorprese.

Afferma Lawrence Sudbury in un interessante articolo intitolato Per una semiotica del Santo Graal:

<<… dal punto di vista narrativo in senso stretto, lo schema generale della quest, pur con qualche variante episodica, è normalmente piuttosto codificato e ripetitivo. La quest prende il via da un ‘iniziatore’ che necessita di qualcosa o di qualcuno estremamente importante per lui. Questo obiettivo presuppone un grandissimo impegno per essere raggiunto. L’iniziatore chiede o impone a qualcuno di intraprendere la ricerca o decide di partire da solo. Segue un viaggio lungo e irto di pericoli in cui il ‘ricercatore’ può essere solo o con alcuni compagni. I pericoli che il ricercatore deve affrontare possono presentarsi durante il viaggio per raggiungere l’oggetto (rischi esterni che possono portare a una temporanea sospensione della ricerca) o una volta esso sia raggiunto (rischi interni, direttamente legati all’oggetto stesso). Nella maggioranza dei casi il ricercatore, raggiunto l’oggetto, deve comunque affrontare una prova d’iniziazione per dimostrarsi degno dell’acquisizione dell’obiettivo. La quest, infine, normalmente si completa con il ritorno del ricercatore (che non necessariamente ha raggiunto il suo scopo) al punto di partenza: si dà dunque alla quest una forma narrativa non circolare ma orbitale o, meglio ancora, spiraliforme, nel senso che, se pur il ritorno avviene nel luogo narratologico di origine, è il protagonista (eroe, ricercatore) a non essere più il medesimo, in virtù delle prove di vario grado, correlate alla ricerca stessa, sostenute.>>[6]

 Fra’ Cristoforo e Gandalf ‘iniziatori’?

Possiamo considerare fra’ Cristoforo e Gandalf come gli ‘iniziatori morali’ delle quest contenute rispettivamente ne I Promessi Sposi e ne Il Signore degli Anelli?

Fra’ Cristoforo, dopo aver scoperto il piano progettato da don Rodrigo per rapire Lucia Mondella, organizza la fuga dei due promessi sposi; Gandalf combina la fuga di Frodo Baggins da Hobbiville allo scopo di allontanare l’Anello di Sauron dalla Contea.

Fra’ Cristoforo e Gandalf sono due personaggi interessanti con molti punti in comune: entrambi estremamente carismatici, benvoluti e rispettati dai protagonisti delle storie, basano la propria saggezza su un’esperienza viva e antica.

I tempi di reazione dei due ‘vegliardi’, tuttavia, sono molto diversi: fra’ Cristoforo realizza la fuga di Renzo e Lucia nel giro di poche ore; Gandalf impiega ben diciassette anni per indagare sulla reale minaccia che incombe sul possessore dell’Anello. E anche la stessa ‘fuga’ di Frodo da Hobbiville è estremamente ritardata, lenta, meditata, organizzata in maniera scrupolosa tanto da rendere inappropriato il carattere fuggitivo della partenza. Una partenza che, nonostante tutto, non lesina intense sfumature poetiche che avremo modo di analizzare più avanti.

I tempi pensati da Tolkien per il suo mondo inventato, lo sanno i suoi lettori ed estimatori, sono dilatati per una ragione ben precisa: vi sono verità e storie senza tempo, ‘spalmate’ in maniera impercettibile sulla struttura visibile del presente e anche i più saggi impiegano molto tempo e immense energie per evidenziare ciò che è stato naturalmente dimenticato; il Male persiste nel mondo beffando la caducità dei suoi abitanti. Solo chi è capace di superare la sfida del tempo con umiltà riesce prima o poi a collegare in modo sapiente i pezzi di una storia ormai frammentata. La ‘subquest’ di Gandalf è molto interessante e andrebbe analizzata in maniera specifica, ma non è questa la sede adatta per compiere tale operazione.

