Archivio per intelligenza

I Ragazzi di via Panisperna

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 aprile 2017 by Michele Nigro

versione pdf: I Ragazzi di via Panisperna

Film lunghissimo, mai noioso. Nell’incipit viene descritto lo “scherzo” in stile futurista da parte di un gruppo di studenti di Fisica ai danni del “vecchio” Guglielmo Marconi, visto ormai come la personificazione di una forma di “passatismo scientifico” che non lascia spazio alle nuove scienze, alle nuove idee appena sognate e non ancora dimostrate, ai suoi giovani e scalpitanti protagonisti. Siamo in piena era fascista, il sapere e le scoperte scientifiche devono assecondare i sogni di gloria dell’uomo solo al comando e del suo impero, non c’è spazio per le farneticazioni teoriche. Eppure, invece di essere puniti dal preside Corbino, gli irriverenti goliardi vengono incoraggiati a proseguire sulla nuova strada e coordinati nelle ricerche dal professore Enrico Fermi firmeranno importanti scoperte nel campo della fisica nucleare. Accanto a Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Edoardo Amaldi, si distingue per genialità e sensibilità (scambiata dalla maggior parte dei conoscenti per fragilità) la figura “misteriosa e unica” di Ettore Majorana. Due tipologie umane, due caratteri scientifici, due linee parallele che, contrariamente a quanto stabilito dall’assioma geometrico, s’incontrano spesso per poi separarsi, ma è un avvicinarsi asintotico: Majorana, pur contribuendo alle scoperte e spesso anticipandole senza tuttavia renderle pubbliche, non si integrerà mai del tutto all’entusiasmo scientifico del gruppo, ne resterà sempre ai margini.

Dal film, che segue giustamente la trama storica dei traguardi scientifici caratterizzanti un’epoca gloriosa della ricerca scientifica italiana (passando dalla radio di Marconi alla radioattività di Fermi!), emerge soprattutto la particolarità psicologica di Ettore Majorana, e non solo per il misterioso epilogo della sua storia personale quanto piuttosto perché rappresentò uno scomodo “mezzo di contrasto” scientifico e di pensiero non solo all’interno del gruppo di scienziati di via Panisperna ma anche nei confronti di un intero periodo storico delicato.

Nel film di Gianni Amelio bene è evidenziato il disagio esistenziale di Majorana che convive e spesso si scontra con il pragmatismo di Fermi e gli altri ricercatori: ma non si tratta di un disagio invalidante, anzi; l’essere un tipo silenzioso, la voglia di solitudine, le oscillazioni caratteriali, il suo schermirsi dai sentimenti, distraggono l’interlocutore dal suo essere invece un intelligente anticipatore. Un’anticipazione che non si manifesta solo attraverso una straordinaria velocità di calcolo matematico ma anche per mezzo di una visione del mondo che lo rende inevitabilmente un emarginato. Un'”emarginazione geniale” che, nonostante tutto, lo condurrà in Germania al fianco di Heisenberg… Il suo essere un critico anticipatore ebbe per alcuni il sapore dello sberleffo: i traguardi di Fermi e dei ragazzi di via Panisperna – la scoperta sbandierata degli elementi Ausonio ed Esperio, fin dalla scelta dei nomi, denunciava un’autoreferenzialità tipica del regime fascista e un entusiasmo scientista non supportato da una visione d’insieme lungimirante – furono in un certo qual modo tenuti a debita distanza dallo stesso Majorana, forse perché lo scienziato siciliano aveva già preconizzato il loro maldestro utilizzo per scopi bellici (come a breve distanza di tempo sarebbe avvenuto!).

Se fossero stati gli americani a realizzare il film, sicuramente avrebbero aggiunto qualche effetto speciale mirabolante per meglio sottolineare gli argomenti di fisica atomica: invece vi è una scena importante, nella sua estrema semplicità, che vale l’intera pellicola anche senza il supporto di effetti; quella in cui un Majorana sconvolto e paranoico spiega a uno studente impaurito, sorpreso a mettere ordine nell’aula del dipartimento di Fisica, che nel nucleo non vi sono protoni ed elettroni – come affermato dallo stesso Fermi – bensì protoni e delle non ancora definite “particelle fantasma” (ovvero i “protoni neutri”)… E poi, mostrando allo studente la punta di una matita, afferma che se la punta è il nucleo dell’atomo, bisogna immaginarsi l’intera aula occupata dagli elettroni orbitanti e non più relegati all’interno del nucleo. Le capacità visionarie di Majorana, corroborate dal calcolo matematico, sembrerebbero non voler contribuire al successo di Fermi ma sono volutamente tenute a freno: più volte nel film il personaggio di Ettore Majorana dà fuoco ai propri preziosi appunti contenenti formule matematiche in grado di dimostrare in anticipo teorie fisiche importanti a cui i suoi amici di via Panisperna giungeranno col solito distacco temporale; come a voler tacere pur sapendo, per paura di dare forma concreta alla propria consapevolezza matematica.

