Archivio per industria

La pizza secondo Ikea

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 marzo 2017 by Michele Nigro

… idea proposta da Nigricante al colosso svedese…

Cultura di Massa

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 febbraio 2017 by Michele Nigro

… bisogna saper sfruttare la scia della cultura di massa

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Solchi Sperimentali Fest

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 ottobre 2016 by Michele Nigro

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Il primo festival itinerante legato al libro di Antonello Cresti “Solchi Sperimentali Italia” si terrà allo Spazio Ligera a Milano.
Ispirato dalla medesima attitudine al sincretismo e alla unione di musiche apparentemente lontane la serata vedrà esibirsi:

Jumbo
https://www.facebook.com/jumboDNA/

prog rock
.
Osvaldo Schwartz
https://www.facebook.com/OfficineSchwartz/
Industriale
.
Enten Hitti + ODRZ
http://entenhitti.it/
www.odrz.org
elettronica sperimentale/etnica
.
Mamma Non Piangere
http://www.mammanonpiangere.it/index.html
Art rock
.
presenta Antonello Cresti

Spazio Ligera – Via Padova, 133 – Milano
Inizio ore 22,00
Ingresso 8,00 euro

Antropico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 settembre 2016 by Michele Nigro

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Il grado antropico

di sperdute contrade

non distrae la ricerca

del segno arcaico.

 

Un motore a scoppio

s’alterna alla pietra

muta testimone

o miliare muschiata,

al ronzio d’insetti

e al tonfo di frutti maturi

come questioni lasciate cadere.

 

Sincronia tra passi e cuore

su asfalti di campagna,

i pensieri metropolitani

diluiti da elementi naturali

attendono le piogge d’autunno.

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(foto M. Nigro)

Salva un Agnelli!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 2 aprile 2014 by Michele Nigro

salva un agnelli

Anergia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio 2014 by Michele Nigro

Quando giaceremo immobili e stupefatti

privi di energia, sui marciapiedi della storia

realizzeremo l’irreversibile assurdità

dei nostri gloriosi giorni luminosi.

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Web Poetry

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 febbraio 2014 by Michele Nigro

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Il bisogno di essere giudicati dal vivo

attende paziente

dietro l’angolo televisivo dell’anima

pronto a ghermire il fianco vanitoso.

Da troppo assente dal palco dell’inutile

presenzialista pentito dello spettacolo

mi ravvedo in tempo dal balocco in palio

cestinando inviti a pubbliche masturbazioni.

Sordo e felice

affido flussi di coscienza alla rete,

come messaggi in bottiglia

viaggiano nel mare elettrico

le casuali impressioni da tastiera.

Lo Zen e l’arte della raccolta differenziata dei rifiuti

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 agosto 2013 by Michele Nigro

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Il consumismo e la crescente complessità delle fasi produttive a partire dalla rivoluzione industriale hanno imposto alle nostre abitudini l’utilizzo e l’accumulo di oggetti: materiali eterogenei attraversano la quotidianità dell’uomo moderno anche se la maggior parte di essi è del tutto superflua e caratterizzata da una vita effimera. Le norme igienico-sanitarie e le leggi riguardanti l’etichettatura hanno fornito un alibi alle industrie che producono involucri e imballaggi di varia natura per sommergere i nostri gesti naturali sotto cumuli di potenziali rifiuti. Per riuscire a mettere le mani (e la bocca) su un alimento spesso dobbiamo prima attraversare una giungla stratificata di materiali confezionanti. Questa massa informe di “materiali di servizio” sosta nelle nostre vite per pochi minuti, ore o nella migliore delle ipotesi giorni e settimane. Non si tratta di oggetti destinati a persistere nel bagaglio sentimentale e culturale delle famiglie (anche se la cultura pop ama spesso soffermarsi sull’influenza simbolica che questi oggetti hanno nel caratterizzare un’epoca: il tetrapak piramidale del latte, ad esempio, ha segnato in modo originale un preciso periodo storico-commerciale così come successo molti secoli prima, facendo le dovute differenze, con l’utilizzo di anfore per il trasporto di olio, vino e profumi) ma il loro passaggio è veloce e accolto da un alone di inconsapevolezza e di disinteresse tendente all’ignoranza: scartiamo, stracciamo, stappiamo, “apriscatoliamo”, come se tutto questo materiale muto e servizievole esistesse nell’universo da sempre, come se si trattasse di creta che ritorna naturalmente alla terra. Ignari delle sue origini e della sua complessa storia industriale, lo separiamo da ciò che c’interessa, dall’oggetto nutriente contenuto al suo interno. Il suo destino non c’interessa, una volta raggiunto lo scopo.

