Archivio per interpretazione

Desidera la donna d’altri!

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versione pdf: Desidera la donna d’altri!

Agli amori impossibili

e a quegli amanti che li rendono tali

Recita il nono comandamento del Decalogo, meglio conosciuto come I dieci comandamenti: “Non desiderare la donna d’altri”; essendo il termine donna piuttosto generico, in quanto comprendente anche una persona nubile di età adulta o una giovane ragazza che pur avendo raggiunto la maturità sessuale non è ancora in età da matrimonio, gli esegeti in difficoltà fanno ricorso alla versione del Decalogo tratta dal libro dell’Esodo in cui si specifica severamente, rivolgendosi ai tipi vaghi: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo”, restringendo decisamente il campo e allontanando il fedele da qualsivoglia rischio interpretativo. Indipendentemente dall’utilizzo del termine donna o moglie, il principale bug contenuto in questo comandamento è il carattere di possesso, esercitato dall’uomo nei confronti della donna, che traspare dalle parole: comandamento che, per chi crede, sarà stato pure dettato da Dio, infallibile per definizione, ma la lingua in cui è stato tradotto, ad uso e consumo dell’umanità bisognosa di norme, anzi scolpito sulle leggendarie tavoletradisce esigenze terrene palesemente maschiliste che di divino hanno veramente poco! È quel d’altri, usato indifferentemente tra “roba” (del decimo “non desiderare la roba d’altri”) e “donna”, a rappresentare uno dei punti meno nobili del nono comandamento. Ma andiamo per gradi: ritorneremo sulla questione del possesso in un secondo momento.

“Non desiderare…” Che significa? Come si può ordinare alla propria mente e al proprio corpo di non desiderare? Ovvero di volere fortemente? Posso decidere di non muovere per un giorno intero il braccio destro (che è un “oggetto” materiale visibile e tangibile) ed è un esercizio quasi impossibile da realizzare perché l’istinto, in un momento di distrazione, ci imporrebbe prima o poi di muovere il suddetto braccio nel caso in cui dovesse servire per bloccare una minaccia o per evitare una caduta rovinosa… Eccolo lì, il vero pericolo della virtù: l’istinto. Più sfuggevole e incontrollabile del libero arbitrio che presuppone un libero ragionamento a cui seguirà un’azione volontaria, meditata. Il desiderio non è come un arto fatto di muscoli e ossa: è un concetto intangibile che però può avere effetti concreti nella realtà. Il desiderio non è il frutto di un ragionamento; il desiderio sorge all’improvviso dalla mente, dal cuore e spesso, prima ancora, dalla carne. Esiste, però, anche un desiderio casto: desiderare di ascoltare le parole di una persona che tocca le nostre corde interiori; questo non precede necessariamente un toccare corde fisiche, ma prevenire è meglio che curare – avranno pensato gli antichi custodi della nostra integrità morale – e quindi ci viene intimato nel vangelo di Matteo: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (in un altro libro che nominerò più avanti* si legge una versione simile sempre in riferimento al vangelo di Matteo: “Chiunque mette gli occhi su una donna sposata per concupirla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” […] l’adulterio consumato all’interno dell’uomo equivale per gravità a quello consumato nella carne [pag. 216]). In entrambe le versioni c’è una costante: con lei, ovvero la donna è adultera a sua insaputa solo perché un uomo l’ha desiderata nell’immaginazione. Una sorta di “parità tra i sessi” ante litteram in chiave immaginifica? O di condivisione neurologica delle responsabilità? La posizione dei peccatori peggiora se anche lei asseconda e ricambia lo sguardo desideroso di lui. In quel caso l’inferno è assicurato per entrambi: anzi la donna vi entrerà per prima in quanto è un essere a cui non è permesso desiderare esternamente, in quanto “roba”, cosa, oggetto del possesso privo di potere decisionale e vincolata da un “familismo amorale” di stampo sentimentale. Infatti il Decalogo esclude a priori l’equivalente femminile del nono comandamento: “Non desiderare l’uomo di altre”. Tanto a cosa servirebbe specificarlo? Le ragioni di questa esclusione non sono solo di natura sessuale (nel senso di sesso di appartenenza), o dovuta a una superiorità di genere decisa dall’alto, ma soprattutto trattasi di motivazioni socio-economiche e culturali “giustificate” dall’epoca storica in cui sono state concepite.