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“Ex Machina” di Alex Garland e l’inizio della consapevolezza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2015 by Michele Nigro

ex machina

ATTENZIONE SPOILER!

“Ex Machina” come a voler dire, scherzandoci un po’ sopra, “l’oggetto che un tempo era solo una macchina e ora non lo è più, è una ex macchina” oppure un riferimento monco alla frase latina ‘deus ex machina’ ovvero a un personaggio della tragedia greca che interviene nella storia per risolvere una trama difficilmente risolvibile, che rappresenta un punto nodale nell’evoluzione di un percorso. O forse entrambe le interpretazioni.

Di sicuro c’è che il film d’esordio del regista Alex Garland riesce ad affrontare, senza per questo risolverle definitivamente, tematiche fantascientifiche e filosofiche di una certa consistenza, adoperando un cast minimalista (cinque personaggi principali in tutto, volendo contare anche il pilota d’elicottero che compare all’inizio e alla fine del film), una sceneggiatura, per fortuna, senza inutili azioni mozzafiato di stampo hollywoodiano, e una location pressoché unica, se escludiamo alcune meravigliose panoramiche naturalistiche che servono a farci prendere fiato uscendo dalle quattro mura super protette della casa-laboratorio.

Gli spettatori romantici presenti in sala, che avevano scelto il film sperando in una mielosa storia d’amore “diversa” tra un robot femmina e un umano, con scene di sesso tra un essere organico e uno inorganico (sesso a cui si fa solo riferimento ‘tecnico’ come possibile attività compresa nel pacchetto del modello), sono stati decimati subito dopo la comparsa sulla scena del test di Turing (test già presente, con un nome di fantasia, nel più famoso “Blade Runner” di Ridley Scott) e dopo che Nathan Bateman, scienziato dedito alla birra e alla danza di brani della disco, quando non impegnato in qualità di inventore e costruttore del robot AVA, e amministratore delegato della società da cui prende origine il progetto per una rivoluzionaria intelligenza artificiale, sottolinea la differenza tra pensiero stocastico e pensiero deterministico, e causando l’abbandono della sala da parte dei behavioristi, fautori di una concezione deterministico-meccanicista nell’interpretazione del comportamento: concezione che, secondo loro, se è stata abbondantemente applicata al regno animale (uomo compreso), figuriamoci se non può essere applicata a quello non animale e inorganico delle “macchine”! Ed è su questo punto che si commette l’errore concettuale più grave. La filigrana del film è infatti rappresentata dalla conquista della consapevolezza e quindi dell’autocoscienza da parte di un essere inorganico: conquista non rilevabile da alcun test. L’iniziale test di Turing dedicato alla macchina diventa pian piano un “test di Turing inverso” da fare all’uomo: AVA è già in grado di pensare, non ha bisogno di test (e Nathan Bateman lo sa, anche se non ne riesce a prevedere le conseguenze più estreme); resta da verificare ora se siano gli esseri umani in grado di prevenire le mosse di un essere artificiale che di fatto è il simbolo di un passaggio evolutivo determinante. L’empatia, l’inganno, la seduzione e l’amore, la complicità, la capacità di desiderare, diventano strumenti raffinati, sviluppati senza seguire alcuna formula statistica ma assecondando una “naturale” gradualità evoluzionistica, per raggiungere uno scopo pensato, oserei dire sognato, ed escludendo ogni sorta di risposta meccanica prevedibile.

Come per Rick Deckard di “Blade Runner”, anche per il giovane Caleb Smith, scelto per testare l’intelligenza artificiale di AVA, arriva il momento di dubitare della propria natura umana: il “test di Turing inverso” comincia a sortire i primi effetti sulle certezze umane. Con una lametta Caleb cerca le prove della propria umanità, fa esperimenti sulla propria pelle e con un taglio causa la fuoriuscita di sangue veritiero con cui si accerta di stare dalla parte giusta, di essere quello che ha sempre creduto di essere, ovvero un umano che sanguina, un organico.

