Archivio per luna

Hüzün

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 febbraio 2015 by Michele Nigro

 

The Looking Glass

Un’insperata luce lunare

irrompe da uno squarcio tra le nuvole

illuminando

lembi familiari di solitudine.

Il cielo libero, stellato

ebbro d’aria ventosa

graziato da tempeste in fuga ad est,

celesti luminarie

giungono in ritardo

sulla rassegnata soglia dell’uomo televisivo

ambasciatrici di folli speranze notturne.

Gli occhi d’istinto

abbandonano la terra cara e meschina

gli atavici affanni

seguendo quel tenue richiamo dal cosmo

silenziosa traccia di padri non umani

divini antenati viaggiatori dell’universo.

Senti di non appartenere a questo mondo

inconsapevole tortura è il vivere

di chi vuole tornare a casa.

Nostalgici senza memoria

cercano nell’oscurità del tempo

l’origine di una mancanza.

Hüzün: “… Nel Corano questa parola sta ad indicare lo stato d’animo determinato da una grave perdita spirituale e dal distacco irreversibile da una persona amata. Il concetto è stato ripreso nella filosofia sufi per indicare l’emozione generata dalla consapevolezza dell’incolmabile distanza tra l’uomo e Dio. Tale sentimento è tuttavia estremamente positivo, poiché è visto come una condizione esistenziale necessaria per intraprendere il cammino mistico di riavvicinamento alla divinità…” (fonte)

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L’errore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 29 dicembre 2010 by Michele Nigro

<<L’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, l’aritmia sinusale, la poesia inedita di Dio, il filo di lana che sfugge alla maglia, il vizio del Creatore, la sbavatura d’inchiostro sulla rivista patinata, le gambe storte del campione, il graffio sul disco, la sordità del compositore… L’errore è la compassione che si prova per il magnifico, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il piccolo mammifero che sopravvive all’estinzione, è “la pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo”, è l’amico dimenticato, è la prima cellula tumorale, è la madre che uccide il neonato, è la nave inaffondabile che affonda, è il grattacielo che crolla, è l’eroe che muore per un raffreddore, è la pioggia col Sole, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… E’ la vita…

“L’idea è morta… L’Errore ha annunciato i nomi del Governo Rivoluzionario… Lutto in famiglia!” – urlò come un dannato Niccolò dal campanile verso un vecchietto seduto sotto un albero il quale, mentre si asciugava il sudore con un fazzoletto bianco, lo sventolò verso l’astrofilo pazzo come per dire: “… hai ragione! … mi arrendo!”

“Il Cambio-di-Idea è consultabile alla pagina 33 del capitolo “Difetti”, paragrafo “Falliti”…!” – disse poi a se stesso rientrando nel campanile.

Il caldo sortiva già i suoi primi effetti, quando improvvisamente sprazzi di biografie si affacciarono nella memoria del ragazzo: “… abbandonò presto la professione di ingegnere per dedicarsi al jazz e alla letteratura…”; “… Condannato a morte nel 1849 con l’accusa di attività sovversiva, si vide commutare, ormai davanti al plotone di esecuzione, la pena a 4 anni di lavori forzati…”; “… Dopo aver studiato medicina, si unì al gruppo di giovani intellettuali riuniti attorno a Pietro Gobetti. Dedicatosi alla pittura, fece parte dei “Sei pittori di Torino” che si dichiararono avversi ad ogni forma di accademismo.”

“Viviamo di abitudini e aborriamo l’ignoto…” – continuava Niccolò – “… senza il coraggio della retrocessione, senza colpi di coda, evitando quelle periodiche sconfitte che ci fanno crescere e che ci fanno più belli e maturi!” – e ripensava agli studi di astrofisica da poco abbandonati per noia.

Anche nella tanto amata sinfonia numero 40 in Sol minore K 550 di Mozart c’erano degli “errori”, ma era proprio grazie a essi che l’anima del giovane misantropo veniva toccata in profondità… Errori di lunghe riflessioni dopo ritmi serrati e decisi e di tonalità incalzanti che nascondevano tensioni spirituali infinite e suddivise, per motivi di burocrazia musicale, in “molto allegro”, “andante”, “minuetto: allegretto”, “allegro assai”.

“Siamo tutti schiavi della forma e c’è sempre un ricco e grasso vescovo da cui farsi commissionare un lavoro…” – concluse beffardo.

Niccolò si sentiva confortato dai suoi stessi pensieri perché nella sua brevissima vita aveva commesso già molti errori e pur trattandosi di errori “umani” sapeva in cuor suo che facevano parte di un Piano.

Anzi, di una Legge.

Certamente non sarebbe riuscito a calcolare il giorno e l’ora della sua morte, ma quante “eclissi” aveva affrontato nella vita. E ogni volta aveva sempre ingannato la sua personale “fine del mondo”.

“L’Universo commette errori da milioni di anni in assenza di clamori e di opinioni superficiali. Gli errori umani, invece, sono costantemente accompagnati da rumori, scalpori, vergogne…” – sentenziò.

