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“La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

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versione pdf: “La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

C’è una domanda che da tempo non mi lascia in pace ed esige una risposta: “Sarebbe possibile oggi, nel XXI secolo, registrare gli stessi effetti psico-sociologici che il radiodramma di Orson Welles, liberamente adattato dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells, ebbe nel lontano 1938?”. Ho già analizzato anni fa, in un altro post, questa vicenda cult della storia radiofonica e il libro ad essa collegata, ma emergono, ogni giorno di più, nuovi aspetti da prendere in considerazione alla luce delle nostre progredite abitudini informative e del crescente problema delle cosiddette fake news.

Sarei tentato di fornire una risposta prematura alla mia domanda iniziale e dire subito: “no, non è possibile!”. Scrissi nel suddetto post: “… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre vite moderne: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il tutto ed il contrario di tutto!”. Come a voler dire che il terreno mentale era vergine a quell’epoca e la credibilità artificiale del radiodramma di Welles attecchì senza incontrare grosse difficoltà, anche a causa di fattori predisponenti socio-economici che interessavano la popolazione americana di quegli anni. Non amo parlare di ingenuità epocale (oggi non siamo più furbi o più intelligenti di ottant’anni fa) ma di una maggiore saturazione esperienziale parallela alla multimedialità (più che alla multidisciplinarietà) e all’illusione del multitasking caratterizzanti la nostra epoca. Come canta Caparezza: “… Accetti ogni dettame / Senza verificare / Ti credi perspicace / Ma sei soltanto un altro dei babbei…”.

Se nel ’38 una certa “verginità informativa” permise lo scatenarsi di un più che naturale attacco di panico su vasta scala, oggi assistiamo a una sostanziale “de-revolution” dovuta, come direbbe un informatico, a un buffer overflow (per un anestetizzante eccesso di dati) che causa disimpegno, errori interpretativi, assuefazione alla cronaca, lontananza dal dolore reale, fino a giungere a casi di vero e proprio immobilismo empatico e menefreghismo sociale.

Però una cosa non è cambiata dal 1938 ad oggi. Se c’è una costante nel tempo e che caratterizza l’essere umano è la sua perdurante incapacità (o sarebbe meglio parlare di mancanza di volontà) a verificare i fatti: se nel ’38 gli americani radioascoltatori non andarono in New Jersey per verificare di persona l’effettivo sbarco dei marziani (e a ragione, dal momento che l’invasione raccontata alla radio non era descritta come pacifica), noi terrestri del 2017 non siamo certamente campioni di diffidenza e di approfondimento conoscitivo. Anzi, come dicevo, rispetto al passato siamo raggiunti da una quantità esorbitante di dati (in tutte le salse e con ogni mezzo, non solo la radio!) umanamente impossibile da verificare. Come scrissi nel post del 2010: “La facilità d’informazione, che rappresenta il leitmotiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari […]; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi […] vomitano nel web, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio… Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato terzo millennio.” Una presunta “scaltrezza” acquisita che funzionerebbe meglio se accanto ai dati disponibili affiancassimo anche una coscienza discriminante (oggi di fatto piuttosto assonnata!) capace di discernere il vero dal falso e di orientare la ricerca verso forme concrete di conoscenza.

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Da “Alba Rossa” alla Rete-Ombra di Obama

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 giugno 2011 by Michele Nigro

Ogni tanto fa bene rivedere certe pellicole: non tanto per una questione di nostalgia nei confronti di alcuni elementi appartenenti ai ‘tempi andati’, quanto piuttosto per fare autocritica, per realizzare dei confronti tra presente e passato, per delimitare la cultura sociale e politica di un’epoca che oggi, dall’alto del primo decennio del XXI secolo, ci appare inevitabilmente ridicola e anacronistica.

Ho rivisto recentemente il film fantapolitico intitolato “Alba Rossa” (Red Dawn) del 1984 e ho provato la stessa sensazione di quando, alcuni anni fa, ho tentato di rileggere una copia di “Topolino” o quando mi è capitato di rivedere alcune puntate del famoso cartone animato giapponese “Goldrake”: una sensazione di tenerezza mista a imbarazzo. Tenerezza per i legami sentimentali con il periodo storico tirato in ballo; imbarazzo per l’inadeguatezza, la superficialità e la palese ingenuità del messaggio in essi contenuto, ma che all’epoca sortiva l’effetto voluto.

