Archivio per magia

“Archetipi poetici”: videointervista a Pasquale Fernando Giuliani Mazzei

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 gennaio 2019 by Michele Nigro

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Ultima videointervista dedicata ad alcuni autori dell’antologia “Archetipi poetici”: Francesco Innella rivolge alcune domande al poeta e studioso Pasquale Fernando Giuliani Mazzei.
Differenze tra dialetto cilentano e napoletano, le antiche origini del cilentano, l’attuale situazione culturale, sociale e politica, come veicolare la cultura tramite i social media, il sincretismo tra cultura classica e cultura pop… E infine un accenno al libro scritto con Innella intitolato “La magia dei crocicchi” (Percorsi magici esoterici e parapsicologici).

videointervista realizzata presso “Artè – Sala da tè & caffè culturale”, Battipaglia (Sa). Videoripresa: Michele Nigro.

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Borges e “L’invenzione della poesia”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 luglio 2016 by Michele Nigro

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L’enigma della poesia

Nell’apprestarmi a scrivere questa breve, istintiva e poco curata recensione all’e-book delle lezioni americane di Borges, per nostra fortuna pubblicato dopo un meticoloso lavoro di recupero di un’esperienza pubblica registrata e poi dimenticata per anni nell’angolo polveroso di una biblioteca, prendo in prestito il titolo di uno dei “capitoli” che lo compongono. La poesia, nonostante le innumerevoli definizioni fornite nel corso della storia letteraria e umana, è e resta un fenomeno prevalentemente e meravigliosamente enigmatico. L’umiltà con cui Borges affronta in queste sue lezioni il “problema” dell’origine della poesia, è sintomatico dell’impossibilità di definire un processo tutto sommato “magico”. Poesia è passione e gioia, prima di tutto, prima di ogni definizione accademica; la poesia è un mistero che accade e non accade mai nello stesso modo perché cambiamo noi, il nostro linguaggio nel corso della nostra esistenza e il linguaggio da individuo a individuo, da nazione a nazione, e aggiungo io da evoluzione neurologica a evoluzione neurologica… Ma la bellezza è in agguato intorno a noi e quindi la poesia non finirà mai; ci saranno sempre uomini e donne capaci di condensarla in versi seguendo i suggerimenti della propria sensibilità. Dove per sensibilità non s’intende una certa “delicatezza d’animo” (che può sconfinare nella banalità retorica, come nel caso della famigerata rima “cuore / amore”) ma la capacità di analizzare la realtà esterna e soprattutto quella propria interiore seguendo un canone individuale unico e irripetibile. La chiave di questo mistero alchemico possiamo trovarla nella metafora: vero comune denominatore dell’invenzione poetica.

Borges, inoltre, auspica un ritorno alla poesia epica, grande assente nella letteratura contemporanea: c’è bisogno di raccontare non più attraverso il romanzo, strumento ormai decadente e spuntato nonostante le combinazioni e le contaminazioni esistenti sul mercato, ma riscoprendo l’epica come forma letteraria diversa ovviamente dalla prosa e soprattutto come occasione per riavvicinarsi alla figura dell’eroe e ai valori che egli porta in sé. Oggi l’eroe non è nient’altro che il narratore-romanziere che si presenta al lettore sotto mentite spoglie! Un tempo la narrazione di un racconto e la declamazione poetica non erano cose separate ma “alleate” nel raccontare storie; storie che sarebbero diventate eterne e non d’evasione. Borges dichiara in queste lezioni di credere in un ritorno dell’epica: e sarà il poeta il vero artefice di questo ritorno nel momento in cui si riscoprirà narratore e cantore al contempo, come accadeva in passato.

La magia della parola si manifesta attraverso il suono e il ritmo: la musica della poesia apre canali inconsci nel lettore e il “tradimento” di questa musicalità riaccende l’annoso problema della traduzione letterale e dell’autonomia del traduttore.

La poesia non è solo “parole” ma è melodia: un intreccio di suoni e di pause che si dipana nel tempo: le stesse parole che usiamo nella quotidianità possono diventare, nella poesia e grazie al poeta, elementi magici. La poesia riporta il linguaggio alla sua fonte originaria: in questo ritorno alle origini non c’è spazio per il significato, che diventa così fattore secondario rispetto alla bellezza avvertita istintivamente. Sentire e poi, forse, pensare e cercare un significato; il perché delle intenzioni del poeta. Borges non istiga all’inutile nonsense di certi sperimentalismi esasperanti ed esasperati, ma c’invita a ricercare quel senso proveniente dalla bellezza percepita a un livello intimo e primordiale, a seguire il ritmo delle parole, la loro musica; a lasciarci influenzare dalla capacità di persuasione del poeta e non dalla sua puntualità nello spiegarsi. La poesia non spiega e le metafore non hanno bisogno di essere credute.

