Archivio per lavoro

Onora il padre…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 27 ottobre 2013 by Michele Nigro

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Onora il padre

continua la sua opera

porta a termine i suoi progetti

vivi i suoi desideri semplici

sii esigente e sognatore come lo era lui.

Onoralo migliorando la sua eredità

respira la sua aria

attraversa i luoghi della sua infanzia

lasciati riscaldare dallo stesso sole.

Non svendere il tuo passato

non causare la dannazione degli assenti.

Se il legno è scolorito

ricoloralo,

se le mura sono vecchie

rinforzale.

E quando anche per te

sarà giunto il momento di partire

spera di salutare qualcuno

che un domani onori te.

IIF: Italian Institute for the Future

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 settembre 2013 by Michele Nigro

Ricevo dall’instancabile Roberto Paura e con piacere diffondo questa notizia interessante…

PROSPETTO ILLUSTRATIVO in PDF: IIF Italian Institute for the Future

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Giuliano Brenna recensisce “Call Center”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 maggio 2013 by Michele Nigro

Giuliano Brenna, cofondatore insieme a Roberto Maggiani del sito letterario La Recherche.it, ha recentemente pubblicato una recensione al mio racconto social fantasy “Call Center”.

Segue un breve stralcio:

<<… Il protagonista, in un fitto dialogo fra sé ed un sé più profondo, che in corsivo gli parla sottolineando le brutture del sistema, va all’origine del sistema stesso, scende nel profondo dell’edificio che ospita il famigerato Call Center e nel mentre scende anche nel proprio profondo a trovare la risposta che gli preme. In un crescendo in bilico tra Kafka e Matrix il protagonista giunge alla radice del male, la quale sembra essere solo una delle numerose ramificazioni di una immensa ragnatela che ha inesorabilmente catturato l’uomo…>>

[la recensione qui presentata si riferisce alla prima edizione del racconto pubblicata nel 2013, non più disponibile; per leggere la seconda edizione (2018) “Call Center – reloaded”, andate qui!]

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In copertina: foto di Nigricante©2018; titolo: “Firestarter 2.0”

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CALL CENTER: METAFORA E METAMORFOSI DEL LAVORO PARA-SUBORDINATO

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 marzo 2013 by Michele Nigro

Ricevo e volentieri pubblico una recensione attenta, dettagliata, scrupolosa e particolarmente sentita al mio racconto social fantasy “Call Center” da parte dell’amico Valentino Strél’nikov Cerrone. Interessante, all’interno del testo della recensione sul blog di Valentino, il riferimento video al film “Aldous Huxley’s Brave New World” della BBC. Forse il recensore vuole dirci, ispirato dalla lettura del mio scritto, che siamo giunti a livelli sociali di tipo huxleyano od orwelliano?

[la recensione qui presentata si riferisce alla prima edizione del racconto pubblicata nel 2013, non più disponibile; per leggere la seconda edizione (2018) “Call Center – reloaded”, andate qui!]

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In copertina: foto di Nigricante©2018; titolo: “Firestarter 2.0”

copertina Call Center

(sopra: copertina della prima edizione, non più in vendita!)

CALL CENTER: METAFORA E METAMORFOSI DEL LAVORO PARA-SUBORDINATO

Call center” non è solo, come potrebbe apparire da una prima lettura, un mirabile ed impegnato affresco sulla difficoltosa e nebulosa realtà del lavoro para-subordinato, ma anche e soprattutto un viaggio “esperienziale” nelle zone d’ombra e meno focalizzate del nostro sistema economico-produttivo, che ne mette a nudo tutte le insidie, gli ingranaggi perversi, e le terrificanti scorie sociali.

L’autore di tale racconto, coniugando leggerezza narrativa ed impegno sociale, tra spezzoni di poesia, incipit filosofici e richiami musicali di Gaber e Battiato, come un Dante Alighieri nella Divina Commedia, mediante un viaggio “esperienziale” fa emergere con abilità, senza mai essere prolisso e banale, mai rischiando di scivolare nella retorica, un concetto, un fenomeno poco studiato dai grandi media contemporanei: il non luogo di Marc Augè.

