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Contro i (recenti) film sulla Lucania

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 ottobre 2017 by Michele Nigro

versione pdf: Contro i (recenti) film sulla Lucania

un paese quasi perfetto

Ormai sembra essere diventata una moda che rende bene al botteghino: rappresentare la Lucania (Basilicata per politici e navigatori satellitari) dal punto di vista cinematografico è l’idea del momento. Almeno un tipo di idea, perché la “terra di mezzo” lucana – come location e fonte d’ispirazione – non è per niente estranea alle attenzioni della settima arte.

Certo, qualche dubbio nasce quando si passa da Pasolini e Rosi a Rocco Papaleo e Massimo Gaudioso, ma non essendo un critico cinematografico (e soprattutto uno storico della critica cinematografica) mi limiterò a un lieve spetteguless goliardico da spettatore in poltrona.

Capisco che “Matera 2019” incombe (e di infrastrutture serie – nonostante l’ok dal Cipe per far arrivare la ferrovia a Matera – manco l’ombra!) e bisogna ‘pompare’ con la pubblicità offerta da film-spot; capisco che regione, province, comunità montane puntino sulla facile promozione turistica “per mezzo pellicola” per attirare, nella migliore delle ipotesi, visitatori appassionati di antropologia, etnologia e paesologia; capisco che dopo l’uscita di filmetti come “Basilicata coast to coast”, “Un paese quasi perfetto” (infilandoci in mezzo anche “Benvenuti al Sud”, pur trattandosi di una location non lucana, da cui sono state scopiazzate alcune idee!) ci abbiano preso gusto nel rappresentare la Lucania in un certo modo, ma in tutta sincerità, a me personalmente, certi luoghi comuni e certe generalizzazioni da cultura di massa di bassa lega, proprio non vanno giù! Neanche sorseggiando un ottimo Aglianico del Vulture… Parlo di “cultura di massa di bassa lega” perché determinati contenuti, se sono di qualità, possono essere veicolati anche sfruttando i grandi numeri (la casalinga di Voghera sembra stupida, ma se uno le cose gliele presenta come si deve…): dipende sempre da chi gestisce la comunicazione di massa, se una “capra” (sgarbianamente parlando) incapace di distinguere Potenza da Matera (o peggio, Potenza da Napoli) o una mente un po’ più consistente che non ha paura di comunicare concetti importanti alla massa televisiva della prima serata generalista.

Se l’intento era quello di mescolare la denuncia sociale alla commedia, allora mi dispiace annunciarvi che il risultato è deludente: è meglio fare una scelta di campo (o commedia, o denuncia sociale) perché così facendo si rischia di disperdere il potere espressivo di una storia, in tanti rivoli insignificanti.

Perché sono così pesante? Perché se ironizzi su una frana che blocca da anni una strada importante che dovrebbe mettere in comunicazione un paese con il mondo esterno (invece di mettere al muro e “fucilare” i politici che non si danno una mossa per ripristinare la viabilità), si finirà col pensare che in fin dei conti siamo pur sempre al Sud dove tutti i guai si superano con l’ironia, la pazienza e il mandolino, che è andata sempre così, da quando mondo è mondo, che le lungaggini burocratiche e il lassismo amministrativo è inutile combatterli perché fanno parte del folklore locale, che è meglio passarci sopra mangiando tarallucci e bevendo vino, anzi è meglio passarci sopra con la vecchia teleferica della miniera, che nell’epilogo del film (“Un paese quasi perfetto”) si trasforma in un’idea imprenditoriale, perché tanto è meglio mettersi l’anima in pace e rimboccarsi le maniche: di sviluppo industriale, di progresso, di occupazione proveniente dall’alto, manco a parlarne. Embè, siamo al Sud: l’avevate dimenticato?