Altro mito da sfatare – avverte Borges – è quello riguardante la presunta facilità del verso libero: la libertà non deve mai essere confusa con una sorta di “libertinismo” poetico, e la disciplina richiesta dal verso libero non riguarda noiose questioni metriche bensì la fedeltà alla propria immaginazione che non deve mai essere offesa da inutili fioriture. Non smettere mai di credere nell’idea profonda che c’è dietro al racconto poetico e restare fedeli a questo concetto è più arduo che cercare rime. Ignorare con coraggio la storia della letteratura, che a volte può essere dannosa, e puntare tutto sull’eternità della bellezza che non può essere storicizzata. Non credere nell’espressione bensì nell’allusione delle parole; “sentire” e non “capire” mentre si scrive.

Dimenticare se stessi e seguire la musica che alberga nelle parole.

Logiche autunnali

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“Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza”

(“Nomadi”, Juri Camisasca)

 

Logiche autunnali

La gioia perversa del declino

Che cos’è l’autunno se non un’anti-primavera, una meta-stagione, un video reverse della natura, un’idea per canzoni e poesie, l’attesa gioiosamente malsana di un periodo sospeso senza energia e senza speranza, il movimento rallentato verso l’angolo spento di un ciclico andare?

Le ingenue illusioni primaverili e le forzate previsioni generate da un ottimismo solare lasciano il posto a un’assoluta e salvifica mancanza di pretese, non priva di fede: si attende il nulla con fiducia, il letargo dell’iniziativa con un’operosa umiltà, la contemplazione di un’apparente morte stagionale che invece è vita, sobria e sfornita di annunci vacanzieri.

Veni l’autunnu
scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi
e accumincia ‘a scola [1]

Vi può essere felicità nell’immagine statica di muti rami spogli?

Mentre la primavera è un tempo durante il quale il corpo e la mente si preparano all’azione indispensabile e vincente, alla sensualità che previene i rimpianti per le occasioni perse, citate ne “Le passanti” di Fabrizio De André, l’autunno è la stagione del libero arbitrio, dell’atarassia e del disincanto: si può scegliere di seguire l’assopimento pre-letargico dettato dal momento o coltivare una non richiesta intraprendenza fuori tempo.

La sorpresa che possiamo offrire a noi stessi consiste nel traslare una vitalità scontata e pubblicizzata – silenziosamente ma con piglio inesorabile, mentre le foglie cominciano a cadere preannunciando la periodica fine di un necessario slancio riproduttivo – dall’epoca della linfa bollente a quella del freddo esistenziale che nasconde gallerie di ghiaccio percorse a sorpresa dall’aria calda di un’insospettabile passione. La scelta, compiuta in una fase durante la quale – a differenza dell’estate – nessuno pretende niente dagli altri, è più autentica, non sottoposta a pressioni dogmatiche travestite da favorevoli previsioni del tempo che inducono all’impresa.

Ho tentato di vivere ad oltranza

superando la capacità genetica a gioire

ricevuta in eredità dal caso

ma era ridicolo quello strafare inquieto

con cui tradivo la mia natura silente.

Scelsi uno sguardo corrucciato a coprire

la felice verità invisibile agli occhi dell’ovvio,

sviando il giudizio di masse superflue

con rari sorrisi come caramelle per stolti. [2]

L’uomo autunnale, lasciandosi forgiare dal silenzio che ama e cerca, pregusta la landa gelida del futuro imminente di cui sarà protagonista incontrastato il Generale di napoleonica memoria: egli, l’uomo dell’equinozio d’autunno, sorride dinanzi allo schermo grigio e uggioso dell’inverno intravisto all’orizzonte, lì dove altri rabbrividiscono, s’intristiscono, foto-deprimendo il loro ego, rifugiandosi in un nuovo e lontano miraggio primaverile, prigionieri di un ciclo meteorologico senza fine (nonostante, a dire di qualche cittadino non avvezzo alla campagna, non ci siano più le mezze…).

L’autunnalità non è mai stata solo una condizione meteorologica: perché, come recita il titolo di una canzoncina di Dear Jack, “La pioggia è uno stato d’animo”. È realmente autunno solo quando è autunno in te! Ci siamo convinti del fatto che siano le intemperie a influenzare la nostra interiorità emotiva – il che per alcuni, i meteoropatici ad esempio, e nella fattispecie i cosiddetti “depressi invernali” affetti da SAD (Seasonal Affective Disorder), è anche vero – mentre invece è esatto il contrario: vi può essere una “felicità perversa” (perversa per i discepoli della Dea Melanina) in un giorno senza sole, nel rumore della pioggia (“… Odi? La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitío che dura/e varia nell’aria/secondo le fronde/più rade, men rade…” [3]), in un bosco innevato, nei lampi notturni come flash provenienti dalla macchina fotografica di un dio pronto a immortalare l’umana caducità, nell’impari lotta metropolitana a suon di soffiatori e rastrelli contro le feuilles mortes [4] simili a pensieri rinsecchiti raccolti alla fine di un’estate, nel vento forte che prepotentemente s’incunea nelle narici al punto da farci pensare – in preda a un inebriante senso di rianimazione – di non aver mai respirato fino ad allora… Felicità per un peggioramento del meteo che non metta a rischio, sia chiaro, l’incolumità degli abitanti di un territorio, come accade troppo spesso a causa di una trasandatezza amministrativa che sfocia in un dissesto idrogeologico mortale!