Niccolò invidiava i corpi celesti e chissà quante volte avrebbe voluto sostituirsi a uno di essi per commettere in santa pace un suo personale, silenzioso e calcolato errore.

Eclissarsi dolcemente tra le gambe lisce del dubbio e risvegliarsi, senza troppi perché, in un’altra vita. Timbrare il cartellino dell’ufficio con la morte nel cuore e vedere la passione partire su un treno come un’anima che vede il corpo morto.

“Scommetto che il Sole non sa di essere uno dei soggetti principali del diagramma di Hertzsprung-Russell…!” – pensava Niccolò – “… e sta lì, nel suo angolo di universo, senza pavoneggiarsi con gli altri astri e senza aver coscienza dei propri errori… Beato…”

“La Società Produttiva esige il sacrificio dell’Uomo Pigro sull’altare della Fede… E quest’uomo vive Vite Parallele supportato da bidoni di Maalox per non bucare lo stomaco sotto le picconate dell’etichettocrazia…!” – continuava l’astrofilo – “… ma non riusciranno a piegarmi… Sarò anche asociale, ma amo le sfide!”

“Certa gente crede di possederti con la prevedibilità dei tuoi bisogni, ma non prevede certamente che si può uscire di scena facendo leva sull’imprevedibile cambio di rotta… Con eleganza… Con stile… Seraficamente… Senza pathos…”

E mentre aggiustava il fuoco della videocamera compiacendosi del suo personale elogio della fuga: “… senza lanciare inutili accuse verso la società o sporcare il pavimento di sangue come a casa di Caccioppoli e Debord…! Semplicemente esistendo… Come il Sole!”>>

(tratto da Ékleipsis)

“Spazio: 1999” e il distacco dai padri

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 30 aprile 2010 by Michele Nigro

landau

dedicato a Martin Landau

Il mio esordio con la fantascienza, in qualità di fruitore, lo si può far risalire alla fine degli anni settanta quando sulla Rai cominciarono a trasmettere uno dei telefilm di genere più belli che siano mai stati realizzati: “SPAZIO: 1999”, una produzione italo-britannica ideata nel 1973 dalla coppia GerrySylvia Anderson. A quell’epoca il 1999 (così come il tanto atteso anno 2000!) sembrava lontano e la colonizzazione della Luna conservava ancora un certo fascino scientifico e fantascientifico. Tutti credevano che il 1999 sarebbe stato l’anno della svolta, il punto di non ritorno, il numero magico a partire dal quale sarebbe avvenuto un conto alla rovescia inimmaginabile, e invece… Nel ‘99 non successe nulla di positivamente eccezionale o di straordinariamente anomalo: il tanto temuto “Millennium Bug” che avrebbe dovuto mandare in tilt i computer del pianeta per nostra fortuna non si verificò e la cosa più eclatante e bella da vedere fu l’eclissi di sole nel mese di Agosto; eclissi che filmai con la mia cinepresa dall’alto di un campanile e che in seguito avrei utilizzato nel mio racconto intitolato “Ėkleipsis” per descrivere le “eclissi” interiori dell’essere umano e per realizzare un provvidenziale “elogio dell’errore” applicabile non solo a livello astronomico ma soprattutto umano.

“Spazio: 1999” era un telefilm particolare e sufficientemente avveniristico (pur essendo un prodotto europeo e non hollywoodiano): oltre alla tecnologia che possedeva una certa verosimile precisione e le architetture interne che mostravano una predilezione per il “design” dell’epoca, ricordo l’ovvia presenza di un’impronta della moda degli anni ’70 nell’abbigliamento dei personaggi e nello stile in senso lato.

Gli abitanti della Base Lunare Alfa sembravano dei “figli dei fiori” laureati al MIT e capii dopo molti anni che in realtà gli Autori, forse, volevano ricreare in versione fantascientifica una di quelle comunità naturalistiche che sorsero durante il mitico ’68 in alcune parti del mondo: una “comune” lunare.

E poi l’inverosimile storia cosmologica utilizzata nel telefilm per denunciare gli abusi dell’uomo sulla natura, anche su quella extraterrestre: la Luna che si distacca dall’orbita terrestre a causa di esplosioni nucleari che innescano una reazione a catena e altre forzature simili. Al di là della credibilità scientifica o meno di un tale “destino lunare”, in questo distacco cosmico (la fantascienza esige un certo rigore, è vero, ma non dimentichiamo che è anche metafora letteraria e quindi ha bisogno di una certa sospensione dell’incredulità) vi ho sempre letto la realizzazione di un “gap generazionale”: i figli (dei fiori) che si distaccano dalla Terra dei padri per vivere una vita autonoma e senza radici. La libertà dell’autogestione, la ricerca delle “differenze” interplanetarie, il confronto con i “diversi” incontrati lungo il cammino. Una ricerca obbligata e vagabonda non sempre coronata da incontri pacifici ma supportata da una speranza inesauribile.

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