Si colgono altresì tratti orwelliani vicini a “1984” e a “La fattoria degli animali” quando mette in luce che il lavoratore va “educato… il comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì a un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.

Ebbene proprio l’apertura di tale viaggio inizia con un richiamo forte che descrive il binomio micidiale di spersonalizzazione e concreto bisogno che spinge il lavoratore para-subordinato a sottomettersi non solo fisicamente (“Conosco bene le misure del mio spazio lavorativo: mi fermo un millimetro prima di strappare via il jack”) ma soprattutto interiormente (“ritorno fedele con le braccia sul tavolo del box dove mi aspettano i pieghevoli che illustrano le caratteristiche patinate dei meravigliosi prodotti da vendere e il decalogo delle cose da dire o da non dire pensati dall’intellighenzia aziendale.)

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Natale criminale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 1 novembre 2012 by Michele Nigro

24 dicembre

“Che magica notte del cazzo!” – pensava Nebbia.

“Non dovevo accettarlo… accettarlo… non dovevo… non… accettarlo… dovevo… perché… perché… ho accettato questo incarico maledetto?” – biascicava ad alta voce, come se viaggiasse in compagnia, durante il tragitto in auto da casa fino al parcheggio davanti al Roxy, mentre la cenere della sigaretta che aveva in bocca gli cadeva tra le cosce, sporcando il sedile. Ormai era completamente andato.

Aveva bisogno di soldi, è vero; le crisi d’astinenza da neurammina sono indescrivibili: fuori potresti sembrare tutto carino, pulito e rilassato; dentro, invece, i tuoi neuroni sembrano dei deflettori malfunzionanti dopo un temporale. Quando sei in crisi non riesci a distinguere tua madre da un quarto di bovino appeso. Ma la Rossa… la Rossa, no. Non poteva.

“Che mi scoppi pure il cervello; chi se ne fotte? La Rossa non la tocco!”

Schiuma era stato tassativo: “La tizia deve scomparire… sennò Babbo Natale non arriva e puoi dire addio ai tuoi 10.000 eurocrediti!” Stavolta la ricompensa era più elevata: si trattava di una faccenda grossa. E lo era. Pur essendo ricchi, i nuovi “datori di lavoro” di Nebbia non avevano certo bisogno di un lavoretto civile e delicato da avvocati con la borsa in pelle e il dopobarba costoso comprato da Hemmond’s. Nell’ambiente, nonostante il suo viziaccio con la neurammina, Nebbia godeva ancora di una certa credibilità professionale; non per gioco lo chiamavano “stermina e pulisci”… Altro che gli eliminatori dei vecchi film di Luc Besson. Ma la Rossa, Cristo!

“Perché hai dovuto rubare quel cavolo di programma alla FutureProg? Perché proprio a loro? Non lo sai che quella società è legata alla TecnoMafia berlinese come una slitta a una muta di cani?” – queste domande le avrebbe dovute fare direttamente alla Rossa quando era a portata di labbra, prima, lassù, nella stanza. Non ora, mentre si apprestava a incontrare il proprio destino.

Aprì la porta del Roxy e Schiuma dal bancone, mentre con una spatola toglieva se stesso, cioè della schiuma, dal bordo superiore di un boccale di birra appena riempito, lanciò a Nebbia uno sguardo talmente affilato che al confronto cadere in una vasca piena di lamette sarebbe stato come rotolarsi in un prato fiorito. La Rossa, evidentemente, era passata di lì per bere qualcosa. Ancora viva. Fottutamente, fastidiosamente e inesorabilmente viva.

Seduti a un tavolo, con ancora i cappotti addosso e le facce gialle, due scagnozzi della FutureProg.

Se fosse stato credente il killer più quotato del Roxy avrebbe cominciato a pregare.