La cosiddetta raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani ha decisamente interrotto, almeno in parte, questo processo mentale distratto e automatico, frutto post-industriale di una società che non conosce più, a differenza che in passato, la genesi degli oggetti, le motivazioni dei loro creatori e i passaggi tecnologici necessari alla loro creazione. La raccolta differenziata è strettamente correlata a quel tipo di esperienza sensoriale che ha come obiettivo la comprensione della realtà: toccare gli oggetti divenuti rifiuti, osservarli, sperimentarne la consistenza, andare al cuore delle cose, sezionarle, capire la loro natura fisica e chimica, e quindi stabilire quale sia la più appropriata collocazione nella piramide non alimentare dell’oggettistica moderna, significa imparare a essere consapevoli della materia che ci circonda, del suo destino, del suo valore e della sua diversità fisico-chimica, come se fossimo impegnati in una catalogazione floro-faunistica in piena regola; significa risvegliarsi da un’ignoranza tecnologica e merceologica, e liberarsi da un appiattimento sensoriale che ha reso il mondo in cui viviamo inumanamente omogeneo e indifferente. La raccolta differenziata è un esercizio mentale che ci educa all’ordine universale partendo dalle cose a noi più vicine; un modo per partecipare al miglioramento del mondo iniziando dalla propria pattumiera. Contribuiamo a diminuire il caos energetico esistente tra i materiali eterogenei, cominciando a compattare quelli simili tra loro. E schiacciandoli, prima di riporli negli appositi contenitori, partecipiamo alla riconquista ordinata del nostro spazio, interiore ed esteriore. Fare la differenza, e quindi la differenziata, significa allenare la propria intelligenza a distinguere prima di agire, a fermare l’azione indistinta per dare spazio al giudizio selettivo che pigramente sonnecchia in noi; significa “rendersi conto” della realtà delle cose per partecipare attivamente al mondo anche dal punto di vista materiale. Al di là delle teorie filosofiche, concretamente. Quanto più sottile e chirurgica sarà la differenziazione da noi realizzata, tanto maggiore sarà la risposta positiva su di noi. Differenziare è rilassante perché è un’operazione naturale: l’unione di materiali differenti tra di loro per soddisfare le sciocche esigenze dell’uomo metropolitano è invece innaturale. Dall’osservazione del carattere impermanente degli oggetti che ci circondano possiamo trarre una lezione sulla realtà incondizionata e trascendente: se una certa esistenza materiale è di passaggio, è perché ne esiste un’altra che è permanente e beata. Liberarsi consapevolmente della materia impermanente è un modo per scoprire e restare in contatto con il nucleo pieno e permanente del nostro Io. L’identità transitoria ed effimera degli oggetti materiali riciclabili c’insegna che tutto è vacuità: non esiste una forma stabile a cui aggrapparsi. Tutto è trasformabile e riciclabile. Anche noi riciclatori siamo caratterizzati da vacuità come gli oggetti che differenziamo: un giorno, dopo la nostra morte, i vari componenti chimici di cui siamo costituiti seguiranno il loro destino e la natura, senza lasciarsi intimorire dalle barriere funebri che altri costruiranno intorno al nostro corpo spento, si riprenderà, differenziandola, la materia che ha dato in prestito all’esistenza.