Per non parlare delle numerose zone industriali create nel deserto, funzionanti per qualche anno (giusto il tempo di qualche ciclo elettorale) o addirittura mai entrate in funzione, che potrebbero dare lavoro a tantissimi lucani e che invece stanno a marcire sotto il sole dopo aver preso il posto di alvei fluviali e aver spianato vallate stupende per fare spazio a un “progresso industriale” inattivo. Veramente abbiamo ridotto la nostra critica sociale e politica alla critica verso le “pale eoliche”? Veramente crediamo che uno dei problemi maggiori della Lucania siano le pale eoliche e non le “palle” propinateci da politici e imbonitori che hanno tentato di trasformare la Basilicata in una discarica nucleare non molti anni fa? Per non parlare dei danni ambientali causati da un certo “avventurismo petrolifero” che ha favorito i soliti pochi.

Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, l’idea di far divertire la gente appendendola a un cavo d’acciaio non è nemmeno lucana ma è stata intelligentemente importata dalla Francia: non ce l’ho con il Volo (figuriamoci, mi piace e l’ho fatto già due volte!) ma le “idee lucane”, quelle ereditate dalla storia e dalla tradizione (e non importate da fuori), sono altre e ovviamente tenute nascoste, sottovalutate e trascurate perché sono meno turistiche, meno impattanti dal punto di vista pubblicitario, meno divertenti, più impegnative culturalmente. E soprattutto è più difficile farci dei filmetti sopra! Voi ce lo vedreste uno di questi registi da “pro loco” a girare un lungometraggio su una storia ambientata nel medioevo lucano in stile Ermanno Olmi? E chi lo andrebbe a vedere? Ah, non sapevate che anche la Lucania ha avuto il medioevo? È chiaro che è molto più semplice (e redditizio) girare un filmetto basandolo su luoghi comuni, piatti locali, scemenze varie e finte denunce sociali tanto per darsi uno spessore etico…!

Passino l’elegia del viaggio a piedi nella “Basilicata…” di Papaleo e il potere introspettivo della strada (sono d’accordo con lui: la Lucania, i paesaggi naturalistici in genere, possono essere gustati solo grazie all’andatura lenta del camminatore. Duccio Demetrio, autore del saggio Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, sarebbe orgoglioso di Papaleo!); passino le inquadrature mozzafiato che rendono solo in parte la bellezza (a volte arida ma affascinante) di certi luoghi lucani; passi l’elogio di una riscoperta provincia a discapito di una città sempre più difficile da vivere (invertendo il processo che portò negli anni ’50 e ’60 all’abbandono delle campagne per inseguire il sogno industriale nel Nord Italia o in altri paesi – oggi l’abbandono è ancora in atto, avviene in direzione “estero” su un livello professionale più alto, e molti comuni per rimpolpare la popolazione sono ricorsi ai tanto vituperati migranti -, anche se per invertire il processo in maniera convincente occorrono idee e denari, e la sola passione per il borgo, ahimè, non è sufficiente!). Passi il messaggio della valorizzazione delle risorse di zona in vista di un rafforzamento delle economie locali (sottotitolo non dichiarato: non fate i soliti meridionali imbroglioni, spioni, scoraggiati e pigri, e datevi da fare!). Passi l’idea sana che le cose che all’esterno (o, in maniera eccessivamente autocritica, da noi stessi) sono considerate “segnali di arretratezza”, in realtà, se viste con occhi diversi e lungimiranti, diventano tesori della tradizione e potenzialità non da convertire o sostituire ma da proteggere ed esaltare. Non avere vergogna della propria “povertà” e semplicità, ma farle diventare fonti di ricchezza. Come già accade, anche senza suggerimenti cinematografici.

