Archivio per impegno civile

Antologia “Archetipi Poetici”: intervista all’Autore Michele Nigro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 dicembre 2018 by Michele Nigro

versione pdf: intervista a Michele Nigro

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Antologia “Archetipi Poetici”: intervista all’Autore Michele Nigro

  

 a cura di Francesco Innella

 

Qual è o quale dovrebbe essere, secondo te, la funzione della poesia nella società attuale? Chi fa poesia oggi, come si muove nel contesto socio-culturale o come dovrebbe muoversi?

La funzione della poesia dovrebbe essere quella di non avere funzioni; l’atto poetico non trasforma direttamente la società, né la migliora né la peggiora: è una pratica solitaria, intima (anche per il lettore; altro che poetry slam e sciocchezze simili!); una ricerca arcaica che, pur essendo influenzata dal contesto socio-culturale, dovrebbe seguire una via autonoma e interiore. Le diatribe con il mondo editoriale, le pubblicazioni, i “firmacopie”, i vari “premifici”, le vendite, le presentazioni, persino questa intervista, sono solo degli incidenti che nulla hanno a che fare con la creazione di un verso. Non credo nell’azione civile della poesia, anche quando ci riferiamo a esempi autorevoli. I poeti engagé sono tali per vendere di più, e perché quella della solitudine è una sfida che fa paura. Sono un anarco-individualista: credo nell’influenza sul singolo e del singolo, nel tempo. Ci vuole fede… Tanta fede!

Come nasce la tua poesia? Potresti “illustrarci” la tua poetica e dirci quali sono le caratteristiche peculiari del tuo linguaggio poetico? Quali poeti ti hanno ispirato?

Non ho mai “deciso” di scrivere; è la parola che viene a cercare me, in modi e tempi non concordati: se il mio radar è acceso, può prendere forma qualche verso interessante intorno al quale si condensa tutta la struttura di quella che in seguito ho l’ardire di chiamare ‘poesia’. Utilizzo il verso libero ma questo non significa trascurare una musicalità, un ritmo non rimato interno alla struttura. Non amo i “belletti” e i ricamini, non me ne frega niente della metrica, del “bel verso” e della tradizione. Mi è capitato di introdurre termini “moderni” nei miei versi (anche in altre lingue), ma come dicevo poc’anzi la poetica, intesa come ricerca interiore individuale, deve conservare una sua arcaicità.

Fare una cernita di chi mi avrebbe influenzato è praticamente impossibile: le mie letture eterogenee spaziano dai poeti della Beat Generation a Shakespeare, da Giorgio Manganelli a John Donne, dall’amato Edgar Lee Masters (la cui Antologia mi è entrata nelle ossa) al nostro Alfonso Gatto, da Whitman a Salinas; per non parlare dei miei numerosi coevi… Non mi ha ispirato nessuno, a livello conscio: cerco di emulare me stesso. Cerco solo di realizzare la poetica di Michele Nigro.

Quale è stato il criterio con cui hai scelto le dieci poesie inserite nell’antologia “Archetipi Poetici”? Quale tra esse ti rappresenta di più?

Non ho adottato alcun criterio: ho lasciato carta bianca al curatore iniziale che ha selezionato le poesie presenti nell’antologia prelevandole dalla mia raccolta edita “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0 – 2016). Mi piace che sia stata scelta A prophecy. Tuttavia, dovendo rifare l’antologia oggi non lascerei più quelle: appartengono a una raccolta di poesie il cui stile, tranne pochi casi, sto già rinnegando. La poesia è movimento in se stessi: rinnegarsi è importante.

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Pennica & WakeUp

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 maggio 2018 by Michele Nigro

Volevo guadagnarmi

un posto umbratile e tranquillo

presso l’eremo dell’ascensione laica

ma ho ascoltato (quando non dovevo)

un brano rabbioso, imbevuto di benzina

dei Rage Against The Machine.

 

Il sapore pomeridiano della vita

bocca impastata di siesta, vitamine e zinco

quella voglia d’avventura e verità

come quando ci si risveglia ingenui

da un riposino postprandiale.

 

Messaggi scolpiti nei social

per amici partiti troppo presto,

cimiteri condivisi da un link

ossari elettronici con croci di “mi piace”…

… chi può muoversi, combattere e sudare

lo faccia, finché è in tempo.

