Archivio per lavoro

Una croce per il Monte Santa Croce

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 giugno 2017 by Michele Nigro

Poteva il Monte Santa Croce, situato con i suoi rispettabili 1.407 metri d’altezza tra i comuni di Bella e S. Fele, in Basilicata, col nome che si ritrova, non avere una croce vera e propria sulla sua sommità? Certo che no!

A rimediare all’imperdonabile mancanza (anche se un abbozzo di altarino c’era già, grazie all’opera di altri devoti nel corso degli anni) c’hanno pensato gli amici del Je Bell Quad ASD di Baragiano (PZ) motivati sul campo dal vulcanico e attivissimo Domenico Napodano. Insieme ai soci “quaddisti” di Baragiano, erano presenti anche alcuni membri dell’ASD Only Team Racing Club di Bella.

E così, in sella ognuno al proprio mezzo di trasporto (Quad, Jeep, Panda 4×4 e moto da cross), la mattina del 16 giugno 2017 i “cavalieri motorizzati” del Marmo Platano – compreso il sottoscritto che non essendo motorizzato ha usufruito di un passaggio sulla Panda del Napodano in modalità quattro ruote motrici per superare i passaggi più ardui – hanno​ raggiunto le pendici di Monte Santa Croce e, dopo un breve tratto compiuto a piedi, “croce in spalla” tipo Via Crucis, hanno finalmente collocato a suon di martello il più antico simbolo cristiano sulla vetta.

A celebrare l’evento, con le giuste parole che hanno raggiunto il cuore dei presenti e una speciale benedizione “d’alta quota”, il sacerdote Don Ovidio Duarte (originario del Paraguay) che, affascinato dalle potenzialità del mezzo a quattro ruote, non ha disdegnato il ritorno verso Bella in sella al Quad di uno dei convenuti.

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Giù le mani dal Corto Circuito!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 ottobre 2016 by Michele Nigro

… ricevo e ritrasmetto…

cortocircuito

[Roma] Giù le mani dal Corto Circuito! Giù le mani dagli spazi sociali. Un Corto Circuito in ogni quartiere!

La Federazione Lazio del P. Carc esprime piena solidarietà alle compagne e ai compagni del CSOA Corto Circuito per l’operazione di sgombero messa in campo dalle “autorità” e il conseguente sequestro dell’area tacciata di “gravi abusi edilizi”. L’accanimento contro il Corto Circuito (ripetutamente colpito ma incessantemente difeso dagli attivisti e dalle masse popolari del quartiere e della città), si spiega solo alla luce del ruolo politico che esercita da circa 30 anni a Roma, in virtù del quale non è solo uno dei padri delle occupazioni romane, ma è soprattutto uno dei motori importanti della lotta di classe romana: al servizio di questa il Corto Circuito ha costruito, in uno dei quartieri periferici di Roma, uno spazio accessibile alle masse popolari (la scuola e la palestra popolare, ma non solo) per svolgere attività che la società sempre di più nega e rende appannaggio esclusivo di ricchi e padroni: il diritto all’istruzione, allo sport, alla socialità e all’aggregazione sana, l’integrazione dei migranti, la difesa dell’ambiente, ecc.

Per questo “le mani sul Corto Circuito”, sono le mani sul diritto delle masse popolari a fare politica, a interessarsi di quello che succede nel mondo e a organizzarsi dal basso per cambiarlo. Questo è il motivo principale per cui la difesa della sua agibilità politica va assunta da chiunque oggi ha a cuore la costruzione dell’alternativa politica a Roma e nel paese intero.

D’altra parte lo sgombero del Corto Circuito, mostra l’urgenza di “dare le gambe” a quanto emerso il 4 ottobre nell’assemblea “Consultazione Popolare” dove a centinaia hanno sottolineato che nessuno si salva da solo e che le mille vertenze e battaglie in corso, nei vari campi (lavoro, casa, ambiente, istruzione, ecc.) possono trovare una soluzione positiva solo in una mobilitazione unitaria che punta a costruire un  nuovo sistema di potere popolare, che nasce dal basso (si fonda sul ruolo attivo e sulla crescente partecipazione delle masse popolari) e che svolge una doppia funzione:

rende la città ingovernabile ai poteri forti, tramite la mobilitazione e l’organizzazione popolare nella attuazione pratica delle soluzioni ai problemi più urgenti (casa, lavoro, manutenzione e vivibilità del territorio, emarginazione sociale, ecc.), alimenta e organizza la disobbedienza e il sabotaggio di tutte le regole imposte dal governo centrale e locale che solo se affrontate collettivamente (come affare pubblico e non questione privata), diventano un “problema” per le autorità centrali e locali;