Marc Augé a Napoli

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 ottobre 2012 by Michele Nigro

Cosa sarà dell’uomo? A questa domanda, che è anche il titolo del primo incontro della due giorni “I comandamenti per il XXI secolo” nell’ambito della manifestazione “Futuro Remoto” presso la Città della Scienza di Napoli, ha cercato di dare una risposta l’antropologo francese Marc Augé nel corso di una intensa lectio magistralis introdotta e condotta da Marino Niola. Toccando temi attualissimi e scomodi (dalla disoccupazione alla mancanza di prospettiva per il futuro, dalla crescente diseguaglianza tra le classi sociali all’isolamento dell’uomo moderno) Augé, “l’antropologo del presente”, ha compiuto una panoramica su una situazione sociale ed economica che di fatto è già cronaca. Il capitalismo ha rubato il futuro a molti di noi – ha affermato Augé – e la diluizione tra le categorie umane è il sintomo di un’instabilità economica che ha preso il sopravvento: il ricco può diventare povero con una maggiore facilità rispetto al passato. Sembrerebbe non esserci un avvenire ma la storia non è mai stata pacifica, le prove a cui è sottoposta l’umanità non sono mai le stesse: la storia non è finita (come, al contrario, afferma Fukuyama) e quindi il cambiamento di cui abbiamo bisogno può e deve giungere da strade inattese (anche se non necessariamente da uno scontro delle civiltà come sostiene Huntington). L’interazione tra l’uomo individuale, l’uomo culturale e l’uomo generico potrebbe rappresentare una soluzione: la prevalenza dell’individualismo è dannosa tanto quanto l’oppressione dell’individuo da parte di dittature che oggi sembrerebbero difficili da individuare. In altre epoche concepivamo la vita in maniera religiosa, assecondando un destino già scritto da forze superiori: oggi che abbiamo a disposizione strumenti per raggiungere una piena consapevolezza del nostro esistere, viviamo isolati proprio a causa dell’utilizzo scellerato di quegli strumenti. Il lavoratore è isolato e quindi debole nella lotta. Non ci sono coordinate valide intorno a noi da poter utilizzare per dirigere i nostri passi e assistiamo alla nascita di nuove forme di paura. Come direbbe Claude Lévi Strauss, siamo una “società calda” dal punto di vista tecnologico e al tempo stesso una “società fredda” dal punto di vista sociale. Abbiamo strumenti validi ma siamo rimasti senz’anima. E ce ne accorgiamo grazie al fatto che oggi nessuno chiede più ai bambini, come si faceva un tempo, “cosa farai da grande?” perché la precarietà minaccia il futuro soprattutto dei giovani. Viviamo un rapporto passivo nei confronti della storia: la voglia di conquistarsi un posto nella storia ha ceduto il passo al fatalismo. Non possiamo dire di essere ritornati a una condizione primitiva perché i primitivi facevano parte inconsapevolmente della storia mentre noi, pur sapendo, siamo impotenti e subiamo la storia. Nonostante le ribellioni locali, le indignazioni e le altre reazioni alla crisi, viviamo in una condizione d’impotenza perché non c’è una reale e profonda azione di cambiamento. Chi ha un lavoro resta spesso in silenzio perché teme di perderlo a causa della lotta, quindi di fatto la lotta di classe è stata persa a causa di questa passività.

Lo scenario potrebbe apparire irreversibile e scoraggiante ma Augé intravede nella conoscenza una delle soluzioni: oggi le università creano professionalità senza formare l’uomo, senza fornire gli strumenti della vera conoscenza. Oggi l’individuo non è padrone della propria esistenza perché non conosce.

Marc Augé mentre autografa il suo libro

“Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità”

Scrittura artigianale: dalla scultura all’enologia passando per Forrester

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 maggio 2012 by Michele Nigro

Ho sempre considerato valido il paragone tra scrittura e artigianato in generale, tra scrittura e scultura in particolare.