I ‘cercatori’ Renzo Tramaglino, Lucia Mondella e Frodo Baggins

Cosa cercano Renzo e Lucia? Cosa cerca Frodo Baggins? Cosa vogliono dalla vita? Domande basilari, naturali a cui in parte abbiamo già dato una risposta precedentemente: la semplicità che caratterizza le loro esistenze li fa essere umili ma non umiliati. Sono personaggi perfettamente integrati nel loro milieu sociale e non pretendono di più, sia perché non è stata data loro la possibilità di conoscere quel ‘di più’, sia perché da parte loro non c’è un reale desiderio di conoscerlo. Ciò che accade al di fuori del paesino o della contea non li riguarda: non si tratta di vigliaccheria come palesemente dimostrato, invece, dal personaggio manzoniano di don Abbondio che proprio grazie a questa sua caratteristica ci permette di fare un doveroso paragone tra la vera umiltà (che è forza) e la codardia. Si tratta piuttosto di un commuovente e ormai raro rispetto verso le istituzioni, verso le realtà ‘alte’ e insondabili, verso ciò che è meglio non conoscere perché non ci si ritiene all’altezza di capire o perché si ha a che fare con poteri (umani o sovrannaturali) superiori alle proprie capacità. Dicono gli Elfi di Tolkien quando incontrano gli hobbit dopo la loro partenza da Hobbiville: E’ una cosa veramente straordinaria!… Tre hobbit di notte in un bosco![7]

La sorpresa manifestata in questa frase non è irriverente ma è la prova di un modus vivendi abitudinario e privo di rischi, quello degli hobbit, conosciuto da tutti, persino dagli Elfi.

Cosa vogliono dalla vita, allora, Lucia Mondella e Renzo Tramaglino? Desiderano cose normali: serenità, tranquillità, libertà, pace, sobrietà, una vita matrimoniale da condividere con la persona amata…

In che modo desidera vivere Frodo? Trascorrendo giorni lieti nella Contea, osservando la fiamma di un camino, ascoltando storie antiche e mai vissute, godendo della compagnia degli amici, occupandosi delle innumerevoli ‘faccende da hobbit’…

La semplicità di questi personaggi creati dalla fantasia di Manzoni e Tolkien rende necessaria l’intermediazione (e non solo per fini narrativi) di figure importanti e trasversali come fra’ Cristoforo e Gandalf: il primo, strumento della Provvidenza, è il ‘padre spirituale’, il ponte tra Dio e la ‘povera gente’, è colui che non compie magie ma ‘combatte’ il nemico ricordandolo nelle sue preghiere; Gandalf è un vecchio saggio, uno ‘stregone’ (nell’accezione più esoterica e sapiente del termine) che conosce la Natura (umana, sovrumana e soprannaturale), interpreta i segni, consulta antichi testi, conosce lingue dimenticate, combatte il nemico utilizzando una conoscenza che non traspare mai se non nei momenti drammatici della ricerca. Fra’ Cristoforo si affida al crocifisso, Gandalf usa un bastone magico e quando serve anche una spada ben affilata; ma anche Gandalf come fra’ Cristoforo è dotato di piĕtas, pur non utilizzando lo strumento della preghiera. Quando Frodo confessa a Gandalf di desiderare la morte di Gollum, lo stregone utilizza una risposta che potremmo per certi versi definire ‘cristiana’:

<<… Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze…>> [8]

Anche il don Rodrigo di Manzoni meriterebbe la morte a causa del suo comportamento prepotente e arrogante, ma fra’ Cristoforo ricorda a tutti, sia ai personaggi del romanzo, sia ai lettori, che anche ‘il cattivo’ don Rodrigo fa parte di un progetto e svolge negativamente una funzione che nessun altro potrebbe svolgere.

Don Rodrigo e Sauron sono i due lati dello stesso Male e soprattutto rappresentano i fattori che scatenano la quest: senza il loro fondamentale apporto non ci sarebbe l’inizio della ricerca, non esisterebbe quel processo autoconoscitivo di cui i personaggi si avvalgono, nel momento in cui soffrono e combattono.

 Il momento della partenza

Ogni quest che si rispetti ha una partenza.