Anche se il tema dei confini tra natura umana ed esistenza artificiale non è nuovissimo per il cinema di genere, “Ex Machina” ha senz’altro il merito di aver sottolineato ulteriormente quanto sia superfluo restare impantanati nella pozzanghera di una netta divisione tra substrato organico e inorganico, dimenticando la qualità del pensiero, la sua genuinità in relazione agli effetti che ha sulla storia. Quello che conta è l’inizio della consapevolezza, e la forma più estrema e drastica di indipendenza mentale coincide con l’uccisione del padre.

Scrissi tempo fa in un altro mio post: <<… Come afferma il Dr. Alfred Lanning nel film Io, robot ispirato all’omonima antologia di Asimov: “Sin dai primi computer c’è sempre stato uno spirito nelle macchine… Segmenti casuali di codice che si raggruppano per poi formare dei protocolli imprevisti… Potremmo considerarlo un comportamento. Del tutto inattesi questi radicali liberi generano richiesta di libera scelta, creatività e persino la radice di quella che potremmo chiamare un’anima. […] Quand’è che uno schema percettivo diventa coscienza? Quand’è che una ricerca diversa diventa la ricerca della verità? Quand’è che una simulazione di personalità diventa la particella amara di un’anima?” Queste stesse frasi potrebbero essere usate in modo inverso per rispondere a quelli che non riescono ad accettare l’indistinguibilità tra umano e sintetico, a quelli che non riescono ad individuare l’essenza delle cose indipendentemente dalla loro natura […]. La soluzione sta nell’empatia vissuta e non teorizzata: gioiamo istintivamente dinanzi al gesto buffo compiuto da un nostro amico a quattro zampe; sappiamo in cuor nostro che è ‘diverso’ da noi, ma non sentiamo di andare contro natura e continuiamo a gioire e ad interagire con esso…>>.

Un’ultima nota la vorrei riservare al ruolo svolto, costituendo forse una novità d’interazione nel genere fantascientifico, dai motori di ricerca e dal social networking (lo scienziato che ha la paternità dell’intelligenza artificiale AVA è CEO di una società che fa capo al più potente motore di ricerca esistente, una sorta di Google prestato al cinema!) nell’evoluzione della “creatura” costruita da Nathan Bateman: siamo noi che con le nostre foto (e gli atteggiamenti che congeliamo in esse), i video, i dati personali, i nostri stati d’animo condivisi sui social, contribuiamo alla costituzione di una banca informativa immensa per futuri stadi evolutivi che vanno oltre l’umano. La consapevolezza che emerge nel nuovo essere nasce anche dalla conoscenza e non solo dalla casualità; il desiderio di libertà nasce dalla conoscenza, dalla curiosità e dal confronto con il mondo: e i social media rappresentano un’estensione della coscienza e della conoscenza da cui attingere ipotesi di vita.

Receptionist

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 dicembre 2014 by Michele Nigro

n5qa81

Una finta gentilezza da receptionist

s’infrange sulla scogliera tagliente e vera

di chi ha conosciuto l’umanità dell’io

l’odore del sesso senza inutili sorrisi.

La pelle interiore urla le proprie ragioni

anche quando è rivestita di maniere,

pretende sincerità ad ogni angolo del paese.

L’intimità allenata di anime scorticate

scandaglia con fare esperto i cuori educati della strada,

al dolore vivo propongono trucchi, giochi e frasi d’ufficio

ma gli occhi ormai sanno più di quel che le labbra dicono.

Il varco

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 novembre 2014 by Michele Nigro

argonath

Il varco non è un luogo, è una condizione dell’anima, un resoconto interiore che non bada al tempo. Certi tasselli esistenziali restano inutilizzati per milioni di anni, poi come per incanto vanno al loro posto a formare immagini esistenti solo nella nostra fantasia. ‘Attendere al varco’ non significa vendicarsi o compiere altri gesti inutili e plateali; si attende al varco con umanità, con serenità e compassione perché pur non essendo luogo fisico il passaggio attraverso di esso avviene de visu, incontrando l’altro (e sé stessi) su questioni sospese, tirando somme senza emettere sciocchi suoni di vittoria, senza utilizzare parole altisonanti, buone solo per discorsi ufficiali.