L’atto scritturale, per qualcuno, sarebbe ancora da relegare in un ambito creazionistico, caratterizzato da ispirazione divina e fatalismo. È vero: il passaggio dall’immaginazione di una situazione al concepimento dell’incipit rimane in fin dei conti un ‘mistero’, ma pur sempre un mistero laico. La ricerca della voce narrante è un ‘lavoro’ che confina con la metafisica: non esiste una tavola periodica delle idee. Dall’immaterialità interiore si passa miracolosamente al segno visibile e modificabile, dalla proiezione mentale di un dettaglio catturato tra la veglia e il sonno si giunge alla narrazione di una storia inventata, ma non per questo meno vera della vita reale.

Struttura

Preparare una ‘scaletta’ degli eventi, documentarsi, progettare la sequenza di forme eterogenee da far comparire nel testo, scrivere una sorta di “racconto parallelo” fatto di elementi embrionali e pensati ad uso e consumo dell’autore, conoscere in anticipo i ‘materiali’ da usare nella costruzione del nostro mondo immaginario, allestire un’impalcatura solida su cui aggiungere i vari ‘pannelli’ che illustrano la storia: tutto questo lavoro preliminare serve a costituire la struttura di un racconto. Un’idea, anche la più solida, la più ossessionante e vivida, ha bisogno di struttura. In alcuni casi l’idea nascente è talmente invadente e ipertrofica che contiene già nel suo interno una struttura prematura inglobata, prigioniera di una quantità eccessiva di materia non richiesta. Questo accade quando la formazione della struttura e l’ideazione della storia avvengono contemporaneamente. L’entusiasmo creativo sommerge una struttura ancora acerba che rischia di ‘crollare’ sotto il peso della materia narrativa collocata in maniera confusa sullo ‘scheletro’ del racconto. Anche nella creazione di una scultura, la materia in eccedenza viene allontanata con cura, senza compiere tagli profondi, con perizia chirurgica tramite una tecnica di intaglio – “per forza di levare” (cioè di sottrazione della materia superflua) – avendo ben presente in mente la forma che vogliamo raggiungere, per liberare la struttura e scarnificarla. Bisognerebbe parlare di ‘scoperta’ della scultura e non di creazione: ‘scolpire’ in senso lato significa sostanzialmente portare alla luce una forma che già esiste in maniera potenziale nel blocco materico messo a nostra disposizione dalla natura, dalla conoscenza, dalla lettura, dalla stratificazione delle esperienze culturali, dalla sedimentazione delle idee. Non tutti sono capaci di compiere questa operazione di scarnificazione: spesso c’innamoriamo della materia, la consideriamo incondizionatamente utile all’economia della nostra storia.

È per questo motivo che preferisco di gran lunga, in qualità di simpatizzante ‘strutturalista’, il secondo tipo di approccio, quello graduale, paziente, che rispetta gli ‘agganci’ forniti dalla struttura stessa. Le pause, l’attesa programmata, il “dormirci sopra” senza assecondare l’impazienza della conclusione: presupposti che spingono lo scrittore al rispetto dei ‘tempi di reazione’ e delle ‘distanze di sicurezza’. In questo caso il procedimento scultoreo modellato – “per mettere” ovvero modellando materiali plasmabili e sommati di volta in volta – è quello che più si avvicina alla tecnica scritturale ideale, aggiungendo gradualmente elementi narrativi appropriati. La struttura, se ben allestita grazie a un lavoro preliminare apparentemente noioso ma necessario, ci suggerisce essa stessa dove collocare in maniera omogenea i vari pezzi di argilla. Il nostro tempo di reazione al suggerimento può fare la differenza (a volte le intuizioni applicate frettolosamente possono denaturare la struttura; d’altro canto un’eccessiva attesa può svilire la freschezza di un’idea da cogliere al volo); ma è soprattutto grazie a una visuale distanziata che possiamo apprezzare il risultato della nostra opera di incastro. Nonostante la tecnica scritturale “per mettere” sia la più ‘saggia’ (anche se alcuni autori ‘ispirati dall’alto’ la detestano), non esclude una fase finale di intaglio, di rimozione del superfluo: anche le scelte ponderate, in seguito possono rivelarsi errate o bisognose di rivalutazioni modellanti. Io, per dirla in breve, parteggio per una scrittura “dal basso”.