– costruisce la nuova governabilità delle masse popolari, che potenzia il lavoro e l’attività che già centinaia di comitati, reti e associazioni svolgono nei nostri territori e in virtù del quale esistono “sacche di resistenza” in cui la barbarie del capitalismo fatica a fare terra bruciata: le mille strutture popolari (scuole, palestre, centri di accoglienza e integrazione per i migranti, centri di difesa e tutela delle donne, ecc.) che esistono a Roma sono già una rete organizzata e coordinata dove si impara ad occuparsi dell’individuo soprattutto occupandosi del collettivo e lavorando nel suo interesse.

Per il ruolo che già svolge, questa “rete” è già un embrione di governo del territorio alternativo a quello della politica borghese, conosce le questioni di cui è necessario occuparsi, ha già delle soluzioni pratiche e conta già su una certa disponibilità delle masse popolari a mobilitarsi per attuarle. In questo senso lo sviluppo del “controllo popolare” non può che accelerare il processo che porta le masse popolari a governarsi, se si pone l’obiettivo di costruire un comitato in ogni posto di lavoro, strada, caseggiato che agisce da “nuova autorità” locale, che afferma ciò che è legittimo su ciò che è legale.  E’ questo il movimento che fa schierare nella pratica e non solo a parole, le amministrazioni locali (comunale e municipale), spingendole, con le buone o con le cattive, ad usare mezzi, fondi e risorse per provvedere alle questioni più urgenti che oggi affliggono la vita delle masse popolari romane e secondo priorità e decreti che vengono dal basso!

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Onora il padre…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 27 ottobre 2013 by Michele Nigro

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Onora il padre

continua la sua opera

porta a termine i suoi progetti

vivi i suoi desideri semplici

sii esigente e sognatore come lo era lui.

Onoralo migliorando la sua eredità

respira la sua aria

attraversa i luoghi della sua infanzia

lasciati riscaldare dallo stesso sole.

Non svendere il tuo passato

non causare la dannazione degli assenti.

Se il legno è scolorito

ricoloralo,

se le mura sono vecchie

rinforzale.

E quando anche per te

sarà giunto il momento di partire

spera di salutare qualcuno

che un domani onori te.

IIF: Italian Institute for the Future

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 settembre 2013 by Michele Nigro

Ricevo dall’instancabile Roberto Paura e con piacere diffondo questa notizia interessante…

PROSPETTO ILLUSTRATIVO in PDF: IIF Italian Institute for the Future

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Intervista sul racconto “Call Center”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 luglio 2013 by Michele Nigro

copertina Call Center(Roberto Guerra)Howard Phillips Lovecraft, William S. Burroughs, Marc Augé, Karin Boye, Noam Chomsky, Marshall McLuhan, Jorge Luis Borges, Dylan Dog… così i critici, nella sinossi su Amazon, segnalano gli influencers che secondo loro hanno determinato la nascita del tuo racconto intitolato “Call Center”.

(Michele Nigro) – Sì, dietro ogni scrittura esistono autori letti che “spingono” per uscire. Tu utilizzi e quindi liberi dalle catene quelli che servono alla tua causa, al tuo narrare. Non importa se ne sei consapevole o meno, anche se sono dell’idea che avere coscienza della propria scrittura sia uno degli obiettivi dello scrittore: sapere perché hai fatto determinate scelte è importante per imparare a dirigere i propri sforzi, invece di affidarsi a suggerimenti istintivi. A volte, in qualità di recensore, svelo agli autori connessioni all’interno dei loro scritti di cui non erano consapevoli: siamo ciò che leggiamo e vediamo, se ci riferiamo anche ai dati visivi che si accumulano nel corso della nostra esistenza.

“Call Center”, quando la Fantascienza diventa quasi neorealismo digitale o cibernetico?