Vuoi mettere una giornata uggiosa

nuvole nere in cielo

minacciose e severe come matrigne

con la solare prevedibilità dell’io estivo?

Vorresti paragonare i misterici scrigni

e le magiche elucubrazioni

di un pomeriggio desolato e grigio

con i vortici popolosi delle feste?

“Datemi un temporale

una biblioteca

un gatto nero

… e vi trasmuterò il mondo!”

Un’acquosa aria elettrica

m’invita ad esplorare

i cauti incubi del quotidiano.

Vi ho mai parlato dei danni

che i raggi solari dell’ingenuo

mi causano sulla pelle dell’anima?

Lo spirito casalingo del fuoco

illumina i sapienti libri eterni,

lontano dai percorsi consueti

di un borghese “dì di festa”.

E speriamo che piova ancora. [5]

L’uomo delle solitarie passeggiate su strade di foglie morte ricerca la vita in quei luoghi in cui la maggioranza dei suoi simili ha smesso di cercarla, perché così è stato insegnato loro dal pratico buonsenso di un immaginario collettivo limitato.

E mi piaceva camminare solo
per sentieri ombrosi di montagna,
nel mese in cui le foglie cambiano colore,
prima di addormentarmi all’ombra del destino… [6]

La soddisfazione derivante da un’apparente stabilità esistenziale e la voglia di intraprendere un nuovo cammino a volte sono incompatibili: per cominciare una ricerca (fosse anche solo una quest vissuta nella nostra mente!) occorre avere il coraggio di mettersi in discussione, abbandonando le proprie comode certezze:

No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo. [7]

E l’inizio di un autunno è il momento propizio per entrare in crisi (dal latino crĭsis, dal greco κρίσις – krísis: “decisione”, “scelta”, “giudizio”, “separazione”…) perché:

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità… [8]

Un’esistenza rallentata ma rigogliosa pullula nei silenziosi sottoboschi tramortiti dai primi freddi mattini, compagni di soli pallidi e senza gloria che attendono di prevalere sulle nebbie come il sole di Austerlitz.

Non fa promesse l’autunno: esso semplicemente è, prendere o lasciare (ma lasciare per andare dove? Ai Caraibi, come quelli che inseguono l’estate per paura del freddo e del fisco?); immobile come la natura in pausa sul bordo nuvoloso dell’inverno; deciso preparatore atletico per tempi duri; severo come chi ha l’ingrato compito di annunciare ai presenti che la festa è finita.

L’autunno è un “tipo serio”, tempo assertivo nonostante il suo essere congiunzione, ma dotato di dolcezza e di comprensione infinite: ti lascia prendere le ultime cose da terra, ti attende sull’uscio, ti fa preparare le valigie con calma, senza la nevrosi dei viaggi estivi, mentre ti illustra con voce sussurrata il programma per i mesi successivi, ovvero mentre ti rivela che in realtà non c’è alcun programma, perché la vocazione dell’autunno è quella di essere zona sospesa dell’andare pubblico, angolo privilegiato per la riflessione che precede il cristallizzarsi degli intenti, attimo transitorio – e non ancora del tutto incantato – verso il gelo definitivo, nel corso del quale prendere le ultime decisioni sfuggite all’afoso caos agostano.

Sembra che ti metta fretta con la sua presenza: l’anno in fin dei conti è agli sgoccioli; ma l’autunno ti lascia libero dinanzi all’inesorabilità del nulla e della morte. Vuole che l’incontro tra te e l’infinito sia onesto e concreto, voluto anche se inevitabile; disintossica il ritmo della vita dalle frivolezze estive per far compiere all’uomo la sua scelta in maniera meditata ed equilibrata.

L’estate sta finendo e un anno se ne va,
sto diventando grande: lo sai che non mi va [9]

In realtà è bello invecchiare (“…Viva la Gioventù,/che fortunatamente passa,/senza troppi problemi…” [10]); o meglio: è bello raggiungere un’età – diversa per ognuno – in cui saggezza e possibilità di azione, esperienza e progettualità, siano in perfetto equilibrio. Saper convertire il “diventare grandi” da condizione opprimente a ottima opportunità, questo è o dovrebbe essere l’obiettivo del crescere. La fine dell’estate non deve essere vissuta come una feroce deprivazione da parte del tempo, bensì come una parentesi durante la quale analizzare in piena libertà e serenità il cammino compiuto, per raccogliersi in vista di nuove possibilità. E l’autunno, che segue questa fine, è il periodo ideale – più della primavera – per ricominciare: come accade durante l’imbrunire (… clemente è l’imbrunire/balsamo serale per animi piagati… [11]), è il momento in cui, liberati dalla morsa dei raggi solari, ci si confida di più, mimetizzati dalla semioscurità.