Non importa quanto sarà lungo il viaggio, da quante tappe sarà costituito, quali deviazioni subirà e quante saranno le sottotrame a cui darà vita. Nel momento della partenza è contenuta tutta la carica emotiva, ideale, poetica, tutta la tensione morale che permetterà ai vari personaggi, serenamente o disperatamente, di compiere il primo passo verso l’obiettivo preposto. Non importa se la partenza sia rocambolesca o meditata: nell’inizio sono racchiusi tutto il potenziale umano dei personaggi e tutti i fattori che determineranno l’esito della ricerca. <<È pericoloso, Frodo, uscire dalla porta. Ti metti in strada, e se non dirigi bene i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via>> [9] dice Bilbo Baggins, nel film di Peter Jackson, forte della sua lunga esperienza in qualità di viaggiatore ed esploratore della Terra di Mezzo.

Il viaggio è una rappresentazione metaforica della vita e il simbolo della partenza riproduce il momento della nascita: il ricercatore rinasce ogni volta che decide di intraprendere un cammino verso la conoscenza; una conoscenza non fine a sé stessa (conoscere il modo per evitare le prepotenze di don Rodrigo o il modo per distruggere un anello magico nella lava incandescente di un vulcano) ma che contiene nella sua struttura interna il significato globale dell’esistenza.

Tolkien ha sempre affermato di non aver inserito allegorie nella sua opera, ma è impossibile non utilizzare il simbolismo presente nella sua trilogia fantastica (e nelle sue altre opere cosiddette ‘minori’) per descrivere determinati processi umani interiori.

Questo pensiero è meglio descritto in un articolo intitolato Avventura o Allegoria? pubblicato sul sito Fabbricanti di Universi:

<<… Tolkien, comunque, non era interessato all’allegoria. Più volte disse che non gli piaceva inserire elementi allegorici ai suoi romanzi e che Il Signore degli Anelli era, nel bene e nel male, un romanzo di avventura, al di là di tutto ciò che nacque in seguito, creato allo scopo di divertire l’autore e il lettore. “Non c’è simbolismo o allegoria cosciente nella mia storia…” scrisse una volta Tolkien. […] per quanto lo stesso autore disse “Che non ci sia allegoria non significa, naturalmente, che non ci sia la possibilità di leggervene una.” Ma gli unici simbolismi ‘coscienti’ di Tolkien sono riferiti alla religione cattolica…>> [10]

Ne I Promessi Sposi il momento della partenza si realizza per Agnese, Renzo e Lucia alla fine dell’VIII capitolo, mentre per gli hobbit de Il Signore degli Anelli (anche loro in tre) la tanto meditata partenza avviene finalmente nel III capitolo intitolato In tre si è in compagnia (titolo originale: Three is Company).

La partenza non è un evento freddo e meccanico che dà origine a una serie di azioni confluenti nella storia principale, ma un momento ricco di poeticità: è un momento unico, dunque speciale. La minuziosa descrizione paesaggistica compiuta con tono malinconico da parte dei personaggi in partenza è la prova di una coscienza che comincia a compiere i primi passi di quel processo conoscitivo che sta alla base del viaggio/quest.

Le particolarità geografiche, le sfumature colorimetriche degli oggetti naturali e dei manufatti, le percezioni sensoriali, il contatto tra le cose, gli ambienti domestici familiari sono meticolosamente registrati dai cinque sensi acuiti dalla straordinarietà del momento. I dati catturati dal ricercatore entrano già a far parte di quella nuova conoscenza che alla fine del viaggio diventerà bagaglio inscindibile e prezioso dell’eroe.

Le cose date per scontate, gli aspetti quotidiani dell’esistenza diventano improvvisamente eccezionali e meravigliosi.

La descrizione della partenza elaborata da Manzoni possiede inizialmente un carattere poetico e soave, al punto tale che, almeno per un attimo, il lettore dimentica o mette da parte la drammaticità che persiste alla base della visione; il tragitto in barca dei tre personaggi manzoniani verso l’altra sponda dell’Adda è così magistralmente descritto:

<<… Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava allontanando dal lido…>> [11]

L’assenza di vento, la superficie liscia e azzurra del lago, il fiotto morto e lento sono tutti elementi descrittivi dotati di una ‘morbidezza’ che contrasta con lo stato d’animo triste e al tempo stesso tumultuoso dei personaggi.