Non credo si tratti di fantascienza, anzi sono certo di non aver scritto fantascienza (volendo forzare la ricerca di un’analogia, si individuano elementi in comune con la cosiddetta “fantascienza sociologica” anche se in questo caso ci troviamo dinanzi a una distopia attuale e non proiettata nel futuro!). In occasione della pubblicazione su Amazon di “Call Center” ho usato l’espressione social fantasy per descrivere un sottogenere del fantastico caratterizzato da storie ambientate nella nostra realtà ma contenenti – in coincidenza con il climax della storia come nel caso del mio racconto – risvolti surreali, fantasiosi e grotteschi. Nel Novecento si parlava di realismo magico (Buzzati, Borges, Màrquez) in riferimento a opere letterarie in cui elementi soprannaturali emergevano da contesti quotidiani e reali. Non parlerei, invece, di neorealismo perché il mio tentativo di spiegare la condizione in cui vive l’uomo del terzo millennio si sposta da un piano realistico a uno fantasioso. “Call Center” è un racconto simbolico: il mostro che appare nella storia è il simbolo di un sistema economico e culturale più grande e più forte di noi.

“Call Center”, un saggio letterario?

No. Anche se la forma didascalica, la scarsità di dialoghi, la struttura insolita potrebbero far pensare al contrario, “Call Center” è un racconto: qualcuno ha detto che è un racconto senza storia perché tutto si svolge quasi nello stesso posto, non ci sono grandi scenari, trame, sottotrame, spostamenti avventurosi. M’interessava descrivere una condizione mentale, un malessere sociale e culturale senza spazio e senza tempo, un “non-luogo” interiore che non appartiene solo al protagonista del racconto ma a un’intera generazione di lavoratori precari, in Italia e nel mondo. Ho contribuito ad allontanare “Call Center” dalla categoria del racconto, forse, anche perché ho introdotto due elementi sperimentali dal punto di vista scritturale: 1) l’utilizzo massiccio di quelli che nel racconto il protagonista definisce corsivi mentali, ovvero argomentazioni calate nel tessuto della storia e apparentemente sconnesse dai contenuti della stessa; 2) l’introduzione di “flash-forward” (opposti ai più “famosi” flashback) sotto forma di stralci poetici collegati a un programma radiofonico citato verso la fine del racconto e presenti fin dall’inizio: si tratta di evocazioni, di anticipazioni non comprese dal lettore il quale pensa a semplici intercalari testuali simili ai corsivi mentali.

Perché complicarsi la vita introducendo questi “flash-forward”?

Io in realtà ho usato una forma semplice di flash-forward: i versi di una poesia calati con una certa logica all’interno della storia. Esistono forme più complesse: veri e propri “pezzi” di storia provenienti dal futuro che compaiono nel tempo della narrazione. Anche in quel caso il lettore rimane spiazzato, ma capirà in seguito. I flash-forward sono i “testimoni” dell’evoluzione futura, positiva o negativa, del personaggio: siamo abituati a una scrittura lineare, con un prima e un dopo messi diligentemente in ordine, e non pensiamo mai al fatto che nella nostra vita non solo i ricordi dal passato possono venire a farci visita ma anche pezzi di futuro possono manifestarsi in noi… Solo che non sempre siamo in grado di riconoscerli come tali. Li chiamiamo “sogni ad occhi aperti” o nella peggiore delle ipotesi “paranoie” e andiamo dallo psichiatra pensando di essere pazzi!

Robotica e Automazione libereranno operai e dipendenti pubblici?

No, li elimineranno definitivamente. Quando questo accadrà non ci sarà più bisogno di scrivere racconti come “Call Center” perché non ci sarà più un lavoratore da proteggere ma solo macchine da aggiustare e sistemi da testare. Non sono un “luddista” contrario al progresso tecnologico introdotto nel lavoro: pensiamo alle condizioni lavorative in epoche passate e agli attuali sistemi di sicurezza che, se attuati e rispettati, potrebbero evitare le cosiddette “morti bianche” o tragedie come quelle della ThyssenKrupp di Torino. Tecnologia e prevenzione possono migliorare il lavoro del ventunesimo secolo, ma la strada verso il pieno rispetto delle leggi in materia di sicurezza è lunga, come dimostra la cronaca. Il problema, però, non è solo il miglioramento delle condizioni (anche psicologiche) del lavoratore ma è capire perché tutti noi alimentiamo e sosteniamo quel sistema politico, culturale e consumistico che sta trasformando lo stesso lavoro in un prodotto: il lavoro è diventato effimero come i prodotti che acquistiamo, caratterizzati da una vita commerciale breve. C’è qualcosa che non va e la politica ha affidato la soluzione del problema occupazionale a un’economia pseudoliberista fallimentare, con risultati negativi che stanno sotto gli occhi di tutti. In “Call Center” ho cercato di descrivere l’ibrido lavoratore-consumatore: siamo noi stessi che alimentiamo il mostro, con le nostre errate scelte culturali, con le nostre abitudini…

Ma il Power (poco importa il segno) lo permetterebbe? La società può sopportare una comunità basata sul lavoro virtuoso e dignitoso o creativo?