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“La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

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versione pdf: “La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

C’è una domanda che da tempo non mi lascia in pace ed esige una risposta: “Sarebbe possibile oggi, nel XXI secolo, registrare gli stessi effetti psico-sociologici che il radiodramma di Orson Welles, liberamente adattato dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells, ebbe nel lontano 1938?”. Ho già analizzato anni fa, in un altro post, questa vicenda cult della storia radiofonica e il libro ad essa collegata, ma emergono, ogni giorno di più, nuovi aspetti da prendere in considerazione alla luce delle nostre progredite abitudini informative e del crescente problema delle cosiddette fake news.

Sarei tentato di fornire una risposta prematura alla mia domanda iniziale e dire subito: “no, non è possibile!”. Scrissi nel suddetto post: “… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre vite moderne: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il tutto ed il contrario di tutto!”. Come a voler dire che il terreno mentale era vergine a quell’epoca e la credibilità artificiale del radiodramma di Welles attecchì senza incontrare grosse difficoltà, anche a causa di fattori predisponenti socio-economici che interessavano la popolazione americana di quegli anni. Non amo parlare di ingenuità epocale (oggi non siamo più furbi o più intelligenti di ottant’anni fa) ma di una maggiore saturazione esperienziale parallela alla multimedialità (più che alla multidisciplinarietà) e all’illusione del multitasking caratterizzanti la nostra epoca. Come canta Caparezza: “… Accetti ogni dettame / Senza verificare / Ti credi perspicace / Ma sei soltanto un altro dei babbei…”.

Se nel ’38 una certa “verginità informativa” permise lo scatenarsi di un più che naturale attacco di panico su vasta scala, oggi assistiamo a una sostanziale “de-revolution” dovuta, come direbbe un informatico, a un buffer overflow (per un anestetizzante eccesso di dati) che causa disimpegno, errori interpretativi, assuefazione alla cronaca, lontananza dal dolore reale, fino a giungere a casi di vero e proprio immobilismo empatico e menefreghismo sociale.

Però una cosa non è cambiata dal 1938 ad oggi. Se c’è una costante nel tempo e che caratterizza l’essere umano è la sua perdurante incapacità (o sarebbe meglio parlare di mancanza di volontà) a verificare i fatti: se nel ’38 gli americani radioascoltatori non andarono in New Jersey per verificare di persona l’effettivo sbarco dei marziani (e a ragione, dal momento che l’invasione raccontata alla radio non era descritta come pacifica), noi terrestri del 2017 non siamo certamente campioni di diffidenza e di approfondimento conoscitivo. Anzi, come dicevo, rispetto al passato siamo raggiunti da una quantità esorbitante di dati (in tutte le salse e con ogni mezzo, non solo la radio!) umanamente impossibile da verificare. Come scrissi nel post del 2010: “La facilità d’informazione, che rappresenta il leitmotiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari […]; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi […] vomitano nel web, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio… Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato terzo millennio.” Una presunta “scaltrezza” acquisita che funzionerebbe meglio se accanto ai dati disponibili affiancassimo anche una coscienza discriminante (oggi di fatto piuttosto assonnata!) capace di discernere il vero dal falso e di orientare la ricerca verso forme concrete di conoscenza.

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“Nessuno nasce pulito” su Streetlib Stores (Simplicissimus Book Farm)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 novembre 2016 by Michele Nigro

È disponibile anche sulla piattaforma di self-publishing Streetlib Stores (Simplicissimus Book Farm), in e-book e in formato cartaceo (brossura), la raccolta poetica “Nessuno nasce pulito” di Michele Nigro.

