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“Noi credevamo” di Mario Martone

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 4 dicembre 2010 by Michele Nigro

foto film Noi credevamo-732709

I grandi ideali spesso per farsi spazio nella storia devono sgomitare tra le bassezze della natura umana…

Chiunque si appresti a visionare il nuovo film-capolavoro di Mario Martone intitolato “Noi credevamo”, dedicato al Risorgimento, pensando di assistere a scene battagliere come nel film “Viva l’Italia” (1961) di Roberto Rossellini, è destinato a incassare una cocente delusione: non mancano, voglio precisare, le scene cosiddette “d’azione”, ma non si tratta certamente di un film realizzato allo scopo di “far ripassare la storia delle battaglie risorgimentali” a chi il Risorgimento lo ha lasciato da anni sui banchi di scuola. Garibaldi, ad esempio, non compare mai: lo spettatore intravede il Generale da lontano (lo “percepisce” quasi), verso la fine del film, sulla cima di un dirupo e vagamente illuminato da alcune torce mentre saluta le sue camicie rosse accampate intorno ai fuochi di bivacco.

I protagonisti del film di Martone sono altri: compaiono un inedito Giuseppe Mazzini in versione londinese (interpretato da un carismatico Toni Servillo) e alle prese con il suo bisogno di oppio; Francesco Crispi simbolo politico del divario tra ideale e realtà; Felice Orsini; Carlo Poerio… Ma soprattutto il film è incentrato sulle vicissitudini rivoluzionarie di tre giovani cilentani (Domenico, Angelo e Salvatore): sono tre personaggi inventati a uso e consumo della fiction ma le loro esistenze filmiche, come specificato nelle note finali del film, sono ispirate a tre ragazzi affiliati alla Giovane Italia e realmente esistiti nel Cilento durante quelle delicate fasi storiche che portarono lentamente all’unità d’Italia.

Dopo la repressione borbonica dei moti del 1828 i tre giovani prendono strade diverse: ognuno seguendo i propri ideali, in base alla propria indole e alla propria cultura.

Martone con questo suo film non vuole né esaltare il Risorgimento in maniera incondizionata, né dare spazio a un revisionismo storico unidirezionale: raccontando la storia dei tre ragazzi e degli altri personaggi che ruotano intorno ai protagonisti, il regista vuole soprattutto evidenziare la passione ideale, la paura, l’istinto omicida di alcuni patrioti, il coraggio, l’onore, la codardia, la resistenza fisica e morale, la debolezza dei cosiddetti “padri del Risorgimento”. E poi i dubbi, i fallimenti umani, le delusioni post-unitarie provate da “quelli che credevano”…

Il titolo “Noi credevamo” può essere interpretato in due modi: “noi credevamo” come a voler affermare un ideale, credere in ciò per cui si combatte e si muore. Oppure un “noi credevamo” deluso: noi credevamo di fare l’unità d’Italia e invece… Tutto qui? Questo è il risultato? Innegabile il riferimento al divario tra nord e sud e ad altre brutture insanate nonostante l’ideale unitario.

Pur trattandosi di un film che esce nelle sale cinematografiche italiane (poche, a dire il vero!) in concomitanza con i festeggiamenti riguardanti il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, sarebbe stato francamente deludente assistere a un’opera epica atta solo a esaltare i “valori unitari” (questo lasciamolo fare ai politici di professione e agli storici di regime che temono i revisionismi!), senza mettere in evidenza quelle incrinature che hanno influenzato la nascita della nazione italiana e che ancora oggi caratterizzano certe differenze e divisioni apparentemente insanabili. Mario Martone è un regista dell’odierno sud: non poteva non rivedere il Risorgimento con gli occhi disincantati dell’uomo tecnologico del terzo millennio alle prese con il problema delle ecomafie e della ‘munnezza’!

Nel film di Martone non si assiste al fallito sbarco di Carlo Pisacane, ma i personaggi allarmati ne parlano tra di loro: i cosiddetti “fatti storici” sembrano ‘passare di lato’ in questo film. Ciò che interessa al regista è il “prequel”, il tempo intermedio, la preparazione paziente degli eventi storici, l’eroica attesa dei rivoluzionari (monarchici e repubblicani) rinchiusi nelle carceri borboniche. Interessanti, insomma, sono le cause collaterali e “prodromiche” che hanno portato all’unità. La fase londinese della Giovane Italia ottiene più spazio dello sbarco a Calatafimi; l’attentato di Felice Orsini a Napoleone III prende il sopravvento sull’incontro a Teano… Scelte filmiche che hanno una loro valida ragione: evidenziare la storia ufficiosa, quella che indirettamente ha nutrito la storia imparata a scuola.

Ancora una volta, come ne “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, il bravissimo attore Luigi Lo Cascio, tramite il suo personaggio, svolge la funzione di “testimone transgenerazionale”: il giovane mazziniano cilentano, visibilmente invecchiato, possiede gli anni e l’esperienza necessaria per poter “giudicare” un processo storico che scricchiola già nel momento in cui si realizza. L’unità è sì necessaria ma è un’unità che nasce malata, perché non voluta veramente da tutti, perché spinta da altri interessi e non da quei nobili ideali inizialmente sbandierati nei salotti parigini e coltivati in anfratti sconosciuti della provincia.

Affascinanti i colori adoperati e oserei dire commuovente la “fotografia caravaggesca” di questo film: la scena dei rivoluzionari imprigionati a Montefusco e illuminati dalla sola luce di una candela mentre in silenzio si riuniscono nella cella, da sola vale la visione dell’intero, lunghissimo film.

Surreale la scena, quasi alla fine del film, in cui compare lo scheletro in cemento armato di una palazzina incompleta presso cui trascorrono la notte alcuni personaggi del film. Non si tratta, ovviamente, di un errore “cronologico” del regista: potrebbe essere invece una sorta di “firma politica” (nel senso sano e partecipativo del termine). Il regista ci ha forse voluto dire che il suo non è solo un “film storico” dove ci sono i buoni e i cattivi che si muovono intorno alle date da imparare a memoria prima dell’interrogazione di storia a scuola, ma la sua pellicola è una panoramica disincantata su un processo incompleto: talmente incompleto da aver lasciato nella sua annosa arretratezza una parte di quel territorio che si è voluto a tutti i costi inglobare in un’unità acerba. Il sud, la cementificazione selvaggia, i problemi ambientali che causano scempio e disastri, le mafie, le irrisolte differenze economiche, le paventate secessioni…

“Noi non credevamo” che si sarebbe arrivati a tutto questo!

Forse Martone, in vista dei festeggiamenti istituzionali, ha voluto dirci che invece dei soliti slogan ci sarebbe bisogno di un secondo, vero, radicale, e questa volta determinante, Risorgimento.

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