Permettere cosa, la liberazione dei lavoratori? Al potere non interessa il destino dei lavoratori se non per fini propagandistici ed elettorali, o come ricordavo prima in qualità di consumatori, dal momento che politica ed economia sono diventati sinonimi. Anche il sistema filosofico marxista, che avrebbe dovuto assicurare una certa “giustizia sociale” in ambito lavorativo, è stato fagocitato dal meccanismo consumistico. Un politico idiota durante la scorsa legislatura affermò che “con la cultura non si mangia”. Fino a quando il potere sarà nelle mani di questi personaggi e non si darà importanza al lavoro anche creativo, la società non conoscerà mai le potenzialità inespresse esistenti. Per lavoro creativo non intendo solo quello dei musicisti del teatro S. Carlo di Napoli. Ogni invenzione, ogni creazione, diventando servizio, può trasformarsi in lavoro: ma il nostro sistema politico è in grado di favorire questo tipo di sviluppo? La società può basarsi sul lavoro dignitoso se c’è alle spalle una politica lungimirante che assicuri l’occupazione e un salario degno di un essere umano. Non dimentichiamo che dalla sicurezza economica del lavoratore deriva l’aumento del suo “potere di acquisto” e da questo il rilancio dell’economia. Non possiamo evitare di essere dei lavoratori-consumatori perché questo è il sistema economico e culturale in cui siamo nati, ma dobbiamo migliorare la nostra condizione. Se ciò non accadrà a causa di una politica manipolata dalla finanza, si andrà incontro a un crollo del sistema sociale: la rivoluzione, come già è accaduto altre volte nel corso della storia, sarà la naturale conseguenza della disperazione generale. In “Call Center” descrivo il risveglio di un singolo individuo che compie un viaggio interiore verso una scelta personale, ma in futuro risvegli simili potrebbero aumentare di numero a causa non di un’evoluzione culturale bensì di esigenze materiali impellenti.

Per acquistare e leggere “Call Center”:

http://www.amazon.it/Call-Center-ebook/dp/B00B6FCSW6/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1364852853&sr=8-1

Giuliano Brenna recensisce “Call Center”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 maggio 2013 by Michele Nigro

Giuliano Brenna, cofondatore insieme a Roberto Maggiani del sito letterario La Recherche.it, ha recentemente pubblicato una recensione al mio racconto social fantasy “Call Center”.

Segue un breve stralcio:

<<… Il protagonista, in un fitto dialogo fra sé ed un sé più profondo, che in corsivo gli parla sottolineando le brutture del sistema, va all’origine del sistema stesso, scende nel profondo dell’edificio che ospita il famigerato Call Center e nel mentre scende anche nel proprio profondo a trovare la risposta che gli preme. In un crescendo in bilico tra Kafka e Matrix il protagonista giunge alla radice del male, la quale sembra essere solo una delle numerose ramificazioni di una immensa ragnatela che ha inesorabilmente catturato l’uomo…>>

la recherche call center

La “social fantasy” di Michele Nigro, intervista a cura di RobyGuerra

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 aprile 2013 by Michele Nigro

Lo scrittore Roberto Guerra mi ha intervistato sull’uscita del racconto “Call Center” e indirettamente su altri argomenti. Rispondendo alle sue domande ho avuto l’occasione di spiegare a me stesso e ai miei lettori alcuni aspetti riguardanti la mia scrittura e di riflettere su temi caldi sociali ed economici.

Per leggere l’intervista:

La “social fantasy” di Michele Nigro

Eccovi intanto uno stralcio dell’intervista:

<<“Call Center”, quando la Fantascienza diventa quasi neorealismo digitale o cibernetico?