Sinossi per Streetlib Stores:

La raccolta intitolata “Nessuno nasce pulito” contiene poesie esperienziali. La singolare titolazione prende spunto dalla condizione embrionale, “sporca”, di ogni lirica nascente che con lentezza, dopo un lavoro di analisi interiore da parte dell’autore e di limatura del testo, giunge al lettore nella versione pubblica, “pulita”: egli, il lettore, può solo intuire il percorso intrapreso dal poeta, farlo proprio senza l’urgenza dell’interpretazione.

Si tratta di una “raccolta di formazione”: elencate in ordine alfabetico, per interrompere la consequenzialità cronologica tra i vari componimenti, le poesie selezionate rappresentano folgorazioni e intermittenze della mente con cui il poeta registra stati mentali, impressioni, epifanie appartenenti al suo vissuto. Sono un “manifesto esistenziale” in cui riconoscersi e farsi riconoscere. È una poesia urbana, quotidiana, che non ricerca una lingua pura, panica e arcaica; non insegue la tradizione. La parola utilizzata in questa raccolta non è una mimesi della realtà né del parlato. È una voce autentica, che adopera slittamenti di senso e si pone contro la linearità sia geometrica (la posizione della scrittura nello spazio del foglio) che di pensiero.

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Roberto Benigni legge “Nigricante”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 dicembre 2014 by Michele Nigro

Benigni legge Nigricante

Moto circolare uniformemente accelerato

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 aprile 2014 by Michele Nigro

Accelerazione e morte

lamiere unite alla giovane carne

velocità di fuga dall’esistenza,

l’agguato inatteso, invisibile

nella curva sorprendente della vita.

La spiegazione scientifica e lucida

smorzò il pianto della classe

durante l’ora di metafisica,

formule e gesso

ritto sulla cattedra come un dio dimostrabile

la voce ferma di chi ama il sapere

una risposta laica al dolore.

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Un sogno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 9 febbraio 2013 by Michele Nigro

Raramente ricordo i miei sogni…

GEORGE BENSON

C’è un monumento a Roma, forse una chiesa trasformata in museo, che ha una fessura lungo uno dei suoi muri di pietra esterni. Secondo un’antica leggenda chi infila in quella fessura un proprio oggetto, riceverà in cambio fortuna, felicità e una lunga vita. George Benson, in visita a Roma con la sua famiglia – la moglie, una giovane e bella donna di colore, era vestita elegantemente, coperta da uno scialle e portava i capelli sciolti -, aveva deciso di infilare nella fessura del monumento romano, dopo averlo avvolto in un panno bianco, una copia della sua autobiografia. Prevenendo il suo gesto dissi: “Aspetta! Prima di lanciarla nel buio di quella fessura, fammi leggere la tua autobiografia.” Mi accontentò. George Benson avrebbe avuto altri ventun’anni di vita felice, interrotta non si sa bene da cosa… Tentai di entrare nel monumento per capire la funzione di quel luogo magico ma un custode severo mi fermò facendomi notare che si entrava lì dentro gratuitamente solo di mercoledì. E il giorno in cui incontrai George Benson a Roma non era un mercoledì.

Metafisica del redattore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 febbraio 2012 by Michele Nigro

Piccolo ma potente. Questo libricino di Ilario Bertoletti, docente di Editoria presso l’Università Cattolica di Brescia, conduce il lettore lungo un itinerario leggero ma erudito, alla ricerca del significato filosofico del prodotto-libro e di alcuni mestieri editoriali anonimi e indispensabili.

Come è fatto un libro? Rispondendo a questa domanda all’apparenza superflua, l’autore non si limita a elencare le varie parti componenti l’oggetto cartaceo (dalle ‘soglie d’entrata’ al colophon), ma cerca di dare un senso profondo a tutti quegli elementi dati per scontati. Persino una semplice dedica nel controfrontespizio non sfugge a questa analisi: “Una dedica, un’avvertenza, un exergo non rivelano l’inespresso sotteso all’opera, svelando l’orizzonte intellettuale dell’autore e del testo stesso?” E anche le pagine bianche che segnano i momenti di passaggio tra i capitoli non vengono concepite in modo casuale ma “l’interpretazione implica che tu vada al di là dell’immediatezza di quanto appare, e sappia riempire di significati quegli spazi vuoti, che alludono a una trascendenza del senso”.