“Alba Rossa” è un classico film patriottardo da guerra fredda in salsa reaganiana: dal punto di vista del pro-americanismo è capace di superare addirittura i film di John Wayne e quelli più recenti di Kevin Costner. Solo che al posto degli illustri attori sopracitati compaiono dei giovanissimi e piuttosto puliti (nonostante i mesi trascorsi in montagna tra guerriglie e attentati compiuti ai danni di sprovveduti comunisti invasori) Patrick Swayze, Jennifer Grey (che rifaranno coppia in “Dirty dancing” ma senza i sovietici) e un Charlie Sheen ‘sbarbatello’ in versione guerriero liceale.

Il film appare tragicamente comico fin dai primi fotogrammi: i paracadutisti degli invasori sovietici, cubani e nicaraguensi non appena toccano terra si accaniscono (sparando, ammazzando, sprecando munizioni e facendo un gran casino) contro un target altamente strategico: un liceo. Ora, tutti noi sappiamo (pur non essendo dei grandi strateghi) che invadendo una superpotenza come gli Stati Uniti d’America tra i punti caldi da controllare, per essere vincenti in tempi rapidi, ci sono senz’altro i licei, gli asili, gli ospizi, le mense dei poveri, le parrocchie e altri luoghi pericolosi, determinanti ai fini della battaglia. La prima vittima causata dall’invasione è nientepopodimeno che – mantenetevi – un professore di storia: categoria pericolosa quella degli storici; personaggi ambigui e guerrafondai sempre col naso tra i libri, pronti a ricordarci date di antiche insurrezioni, vecchie resistenze, guerre dimenticate… Da eliminare subito, senza dubbio. Non bisogna essere dei premi Nobel per capire che il regista ha voluto mandare agli americani dell’epoca un chiaro messaggio socio-politico e culturale che oggi francamente suscita una certa ilarità: difendiamo la nostra cultura, la nostra storia e i nostri giovani. Ma da chi o da cosa? Dalla propaganda comunista, è ovvio, e da un futuro reso incerto dalla costante minaccia sovietica. “Better dead than red” (meglio morti che rossi, cioè comunisti) si diceva negli U.S.A. durante l’oscura epoca maccartista.

Sarebbero tantissimi i punti grossolani di questo film da analizzare, ma non voglio annoiarvi ulteriormente. Dico solo che “Alba Rossa” (insieme a tantissimi altri film tipo “Rambo”, tranne il primo del gruppo che possiede un’anima ed è l’unico a raccontare una storia umana) è lo strumento di una precisa strategia politico-cinematografica: instillare il terrore per i comunisti nella classe media americana (la stessa che oggi, senza aver sparato un solo colpo verso i sovietici, si ritrova senza un tetto e senza un lavoro a causa della cosiddetta ‘recessione’). Anche se da lì a poco la caduta del muro di Berlino e la Perestrojka avrebbero reso inutile lo sforzo ideologico e patriottico di questi bravi registi ‘impegnati’.

Passano gli anni. Cambiano i nemici, mutano gli scenari, evolvono le strategie e le esigenze geopolitiche delle superpotenze sopravvissute. Proprio in questi giorni il Presidente Obama ha annunciato la nascita della Rete-Ombra (ovvero “internet invisibile”): un modo nuovo, incruento e tecnologicamente avanzato per combattere le restanti dittature del pianeta utilizzando il web e le preziose informazioni in esso contenute.

L’attacco alle Torri Gemelle di New York ha rappresentato l’unico momento storico (dopo Pearl Harbor, s’intende) in cui la realizzazione della ‘profezia’ di “Alba Rossa” ci è sembrata vicinissima, intaccando di fatto la presunta inviolabilità del suolo americano: solo che a dirottare gli aerei la mattina dell’11 settembre 2001 non furono i sovietici (ormai ‘estinti’ e storicamente mai stati propensi al suicidio in nome dell’ateismo di stato) bensì un gruppo molto organizzato (bisogna riconoscerlo) di sedicenti musulmani pronti a immolarsi in cambio di alcune decine di improbabili vergini in un illusorio aldilà e di un mucchio di dollari per le loro famiglie nell’aldiquà.