l'origine della munnezza

P.S. L’ORIGINE DELL’IMMONDIZIA? E’ presto spiegata… Il problema dei rifiuti è a monte: non è solo un fatto d’inciviltà dei cittadini e di incompetenza dei nostri amministratori. Il problema è anche nel rapporto malsano esistente tra consumismo e imballaggi. Ieri ho acquistato una “stronzata” che serve per il wireless bluetooth di 1 cm (vedi foto a destra) imballata con una quantità inimmaginabile di materiali (cartone e plastica, vedi foto a sinistra) come se si trattasse di un microchip della NASA… Per colpa di chi deve speculare sulla produzione degli imballaggi noi siamo costretti a morire soffocati sotto i nostri rifiuti!

L’occhio del ciclone

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 29 ottobre 2011 by Michele Nigro


<<Insieme al grande amore (ipocrita?) nei confronti dei libri, però, coesiste una coltre di sospetto che investe il mondo dei lettori: come in una sorta di “occhio del ciclone” soleggiato e sereno, ci adagiamo con il nostro libro preferito tra le mani in attesa che la tempesta si sposti, investendoci. Intorno al libro c’è una calma apparente che può essere interrotta da un momento all’altro. Sì, perché il lettore, pur essendo apprezzato e in un certo qual modo rispettato da chi intravede nella lettura una pratica nobile, deve contemporaneamente combattere contro una serie di pregiudizi legati alla nevrosi produttivistica che caratterizza la società moderna: leggere, in poche parole, è una perdita di tempo. Ma tempo per fare cosa? Per soddisfare i ritmi ossessivi ed efficienti delle catene industriali? Per consumare i prodotti del divertimentificio organizzato dai padroni dell’economia? Per essere presenti durante le manifestazioni tradizionali della massa belante? Per lasciarsi inebriare dal consenso della tribù d’appartenenza?>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 30-31)

Surplus

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 27 ottobre 2011 by Michele Nigro

<<Anche il mondo del libro viene in tal modo colpito dalla stessa patologia che ha già interessato altri settori del mondo civilizzato e industrializzato: l’avanzamento inesorabile del progresso non è confortato da un parallelo sviluppo delle coscienze. La sproporzione esistente tra produzione editoriale e numero di lettori reali è solo uno dei sintomi della crisi. Il Sistema alla fine è riuscito a introdurre i propri tentacoli anche in quell’ultimo baluardo che avrebbe dovuto assicurare un brandello di autonomia mentale: dietro l’offerta di una vasta scelta travestita da finta libertà, si nasconde una “diminuzione del desiderio”. Dinanzi ai corpi nudi e sessualmente disponibili, in libreria, si materializza l’impotenza di un essere umano incapace di vivere una propria ‘libido’ in qualità di lettore. Durante i difficili periodi storici caratterizzati da proibizioni ideologiche e scarsità di mezzi, il desiderio aumenta e la necessità di essere liberi diventa palese e drammaticamente necessaria. La “matrice” in cui viviamo oggi, invece, ha congelato il nostro impeto: occorrono, pertanto, nuovi livelli di ricerca, nuovi stadi di consapevolezza, differenti obiettivi interiori non individuabili dai sondaggi di mercato, nuove scelte di vita difficili da scannerizzare. I libri ‘scelti in sordina’ e la giusta distanza dalle cose diventano così i primi veri strumenti del decelerazionismo.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 29-30)

Commercio Equo e Meridionale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 settembre 2011 by Michele Nigro

ovvero

Come realizzare la vera secessione

Si sente spesso parlare, soprattutto a sproposito, di “secessione” da parte di personaggi politici discutibili, bavosi e grotteschi che usano lo spauracchio minaccioso della divisione tra nord e sud solo ed esclusivamente per motivi populistici e non certamente politici. Una vera e propria secessione, in pectore, non la vuole nessuno: soprattutto non la vogliono quei politici-imprenditori vestiti di verde che la tirano fuori durante i comizi per eccitare l’elettorato. Molti credono che secessione sia sinonimo di “nuova cortina di ferro“; pensano che ci si riferisca alla costruzione di una moderna linea Gustav con tanto di guardia padana armata fino ai denti e a sua volta controllata a vista da una altrettanto agguerrita sentinella della Lega Sud pronta a difendere il Nuovo Regno delle Due Sicilie dalla calata dei Nibelunghi. Niente di tutto questo, tranquilli.