benvenuti_al_sud

Passino queste ed altre cose interessanti che ho intenzione di salvare anche se non le citerò, ma non riesco a comprendere la facilità con cui vengono applicati certi stereotipi. Non riesco a capire perché i cassintegrati lucani dovrebbero essere dei semi-alcolizzati: vedi il personaggio di Silvio Orlando che nel film “Un paese quasi perfetto” ogni sera se ne torna alticcio e barcollante verso casa (conosco tanti amici in Lucania che, pur non lavorando più, sono ottimi ebanisti, suonano nella banda, fanno jogging e non toccano la bottiglia!) o che non ha voglia di cercare lavoro fuori dal paese quando invece conosciamo bene la storia dell’emigrazione italiana interna e quella dei lucani nel mondo. Non riesco a capire perché, sempre nel suddetto film, l’unico capace di utilizzare internet nel paese (come se compiesse una magia in un villaggio africano!) sia un tipo “racchio”, quasi un “subumano” di lombrosiana memoria (non me ne voglia l’attore se lo hanno fatto apparire così!), quando invece nella zona della Lucania da me frequentata – nonostante si parli tanto di digital divide – tutta la gioventù, bella, fresca e sveglia, è connessa in maniera disinvolta e anzi, a detta di alcuni, sarebbe connessa anche in maniera eccessiva, forse perché bisognosa di cercare in rete opportunità e confronti.

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Opere sparse nel tempo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 agosto 2017 by Michele Nigro

Sentire il riverbero

di trascorse energie

tocco di antichi

entusiasmi sulle cose

il loro effetto fuori moda.

 

Le mani stanche di madre

che curavano i lembi

di famiglie ormai disperse

non lavorano più d’ago

per un domani incerto.

 

Nuove cuciture

su stoffe consunte

come passaggi d’epoca

segnati da assenze.

 

In silenzio, da padre a figlio

mirando l’infinito di oggi

da laiche trappe

si eredita il da farsi.

Poesia triviale di amore e morte

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 agosto 2017 by Michele Nigro

Mi condusse nel bosco della fiducia

e abusò della mia benevolenza,

per ore

senza dire una parola

raccontò tutto del suo ego

e me lo mostrò,

con colpi ritmati di piacere

strofinando la mia schiena nuda

sulla corteccia del nostro

talamo fogliato.

 

A mò di anello

con la fascetta rossa

dell’ultimo Partagás

intorno al dito raggrinzito

da umidi connubi solitari

le chiesi di unirsi a me

sul baratro di un bucolico caos.

 

Bifolco vuol dire

due volte folk

ed eravate coppia impopolare

di verderame e stanchezza.

 

C’è gente che

è vestita bene

solo da morta,

e allora lei morì

per vedersi bella

dal cielo.

L’eleganza nella bara

di castagno voyeur

testimone legnoso del loro

giovanile amplesso

fece dimenticare

l’indegno barcollio da birra

tornando di sera, ormai vecchi

da terre lavorate bestemmiando

irrigate con lacrime di pelle

e le risate in vita

dell’intero paese.

(immagine: Vincent van Gogh –

Contadino e contadina che seminano patate, 1885)

 

 

 

Una croce per il Monte Santa Croce

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 giugno 2017 by Michele Nigro

Poteva il Monte Santa Croce, situato con i suoi rispettabili 1.407 metri d’altezza tra i comuni di Bella e S. Fele, in Basilicata, col nome che si ritrova, non avere una croce vera e propria sulla sua sommità? Certo che no!

A rimediare all’imperdonabile mancanza (anche se un abbozzo di altarino c’era già, grazie all’opera di altri devoti nel corso degli anni) c’hanno pensato gli amici del Je Bell Quad ASD di Baragiano (PZ) motivati sul campo dal vulcanico e attivissimo Domenico Napodano. Insieme ai soci “quaddisti” di Baragiano, erano presenti anche alcuni membri dell’ASD Only Team Racing Club di Bella.