Dall’Architettonica del libro alla Dialettica delle note, dalle Virtù degli indici al potere escatologico della ‘quarta di copertina’: ogni zona del libro, al di là del significato che nel testo centrale l’Autore dà alla sua creatura, possiede un collegamento filosofico su cui riflettere. Veri e propri elogi dell’artigianato editoriale, i due capitoli Il redattore, un ateo-credente e Il correttore, o dell’ombra svelano i retroscena di mestieri silenziosi e vissuti nell’ombra. “Accudendo il testo, il redattore ne tutela l’universalità: è la valenza ontologica dell’editing. Intervenendo sulla scrittura […] ausculta la cosa stessa affinché lo stile sia ad essa adeguato. Come orientarsi in questo improbo lavoro senza cadere nella tracotanza dell’ipercorrettismo, restando vittima dei propri idoli…?” si chiede Bertoletti, evidenziando la delicatezza chirurgica, la sensibilità e l’intelligenza interpretativa che ogni redattore deve possedere dinanzi a un testo. E sul correttore di bozze: “Strana figura quella del correttore […] La sua è una vita ai bordi, ai limiti del libro e dell’autore. […] egli riconosce che sua destinazione è stare muto, armato di vocabolari e penne multicolori, a far da sentinella contro un nemico: l’errore, il refuso incuneatosi nel passaggio dal dattiloscritto alla bozza.”

Leggere “Metafisica del redattore” significa avvicinarsi al libro con un rispetto differente, con una maggiore competenza filosofica, direi quasi con ‘occhio clinico’. Si tratta di un testo non destinato assolutamente ai soli addetti ai lavori, ma soprattutto a quei lettori sensibili che attribuiscono al libro un valore trascendente.

“Metafisica del redattore – Elementi di editoria”, Ilario Bertoletti – Edizioni ETS

I mille volti di “Fog el Nakhal”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 luglio 2011 by Michele Nigro

“Fog el Nakhal” è una canzone tradizionale molto famosa tra le popolazioni di lingua araba e non solo. Volendo fare un paragone azzardato con la nostra canzone popolare potremmo dire che Fog el Nakhal rappresenta, anche se tematicamente diversa, il corrispettivo arabo di ‘O sole mio: una canzone in lingua napoletana che, nonostante la stupidità dei leghisti, è riuscita e riesce ancora oggi a essere il ‘biglietto da visita’, soprattutto all’estero, di un’intera nazione: l’Italia.

Ma la storia di Fog el Nakhal è molto più antica e nel corso dei secoli questo brano di origini persiane ha subito, proprio come è successo alla canzone ‘O sole mio, una serie innumerevole di reinterpretazioni. Per non parlare delle ‘mutazioni linguistiche’ che hanno interessato lo stesso titolo, a seconda dell’epoca e della regione geografica in cui la canzone è stata adottata: Fog el Nakhal > Fog il Nahal > Foug el Nakhal > Fogh in Nakhal…

E’ impressionante la quantità di versioni di Fog el Nakhal esistenti non solo nel mondo arabo ma anche al di fuori di esso: cercherò in questo post di offrire una panoramica  (sicuramente incompleta) dei diversi approcci interpretativi.

Struggente, accorata e decisamente melodrammatica l’interpretazione di Nazem Al-Ghazali, una sorta di “Claudio Villa iracheno” molto apprezzato dagli ascoltatori delle generazioni passate.

Indiscutibilmente tradizionalista, più sobria e meno edulcorata l’interpretazione affidata al famoso cantante siriaco Sabah Fakhri.