SOLO NOI MERIDIONALI POSSIAMO INSEGNARE AI PADANI COSA SIGNIFICA FARE UNA VERA SECESSIONE! Una “secessione dal basso” – parafrasando Gramsci – ovvero dal Sud.

Una secessione culturale e commerciale

La vera secessione è e deve essere un’altra: dovremmo avere il coraggio e la costanza, noi meridionali troppo spesso utilizzati in chiave comica nelle varie pubblicità create dalle major televisive del Nord (come se fossimo i giullari della corte televisiva italiana), di attuare l’unica, vera, realistica, non-violenta, intelligente e proficua secessione. “Giullari della pubblicità”, i vari napoletani, calabresi e siciliani usati durante certi spot commerciali, che hanno l’ingrato compito di aprire “canali linguistici” tra il produttore settentrionale e l’ “indigeno” del meridione da ‘evangelizzare’, consumisticamente parlando. Un richiamo ipocrita a una fantomatica Unità d’Italia, a una “fratellanza inter-dialettale”, che serve solo quando bisogna diffondere un nuovo marchio o una nuova idea commercialmente redditizia e che non deve conoscere confini.

Impariamo a leggere le etichette

La cosiddetta “spesa”, quella che fanno le casalinghe, i padri di famiglia o anche gli acquirenti single, purtroppo è diventata, come già è successo a tante altre attività dell’umano vivere, un momento veloce, nevrotico, privo di qualità. La corsa contro il tempo è un imperativo che non risparmia nemmeno uno dei momenti più importanti della nostra vita: la scelta del cibo che introdurremo nel nostro apparato digerente.

Dovremmo prenderci del tempo, invece, per leggere ATTENTAMENTE le etichette dei prodotti alimentari (e non solo di quelli) prima di metterli ciecamente nei nostri carrelli metallici quando andiamo al supermercato. Lo so: la maggior parte delle informazioni contenute sulle etichette, quelle che servono al consumatore per FARE LA DIFFERENZA, sono scritte in piccolo e la persona di una certa età con problemi di vista, come anche il giovane che va sempre di fretta e non è interessato a certi argomenti, non ha la pazienza per leggere le varie scritte microscopiche sul retro dei prodotti che acquista.

Bisognerebbe avere il coraggio di dire che queste informazioni non sono sacrificate per motivi di spazio sulla confezione ma semplicemente perché è necessario fornire una minore “comodità conoscitiva” al consumatore. E questo “oscuramento dei dati” dovrebbe rappresentare, invece, il contro-motivo per effettuare una lettura minuziosa delle etichette: anche a costo di andare in giro tra gli scaffali del nostro supermercato preferito, armati di lente d’ingrandimento.

Prodotto da…

Una volta vinta la “sfida ottica” lanciata dall’etichetta, andiamo alla ricerca del PRODUTTORE. Generalmente per sapere chi ha prodotto il cibo che intendiamo acquistare (mi limito all’esempio alimentare perché gli alimenti sono, come è facile intuire, i prodotti che maggiormente condizionano le nostre abitudini quotidiane in qualità di consumatori, ma come vedremo più avanti la scelta può e deve essere estesa a TUTTI gli altri prodotti, consumabili e non) basta andare alla ricerca sull’etichetta di diciture del tipo: “Prodotto da…”; “Prodotto e confezionato da…”. In altri casi troveremo solo il brand del produttore (ovvero il marchio) seguito dall’indirizzo civico dello stabilimento in cui avviene la produzione. Non dobbiamo confondere il Produttore con il Confezionatore e il Distributore: nella maggior parte dei casi le tre fasi della catena commerciale (produzione-confezionamento-distribuzione) sono affidate a tre figure distinte. A noi interessa “colpire” il Produttore. I “danni” sul Confezionatore e sul Distributore saranno una intuibile conseguenza.