E così, in sella ognuno al proprio mezzo di trasporto (Quad, Jeep, Panda 4×4 e moto da cross), la mattina del 16 giugno 2017 i “cavalieri motorizzati” del Marmo Platano – compreso il sottoscritto che non essendo motorizzato ha usufruito di un passaggio sulla Panda del Napodano in modalità quattro ruote motrici per superare i passaggi più ardui – hanno​ raggiunto le pendici di Monte Santa Croce e, dopo un breve tratto compiuto a piedi, “croce in spalla” tipo Via Crucis, hanno finalmente collocato a suon di martello il più antico simbolo cristiano sulla vetta.

A celebrare l’evento, con le giuste parole che hanno raggiunto il cuore dei presenti e una speciale benedizione “d’alta quota”, il sacerdote Don Ovidio Duarte (originario del Paraguay) che, affascinato dalle potenzialità del mezzo a quattro ruote, non ha disdegnato il ritorno verso Bella in sella al Quad di uno dei convenuti.

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Giù le mani dal Corto Circuito!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 ottobre 2016 by Michele Nigro

… ricevo e ritrasmetto…

cortocircuito

[Roma] Giù le mani dal Corto Circuito! Giù le mani dagli spazi sociali. Un Corto Circuito in ogni quartiere!

La Federazione Lazio del P. Carc esprime piena solidarietà alle compagne e ai compagni del CSOA Corto Circuito per l’operazione di sgombero messa in campo dalle “autorità” e il conseguente sequestro dell’area tacciata di “gravi abusi edilizi”. L’accanimento contro il Corto Circuito (ripetutamente colpito ma incessantemente difeso dagli attivisti e dalle masse popolari del quartiere e della città), si spiega solo alla luce del ruolo politico che esercita da circa 30 anni a Roma, in virtù del quale non è solo uno dei padri delle occupazioni romane, ma è soprattutto uno dei motori importanti della lotta di classe romana: al servizio di questa il Corto Circuito ha costruito, in uno dei quartieri periferici di Roma, uno spazio accessibile alle masse popolari (la scuola e la palestra popolare, ma non solo) per svolgere attività che la società sempre di più nega e rende appannaggio esclusivo di ricchi e padroni: il diritto all’istruzione, allo sport, alla socialità e all’aggregazione sana, l’integrazione dei migranti, la difesa dell’ambiente, ecc.

Per questo “le mani sul Corto Circuito”, sono le mani sul diritto delle masse popolari a fare politica, a interessarsi di quello che succede nel mondo e a organizzarsi dal basso per cambiarlo. Questo è il motivo principale per cui la difesa della sua agibilità politica va assunta da chiunque oggi ha a cuore la costruzione dell’alternativa politica a Roma e nel paese intero.

D’altra parte lo sgombero del Corto Circuito, mostra l’urgenza di “dare le gambe” a quanto emerso il 4 ottobre nell’assemblea “Consultazione Popolare” dove a centinaia hanno sottolineato che nessuno si salva da solo e che le mille vertenze e battaglie in corso, nei vari campi (lavoro, casa, ambiente, istruzione, ecc.) possono trovare una soluzione positiva solo in una mobilitazione unitaria che punta a costruire un  nuovo sistema di potere popolare, che nasce dal basso (si fonda sul ruolo attivo e sulla crescente partecipazione delle masse popolari) e che svolge una doppia funzione:

rende la città ingovernabile ai poteri forti, tramite la mobilitazione e l’organizzazione popolare nella attuazione pratica delle soluzioni ai problemi più urgenti (casa, lavoro, manutenzione e vivibilità del territorio, emarginazione sociale, ecc.), alimenta e organizza la disobbedienza e il sabotaggio di tutte le regole imposte dal governo centrale e locale che solo se affrontate collettivamente (come affare pubblico e non questione privata), diventano un “problema” per le autorità centrali e locali;

– costruisce la nuova governabilità delle masse popolari, che potenzia il lavoro e l’attività che già centinaia di comitati, reti e associazioni svolgono nei nostri territori e in virtù del quale esistono “sacche di resistenza” in cui la barbarie del capitalismo fatica a fare terra bruciata: le mille strutture popolari (scuole, palestre, centri di accoglienza e integrazione per i migranti, centri di difesa e tutela delle donne, ecc.) che esistono a Roma sono già una rete organizzata e coordinata dove si impara ad occuparsi dell’individuo soprattutto occupandosi del collettivo e lavorando nel suo interesse.