Favorire la ‘primavera araba’ per giocare a carte scoperte e grazie all’aiuto della popolazione locale; fornire ai ribelli informatici del terzo millennio gli strumenti per poter diffondere la verità nascosta dai regimi e per coordinare le azioni eversive verso quelle dittature che bloccano, con la propria arretratezza economica e culturale, l’avanzata del liberismo economico (soprattutto americano) in quella porzione di mondo non ancora adeguatamente inglobata nel sistema commerciale mondiale. Oggi la guerra (e forse non solo oggi) è prevalentemente guerra di conoscenza, guerra di immagini, guerra di informazione. Si abbattono dittature obsolete, sopportate e supportate per troppo tempo, bypassando la censura; si determina l’esito di un referendum utilizzando Facebook, Twitter e YouTube. La rete capta l’insoddisfazione del cittadino magrebino e dello studente italiano. Si fa opposizione utilizzando il web 2.0.

Le piazze reali e quelle virtuali si fondono e coordinano gli sforzi. Si realizzano ‘invasioni dolci’ utilizzando computer portatili e cellulari per l’accesso a reti wireless clandestine. Gli U.S.A. scelgono un’ingerenza da tastiera: un’ingerenza per ‘smanettoni’, molto più difficile da gestire ed eventualmente da prevenire. La rigida contrapposizione dei blocchi Usa-Urss è solo un ricordo che si studia sui libri di storia. Non s’incendiano più le bandiere in piazza ma si preferisce entrare nel libero mercato mandando in esilio i vecchi padri della patria: i ‘fratelli musulmani’ strizzano l’occhio a McDonald’s.

Dallo spauracchio comunista (a cui crede ormai solo Silvio Berlusconi e qualche altro buontempone della sua corte) si è passati all’insurrezione organizzata sui social network; dall’anticomunismo reaganiano di “Alba Rossa” alle ribellioni innescate tramite un internet parallelo e incensurabile. Dopo lo scoppio dell’ ‘ascesso fondamentalista’ (11 settembre 2001) si è passati a una strategia politica ed economica raffinata e preventiva: si aiutano le democrazie in fase embrionale sfruttando via internet l’insoddisfazione popolare. E’ vero: in queste ore stiamo ancora bombardando la Libia con bombe vere, ma il cambiamento della strategia è cominciato. Si avverte. E’ evidente. E’ inevitabile.

La Guerra dei Mondi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2010 by Michele Nigro

“La guerra dei mondi”

di Orson Welles

Per alcuni rappresenta un episodio “classico” nella storia dei media; per gli “scienziati dell’anima” è stato uno degli esperimenti più riusciti, su larga scala e mai eseguito prima, sulle nevrosi collettive; per gli amanti del teatro, una performance dal realismo sconvolgente. Ed infine, per il mondo dell’informazione, un chiaro esempio di possibile manipolazione della notizia.

Fatto sta che quando la trasmissione andò in onda, descrivendo un immaginario sbarco dei marziani nel New Jersey, si verificò un fenomeno straordinario di schizofrenia collettiva a livello nazionale e quella che doveva essere un’interpretazione teatrale trasmessa via radio divenne il notiziario più equivocato della storia!

“La guerra dei mondi” di Orson Welles (libero adattamento radiofonico dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells) non è un libro, se con questo termine intendiamo andare al di là del foglio stampato, ma uno strumento cartaceo con cui avvicinarsi ulteriormente al “fenomeno Welles”.

La pubblicazione, infatti, accompagnata dalla prefazione di Fernanda Pivano e da un’interessante e scientificamente coerente postfazione di Mauro Wolf, non è nient’altro che la fedele trascrizione (con doppio testo inglese-italiano) del radiodramma trasmesso dai microfoni della CBS di New York la sera del 30 Ottobre 1938 e che rese celebre il già apprezzato enfant prodige del cinema americano. E non per volontà sua!welles_guerra_p

Orson Welles, insieme al suo gruppo teatrale – The Mercury Theatre on the Air -, desiderava “semplicemente” aumentare il realismo dell’azione, come era già successo con altri radiodrammi regolarmente trasmessi, e donare più autenticità all’opera letteraria (che nel 1898 non era ancora etichettata come fantascienza) del celebre Wells: il papà, per intenderci, della “macchina del tempo”.

E ci riuscì! Milioni di americani in preda al panico, si riversarono in strada diretti verso località sufficientemente lontane dall’epicentro dell’attacco marziano. Suicidi; isterismi; riti religiosi di massa; gesti inconsulti; migliaia di telefonate ai centralini della polizia… Il caos!