Una volta individuata l’origine geografica del nostro prodotto, scegliamo se realizzare o meno la nostra piccola, silenziosa, apparentemente insignificante, SECESSIONE COMMERCIALE. Noi consumatori meridionali dovremmo scegliere in quel preciso istante se mettere o meno nel nostro carrello l’oggetto alimentare proveniente (cioè fabbricato, prodotto, realizzato, costruito, sfornato…) da una delle regioni appartenenti al meraviglioso, impeccabile, civilissimo, paradisiaco, trainante, incompreso, fiero territorio della cosiddetta Padania.

Il potere della scelta: un potere che abbiamo dimenticato perché un po’ alla volta siamo diventati come tante pecore belanti, senza dignità, senza cervello, senza storia, senza capacità di discernimento.

Non solo politica

Scegliere prodotti meridionali al posto di prodotti provenienti dalla Padania, non significa solo dare indirettamente una sorta di “schiaffo morale” a chi va dicendo in giro dalla mattina alla sera, in televisione o nei raduni campestri, di essere stanco di fare la parte del motore economico del paese, ma è soprattutto un modo, il più semplice e secondo me il più intelligente, per favorire lo sviluppo dell’economia di una zona d’Italia da sempre fanalino di coda della penisola. Dal momento che i padani sono stanchi di sopperire alle nostre mancanze in campo sociale, economico e ultimamente anche nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, cerchiamo noi meridionali di realizzare nei fatti e non solo a parole LA VERA SECESSIONE. Dimostriamo concretamente la nostra insofferenza in qualità di consumatori di prodotti provenienti dall’attivissima Padania.

Invece di acquistare, ad esempio, la pasta di qualche famoso e fin troppo pubblicizzato marchio del nord, noi meridionali dovremmo sforzarci di andare alla ricerca e comprare solo ed esclusivamente (vita natural durante) prodotti provenienti da pastifici del Sud… E gli esempi, lo capite benissimo da soli, potrebbero essere innumerevoli e non limitati al “prodotto pasta” o ad altri alimenti ma estendibili anche a tutti gli altri beni di consumo prodotti al Sud.

Qualcuno potrebbe giustamente obiettare dicendo: “E se si tratta di prodotti provenienti dal Sud ma fabbricati in stabilimenti di proprietà di investitori o di industriali del Nord?” In quel caso, amici miei, bisognerebbe dare la precedenza all’emergenza OCCUPAZIONE – visti i tempi! – e favorire altri lavoratori meridionali che altrimenti sarebbero costretti a emigrare o a rimanere disoccupati. Senza dimenticare contemporaneamente che favorire merce meridionale, prodotta da imprenditori meridionali, in territorio meridionale, significa anche invertire un certo andamento occupazionale di tipo “assistenzialistico” e agevolare la nascita e lo sviluppo di altre sedi lavorative nel Sud, da parte di industriali del Sud.

C’è poi anche una buona motivazione ecologico-produttiva: acquistare prodotti provenienti dalla Padania significa aver bisogno di trasporti lunghi (soprattutto su gomma), significa causare inquinamento dovuto ai mezzi di trasporto, significa un inutile spreco di energia in generale e un consumo di carburante in particolare… Di conseguenza aumento del prezzo sul prodotto finale. Un aumento pagato dal meridionale e incassato dall’insoddisfatto e razzista industriale padano che vota Lega Nord ma che non disdegna di mandare i propri prodotti nel tanto odiato Sud.

Perché dovremmo continuare ad agevolare questo sistema?

Io compro meridionale

Dagli spaghetti alla carta igienica, dalla lavatrice al materasso, dal libro alla bicicletta, dalle scarpe ai fazzoletti di carta per soffiarci il naso… Siamo da sempre convinti che ‘produzione’ sia sinonimo di ‘Nord Italia’, ma non è così. Questa errata convinzione nasce dalla disinformazione (e non solo in questo campo) del meridionale medio: pensiamo che esistano solo i prodotti che vediamo pubblicizzati sulle reti televisive e che intorno a questi ‘grandi marchi nordici’ esista il Vuoto. Ma, ripeto, così non è!