Per il ruolo che già svolge, questa “rete” è già un embrione di governo del territorio alternativo a quello della politica borghese, conosce le questioni di cui è necessario occuparsi, ha già delle soluzioni pratiche e conta già su una certa disponibilità delle masse popolari a mobilitarsi per attuarle. In questo senso lo sviluppo del “controllo popolare” non può che accelerare il processo che porta le masse popolari a governarsi, se si pone l’obiettivo di costruire un comitato in ogni posto di lavoro, strada, caseggiato che agisce da “nuova autorità” locale, che afferma ciò che è legittimo su ciò che è legale.  E’ questo il movimento che fa schierare nella pratica e non solo a parole, le amministrazioni locali (comunale e municipale), spingendole, con le buone o con le cattive, ad usare mezzi, fondi e risorse per provvedere alle questioni più urgenti che oggi affliggono la vita delle masse popolari romane e secondo priorità e decreti che vengono dal basso!

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Onora il padre…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 27 ottobre 2013 by Michele Nigro

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Onora il padre

continua la sua opera

porta a termine i suoi progetti

vivi i suoi desideri semplici

sii esigente e sognatore come lo era lui.

Onoralo migliorando la sua eredità

respira la sua aria

attraversa i luoghi della sua infanzia

lasciati riscaldare dallo stesso sole.

Non svendere il tuo passato

non causare la dannazione degli assenti.

Se il legno è scolorito

ricoloralo,

se le mura sono vecchie

rinforzale.

E quando anche per te

sarà giunto il momento di partire

spera di salutare qualcuno

che un domani onori te.

IIF: Italian Institute for the Future

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 settembre 2013 by Michele Nigro

Ricevo dall’instancabile Roberto Paura e con piacere diffondo questa notizia interessante…

PROSPETTO ILLUSTRATIVO in PDF: IIF Italian Institute for the Future

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Intervista sul racconto “Call Center”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 luglio 2013 by Michele Nigro

copertina Call Center(Roberto Guerra)Howard Phillips Lovecraft, William S. Burroughs, Marc Augé, Karin Boye, Noam Chomsky, Marshall McLuhan, Jorge Luis Borges, Dylan Dog… così i critici, nella sinossi su Amazon, segnalano gli influencers che secondo loro hanno determinato la nascita del tuo racconto intitolato “Call Center”.

(Michele Nigro) – Sì, dietro ogni scrittura esistono autori letti che “spingono” per uscire. Tu utilizzi e quindi liberi dalle catene quelli che servono alla tua causa, al tuo narrare. Non importa se ne sei consapevole o meno, anche se sono dell’idea che avere coscienza della propria scrittura sia uno degli obiettivi dello scrittore: sapere perché hai fatto determinate scelte è importante per imparare a dirigere i propri sforzi, invece di affidarsi a suggerimenti istintivi. A volte, in qualità di recensore, svelo agli autori connessioni all’interno dei loro scritti di cui non erano consapevoli: siamo ciò che leggiamo e vediamo, se ci riferiamo anche ai dati visivi che si accumulano nel corso della nostra esistenza.

“Call Center”, quando la Fantascienza diventa quasi neorealismo digitale o cibernetico?