Nel 1940, dopo “l’incidente” causato da Welles, uno studioso di tali fenomeni, Hadley Cantril, realizzò una ricerca pubblicata per la Princeton University Press con il titolo “The Invasion from Mars. A study in the Psychology of Panic” grazie alla quale si mise, finalmente, un po’ di ordine nella vicenda e furono chiariti i cosiddetti  “fattori predisponenti” a causa dei quali il radiodramma di Orson Welles ebbe il riverbero psicologico che noi tutti conosciamo.

La tanto edulcorata società americana degli anni ’30, che una certa Hollywood vorrebbe farci credere essere popolata da “tipi dritti” e “supereroi” (infatti Superman, quando si dice “i casi della vita”, fa la sua comparsa il 10 Giugno 1938 su “Action Comics“, una nuova rivista della National Comics. E a crearlo furono due giovani autori, lo scrittore Jerry Siegel e il disegnatore Joe Shuster), possedeva già il suo bravo bagaglio di tipiche psicosi postindustriali: dalla paura di eventi bellici allo spauracchio di Hitler che ancora non si era “espresso” pienamente (molti pensarono, infatti, che le macchine volanti dei sedicenti marziani altro non fossero che aerei tedeschi camuffati); la crisi economica del ‘29 ancora “calda” e la disoccupazione che ne seguì; il pensiero di un futuro inquieto ed incerto; città congestionate e schiacciate dal peso dell’aberrante “miracolo americano”. Anche l’Italia aveva il suo “supereroe”: un dittatore pelato che avrebbe inneggiato ad improbabili “spezzamenti di reni” e che catalizzava, in altro modo, le insicurezze della penisola italica. Ritornando agli States…

Tale contesto sociale condusse a situazioni personali di ansia latente, insicurezza e disorientamento.

Orson Welles non credeva nei supereroi, ma nella fragilità della gente comune. Definito da alcuni “la bestia nera del conformismo statunitense”, Welles riuscì, più di molti altri ossequiosi cineasti tutti “patria e bandiera” (gli stessi che avrebbero creduto fermamente nella patriottica figura di John Wayne), a frustare l’american way of life.

E il fatto che l’evento psicotico abbia avuto origine sfruttando uno scenario fantascientifico già noto ai lettori, rinforza ulteriormente la democratica convinzione che non esiste ancora, e mai esisterà, una nazione abbastanza forte dal punto di vista tecnologico in grado di tener testa all’ignoto, ai disseppelliti incubi del nostro cervello, alle sfide della psiche e delle più profonde paure appartenenti alla natura umana.

Inevitabile, credo, sia il confronto con i nostri giorni… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre “vite moderne”: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il “tutto” ed il “contrario di tutto”!

La facilità d’informazione, che rappresenta il leit motiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari anche in fondo agli oceani; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi, orbitanti e non, della Nasa vomitano sulla Rete, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio… Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato terzo millennio.

Ma non siamo, per questo, immuni da pericoli: la soglia di credibilità della realtà si è innalzata vertiginosamente. L’artigianato tecnologico al servizio dell’alterazione della realtà è divenuto scienza (accettata e ricercata da tutti);  il problema della manipolazione sollevato dalla vicenda accaduta nel 1938, si è inesorabilmente invertito. Se in passato era facile far credere alla gente che un racconto fantastico fosse realtà, oggi è estremamente difficile compiere l’azione contraria: far credere che la realtà non sia fasulla.

Scrisse Guy Debord ne “La Société du Spectacle”: “tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”.

E sicuramente lo “scherzetto” di Orson Welles rappresenta una degna e (lasciatemelo dire) nostalgica premessa di tale accumulazione.

Ricordo ancora con una certa ilarità mista a sconforto, l’esperienza raccontatami anni fa e che avrebbe visto protagonista un giovane napoletano il quale, durante l’attacco aereo alle Torri Gemelle di New York, l’11 Settembre 2001, entrando in un negozio di scarpe di Corso Umberto a Napoli e notando che commesse e clienti guardavano incantati lo schermo di un televisore sintonizzato sulle immagini di un aereo che “s’infilava” in un grattacielo, avrebbe domandato seriamente e ad alta voce, sfruttando pienamente le proprie facoltà di intendere e di volere: “scusate! … ma per caso è l’ultimo film di Bruce Willis?”


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