(immagine by David LaChapelle)

 

Sangue sparso

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 maggio 2015 by Michele Nigro

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Rosso fluido prestato a un mondo anonimo

abbandoni il pulsante fiume caldo della passione

verso sfortunate vene in attesa di nuova vita.

Emodinamica medievale e studi a gravità zero,

educati salassi in bilico sulla tortura

gabbano sorella morte corporale.

Le forme, la storia e l’anima

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 marzo 2015 by Michele Nigro

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Osservando questa foto scattata a Napoli, nella mia Napoli, nel 1938 in occasione della visita di Hitler, ho pensato per un istante di trovarmi dinanzi a un fotomontaggio realizzato ad uso e consumo di un’ucronia, ovvero di un racconto fantastico che partendo da un’ambientazione storica reale in seguito devia dal percorso conosciuto a causa di una serie di “se” e conseguenti scenari alternativi ipotizzati (come sarebbe l’Europa oggi se Hitler avesse vinto la guerra; cosa sarebbe accaduto se Ponzio Pilato avesse liberato Gesù e crocifisso Barabba, andando contro la volontà popolare; ecc.).

E invece, come accennavo, questa foto presa in prestito da un post del sito NapoliToday (che a sua volta riprende un articolo di Corrado Ocone pubblicato sul Corriere della Sera), si riferisce a un fatto reale, storicamente documentato, un evento accaduto pubblicamente e quindi confermato da numerosi testimoni. Eppure osservando questa Piazza del Plebiscito inconsueta, lontana dal nostro presente, per certi versi quasi “irreale”, è inevitabile che mi lasci trasportare verso alcune considerazioni non da storico ma da semplice uomo della strada che riflette sul tempo (non quello atmosferico!), sul suo trascorrere, sul cambiamento solo apparente che la storia ci propone attraverso le forme.

Il punto iniziale di questa mia riflessione è rappresentato proprio dalle piazze: quelle storiche e importanti, almeno da un punto di vista architettonico e salvo radicali modifiche determinate da volontà dittatoriali o megalomanie regali autocelebrative travestite da progresso, da cataclismi o da altre insormontabili esigenze urbanistiche, restano invariate e riconoscibili anche dopo secoli; la parte variabile di una piazza, come di una città e di un intero paese, è costituita dalle forme aggiunte, dalle scenografie supplementari del momento più o meno rimovibili: vedere quella Piazza del Plebiscito agghindata con i vessilli fascisti e nazisti, le svastiche e i fasci littori che sormontano l’emiciclo dorico disegnato da Leopoldo Laperuta su “mandato” di Gioacchino Murat, suscita una certa impressione in chi, come il sottoscritto, ha percorso quegli spazi godendo di una libertà ereditata alla nascita. Impressionato non perché scopro, grazie a questa foto storica, che sono esistiti (e purtroppo, anche se in misura minore, esistono ancora) il fascismo e il nazismo, ma con “occhio postumo” metto a confronto “le varie foto” di quello stesso spazio adoperato nel corso della storia in differenti momenti, diametralmente opposti, umanamente incompatibili: dalla visita di Hitler nel 1938 al concerto di Pino Daniele nel 1981! Tanto per fare un esagerato esempio di coesistenza degli eventi (o meglio, dei loro echi) in un luogo, come tanti altri nel mondo, che svolge la funzione di muto testimone di una metamorfosi delle forme voluta dall’uomo. Le piazze cambiano, le forme si alternano: ieri Hitler o Mussolini, oggi altri personaggi più comici, sicuramente meno tragici, ma altrettanto pericolosi e dotati di una carica ideologica che crea altre forme, moderne, adattabili ai tempi, meno eclatanti da un punto di vista scenografico o addirittura subliminali, forse più volgari ma non meno attraenti.

Il mio vuole essere un invito a non perdere di vista le forme attuali, a studiarle per disattivarle grazie a un confronto storico onesto e aperto, ma mai ingenuo e legato a una presunta unicità del tempo presente (che è sempre riducibile a un’unicità delle forme). Sappiamo compiere quest’opera di studio delle forme e dei loro effetti su di noi? In pochi, temo. Ovvero, una volta isolate le parti immutabili della storia, l’uomo e il suo contenuto primordiale costante, sappiamo osservare in maniera oggettiva le forme che agghindano il nostro tragitto temporaneo su questo pianeta? Per riuscire in questa impresa occorrerebbe stare al mondo con distacco, quasi un necessario ossimoro: partecipare alle forme dell’epoca ma senza perdere di vista l’anima laicamente intesa, la zona immutabile dell’umanità (il solo e autentico “monumento” costante nel tempo, più eterno delle piazze), la sua atavica e inossidabile imperfezione (e che, paradossalmente, rappresenta un confortante punto di riferimento per le generazioni che sanno riconoscerla durante i passaggi epocali), il contenuto che resiste ai secoli, alle ideologie e alle mode.