Il taccuino è lo strumento con cui lo scrittore dà vita alla struttura. Dalla ricerca della voce narrante all’autoediting, passando per l’incipit (preceduto da un’eventuale introduzione), la costruzione e la collocazione di monologhi e dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, il climax o “i climax” da raggiungere, il tono e le sue variazioni, le citazioni da intercalare, il finale e il tempo ovvero la distanza della voce narrante dai fatti narrati: tutto deve essere pronto prima di cominciare a scrivere. C’è una scrittura non ufficiale che precede la scrittura vera e propria: si tratta di materiale ufficioso che nessuno leggerà mai, di ‘bozze’ e di progetti che testimoniano il ‘concepimento’, di prove che riassumono un cammino preliminare, personale, a volte doloroso e non casuale. Il rapporto tra lo scrittore e il suo taccuino può essere pacato o ossessivo: nel primo caso le linee progettuali abbozzate costituiscono solo un promemoria che non vincola la penna dello scrittore; nel caso di un rapporto ossessivo tra il ‘disegno’ e il ‘costruttore’, il taccuino diverrà motivo di tormento e punto di riferimento costante. Solo alla fine, dopo la stesura del finale, lo scrittore riesce finalmente a licenziare il proprio taccuino, chiudendolo. Non è dato sapere se si tratta di insicurezza o di fedeltà alla linea progettuale: l’importante, come sempre, è il risultato finale apprezzato dal lettore estraneo a queste dinamiche interne e segrete.

Decantazione

Sempre a proposito di ‘misteri’, quello riguardante la decantazione è senz’altro uno dei più affascinanti. Cosa accade durante i periodi in cui lo scrittore “sospende il giudizio” nei confronti del proprio lavoro artigianale? Perché è fondamentale lasciar ‘riposare’ il nostro scritto? In realtà a riposare non è lo scritto, in quanto prodotto ‘congelato’ nella posizione scelta dall’autore, bensì noi, il nostro occhio critico, la nostra forza creatrice di idee e di conseguenza la nostra capacità di valutare l’opera. Come per certi tipi di vino, anche per la scrittura vale la stessa regola: il prodotto che osserviamo sul foglio, frutto del nostro lavoro, purtroppo non rappresenta il risultato perfetto ed etereo di un’ideazione di origine soprannaturale ma è il ‘concepimento sporco’ di una mente che contiene ottime idee ma anche tanta ‘feccia’ ovvero sovrastrutture, errori cognitivi, illusioni, fantasmi, fraintendimenti, presunzioni, manie di grandezza, ipertrofismi vari… Lasciar riposare uno scritto significa far depositare sul fondo del nostro cervello le impurità scritturali che al termine del processo di assemblaggio non siamo in grado di valutare con serenità, apparendoci come oggetti intoccabili.

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Metafisica del redattore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 febbraio 2012 by Michele Nigro

Piccolo ma potente. Questo libricino di Ilario Bertoletti, docente di Editoria presso l’Università Cattolica di Brescia, conduce il lettore lungo un itinerario leggero ma erudito, alla ricerca del significato filosofico del prodotto-libro e di alcuni mestieri editoriali anonimi e indispensabili.

Come è fatto un libro? Rispondendo a questa domanda all’apparenza superflua, l’autore non si limita a elencare le varie parti componenti l’oggetto cartaceo (dalle ‘soglie d’entrata’ al colophon), ma cerca di dare un senso profondo a tutti quegli elementi dati per scontati. Persino una semplice dedica nel controfrontespizio non sfugge a questa analisi: “Una dedica, un’avvertenza, un exergo non rivelano l’inespresso sotteso all’opera, svelando l’orizzonte intellettuale dell’autore e del testo stesso?” E anche le pagine bianche che segnano i momenti di passaggio tra i capitoli non vengono concepite in modo casuale ma “l’interpretazione implica che tu vada al di là dell’immediatezza di quanto appare, e sappia riempire di significati quegli spazi vuoti, che alludono a una trascendenza del senso”.