Poche le cose che restano alla fine di un’estate
La quiete dei colori autunnali si rifletterà sulle strade e sugli umori
Come il dolce malessere dopo un addio. [12]

Le carni espanse e sguaiate, cotte al sole dell’assurdo, rientrano nei ranghi di un’estetica composta; la mente spiaggiata su orizzonti impropri si ricompone pian piano, cercando pensieri semplici e familiari. L’umanità reduce dai flussi migratori del consumismo (in antitesi scaramantica a quelli recenti per disperazione, fame e guerre), spinta da paure ancestrali riproposte dalla saltuaria consapevolezza della sua precarietà su questo pianeta, comincia a trasformare e conservare i frutti raccolti dall’edulcorato entusiasmo estivo. L’uomo-conserva, adoperando barattoli e cotture prolungate, batte in ritirata accampandosi tra le mensole di una dispensa interiore, mentre l’uomo autunnale avanza con vitalità e passo coraggioso sotto le prime dolci piogge, come se si apprestasse a vivere l’occasione irripetibile e fanciullesca di una gelida estate.

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HOBBITON XXII – I REGNI DEL SUD

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 agosto 2015 by Michele Nigro

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PROGRAMMA PRINCIPALE “HOBBITON XXII – I REGNI DEL SUD”

Castello di Trani

SABATO 12 SETTEMBRE

9:30 Apertura al pubblico
10:00 salone Federico II – Presentazione della “Hobbiton XXII – I Regni del Sud” con il presidente della Società Tolkieniana Italiana Domenico Dimichino, l’organizzatrice e giornalista Ida Vinella, il presidente del Cda di Nova Apulia scarl Tommaso Morciano, l’artista Emanuele Manfredi, autorità istituzionali
11:00 salone Federico II – Lezione di lingua elfica a cura di Gianluca Comastri
12:00 salone Federico II – Conferenza “Mythos Larp, gli Antichi miti da vivere nel gioco”, presentazione con Gilbert Gallo e Giovanni Tortora della nuova trasposizione del Gioco di Ruolo da Tavolo, tradotto nel mondo in 7 lingue, in un gioco di Ruolo dal Vivo tutto made in Puglia
11:00 – 13:00 cortile d’ingresso – Trucchi a tema fantasy per bambini a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
PAUSA
16:00 salone Federico II – Cosplay Challenge, gara aperta a tutti I cosplayer con premiazione finale
18:00 salone Federico II – “Immaginare il fantasy”, conferenza con Loredana La Puma (autrice della Saga dell’Averon), Daniele Milano (autore di “Il leone e la terra ribelle”), Federica Roppo e Giovanni Tricase (vincitori del concorso letterario Zak Elliot). Modera Vincenzo Membola, redattore TraniViva
18:30 esterno castello – Sfilata in cosplay “Il Signore degli Anelli vs. Trono di Spade”
20:00 salone Federico II – “Melodie dalla Terra di Mezzo” intermezzo musicale per voce e chitarra a cura del gruppo TerraDiMezzo. Presenta Michele Chiego.
21:15 salone Federico II – “I Saloni del Fuoco”, reading con canti e danze a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
23:00 Chiusura
Tutta la giornata – Salone Manfredi e Saletta dei Pavoni – Visita libera all’esposizione artistica “Draghi e anelli magici” di Emanuele Manfredi e all’esposizione degli abiti fatti a mano da Veronica Stima e dei diorami della Terra di Mezzo

DOMENICA 13 SETTEMBRE

9:30 Apertura al pubblico
10:00 salone Federico II – Conferenza “Larp come gioco di Identità Ideali”, con presentazione della ricerca accademica in ambito Psicologico presentata dalla prof.ssa Luciana Picucci e dal Dott. Giovanni Tortora
10.45 salone Federico II – Lezione di lingua elfica a cura di Gianluca Comastri
11:30 salone Federico II – “Il magico mondo di Tolkien: mitologie e ispirazioni a confronto”, dibattito con Manlio Triggiani (giornalista), Gianfranco De Turris (giornalista), Luigi Pruneti (scrittore), Donato Altomare (scrittore). Modera Michele De Feudis.
11:00 cortile d’ingresso – Trucchi a tema fantasy per bambini a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
11:00 torre maestra – “Fuggite, sciocchi!”, escape room a tema (ingresso su prenotazione)
PAUSA
15:00 torre maestra – “Fuggite, sciocchi!”, escape room a tema (ingresso su prenotazione)
15:00 salone Federico II – “Andata e Ritorno: dalla mitologia classica al mito di Tolkien”, conferenza a cura di Vittorio Grimaldi
16:00 salone Federico II – “Fenomenologia del Cosplay”, presentazione a cura di Ida Vinella
17:00 18:30 salone Federico II – “Mellon Pursuit” quiz con premiazione a cura delle associazioni MelaEnne e Club del Libro
19:00 salone Federico II – “I Saloni del Fuoco” (replica), reading con canti e danze a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
20:00 salone Federico II – Presentazione del calendario 2016 della Società Tolkieniana Italiana, con Emanuele Manfredi che presenterà il suo testo “Draghi e anelli magici”. Modera Alessandro Stanchi, Consigliere della Società Tolkieniana Italiana.
21:00 Chiusura
Tutta la giornata – Salone Manfredi e Saletta dei Pavoni – Visita libera all’esposizione artistica “Draghi e anelli magici” di Emanuele Manfredi e all’esposizione degli abiti fatti a mano da Veronica Stima e dei diorami della Terra di Mezzo