Così come vi è un’architettura secolare, solida, che “registra” i movimenti bizzarri dell’umanità, allo stesso modo esiste un’interiorità granitica che assiste muta all’influenza delle forme sul nostro agire: con l’unica differenza che mentre il monumento nasce inanimato e non “esprime giudizi”, la nostra interiorità apparentemente immobile può essere rianimata – non senza un certo lavoro! – per svolgere la delicata funzione di “guardiano delle forme”. Le religioni, soprattutto quelle operanti in occidente, in un contesto economico fagocitante e di progresso tecnologico ossessionante, hanno da tempo fallito nel loro compito maieutico e di autentica liberazione dell’uomo, assolvendo magistralmente invece a quello di “complice” del potere sistemico. Una speranza deriverebbe attualmente dal progressivo avvicinamento tra spiritualità e scienza, ma questo rappresenta un capitolo a parte…

Accettare questa sorta di “pessimismo storico” non significa disimpegnarsi nel presente (della serie: “l’uomo è sempre uguale e non cambierà mai niente, quindi perché sudare? Tanto vale attendere la morte godendo dei piaceri dell’esistere!”); si tratta invece di un’accettazione consapevole in grado di prepararci alle cicliche cadute causate dalla “debolezza congenita” della specie a cui apparteniamo. Uno sforzo indispensabile se si vuole imparare ad essere originali in maniera profonda (l’originalità non risiede nel generale ma va ricercata nel particolare, senza perdersi in esso), riconoscendo con serenità di essere in fin dei conti solo delle “copie” di persone già vissute e che ripetono le battute di un canovaccio già scritto e ormai sgualcito perché utilizzato da miliardi di esseri umani nel corso dei millenni; uno sforzo per imparare a sorridere di noi stessi e dell’umanità passata e futura, della ripetitività storica in cui siamo immersi fin dalla nascita, e non restare prigionieri delle forme.

versione pdf: Le forme, la storia e l’anima

Ortodossi a Battipaglia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 7 febbraio 2013 by Michele Nigro

Un mio articolo riguardante la comunità religiosa ortodossa presente a Battipaglia è stato pubblicato sul n.19/2013 del quindicinale “il Battipagliese”. Ho avuto l’occasione di intervistare p. Nicolae Budui del Patriarcato Romeno che si occupa spiritualmente e materialmente dei fedeli ortodossi rumeni che vivono e lavorano da anni al nostro fianco, citati dai mezzi d’informazione solo in caso di eventi delittuosi e quasi mai in qualità di cittadini onesti ed esseri umani bisognosi di attenzione da parte delle nostre amministrazioni.

(Il presente articolo, a firma del sottoscritto, e pubblicato su “Il Battipagliese”, testata giornalistica donata al Comune di Battipaglia da FARINV srl, non è stato, fino a oggi, regolarmente retribuito come da accordo preliminare tra l’Autore e la Condirezione della suddetta testata. Il sottoscritto sa che la richiesta di retribuzione è stata regolarmente protocollata dalla Condirezione presso il Comune – Condirezione che non è assolutamente responsabile della mancata retribuzione degli articoli dei collaboratori – e attribuisce, ovviamente, la mancata retribuzione ai fatti di cronaca giudiziaria che hanno interessato l’ex Sindaco di Battipaglia Giovanni Santomauro e che hanno determinato lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche, con conseguente interruzione di tutte le attività, comprese quelle giornalistiche, legate all’Amministrazione interessata: va da sé che anche i pagamenti degli articoli sono passati tragicamente in secondo piano! Il sottoscritto è consapevole del fatto che la mancata retribuzione di alcuni articoli giornalistici, se confrontata con lo “tsunami” di capi d’accusa formulati contro l’Amministrazione Santomauro, e che hanno determinato il successivo insediamento di ben tre commissari prefettizi, è sicuramente poca cosa. Invita tuttavia gli ex lettori de “Il Battipagliese” e i cittadini di Battipaglia a considerare questo singolo e insignificante fatto come l’ennesima occasione – se mai ce ne fosse bisogno – per inquadrare un periodo, i suoi personaggi, la provenienza politica degli stessi, i meccanismi poco chiari che hanno caratterizzato quella Amministrazione e a trarre le conclusioni che l’intelligenza suggerirà loro. Anche in vista di future scelte elettorali che riguarderanno il Comune di Battipaglia. Michele Nigro)