Dall’Architettonica del libro alla Dialettica delle note, dalle Virtù degli indici al potere escatologico della ‘quarta di copertina’: ogni zona del libro, al di là del significato che nel testo centrale l’Autore dà alla sua creatura, possiede un collegamento filosofico su cui riflettere. Veri e propri elogi dell’artigianato editoriale, i due capitoli Il redattore, un ateo-credente e Il correttore, o dell’ombra svelano i retroscena di mestieri silenziosi e vissuti nell’ombra. “Accudendo il testo, il redattore ne tutela l’universalità: è la valenza ontologica dell’editing. Intervenendo sulla scrittura […] ausculta la cosa stessa affinché lo stile sia ad essa adeguato. Come orientarsi in questo improbo lavoro senza cadere nella tracotanza dell’ipercorrettismo, restando vittima dei propri idoli…?” si chiede Bertoletti, evidenziando la delicatezza chirurgica, la sensibilità e l’intelligenza interpretativa che ogni redattore deve possedere dinanzi a un testo. E sul correttore di bozze: “Strana figura quella del correttore […] La sua è una vita ai bordi, ai limiti del libro e dell’autore. […] egli riconosce che sua destinazione è stare muto, armato di vocabolari e penne multicolori, a far da sentinella contro un nemico: l’errore, il refuso incuneatosi nel passaggio dal dattiloscritto alla bozza.”

Leggere “Metafisica del redattore” significa avvicinarsi al libro con un rispetto differente, con una maggiore competenza filosofica, direi quasi con ‘occhio clinico’. Si tratta di un testo non destinato assolutamente ai soli addetti ai lavori, ma soprattutto a quei lettori sensibili che attribuiscono al libro un valore trascendente.

“Metafisica del redattore – Elementi di editoria”, Ilario Bertoletti – Edizioni ETS

Non è un paese per monotoni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 febbraio 2012 by Michele Nigro

Esegesi de “La monotonia”

Alcuni pensano di poter separare la poesia dalla cronaca, il mondo noumenico dei versi da quello immanente dei fatti quotidiani. Quali analogie intercorrono tra la difficile decisione di mettere in vendita, ad esempio, una vecchia casa di campagna appartenente a una famiglia da più generazioni, frequentata con una riverente abitudine, e l’elogio della flessibilità di Mario Monti? Apparentemente nessuna. Come accade durante un telegiornale senza audio, supportato da musiche casuali che evocano notizie alternative: “Interrompere le connessioni associative” – scrivevo qualche post fa!

La monotonia sembra essere diventata un problema nazionale, oltre che personale. Sentiamo l’esigenza di abbandonare antichi schemi familiari in vista di orizzonti esistenziali flessibili: il ricordo, la tradizione, i luoghi e gli oggetti pregni di significato, rappresentano al tempo stesso un peso fastidioso da cui liberarsi e i simboli necessari, archetipici direi, che nutrono la nostra individualità. Da una parte sentiamo di non poter fare a meno di certe ‘fonti storiche’ personali, dall’altra siamo consapevoli che la vera evoluzione interiore (e fenotipica) ha bisogno di interruzioni draconiane. Anche la semplice vendita di un ‘oggetto’ di famiglia può scatenare una serie piuttosto articolata di contrasti interiori, alimentati dal pragmatismo di chi vive accanto a noi:

Mi chiedono da anni
di svendere il passato
la mia storia
i luoghi familiari
i ricordi di chi non c’è
gli oggetti consueti.
Per una manciata di soldi sporchi.

Sul versante socio-economico un accademico prestato alla politica, il Presidente del Consiglio Mario Monti, suggerisce ai giovani di non essere monotoni e di non legarsi all’idea del mitico ‘posto fisso’: una tipologia lavorativa ormai scomparsa da decenni a cui, pur volendo, sarebbe difficile legarsi. La monotonia della prevedibilità esistenziale e occupazionale contro l’elogio della mobilità:

“Bisogna guardare avanti!”
Proiettati verso un futuro vivace
ma senza identità.