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Oktoberfest

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2014 by Michele Nigro

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Omaggio a una ciclica caducità, come morti in battaglia

senza speranza cadono foglie stanche

di vite brevi soleggiate e gloriose,

segni ingialliti di una lenta resa stagionale.

Si lasciano andare

ebbre di ricordi estivi al sapor di clorofilla

lungo linee di gravità trasversale

al ritmo di espirazioni ventose.

 

Piccoli uomini fatti di rami nodosi

legati con spaghi di tempo,

sacerdoti inconsapevoli in templi viventi

pulsanti di linfa sotto tetti di cielo

con gesti magici ereditati

compiono riti arcaici

graditi a un dio agricolo dimenticato.

In anticipo sul Generale

spinti dal cambio d’umore di una terra

in mutazione cromatica

conservano spicchi di natura

energia colorata dietro preziosi vetri rozzi

per le tavole di domani.

 

Nuovi silenzi nei boschi e nuovi frutti

nutrono le quiete scelte radicali.

Un suono di campana

annuncia la fine della guerra

e l’inizio di dolci esili.

“Hikikomori” su Storie Bizzarre 1.4

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 ottobre 2014 by Michele Nigro

Un mio vecchio cavallo di battaglia, il racconto “Hikikomori: anno 2032”, un po’ scartavetrato, riparato e con qualche impercettibile colpo di pialla qua e là… ma sostanzialmente “lui”, per questo nuovo numero del quasi mensile SB, al secondo anno di vita e diretto da Salvatore Russo. Complimenti allo Staff e al copertinista Paride Bertolin.

Per sfogliare, leggere, scaricare SB sul tuo pc, clicca qui!

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Harry Potter e il Dono dell’inconsistenza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio 2013 by Michele Nigro

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Lo ammetto: non ho letto neanche un libro della Rowling sulla faccenda del maghetto, quindi vi comprenderò se mi etichetterete come “il solito snob”, “quello che giudica senza aver letto” o utilizzerete nei miei confronti insulti simili. Me li meriterò! Ammetto, però, di aver visto in compenso tutti i film tratti dai romanzi fantasy della fortunata scrittrice britannica. Non nascondo, infatti, che possano costituire una valida forma d’intrattenimento serale, quando fuori piove e non hai di meglio da fare o da vedere e il bambino che è in te reclama la sua dose di svago disimpegnato. Ieri sera, dopo aver visto finalmente la seconda parte dell’ultimo capitolo della saga – Harry Potter e i Doni della Morte -, sono stato costretto a confermare la sensazione che mi attanaglia fin da quando ho visto la primissima trasposizione cinematografica della saga: Harry Potter e la pietra filosofale. Una sensazione che potrebbe essere tradotta in una semplice domanda: dov’è la consistenza narrativa della saga di Harry Potter? Direi che non c’è mai stata, e non per una svista della Rowling, bensì per una sua scelta ponderata (quasi scientifica), ripresa in seguito dalla regia delle altrettanto fortunate riduzioni cinematografiche. Qualcuno di voi potrebbe smontare le mie considerazioni dicendo: “Non lo hai letto, quindi stai zitto!” oppure “Mostro che non sei altro, che cosa ti aspettavi da una serie di libri destinati ai ragazzini?” È vero, in più c’è l’aggravante che chi come me ha ricevuto un “imprinting tolkieniano”, difficilmente si adatta a forme più elementari di fantasy. “Elementari” non in senso dispregiativo. La cosmogonia ideata dalla mente e dalla penna del professore di Oxford resta, almeno finora, insuperata e tutte le scritture fantasy venute dopo “Il Signore degli Anelli” sono rami appartenenti, direttamente o indirettamente, in maniera cosciente o inconsapevolmente, al grande e massiccio tronco tolkieniano. E questo la Rowling lo sa! Basti il solo esempio delle analogie riscontrabili tra il personaggio di Albus Silente e quello del mitico Gandalf (i doppiatori italiani non si sono sforzati nemmeno di dare ai due maghi due voci differenti!).