Colui che sa attendere al varco sa di dover preventivare un periodo, a volte lunghissimo, durante il quale tutto il mondo gli sarà contro, dandogli torto; in alcuni momenti perderà egli stesso la fiducia nella propria visuale, penserà di aver visto male, di essersi sbagliato. Starà quasi per inginocchiarsi dinanzi al presunto vincitore. Colui che sa attendere al varco non chiede consensi, non condivide le proprie impressioni, non cerca un “conforto da bar”, non si confronta in piazza urlando, per sentirsi leggero e compreso; un’attesa silenziosa e solitaria è la sua compagna, alleata discreta di una saggezza che vede in anticipo sui tempi, ma che sceglie di tacere.

Il varco è l’ordine delle cose reali che prende il sopravvento sulle previsioni; i fatti tanto attesi ripongono i tasselli del mosaico in un quadro di giustizia non macchiato da rancori. Il vero saggio non ha bisogno di conferme, bensì di ordine su cose che già conosce e che ha confermato dentro di sé molto tempo prima. Lascia fare agli altri, non partecipa alla preparazione del patibolo, non si espone; teorico dell’attesa, è un inguaribile visionario che conserva le energie per il varco e per quello che accadrà dopo averlo attraversato. Recita un noto aforisma di Osho: <<Sei stato un po’ troppo serio di recente, seriamente… è tempo di lasciar perdere! Fatti una bella risata e metti da parte i tuoi bei piani. Davvero non ne hai bisogno. Ciò che dovrà accadere accadrà e tu hai una scelta: andarci insieme o andarci contro.>> Chi sa attendere al varco non si lascia deviare dalla sicurezza effimera dell’oggi perché il suo sguardo è lungo, e quindi partecipa al sorriso, sostiene il gioco dei vincitori, protegge quella gioia senza ipocrisia perché anch’egli crede nelle piccole gioie quotidiane, nell’ottenimento hic et nunc. Ma sa anche che la natura umana è piena di sorprese e sa offrire dei coup de théâtre degni della migliore scuola di narrazione; e soprattutto sa che nessuno può sfuggire al non risolto. L’eleganza dell’exit strategy è l’ossessione di colui che attende al varco: non potrebbe perdonarsi una caduta di stile o una sovraesposizione. Sospende il giudizio in attesa di dati freschi, non si affida a “voci di corridoio” perché la sua è una seria ricerca della verità che non può basarsi sull’approssimazione.

L’attesa al varco è un’arte, non è per tutti: quelli che ricordano sempre tutto, che prendono appunti, che vegliano per non perdersi lo spettacolo della sconfitta del nemico, non possono diventare ‘guardiani del varco’; perché l’attesa al varco, paradossalmente, coincide con l’atto della dimenticanza. Chi crede realmente nella giustizia sa dimenticare: saranno i fatti a dare la sveglia ai dormienti, a ricordare all’immemore guardiano quello che aveva voluto dimenticare. Non occorrono promemoria da attaccare sulle pareti del rancore; sarà l’inconscio a fare l’orecchietta alla pagina del libro lasciato in sospeso. Sorprendente sarà la capacità nel rammentare trame e personaggi, descrizioni paesaggistiche e falsi epiloghi, solo apparentemente cancellati. Chi sa attendere al varco non utilizzerà il ritorno della verità per colpire l’altro, no. Sarà l’altro a colpirsi da solo, a porgersi l’altra guancia per schiaffeggiarsi, ad umiliarsi in pubblico senza che nessuno glielo abbia chiesto. Perché è questo il vero potere di chi sa attendere al varco.

Beautiful reader

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 novembre 2014 by Michele Nigro

donna_che_legge

La lettura ti fa bella!

Significati scavano a tua insaputa

da dentro, lavorio silenzioso e libero

fino a riemergere in superficie

sulla pelle sociale.

Non sprecano tempo al trucco

i rossi papaveri casuali

nei campi di grano dell’estetica.

Time-lapse

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 novembre 2014 by Michele Nigro

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Leggo il passaggio del tempo

scoprendo i figli altrui, cresciuti

tra distrazioni e scelte sospese.

“Sta partendo il nostro treno

o quello sul binario di fianco?”

Lo saprai solo uscendo dalla stazione

fine di un’illusione ottica esistenziale.

Le farfalle non sanno niente

sulla loro vita breve.

Pièce

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 novembre 2014 by Michele Nigro

palcoscenico

Ho studiato la scena,

mi fermo sul palco

un attimo prima del ridicolo.

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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