La perdita dell’identità deriva dalla mancanza di sicurezza economica e dalla svendita del patrimonio storico personale: vogliono ridurci a produttori-consumatori privi di significato. Il precariato, diluito nella flessibilità della cosiddetta new economy, diventa paradossalmente sinonimo di vivacità imprenditoriale e di antidoto alla monotonia.

Poi mi accorgo che il passato
è già morto.
Sopravviveva fino a ieri
nella mia mente stanca
grazie a un’illusione tiepida
che oggi non ho più voglia
di perpetuare.

Alla fine ci si arrende. Convinti che in fin dei conti è bello accettare la sfida lanciata dall’insicurezza: rimanere legati a certe logiche non ripaga; che è eccitante cambiare, evolvere, sciogliersi in soluzioni estemporanee, svendersi… Avanzare fiduciosi, rimanendo fermi nella novità effimera del presente. Seppellire il passato solido per non fare confronti scomodi con un futuro precario. Il senso d’appartenenza rinforza l’anima ma al tempo stesso l’appesantisce con un patrimonio genetico superato. La ripetizione uccide la creatività esistenziale. Voltare pagina per salvarsi grazie all’ebbrezza di un divenire nebbioso: la stabilità è un disvalore che può condurre a morte il nostalgico; la mente costruisce catene illusorie in grado di bloccare la freschezza autoimprenditoriale perché siamo ossessionati dall’idea che lo strappo con il passato sarà doloroso e non crediamo nella possibilità di nuovi scenari.

L’Italia non può e non deve essere un paese per monotoni: il futuro appartiene ai lavoratori multitasking. Fare un solo lavoro è da sfigati! (Martone docet). Il romantico fatalismo mediterraneo è un cancro da estirpare dalla mentalità dell’italiano medio: bisogna essere dei convinti sostenitori della flessibilità. Cambiare lavoro (o trovarne uno) e andare oltre la cortina densa del passato personale è, tutto sommato, abbastanza facile. Basta volerlo. Basta impegnarsi.

Non avevo capito niente.

Grazie Mario!

La monotonia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 febbraio 2012 by Michele Nigro

Mi chiedono da anni
di svendere il passato
la mia storia
i luoghi familiari
i ricordi di chi non c’è
gli oggetti consueti.

Per una manciata di soldi sporchi.

Soldi che finiranno presto.
“Bisogna guardare avanti!”
Proiettati verso un futuro vivace
ma senza identità.
Poi mi accorgo che il passato
è già morto.
Sopravviveva fino a ieri
nella mia mente stanca
grazie a un’illusione tiepida
che oggi non ho più voglia
di perpetuare.

Un drop out di nome Steve Jobs

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 ottobre 2011 by Michele Nigro

Il discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford dovrebbe essere ‘studiato’ nelle scuole e distribuito o fatto vedere nelle aziende, nelle piazze, negli ospedali, nelle sedi di partito, negli orfanotrofi… Ovunque.

È un discorso interessante dalla prima all’ultima frase, ma la parte che secondo il mio punto di vista costituisce il cardine della “filosofia eretica” del cofondatore di Apple è quella in cui spiega, paradossalmente, proprio a dei neolaureati il suo personale “elogio dell’autodidattica”:

<<… Io non mi sono mai laureato. […] Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso? […] Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. […] così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti…>>