ortodosso

Adolfo Ricci: un battipagliese d’antan

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2012 by Michele Nigro

Questa del 2012 sembra essere un’inesorabile estate di dipartite. A pochi giorni dalla scomparsa del Prof. Raffaele Rago, un altro “vecchio battipagliese” termina la sua parentesi terrena per entrare finalmente, dopo un periodo di sofferenza, in quel pantheon locale e familiare abitato da uomini semplici e laboriosi. Si tratta dell’Insegnante Adolfo Ricci, classe 1927, figlio di Michele Ricci e Clementina Cera: un uomo di scuola, un paziente pedagogo ricordato da diverse generazioni di battipagliesi, un padre di famiglia. Era mio zio e lo conoscevo, è proprio il caso di dire, da una vita: ci sarebbero un milione di cose da ricordare, ma rischierei inevitabilmente di passare dalla cronaca necrologica all’amarcord sentimentalistico. Dai suoi ricordi riguardanti la seconda guerra mondiale al periodo formativo presso il Convitto di Campagna; dal suo grande impegno nel mondo della Scuola alla sua silenziosa passione religiosa per il francescanesimo. Dal suo impegno politico e civile per Battipaglia alla sua tenera fede e alla sua preghiera; dalla sua presenza dotta e discreta al ricordo dei suoi ultimi anni dolorosi e senza luce a causa di una vista traditrice… Ricordi personali e familiari che s’intrecciano con quelli comunitari. È sempre molto difficile tentare di riassumere un’esistenza in poche frasi.

Affido invece alla Grande Rete, come se fosse un elettronico fiume Gange in cui immergere le spoglie di chi lascia questa vita, i suoi brevi “Appunti di storia” pubblicati nel 2006, sul n.9 di “Nugae”.

<<… Ed ecco che alla fine del Settembre 1941, su di un calesse (a quel tempo le automobili erano pochissime perché requisite a causa degli eventi bellici o perché mancava il permesso per circolare) (2), giunsi nel cortile del Convitto “Olindo Guerrieri” di Campagna ove fui subito accolto e accompagnato, con il relativo equipaggiamento, al posto assegnatomi, e aiutato da un paio di baldi giovani che si esprimevano con un linguaggio a me ignoto (3). Ma non tardai molto a conoscere la storia di quei giovani, e degli altri loro amici lì presenti, quasi tutti laureati o universitari: li rividi la sera nel refettorio quando, indossando un camice bianco, cominciarono a servirci la non lauta cena…(4) E così venni a sapere che quei giovani, il più adulto dei quali si chiamava Abramo, erano ebrei ed erano stati “sistemati” in quel collegio con la funzione di inservienti di tavola e non solo, perché addetti anche alle varie incombenze che richiedevano le camerate e gli altri annessi dell’edificio.(5) In seguito capii che quei giovani ebrei si trovavano lì, tra i collegiali di Campagna, per sfuggire alle leggi razziali promulgate dal Fascismo (6) e col pieno assenso e consenso del proprietario del collegio, nonché Podestà (7) di Campagna, il sig. Carlino D’Ambrosio, e di altre autorità politiche ed eminenze religiose del luogo, visto che il convitto era diretto ufficialmente da un ottimo sacerdote – Mons. Alberto Gibboni – facente parte della Curia e parroco della cattedrale…>> (tratto da Campagna e gli ebrei di Monsignor Palatucci. Brevi note di un giovane studente. Nugae n.9)

Patti Smith has the power

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 luglio 2012 by Michele Nigro