E la cosa che fa più rabbia è che sappiamo in cuor nostro che non è così: tuttavia, come tante pecore pigre, continuiamo a comperare i prodotti che ci sbattano sotto il naso tutti i giorni durante i cosiddetti “consigli per gli acquisti”. I veri consigli per gli acquisti dovrebbero, secondo me, somigliare alla encomiabile campagna pubblicitaria fatta dal movimento per il Commercio Equo e Solidale. Solo che bisognerebbe ribattezzare questa nuova azione pubblicitaria pro-Sud con il nome di Commercio Equo e Meridionale. Qualcuno c’ha provato molto seriamente a fare una cosa del genere e compiendo una ricerca meticolosa – come nel caso del gruppo “Briganti” – e invito tutti a leggere attentamente il seguente elenco in cui sono indicati moltissimi prodotti provenienti da realtà economiche meridionali.

Si tratta di un elenco, sicuramente incompleto – anche se in continuo aggiornamento proprio grazie al lavoro del gruppo “Briganti” – e che ognuno di noi potrà completare grazie alla personale esperienza in qualità di consumatore, di PRODOTTI MERIDIONALI facilmente reperibili nei nostri negozi sotto casa o nei supermercati del Sud. L’elenco, come dicevo, è sicuramente incompleto perché la realtà produttiva del Sud è più vasta di quanto si pensi, ma ci dà un’idea di come la pubblicità inganni quotidianamente l’ignaro consumatore meridionale. Capisco che in una società globalizzata, omologata e culturalmente diluita come la nostra, chiedere un tale sforzo discernente, una precisa scelta discriminante, è da pazzi! Ma è solo una questione di abitudine: così come “meccanicamente” chiudiamo a chiave la porta di casa quando usciamo anche se poi non ce lo ricordiamo, allo stesso modo dobbiamo sforzarci di disimparare vecchi schemi imposti dalla Pubblicità per acquisire NUOVE ABITUDINI che con il tempo diventano Cultura.

Da decenni politici ed elettori che inneggiano al federalismo fiscale, “campano” (nel senso di ‘vivere’) sull’ignoranza dei meridionali che, ulteriormente anestetizzati dalle tv commerciali di Berlusconi, hanno dimenticato ciò che sono e soprattutto ciò che hanno sotto casa!

Il mio non è uno “spottone” anti-settentrionalista: commetterei lo stesso errore di quei padani che apertamente critico in questo post. Molti meridionali hanno assicurato un futuro a se stessi e ai propri figli proprio grazie al lavoro offerto dalle grandi industrie del Nord. Ma credo anche che, considerando soprattutto l’attuale clima politico italiano, sia giunto il momento per noi meridionali di cambiare mentalità e di fare delle ben precise scelte economiche, commerciali e culturali.

Perché, per fare una bella “rivoluzione”, non è mai troppo tardi!

(articolo pubblicato anche sul sito Due Sicilie Oggi)

SITI CORRELATI:

“Briganti”

“Io compro Sud”

Le ostriche di Johannesburg

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 aprile 2011 by Michele Nigro

“Signor Presidente…! Fuori piove a dirotto e la città a quest’ora sarà piena di poveracci che vagano alla ricerca di un posto asciutto in cui ripararsi, dal momento che le loro bidonville avranno già imbarcato acqua e altre cose indefinibili…!” – disse il segretario affettato con un tono tra il divertito, pensando alle “cose indefinibili” su cui aveva a stento trattenuto la lingua e il preoccupato, pensando al doppiopetto del Presidente, firmato Ermenegildo Zegna. Il costoso abito non avrebbe reagito bene all’acqua piovana se per caso il Presidente, colto da un raptus di solidarietà popolare, avesse deciso di camminare a piedi tra le strade di Johannesburg fino al quasi vicino centro congressi in cui si teneva il “raduno” internazionale dell’Unione Presidenti Solidali e Preoccupati (sigla U.P.S.P. – che sembra più un richiamo usato da vecchi sporcaccioni quando vogliono attirare l’attenzione di giovani ragazze sugli autobus o all’uscita delle scuole! – “Hei, signorina…! P.S.! P.S.! U.P.S.P.!”)