In questo stralcio del suo discorso, l’inventore del personal computer (per la cronaca, “jobs” in inglese significa ‘lavori’, ‘mestieri’) riassume con il senno di poi tutti gli elementi, in fase embrionale, che avrebbero caratterizzato lo Steve Jobs drop out, fricchettone mistico e buddista zen; lo Steve Jobs minimalista, eretico, garagista, calligrafo, visionario, pirata, de-gerarchizzante, genio. Affamato e folle. Drop out è chi rinuncia agli studi, abbandonandoli, scegliendo una sorta di emarginazione volontaria da un circuito prestabilito che va bene per chi non pretende molto dalla propria vita, ma si accontenta di un posto (qualsiasi) nel sistema. Per chi sceglie di non creare. Drop out significa letteralmente “lasciare cadere fuori” (anche se la traduzione ufficiale è “abbandonare gli studi”, “ritirarsi”, “smettere di studiare”), come l’acqua che fuoriuscendo da un contenitore si adatta inizialmente alla gravità e alle forme solide che incontra: sembrerebbe un liquido ormai disperso, sprecato, destinato a evaporare, irrecuperabile. Ma così non è: il liquido che consideriamo ‘perso’ sta solo cercando la propria strada, attraversando materiali permeabili e sostando nei pressi di quelli impermeabili in attesa di tempi migliori durante i quali poter scivolare via: un concetto decisamente zen dell’esistenza. Abbandonare un percorso specialistico per avere una visione più ampia dei meccanismi quotidiani che governano il mondo, per “smontare la vita” e vedere come è fatta dentro, per sviluppare un pensiero eterogeneo lontano dai dogmi, per carpire le esigenze dell’uomo della strada, per essere liberi di scegliere il proprio futuro auto-plasmandosi, per vivere in maniera trasversale.

Mi tornano inevitabilmente in mente le parole di Martha Medeiros:

“Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno.”

Steve Jobs non è morto lentamente: è morto l’altro giorno, in qualità di organismo, per una malattia chiamata cancro.

Steve Jobs ha cercato di dire a quei nuovi dottori di Stanford che gli assegni staccati dai propri genitori per pagare gli studi, il prestigioso “pezzo di carta” incorniciato e messo in bella vista nello studio, i master, i vestiti firmati, gli stipendi con molti zeri, il titolo di “dottore” sul citofono di casa, non servono assolutamente a nulla se non si hanno delle idee che ossessionano in maniera sana, se non si adotta al di là dei libri letti la filosofia del learning by doing, se non si ha il coraggio di imparare ciò che interessa (anche se accademicamente incoerente) senza per questo doverlo dimostrare durante un esame universitario…

“Think different” e non avere paura di essere differente: si può anche avere una laurea in filologia romanza e fare la cassiera in un supermercato per sopravvivere; l’importante è individuare le cose interessanti che ci fanno vibrare, gli obiettivi che come dei tarli ci torturano spingendo il nostro corpo, appena svegli la mattina, verso un lavoro da terminare, un sogno da materializzare, una pazzia da dipingere tra i saggi sberleffi di chi ha raggiunto la pace dei sensi e una mortificante età della ragione. Non è facile pensarla in maniera differente: ci vuole esercizio; occorrono anni, resistenza e pazienza. E non è detto che alla fine il risultato coincida con un successo.

Non si tratta della solita storia del self made man americano: è qualcosa di più; quella di Jobs è una filosofia di vita applicabile a qualsiasi latitudine, indipendentemente dal “prodotto” che abbiamo in mente.

Ma non tutti sono in grado di darsi fiducia; la lungimiranza è una dote rara: <<…non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… Questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.>>

Grazie Steve.

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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laboratorio di cultura critica a cura di Ennio Abate

Mille Splendidi Libri e non solo

"Un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi"

Poetarum Silva

- Nie wieder Zensur in der Kunst -

Leggo e cammino

Amo leggere, amo camminare e amo fare le due cose insieme (non è così difficile come sembra)

Maria Pina Ciancio

Quaderno di poesia on-line

LucaniArt Magazine

Riflessioni. Incontri. Contaminazioni.

Fantascritture - blog di fantascienza, fantasy, horror e weird di gian filippo pizzo

fantascienza e fantastico nei libri e nei film (ma anche altro)

Le parole e le cose²

Letteratura e realtà

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Iannozzi Giuseppe - scrittore e giornalista

Iannozzi Giuseppe -scrittore, giornalista, critico letterario - blog ufficiale

Emanuele-Marcuccio's Blog

Ogni poesia nasce dalla meraviglia...

DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario

Appunti e progetti, tra mura e spazi liberi

i sensi della poesia

e in pasto diedi parole e carne

La Camera Scura - il blog di Vincenzo Barone Lumaga

Parole, storie, pensieri, incubi e deliri

La Mia Babele

Disorientarsi..per Ritrovarsi

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