E ritornando con lo sguardo sui luoghi conosciuti e sugli oggetti usuali:

<<… I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne. […] Lucia […] scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera…>> [12]

Decisamente più rilassata, oserei dire ‘goliardica’, è l’atmosfera che si respira durante la partenza degli hobbit di Tolkien. Non mancano ovviamente le descrizioni malinconiche e tristi, ma durante i dialoghi si manifesta quella capacità, tipica del popolo hobbit, di confortarsi da soli o l’un l’altro. Ciò dipende principalmente dal fatto che gli eventi drammatici e dolorosi che caratterizzano il viaggio descritto ne Il Signore degli Anelli devono ancora accadere: la minaccia insita nell’Anello è in quel momento solo una congettura; è frutto di una lunga e accurata ricerca da parte di Gandalf che tuttavia non ha ancora ricevuto un reale riscontro.

La partenza di Renzo e Lucia, invece, è preceduta dalla celebrazione incompiuta del loro matrimonio a casa di don Abbondio e dalla notizia di un tentativo di rapimento da parte di don Rodrigo ai danni della promessa sposa. E non c’è niente di ‘goliardico’ in una situazione del genere.

Ecco come Tolkien affronta il momento della partenza di Frodo Baggins da Hobbiville:

<<… Il sole tramontò. Casa Baggins pareva triste, tenebrosa e devastata. Frodo girovagò per le stanze familiari e vide la luce del tramonto scolorire sui muri, e le ombre strisciare fuori dagli angoli. Lentamente il buio inondò la casa…>> [13]

Anche questa partenza si svolge di notte e al chiaro di luna. Frodo osserva forse per l’ultima volta, grazie ai residui raggi di un sole in procinto di tramontare, la casa in cui ha vissuto per molti anni: quando il giorno dopo il sole risorgerà, lui e i suoi amici non saranno più lì. Non saranno più a Hobbiville.

Una partenza non rocambolesca non è meno triste di una partenza esagitata e drammatica: la maggiore quantità di tempo a disposizione produce nella mente di chi si attarda una serie di riflessioni malinconiche.

<<… Il cielo era sgombro e le stelle cominciavano a scintillare. “Sarà una bella notte”, disse ad alta voce. “È un buon principio. Ho voglia di camminare, non ce la faccio più ad aspettare senza far niente. Io parto, e Gandalf mi seguirà”…>> [14]

E più avanti:

<<… “Ebbene, ci piace a tutti camminare nella notte”, disse, “perciò facciamo ancora qualche miglio prima di coricarci”…>> [15]

In queste parole, nonostante i numerosi aspetti imponderabili della missione appena cominciata, albergano l’ottimismo, la determinazione e la speranza.

Lucia Mondella non dice <<Sarà una bella notte>> o <<È un buon principio>>, ma posa la fronte sul braccio e piange segretamente.

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“La Signora degli Anelli” e La Dieta Delkazz

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 agosto 2012 by Michele Nigro

Il mio racconto “La Signora degli Anelli e la Compagnia degli Anoressici” è stato pubblicato, insieme ad altri otto contributi di altrettanti Autori coinvolti, nell’antologia edita da Velvet Hands Edition e intitolata “La Dieta Delkazz”, sottotitolo “Nove ricette semiserie per (non) dimagrire”. Già a partire dal titolo e dal sottotitolo s’intuisce facilmente che si tratta di un progetto editoriale accompagnato da una non trascurabile dose di goliardia e di necessaria ironia. Mi sono molto divertito a scrivere questa storia (ringrazio Vuerre, un’autrice presente nell’ebook, per avermi invitato a partecipare) e mi auguro che i Lettori si divertiranno nello stesso modo quando leggeranno i nove racconti scelti ed editati dall’editore Velvet Hands (velvethands@email.it). Obiettivo di questa raccolta di racconti è quello di combattere l’ossessione per la perfezione esteriore, ritornando alla voglia di scoprire il vero Io che sonnecchia in ognuno di noi, tramortito da falsi valori e influenzato da un immaginario collettivo compromesso.