Non credo si tratti di fantascienza, anzi sono certo di non aver scritto fantascienza (volendo forzare la ricerca di un’analogia, si individuano elementi in comune con la cosiddetta “fantascienza sociologica” anche se in questo caso ci troviamo dinanzi a una distopia attuale e non proiettata nel futuro!). In occasione della pubblicazione su Amazon di “Call Center” ho usato l’espressione social fantasy per descrivere un sottogenere del fantastico caratterizzato da storie ambientate nella nostra realtà ma contenenti – in coincidenza con il climax della storia come nel caso del mio racconto – risvolti surreali, fantasiosi e grotteschi. Nel Novecento si parlava di realismo magico (Buzzati, Borges, Màrquez) in riferimento a opere letterarie in cui elementi soprannaturali emergevano da contesti quotidiani e reali. Non parlerei, invece, di neorealismo perché il mio tentativo di spiegare la condizione in cui vive l’uomo del terzo millennio si sposta da un piano realistico a uno fantasioso. “Call Center” è un racconto simbolico: il mostro che appare nella storia è il simbolo di un sistema economico e culturale più grande e più forte di noi.

“Call Center”, un saggio letterario?

No. Anche se la forma didascalica, la scarsità di dialoghi, la struttura insolita potrebbero far pensare al contrario, “Call Center” è un racconto: qualcuno ha detto che è un racconto senza storia perché tutto si svolge quasi nello stesso posto, non ci sono grandi scenari, trame, sottotrame, spostamenti avventurosi. M’interessava descrivere una condizione mentale, un malessere sociale e culturale senza spazio e senza tempo, un “non-luogo” interiore che non appartiene solo al protagonista del racconto ma a un’intera generazione di lavoratori precari, in Italia e nel mondo. Ho contribuito ad allontanare “Call Center” dalla categoria del racconto, forse, anche perché ho introdotto due elementi sperimentali dal punto di vista scritturale: 1) l’utilizzo massiccio di quelli che nel racconto il protagonista definisce corsivi mentali, ovvero argomentazioni calate nel tessuto della storia e apparentemente sconnesse dai contenuti della stessa; 2) l’introduzione di “flash-forward” (opposti ai più “famosi” flashback) sotto forma di stralci poetici collegati a un programma radiofonico citato verso la fine del racconto e presenti fin dall’inizio: si tratta di evocazioni, di anticipazioni non comprese dal lettore il quale pensa a semplici intercalari testuali simili ai corsivi mentali.

Perché complicarsi la vita introducendo questi “flash-forward”?

Io in realtà ho usato una forma semplice di flash-forward: i versi di una poesia calati con una certa logica all’interno della storia. Esistono forme più complesse: veri e propri “pezzi” di storia provenienti dal futuro che compaiono nel tempo della narrazione. Anche in quel caso il lettore rimane spiazzato, ma capirà in seguito. I flash-forward sono i “testimoni” dell’evoluzione futura, positiva o negativa, del personaggio: siamo abituati a una scrittura lineare, con un prima e un dopo messi diligentemente in ordine, e non pensiamo mai al fatto che nella nostra vita non solo i ricordi dal passato possono venire a farci visita ma anche pezzi di futuro possono manifestarsi in noi… Solo che non sempre siamo in grado di riconoscerli come tali. Li chiamiamo “sogni ad occhi aperti” o nella peggiore delle ipotesi “paranoie” e andiamo dallo psichiatra pensando di essere pazzi!

Robotica e Automazione libereranno operai e dipendenti pubblici?