Seducente e tecnologica la versione ‘veloce’ della bella cantante libanese Dania che nel suo videoclip riprende in chiave moderna (con tanto di cellulari, taxi presi al volo…) le sofferenze amorose descritte nell’antico testo della canzone. Come a voler dire: “cambiano le epoche ma il patimento è sempre lo stesso!”

Impossibile per me non citare la Fogh in Nakhal dell’italianissimo Franco Battiato, contenuta nell’album “Caffè de la paix”

… ed eseguita dal vivo nel 1992 a Baghdad (Iraq), quando ancora esisteva il regime di Saddam Hussein, durante un evento musicale – il “Concerto di Baghdad” – che oserei definire storico e non solo dal punto di vista artistico.

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Errori cognitivi e sospensione del giudizio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 giugno 2011 by Michele Nigro

“La Reproduction interdite” – René Magritte (1937)

La filosofia può essere d’aiuto alla psicologia?

Uno dei settori più affascinanti della moderna psicologia è quello riguardante i cosiddetti “errori del pensiero”: una definizione poetica per descrivere dei veri e propri ‘corto circuiti’ tra immagine interiore (mentale) e realtà oggettiva, che possono causare nei casi più estremi una sorta di ‘desertificazione relazionale’ nella vita sociale di un individuo. Si è rivelata particolarmente utile al riguardo la lettura di un articolo dei dottori Claudio e Tristano Ajmone intitolato “Assertività: gli errori cognitivi” in cui pongono una domanda ben precisa: “Chi non ha mai dubitato delle intenzioni di un’altra persona senza prove oggettive?” In un mio precedente post – “Il fattoide” – mi preoccupavo della creazione di fatti ‘artificiali’ e non verificati capaci di ‘inquinare’ la realtà. E se il fattoide riguardasse noi stessi (auto-fattoide)? Se diventassimo noi stessi produttori di fattoidi riguardanti la nostra persona? O meglio: i pregiudizi che abbiamo nei nostri confronti possono influenzare negativamente la nostra vita di relazione? La risposta evidentemente è sì.

Nell’esporre la Cognitive Therapy (CT) di Beck, i dottori Ajmone, elencando le distorsioni cognitive sistematiche, pongono al primo posto la cosiddetta Deduzione arbitraria: trarre conclusioni in assenza di prove o in contrasto con esse. Manca la capacità di prendere in considerazione spiegazioni alternative più plausibili per le esperienze del presente. Il passato svolge un ruolo di causalità temporale distorto (se un evento era vero nel passato allora sarà sempre vero) che porta alla formulazione di previsioni negative su prove deboli.

E in seguito, proponendo alcune regole su come gestire assertivamente i pensieri, scrivono: “Chi interpreta finisce per accettare come vere le sue affermazioni, distorcendo così le relazioni con gli altri. Dobbiamo imparare a non interpretare. Se abbiamo dubbi dobbiamo cercare riscontri reali alle nostre teorie. Ipotesi e realtà non vanno confuse. L’interpretazione è una forma di allucinazione.” Ripenso alle ‘droghe allucinogene’, alle varie ‘mode psichedeliche’ abbinate a determinati periodi storici: la cultura dello ‘sballo’ durante la rivoluzione culturale del ’68 e negli anni successivi. Il nostro cervello non ha bisogno di motivazioni storiche o culturali per creare uno stato di allucinazione ‘a costo zero’, senza l’assunzione di sostanze esterne.

Ma gli antichi greci forse ne sapevano più di noi e, anche senza avere le stesse esigenze dell’uomo moderno, già erano alla ricerca di un’imperturbabilità esistenziale che oggi è assolutamente indispensabile.