Non credo si tratti di fantascienza, anzi sono certo di non aver scritto fantascienza (volendo forzare la ricerca di un’analogia, si individuano elementi in comune con la cosiddetta “fantascienza sociologica” anche se in questo caso ci troviamo dinanzi a una distopia attuale e non proiettata nel futuro!). In occasione della pubblicazione su Amazon di “Call Center” ho usato l’espressione social fantasy per descrivere un sottogenere del fantastico caratterizzato da storie ambientate nella nostra realtà ma contenenti – in coincidenza con il climax della storia come nel caso del mio racconto – risvolti surreali, fantasiosi e grotteschi. Nel Novecento si parlava di realismo magico (Buzzati, Borges, Màrquez) in riferimento a opere letterarie in cui elementi soprannaturali emergevano da contesti quotidiani e reali. Non parlerei, invece, di neorealismo perché il mio tentativo di spiegare la condizione in cui vive l’uomo del terzo millennio si sposta da un piano realistico a uno fantasioso. “Call Center” è un racconto simbolico: il mostro che appare nella storia è il simbolo di un sistema economico e culturale più grande e più forte di noi…>>

intervista robyguerra

CALL CENTER: METAFORA E METAMORFOSI DEL LAVORO PARA-SUBORDINATO

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 marzo 2013 by Michele Nigro

Ricevo e volentieri pubblico una recensione attenta, dettagliata, scrupolosa e particolarmente sentita al mio racconto social fantasy “Call Center” da parte dell’amico Valentino Strél’nikov Cerrone. Interessante, all’interno del testo della recensione sul blog di Valentino, il riferimento video al film “Aldous Huxley’s Brave New World” della BBC. Forse il recensore vuole dirci, ispirato dalla lettura del mio scritto, che siamo giunti a livelli sociali di tipo huxleyano od orwelliano?

copertina Call Center

CALL CENTER: METAFORA E METAMORFOSI DEL LAVORO PARA-SUBORDINATO

Call center” non è solo, come potrebbe apparire da una prima lettura, un mirabile ed impegnato affresco sulla difficoltosa e nebulosa realtà del lavoro para-subordinato, ma anche e soprattutto un viaggio “esperienziale” nelle zone d’ombra e meno focalizzate del nostro sistema economico-produttivo, che ne mette a nudo tutte le insidie, gli ingranaggi perversi, e le terrificanti scorie sociali.

L’autore di tale racconto, coniugando leggerezza narrativa ed impegno sociale, tra spezzoni di poesia, incipit filosofici e richiami musicali di Gaber e Battiato, come un Dante Alighieri nella Divina Commedia, mediante un viaggio “esperienziale” fa emergere con abilità, senza mai essere prolisso e banale, mai rischiando di scivolare nella retorica, un concetto, un fenomeno poco studiato dai grandi media contemporanei: il non luogo di Marc Augè.

Si colgono altresì tratti orwelliani vicini a “1984” e a “La fattoria degli animali” quando mette in luce che il lavoratore va “educato… il comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì a un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.

Ebbene proprio l’apertura di tale viaggio inizia con un richiamo forte che descrive il binomio micidiale di spersonalizzazione e concreto bisogno che spinge il lavoratore para-subordinato a sottomettersi non solo fisicamente (“Conosco bene le misure del mio spazio lavorativo: mi fermo un millimetro prima di strappare via il jack”) ma soprattutto interiormente (“ritorno fedele con le braccia sul tavolo del box dove mi aspettano i pieghevoli che illustrano le caratteristiche patinate dei meravigliosi prodotti da vendere e il decalogo delle cose da dire o da non dire pensati dall’intellighenzia aziendale.)

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Posted in nigrologia with tags , , , on 9 marzo 2013 by Michele Nigro

L’interessante recensione di un amico lettore al mio racconto “Call Center”. Grazie Strél’nikov! 😉

La Mia Babele

Recensione ad un racconto social fantasy di un mio caro amico disponibile su Amazon.it, intitolato “Call Center”.

copertina-call-center

Call center non è solo come potrebbe apparire da una prima lettura un mirabile ed impegnato affresco sulla difficoltosa e nebulosa realtà del lavoro para-subordinato, ma  anche e soprattutto un viaggio “esperienziale” nelle zone d’ombra e meno focalizzate del nostro sistema economico –produttivo, che ne mette a nudo tutte le insidie, gli ingranaggi perversi, e le terrificanti scorie sociali.

L’autore di tale saggio, coniugando leggerezza narrativa ed impegno sociale,  tra spezzoni di poesia, incipit filosofici e richiami musicali di Gaber e Battiato, come un Dante Alighieri nella Divina Commedia, mediante un viaggio “esperenziale” fa emergere con abilità, senza mai essere prolisso, e banale, mai rischiando di scivolare nella retorica, un concetto ed un fenomeno poco studiato dai grandi media contemporanei: il non luogo di Marc Augè.

Si colgono altresì tratti orwelliani di “1984 e…

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