“La Signora degli Anelli e la Compagnia degli Anoressici” è un breve racconto, appartenente al sottogenere comic fantasy (fantasy umoristico), ambientato in un’improbabile Terra di Mezzo di tolkieniana memoria, che narra la storia di una ragazza poco avvenente e sovrappeso di nome Froda alle prese con i propri inestetismi e con un viaggio, in compagnia di Gollum, alla ricerca di un leggendario e miracoloso anello Bruciagrassi. Uno scritto semplice, irriverente, sarcastico e divertente in grado di trasportare in maniera apparentemente disimpegnata il lettore verso una “morale” finale liberatoria: la forma esteriore è fortemente legata al benessere interiore e all’equilibrio che ognuno di noi deve saper conquistare giorno dopo giorno con ironia e voglia di vivere. Il modello imposto dal marketing, così, viene inesorabilmente spiazzato dalla profonda conoscenza delle proprie potenzialità.

Scrive Randa Romero, psicologa e psicoterapeuta, nell’Introduzione: <<…Dalla ossessione per il proprio aspetto esteriore, sempre riferito ad un modello standard esterno, i protagonisti hanno la fortuna ed il coraggio, la saggezza e la conferma esterna, di arrivare a vivere se stessi dall’interno, dal centro di sé e recuperano, perciò, il senso della loro vita. Con storie corte, piccole frasi, brevi pennellate, questo libro riesce a generare una forte impressione. L’umanità, finalmente liberata dalla sua gabbia narcisistica, comunica al lettore il senso della presenza e del calore, ormai estinti nelle immagini che si affacciano ogni giorno da cartelloni e riviste…>>

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Coltivando un’idea

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 settembre 2010 by Michele Nigro

[…] Osservando la campagna lucana all’imbrunire, mentre due gatti miagolano feroci prima di un combattimento, mentre un cane abbaia lontano e la campana del paese suona, scandendo le monotone ore di questo luogo sperduto e ignorato dalla grande storia, mi è venuta in mente un’idea grossolana e primordiale… Utilizzare gli elementi, naturali e umani, già presenti sul territorio della regione Basilicata, per sviluppare una ricerca. Quando dico “elementi” intendo dire odori, colori, suoni, personaggi, sfumature, fatti locali, eventi storici dimenticati, sprazzi fotografici, sussurri, suggestioni, silenzi, case di pietra, legna bagnata, erba, falchi, polli, colombi, tramonti, montagne, stagioni, movimenti di paese, magie, leggende, il significato del tempo, gli strumenti musicali antichi, i tanti esodi di cui si sono perse le tracce, panorami, analogie, trame “fantasy” che s’intrecciano con la realtà… Tutto! Anche solo la luce di un lampione che illumina una siepe potrebbe innescare un flusso narrativo o saggistico… Se ho le idee abbastanza chiare su come procedere nella direzione di una lettura preliminare delle molteplici carte a mia disposizione e della successiva scrittura derivante dal riscontro di tutte quelle analogie che la lettura mi porrà dinanzi, non ho un’altrettanta sicurezza sul versante della condivisione tra questo mondo scritturale e quello potenziale di tipo socio-affettivo: sapersi giostrare tra la carta e “la vita” sarà arduo… Ma non si dice sempre che quando teniamo veramente a una cosa, il tempo alla fine si trova? Forse la soluzione è nella praticità mista alla disciplina: riuscire a essere metodici.

Un altro aspetto che emerge da queste mie poche righe scritte a mano è quello della penna che, scivolando quasi silenziosamente sulla paziente carta, è in grado di far parlare l’anima in modo più efficace dell’elettrica tastiera di un personal computer. E questo già lo sapevo! Chissà se alcune future pagine di questa ricerca ancora in fase embrionale non dovranno per forza di cose essere realizzate proprio utilizzando la vecchia, cara, insostituibile carta imbrattata dall’inchiostro…

Quella della ricerca tolkieniana in terra lucana la vedo ancora come un’idea quasi irrealizzabile: un’impresa per me enorme e che forse mai concretizzerò se non nell’universo della mia fantasia, dove tutto è possibile. Eppure mi è molto caro, ogni volta che ritorno in Lucania e a dire il vero anche quando sono altrove, il pensiero di questo progetto che ancora oscilla nella mia mente tra il narrativo e il saggistico, facendo prevalere quest’ultimo aspetto a causa della natura storico-scientifica della ricerca che mi prefiggo di attuare quanto prima. […]

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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