Che sia un’inconsistenza attribuibile ai soli film? Ovvero causata dai tagli nella sceneggiatura ad opera della Warner Bros. e per motivi di lunghezza della pellicola? Non avendo letto i libri (e soprattutto non avendo letto la sceneggiatura originaria) spererei in questa ipotesi, ma una voce dentro di me dice che così non è. Il problema principale della saga di Harry Potter, al di là della responsabilità degli sceneggiatori della casa cinematografica, è che non possiede una trama; o meglio c’è un abbozzo di trama ed è il seguente: “Harry Potter odia Lord Voldemort, e il sentimento è reciproco.” Punto. Tutto il materiale (narrativo e fantastico) che ruota intorno a questa noiosa fissazione è solo abbellimento utile a riempire i sette libri pubblicati nei dieci anni tra il 1997 e il 2007. Non c’è una quest, un viaggio iniziatico; non c’è una fase preliminare che predisponga il lettore-spettatore a una storia importante, non c’è una morale di base necessaria a spingere i personaggi verso scelte difficili da prendere: tutto è abbastanza automatico, meccanico, morbido anche dinanzi a temi come la morte (dovuto al fatto, presumo, che il pubblico da non traumatizzare sia costituito da bambini-ragazzini, gli stessi che navigando in internet conoscono, più di un adulto, i particolari macabri della guerra civile in Siria); tutto è come se fosse predigerito, slegato, già appreso, ripulito, inconsistente come la cultura media delle generazioni a cui il prodotto è rivolto. Le varie scene sembrano avere la stessa tonalità emotiva, lo stesso tipo di tensione, anche quando non succede niente. Gli stessi protagonisti – tanto carini! – sono asettici, quasi freddi, molto Brits, dotati di self control al limite dell’umano, sono in gamba (a volte troppo!) ma al tempo stesso sprovvisti di spessore, e quando nel contesto viene calato dall’alto qualche momento di naturale imbranataggine, sembra fatto apposta per interrompere il piattume perfettino; la loro caratterizzazione, pur essendo spinta dall’autrice e dagli sceneggiatori, rimane sostanzialmente timida e impersonale anche nei momenti clou, e i nostri piccoli eroi si muovono in bolle precostituite che raramente offrono occasioni umanizzanti. I cattivi risultano essere innocui anche quando raggiungono l’acme della loro cattiveria e i buoni non suscitano commozione nemmeno durante quei frangenti in cui l’emotività dovrebbe farla da padrona. Non si percepiscono né rischio, né insicurezza. La morte sembrerebbe essere uguale alla vita.

Solo verso la fine la Rowling – abbandonando finalmente il famigerato motto british “Niente sesso, siamo inglesi!” e accorgendosi che i suoi personaggi, pur essendo inventati, sono in preda a una sacrosanta tempesta ormonale di stampo adolescenziale e reclamano un po’ di vita – introduce timidamente, tenendo sotto controllo con la coda dell’occhio i movimenti di un fantomatico Moige britannico, l’elemento “bacio”. Senza per questo pretendere fin dal primo libro-film la descrizione minuziosa, ad esempio, di scene di sesso sfrenato tra quella serpe di Severus Piton, ovvero la versione stregonesca di Renato Zero, e la gelida vicepreside Minerva McGranitt che sotto le coperte si riscopre donna, prima ancora che maga: si tratta pur sempre di professionisti seri e calati nel loro importante ruolo di integerrimi educatori delle giovani leve di maghetti. Anche se, volendo essere sincero, nell’elemento “bacchetta”, usato per par condicio (o per “invidia penis” direbbero i maliziosi) anche dalle maghette, ho sempre voluto leggere un riferimento subliminale a una sorta di “virile potenzialità” non per forza collegabile, come vi sarà sembrato, a ben precisi “oggetti anatomici” di natura maschile. O forse sì… Già in alcuni cartoni animati della Disney, in passato, vennero introdotti elementi sessuali subliminali in fotogrammi indirizzati a un pubblico infantile. Il binomio genere fantasy-sesso non è una novità per l’ovattato e fatato mondo dell’animazione, non vedo perché non possa riguardare anche i film di Harry Potter. Anche se in questo caso più che di subliminale bisognerebbe parlare di involontarie (?) strizzatine d’occhio.