Grazie alla cosiddetta “sospensione del giudizio” o epochè unita a una buona dose di forza di volontà e di auto-analisi (escludendo quei casi clinici gravi, bisognosi di una seria e urgente terapia psicanalitica), le forme lievi di errore cognitivo, riconoscibili da parte del soggetto e poco frequenti, possono essere perlomeno prevenute, tamponate o addirittura corrette nell’ambito di un processo di auto-guarigione. Sospendere il giudizio non solo nei confronti del mondo esterno, ma soprattutto nei confronti del nostro spazio interiore (inner space): significa dare e darsi una possibilità. <<L’epochè (dal greco ‘sospendo’, ‘passo sotto silenzio’) per lo scetticismo è l’atto di sospendere ogni giudizio intorno alle cose, poiché di queste non si può affermare un predicato piuttosto che un altro, né definire in maniera dogmatica, ragioni di forza eguale potendosi invocare pro e contro ogni opinione; il meglio è tacere: né sì, né no.>> (dal “Dizionario di filosofia e scienze umane” di E. Morselli). E’ evidente, però, che un ritorno ossessivo da parte del soggetto su un errore cognitivo rende inefficace il semplice approccio filosofico e auto-analitico.

L’epochè, al di là di un’applicazione etico-morale, scientifica e sociopolitica, è utile anche nell’ambito delle relazioni interpersonali: il gruppo di filosofi detti neo-pirroniani o “veri scettici” (vissuti tra il I e II sec. d.C.) affermavano che la sospensione del giudizio consiste nel sospendere il proprio assenso non ai fenomeni (di per sé innegabili: a meno che non ci si trovi dinanzi a un caso dimostrabile di illusione ottica) ma al fatto che ai fenomeni, o a delle formulazioni di pensiero, corrisponda la vera realtà. Ad esempio: è vero che ho visto mia moglie uscire dal palazzo dove abita un suo ex fidanzato (il fenomeno ottico è innegabile; ho visto effettivamente mia moglie uscire dal portone di quel palazzo) ma ciò non esclude le seguenti ipotesi: 1) che in quello stesso palazzo abiti anche una delle migliori amiche di mia moglie; 2) che il suo ex fidanzato non abiti più lì. L’errore cognitivo dà vita al pregiudizio e l’anassertivo grida immediatamente al “tradimento”. Lo scettico, invece, sospende il giudizio (pensare subito al tradimento significa avere una bassa autostima e privare il prossimo di un’alternativa che la nostra mente è incapace di concepire da sola), tace, attende l’arrivo di una quantità maggiore di informazioni utili per completare il quadro, ma non esclude nessuna ipotesi, neanche quella più dolorosa, proprio per amore della verità: il fatto che la moglie non lo tradisca in “quel” palazzo non significa che non lo tradisca affatto (in altri luoghi), che non lo abbia tradito in passato o che non lo tradirà. Lo scettico, così come l’assertivo, possiede un pensiero elastico, variegato, costruttivo, possibilista. Lo scettico non è uno sciocco aggressivo, ma è un realista che ama difendere la propria dignità fino all’ultimo. Dobbiamo imparare ad essere scettici verso noi stessi.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che non abbiamo le prove dell’efficacia di tale “dubbio metodico” (come lo definiva Cartesio) applicato alle relazioni sociali. Invece le prove esistono (prima di tutto perché esiste un’ampia bibliografia psicanalitica collegata ai ‘corsi di assertività’ tenuti dagli addetti ai lavori) e le possiamo ripescare anche dal nostro vissuto relazionale, solo che spesso le rimuoviamo per lasciare spazio a nuovi e terribili pregiudizi (verso noi e gli altri): quante volte ci è capitato di trattenere saggiamente la lingua e di avere la brillante idea di lasciar riposare la nostra spada nel fodero invece di essere i primi a sferrare il colpo verso un nemico che esisteva solo nel nostro immaginario alterato? Innumerevoli volte. E come ci siamo sentiti, dopo che la nostra attesa è stata premiata dalla saggezza, quando abbiamo finalmente realizzato che le idee malsane fino a quel momento coltivate non erano nient’altro che errori del nostro pensiero? Non abbiamo avvertito un senso di liberazione? Non ci è sembrato di aver contribuito alla costruzione e non alla distruzione della nostra vita sociale?

Scrive l’Abate Dinouart nel trattato intitolato “L’arte di tacere”: <<Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi.>>

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