Entra sul palco in silenzio e al buio, senza fluttuare nel cono di luce di un proiettore ossequioso: il pubblico impiega alcuni secondi per capire che la poetessa e cantautrice statunitense è già pronta in posizione davanti al microfono per trasportarci lungo la sua carriera musicale. “I’m here!” dirà subito dopo per rassicurare la folla disorientata dalla sua semplicità. Patti Smith non è il tipo di artista che crea suspense facendo entrare prima i propri musicisti per lanciare uno stacchetto preparatorio; entra insieme a loro, mescolata tra tecnici e ombre… Alla chetichella! A sessantasei anni suonati se ne fotte di fare la diva: capelli lunghi legati in due trecce da bambina impertinente ma cresciuta; una giacca con le maniche arrotolate, un jeans ‘vissuto’ e una t-shirt grigia a coprire un paio di seni cadenti. Patti Smith ha fascino da vendere: le sue rughe, la sua danza lieve e la sua voce inconfondibile, raccontano una storia intensa fatta di poesia, di impegno sociale, di dolore personale e di voglia di trasmettere al proprio pubblico solo ciò che conta veramente. Senza fronzoli, senza effetti speciali o altri trucchi per attirare la benevolenza di una folla già consapevole del valore di una cantautrice che ha avuto il coraggio di interrompere in passato una invidiabile carriera musicale per amore, di mettere su famiglia e di ritornare dopo anni alla grande sul palcoscenico con nuove cose da dire e cantare al mondo. Instancabile sacerdotessa del rock!

Patti Smith – una Bob Dylan al femminile con sfumature alla Jim Morrison – possiede un movimento felpato e un sorriso sobrio: è il sorriso sereno di chi ha già trovato nel potere della parola poetica la forza per comunicare ciò che serve comunicare. Ogni tanto saltella sul palco per dimostrare a se stessa che nonostante l’età ha ancora voglia di farlo; sussurra frasi dolci e per nulla retoriche al suo pubblico sottolineando la bellezza delle montagne che circondano Giffoni Valle Piana (piccolo e fortunato comune della provincia di Salerno dove da anni si svolge un famoso Festival internazionale del Cinema per ragazzi); sputacchia sul palco senza troppe remore per scacciare i moscerini attirati dalle luci di scena e che tra una strofa e l’altra di un brano s’insinuano nella sua bocca; manda bacini a chi dal basso la chiama affettuosamente “Patti! Patti!” come se mandasse bacini ai suoi figli, ormai grandi, Jackson e Jessica. Alza il pugno davanti a se mentre canta con energia “Gloria”, “Because the night” e la travolgente “People have the power” come a voler trasmettere una necessaria forza per combattere; una forza che nelle sue canzoni è sempre presente.

Patti Smith ha la forza! Ha avuto e ha la forza di unire la poesia al rock, di invogliare alla lotta adoperando una fermezza non priva di dolcezza. Ha la forza di prendersi del tempo tra un brano e l’altro senza l’ansia di dover mantenere una tensione spettacolare inutile e nevrotica. Patti Smith ha ancora la forza di dedicare le sue canzoni ai poeti di tutte le epoche e di tutte le zone del pianeta: in particolare ad Allen Ginsberg, tra i tanti che hanno avuto e hanno in comune con lei la capacità di usare la forza detonante della parola per cambiare realmente l’animo dell’ascoltatore, evitando barocchismi.

Alla fine saluta tutti con calma, senza agitarsi: sembra quasi che voglia guardare e salutare uno a uno i singoli componenti del suo pubblico, come a voler registrare l’individuo, il suo volto umano e non solo il suo numero di biglietto. Vuole tenerli tutti con se perché sa che il pubblico è impermanente ma è anche l’unico erede della sua parola penetrante e poeticamente rock.

(foto by Michele Nigro; Giffoni Valle Piana, Salerno; 19/7/2012)

Memorie e apologie

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2011 by Michele Nigro

<<La trattazione della figura storica di Hitler spesso suscita polemiche accese: mi riferisco alla proiezione del film “La caduta”, riguardante gli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino e da molti considerato come un’opera che umanizza il Führer, e alla più recente ‘discussione’ suscitata dalla professoressa Angela Pellicciari che ha scelto di adottare il testo scritto da Hitler – “Idee sul destino del mondo” – nel liceo romano Lucrezio Caro. Lei non crede che, per agevolare la crescita di una coscienza storica matura e consapevole da affiancare alla Memoria, si debbano consentire anche la lettura e la visione di tale materiale?