Scherzi (e goliardiche supposizioni) a parte. La Rowling – questo è ciò che si evince, ripeto, dalla sola visione dei film – è stata brava a far passare come “storia” una serie di elementi collegati tra di loro in maniera schizofrenica, forse per coprire la mancanza di profondità narrativa: il fattore vincente della saga è dato dall’uso di simboli ed elementi non uniti da un collante, ma che risultano intriganti e divertenti agli occhi dei fanciulli e delle fanciulle a cui il prodotto filmico è destinato. È vero che il processo di traduzione-trasposizione-tradimento è quasi sempre di tipo conflittuale, ma a volte, da spettatore rompiscatole della saga filmica di Harry Potter, mi sono chiesto perché un’azione positiva che poteva essere compiuta prima per evitare il peggio, non è stata compiuta: è come se i personaggi vivessero a scatti, senza una logica fluida; è come se le loro decisioni (e le idee della Rowling) fossero rinchiuse in camere a tenuta stagna e solo all’apparenza facenti parte di un tutt’uno omogeneo. Gli innumerevoli “vuoti” narrativi esistenti tra una scena e l’altra, e compensati da simboli stupefacenti calati dal nulla; i “salti” scenici come se i giovani lettori-spettatori sapessero già tutto e dessero per scontate cose che ai miei occhi di “vecchio” tolkieniano ritardato avrebbero dato sostanza all’avventura; gli spostamenti fisici dei personaggi che a volte sembrano collocati nella storia come espedienti per interrompere la noia di una trama apparentemente complessa ma in realtà inesistente; i silenzi e le pause che nella mente del regista dovrebbero donare mistero e magia all’esile trama; tutti questi aspetti confermano invece l’inconsistenza della struttura, rendendo banale e frammentato il messaggio, ammesso che ci sia, contenuto nei libri. È come se la Rowling (o il regista) avesse avuto paura di raccontare veramente, rischiando fino in fondo, e avesse voluto concentrarsi solo sulla voglia di stupire e di aggiungere immagini suggestive ad altre immagini, camuffandole da elementi importanti. Un’inconsistenza che piace, a quanto sembra, e che ha determinato la fortuna economica della Rowling prima e in seguito anche della macchina cinematografica che non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione grassa come questa.

I film di Harry Potter sono piacevoli e belli da vedere, gli effetti speciali sorprendenti, i paesaggi mozzafiato, la verosimiglianza degli elementi fantastici è da manuale. Non mancano le occasioni di riflessione su argomenti solidi: l’importanza della famiglia, l’amore, il dolore causato dalla perdita di un proprio caro e la condizione dei bambini adottati, l’amicizia, la solitudine di chi è costretto a ricevere un’eredità scomoda, la fedeltà, il rispetto per gli adulti e per l’istruzione, la responsabilità, il valore degli anziani, la curiosità e l’importanza di saperi antichi e dimenticati (come la criptozoologia e l’alchimia) che la saga ha il merito di riproporre ai giovani lettori, il coraggio nell’affrontare con determinazione chi ci odia…

Ma è il modo in cui questi fattori interagiscono tra di loro che mi ha lasciato perplesso, almeno stando alla visione dei film tratti dai romanzi. È come se, incredibile a dirsi, a questi film mancasse un certo tocco “magico”!

Questo, però, è solo il giudizio di un “vecchio” babbano.

 

Un sogno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 9 febbraio 2013 by Michele Nigro

Raramente ricordo i miei sogni…

GEORGE BENSON

C’è un monumento a Roma, forse una chiesa trasformata in museo, che ha una fessura lungo uno dei suoi muri di pietra esterni. Secondo un’antica leggenda chi infila in quella fessura un proprio oggetto, riceverà in cambio fortuna, felicità e una lunga vita. George Benson, in visita a Roma con la sua famiglia – la moglie, una giovane e bella donna di colore, era vestita elegantemente, coperta da uno scialle e portava i capelli sciolti -, aveva deciso di infilare nella fessura del monumento romano, dopo averlo avvolto in un panno bianco, una copia della sua autobiografia. Prevenendo il suo gesto dissi: “Aspetta! Prima di lanciarla nel buio di quella fessura, fammi leggere la tua autobiografia.” Mi accontentò. George Benson avrebbe avuto altri ventun’anni di vita felice, interrotta non si sa bene da cosa… Tentai di entrare nel monumento per capire la funzione di quel luogo magico ma un custode severo mi fermò facendomi notare che si entrava lì dentro gratuitamente solo di mercoledì. E il giorno in cui incontrai George Benson a Roma non era un mercoledì.

La Signora degli Anelli e la Compagnia degli Anoressici

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 ottobre 2012 by Michele Nigro

La Signora degli Anelli

e

la Compagnia degli Anoressici

E così anche nella Contea giunse la tanto attesa stagione estiva.

Gli alberi ricolmi di frutta matura, i fiori colorati e l’erba alta pullulanti di insetti svolazzanti e felici, i branchi di cavalli atletici e liberi di correre nelle radure intorno a Snelliville, i campi di mais e le grandi pannocchie pronte per essere raccolte, bollite, imburrate e mangiate… Tutta la natura, tutto ciò che esisteva nella Contea durante quel rigoglioso periodo dell’anno, era un omaggio alla bellezza, alla salute. Al sesso.