No, li elimineranno definitivamente. Quando questo accadrà non ci sarà più bisogno di scrivere racconti come “Call Center” perché non ci sarà più un lavoratore da proteggere ma solo macchine da aggiustare e sistemi da testare. Non sono un “luddista” contrario al progresso tecnologico introdotto nel lavoro: pensiamo alle condizioni lavorative in epoche passate e agli attuali sistemi di sicurezza che, se attuati e rispettati, potrebbero evitare le cosiddette “morti bianche” o tragedie come quelle della ThyssenKrupp di Torino. Tecnologia e prevenzione possono migliorare il lavoro del ventunesimo secolo, ma la strada verso il pieno rispetto delle leggi in materia di sicurezza è lunga, come dimostra la cronaca. Il problema, però, non è solo il miglioramento delle condizioni (anche psicologiche) del lavoratore ma è capire perché tutti noi alimentiamo e sosteniamo quel sistema politico, culturale e consumistico che sta trasformando lo stesso lavoro in un prodotto: il lavoro è diventato effimero come i prodotti che acquistiamo, caratterizzati da una vita commerciale breve. C’è qualcosa che non va e la politica ha affidato la soluzione del problema occupazionale a un’economia pseudoliberista fallimentare, con risultati negativi che stanno sotto gli occhi di tutti. In “Call Center” ho cercato di descrivere l’ibrido lavoratore-consumatore: siamo noi stessi che alimentiamo il mostro, con le nostre errate scelte culturali, con le nostre abitudini…

Ma il Power (poco importa il segno) lo permetterebbe? La società può sopportare una comunità basata sul lavoro virtuoso e dignitoso o creativo?

Permettere cosa, la liberazione dei lavoratori? Al potere non interessa il destino dei lavoratori se non per fini propagandistici ed elettorali, o come ricordavo prima in qualità di consumatori, dal momento che politica ed economia sono diventati sinonimi. Anche il sistema filosofico marxista, che avrebbe dovuto assicurare una certa “giustizia sociale” in ambito lavorativo, è stato fagocitato dal meccanismo consumistico. Un politico idiota durante la scorsa legislatura affermò che “con la cultura non si mangia”. Fino a quando il potere sarà nelle mani di questi personaggi e non si darà importanza al lavoro anche creativo, la società non conoscerà mai le potenzialità inespresse esistenti. Per lavoro creativo non intendo solo quello dei musicisti del teatro S. Carlo di Napoli. Ogni invenzione, ogni creazione, diventando servizio, può trasformarsi in lavoro: ma il nostro sistema politico è in grado di favorire questo tipo di sviluppo? La società può basarsi sul lavoro dignitoso se c’è alle spalle una politica lungimirante che assicuri l’occupazione e un salario degno di un essere umano. Non dimentichiamo che dalla sicurezza economica del lavoratore deriva l’aumento del suo “potere di acquisto” e da questo il rilancio dell’economia. Non possiamo evitare di essere dei lavoratori-consumatori perché questo è il sistema economico e culturale in cui siamo nati, ma dobbiamo migliorare la nostra condizione. Se ciò non accadrà a causa di una politica manipolata dalla finanza, si andrà incontro a un crollo del sistema sociale: la rivoluzione, come già è accaduto altre volte nel corso della storia, sarà la naturale conseguenza della disperazione generale. In “Call Center” descrivo il risveglio di un singolo individuo che compie un viaggio interiore verso una scelta personale, ma in futuro risvegli simili potrebbero aumentare di numero a causa non di un’evoluzione culturale bensì di esigenze materiali impellenti.

Per acquistare e leggere “Call Center”:

http://www.amazon.it/Call-Center-ebook/dp/B00B6FCSW6/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1364852853&sr=8-1

Giuliano Brenna recensisce “Call Center”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 maggio 2013 by Michele Nigro

Giuliano Brenna, cofondatore insieme a Roberto Maggiani del sito letterario La Recherche.it, ha recentemente pubblicato una recensione al mio racconto social fantasy “Call Center”.

Segue un breve stralcio:

<<… Il protagonista, in un fitto dialogo fra sé ed un sé più profondo, che in corsivo gli parla sottolineando le brutture del sistema, va all’origine del sistema stesso, scende nel profondo dell’edificio che ospita il famigerato Call Center e nel mentre scende anche nel proprio profondo a trovare la risposta che gli preme. In un crescendo in bilico tra Kafka e Matrix il protagonista giunge alla radice del male, la quale sembra essere solo una delle numerose ramificazioni di una immensa ragnatela che ha inesorabilmente catturato l’uomo…>>

la recherche call center

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