Anche io da ragazzo ho sentito il bisogno di leggere il “Mein kampf” di Hitler. Però io possedevo già gli strumenti per capire quel libro, gli stessi strumenti utilizzati per leggere, in seguito, i “Protocolli dei Savi di Sion”. Ciò che mi lascia perplesso di questa “professoressa” è la mancanza, da parte sua, della necessaria cultura scientifica nel valutare il testo. Chi insegna sa benissimo che un libro così pericoloso, senza un apparato critico, dato in mano a degli innocenti, a persone non consapevoli e non dotate di una cultura tale da poter affrontare la drammaticità di quel testo, può causare grossi danni. Non solo la mancanza di scientificità, mi preoccupa, ma addirittura questa professoressa ha scelto una versione con l’introduzione di un noto neofascista di Ordine Nuovo, implicato nelle famigerate stragi dell’Italia degli anni ’70: Franco Freda.
Oltretutto la scuola presso cui insegna aveva invitato il mio amico deportato Piero Terracina e la professoressa non si è presentata, giustificandosi dicendo che soffre molto quando sente le testimonianze della Shoah e quindi, per non soffrire, ha preferito non esserci. La vicenda si commenta da sé.>>

(tratto da Intervista a Georges de Canino “Nugae” n.9/2006)

Psico-marketing

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 2 novembre 2011 by Michele Nigro

<<Uno dei sintomi più fastidiosi di questa nevrosi applicata al mondo del libro è la cosiddetta “letteratura giustificata”: assistiamo, conniventi e compiaciuti, alla pubblicazione di libri da parte di autori che, consapevoli della debolezza del proprio testo o non del tutto convinti della funzione salvifica della scrittura, decidono di “devolvere l’intero ricavato delle vendite alla causa di Tizio o di Caio…”. Mi verrebbe da chiedere che fine abbia fatto il libro come opera d’arte che non ha bisogno di giustificarsi, nel contesto di una società velocemente produttivistica, tramite espedienti buonistici o tattiche di psico-marketing scadenti nel sentimentalismo.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 31)

La Basilicata nella poesia di Mariano Lizzadro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 maggio 2010 by Michele Nigro

[…] “… naufrago verso lande sparse/ sparute distese di terre sperse/ un dolore atavico nella carne”: questi versi mi ricordano il “dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose” del “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi. Chi o cos’è per te la Lucania?

Beh! In realtà vivo un rapporto irrisolto di odio e amore con la Basilicata, per cui a volte non ce l’ho fatta e a volte non ce la faccio proprio a restare in questa terra per periodi molto lunghi, quindi ogni tanto vado via. Che poi in effetti per la precisione non sono totalmente lucano. Infatti mia madre è di Prata, un paese in provincia di Avellino. Vecchi ricordi di storia: queste due zone appunto la Lucania e l’Irpinia furono definite da una vecchissima inchiesta le due zone più povere e degradate del regno d’Italia! Anche se oggi poi non è più così. Ma in ogni caso la mia terra d’origine è il posto in cui sono nato ed in cui vivo, il luogo delle mie origini, pieno di ricordi carichi a volte di nostalgia, il luogo degli affetti, un luogo da bestemmiare, da sputarci sopra, un luogo avulso dal mondo, in cui pare che la storia transiti senza mai fermarsi. La Basilicata è per me un transito ininterrotto di amore ed odio ma anche di voglia e non voglia di abbandonarla o restare.

Per evidenziare a questo punto questa mia innata pigrizia concludo con una considerazione di Galimberti che dice: “Anche per avventurarsi bisogna partire da un luogo che mi dia il senso del “da dove vengo”, “a cosa appartengo” e “dove desidero tornare”. La casa è il posto in cui, quando ci devi andare, ti devono accogliere. Per questo famiglia e familiare hanno la stessa radice. Oltre all’avventura noi cerchiamo la continuità e l’identità per ancorarci, e quindi ciascuno a modo suo stabilisce una casa che difende dal rischio dell’avventura”!

E, ancora, in “Un posto dove” riferendoti alla Basilicata scrivi: “un posto… umbratile schivo e boschivo e un po’ impacciato”. Forse la fortuna di questa regione consiste proprio nel prendere coscienza del suo antico modo di essere, delle sue caratteristiche intrinseche che a volte vengono scambiate per difetti o debolezze. Quanto conta, secondo te, “uscire”, emigrare e poi ritornare nella propria terra?

Credo sia fondamentale questa dinamica dell’appartenenza e della non appartenenza. Secondo me questo è un tema “archetipico” che riguarda anche tutte le relazioni umane, oltre che chiaramente l’emigrazione, l’immigrazione e il ritorno. Con un gioco di parole si potrebbe dire che si può ritornare in un posto soltanto dopo che si è usciti da quel posto! […]

Per leggere tutto: Intervista a Mariano Lizzadro

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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