Ma la Provvidenza fece scegliere al Presidente la “solita” Limousine per raggiungere i “colleghi” che già avevano preso posto nella sala da pranzo del centro congressi. Erano veramente preoccupati per la salute del mondo e per la situazione disastrata delle popolazioni terzomondiste. I problemi erano tanti e le esigenze dei singoli paesi ricchi troppo variegate per mettere pace tra tutte le teste intervenute… E allora? “Allora Mambo!” Come recitava il titolo di un film…

Tutti sfogarono la loro “rabbia” e la loro immensa “delusione” in un bagno di Champagne e cospargendosi tutto il corpo di pâté de foie gras… Il chairman di Dublino cominciò a stuzzicare la segretaria del Presidente degli Stati Uniti d’America lanciandole fragoline di bosco appositamente richieste dalla Francia meridionale insieme a un lotto succulento di Camembert e di Roquefort.

L’avvenente segretaria non fu da meno e mentre si riparava dai colpi di frutti di bosco del vegliardo irlandese usando la cartellina contenente le statistiche sui morti per AIDS nel biennio 2000-2001 in Tanzania, rispose all’attacco con un massiccio schieramento di caviale direttamente approdato sulle tavole di Johannesburg con un volo diretto dal Mar Caspio.

La guerra del cibo continuò per ore tra lanci dispettosi di pietanze e grandi abbuffate che misero duramente alla prova i vari gourmet travestiti da politici intervenuti per discutere sulla fame nel mondo. Il biglietto informale scritto dal premier italiano e fatto leggere a tutte le ‘teste coronate’ tra una portata e l’altra parlava chiaro: “… fate sparire ogni prova del vostro passaggio. La gente non deve sapere che siamo stati qui solo per ingozzarci senza concludere niente!”

E poi, mandare indietro tutto quel ben di Dio: sarebbe stato un affronto gravissimo nei confronti di chi muore di fame.

L’ultima portata fu micidiale… Ostriche coltivate in Francia cotte con alcuni litri di Chardonnay e servite con una salsa verde della Liguria. L’applauso fu inevitabile e l’atmosfera gioiosa sembrava tradire quasi un raggiunto accordo sulla costruzione di un acquedotto per servire alcune zone dell’Africa centrale ancora sprovviste del liquido prezioso. Invece era solo un applauso per le ostriche.

Nessuno si preoccupava più del vertice saltato, perché tanto tra sei mesi ne avrebbero fatto un altro nel Burkina Faso dal titolo: “Le proteine digeribili nell’Africa del Nuovo Millennio: prospettive e speranze per un mondo migliore”.

Mentre il Presidente di turno dell’ U.P.S.P. succhiava senza tregua la polpa delle ostriche dal loro involucro grossolano aiutandosi con un cucchiaino d’argento, sentì qualcosa di duro e liscio sotto i denti e fece appena in tempo a sputare fuori il corpo estraneo che altrimenti avrebbe ingoiato insieme al premiato mollusco. Si trattava di una perla. Sul mercato dei gioielli avrebbe fruttato un bel po’ e la rarità della scoperta (i cuochi sono molto attenti a certe preziose sorprese mentre cucinano) causò interessi e ipocrite pacche sulla spalla da parte di chi aveva solo gustato la polpa senza la fortuna di masticare perle. I bottoni delle camicie erano messi a dura prova e i tailleur delle signore puzzavano di frittura.

Il Presidente di turno uscì per primo dal palazzo dei congressi e avvicinandosi a un mutilato che chiedeva l’elemosina all’angolo della strada fece scivolare tra i flash della stampa, con un plateale movimento della mano, la “sua” perla preziosa nel piatto del poveraccio pieno di monetine e sputi.

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