Il mondo intero, avvolto dal nuovo tepore che allontanava, dopo le prove primaverili, il lungo freddo invernale, sembrava avere in mente una sola cosa: piacersi e piacere in vista di un immenso e stagionale accoppiamento globale.

Froda, davanti allo specchio di casa Bacon, osservava avvilita il suo enorme fondo schiena e i suoi fianchi rotondi e mollicci, degni di un rimorchiatore dei Porti del Nord. Froda era una delle ragazze meno avvenenti del villaggio e la vacanza presso le colonie estive dei Mari Interni della Terra di Mezzo si avvicinava inesorabilmente. Anche quell’anno avrebbe sfigurato sulle spiagge della bellezza standardizzata, anche quell’anno i ragazzi e le ragazze della feroce Compagnia degli Anoressici (anoressici se confrontati con le sue forme!) l’avrebbero presa in giro dal primo fino all’ultimo giorno di vacanza. E lei, mentre toccava con le mani il grasso che adornava le sue cosce sproporzionate, sapeva benissimo che non avrebbe potuto farci proprio niente. Doveva andare così: era il suo destino intrappolato in un corpo sbagliato.

“Il mio tessssoro!” ripeteva spesso il buon Gollum – l’unico che apprezzava Froda per come era – ogni volta che avvicinandosi silenziosamente da dietro le prendeva in mano le grosse tette agitandole nell’aria. Gollum era un altro disadattato di Snelliville: guida turistica nella Terra di Mezzo durante il giorno e di notte impiegato in un sexy shop della Contea, nutriva una particolare e per certi versi patologica predilezione per il sesso con donne di “robusta costituzione”. Froda era la sua diva.

“Non vedi come ti sei ridotto stando con me!?” gli chiedeva spesso Froda, stupendosi per l’immutata passione sessuale che Gollum nutriva nei suoi confronti. Lei non amava Gollum: provava per lui un affetto amichevole e lo usava per soddisfare le proprie fantasie erotiche, per troppi anni seppellite sotto un rispettabile strato di tessuto adiposo. Se avesse avuto un altro corpo avrebbe potuto conquistare uno dei ragazzi della Compagnia degli Anoressici, uno di quelli che puntualmente durante il periodo estivo la insultava per il suo aspetto fisico: l’amore, si sa, sceglie sempre strade difficili e le semplici gioie a nostra disposizione passano il più delle volte inosservate, proprio perché facili da raggiungere o addirittura già raggiunte e quindi inflazionate.

“C’è solo un modo per cambiare le cose!” disse risoluta Froda rivolgendosi all’ingenuo Gollum.

“Ma tu mi piaci per come sei, Froda!” rispose il povero Gollum lasciando i seni della ragazzona in balia della forza di gravità.

“Devo farlo per me!” mentì Froda, pregustando il momento in cui, finalmente snella e tonica come una statua greca, avrebbe sottomesso sessualmente il Principe GranCasso, leader incontrastato della Compagnia degli Anoressici ed erede legittimo del Gran Mandrillato della Terra di Mezzo.

“Ma tu sei il mio tessssoro!” insisteva Gollum.

“Piantala di ripetere sempre la stessa cosa e cercami piuttosto il sito web della Signora degli Anelli…!” ordinò Froda.

“Sei impazzzzzzita?” chiese allarmato Gollum mentre guardava esterrefatto la sua dolce farfallina obesa.

“Lo so che è una maga pericolosa e che in pochi sono tornati dai Boschi della Fibra Vegetale per raccontarlo… Ma devo tentare!” rispose quasi in lacrime Froda, rivestendosi. “Lei è l’unica custode e padrona dell’Anello Bruciagrassi… Un anello magico capace di far scomparire decine e decine di chili, nel giro di poche ore, a chiunque lo porti!”

“Non te lo presterà mai!” disse Gollum sconfortato.

“Lo so… Ma devo provarci!”

“Ma tu mi piaci per…!”

“E basta! Che rottura… Sono io che non piaccio a me stessa! Va bene?”

“Il castello della Signora degli Anelli si trova nella regione dei Boschi della Fibra Vegetale, in cima al Monte Fiato, così denominato per il fiato corto che provoca in chiunque tenti di scalarlo…” l’informò Gollum.

“La cosa non mi spaventa!” rispose Froda.

“E poi vedila in questo modo: già il fatto di scalare il Monte Fiato ti farà bruciare qualche etto di grasso!” disse Gollum pensando di essere spiritoso.

“Fottiti! Masturbatore, cicciofilo, maniaco sessuale, fallito che non sei altro!” sentenziò Froda mentre cominciava a preparare la bisaccia per il viaggio impegnativo verso il Monte Fiato.

La Signora degli Anelli, abitante millenaria del Castello di Weight Watchers sul Monte Fiato, era così denominata per via dei Venti Anelli Magici – uno per ogni dito delle mani e dei piedi – che indossava perennemente: uno di questi, il famigerato Anello Bruciagrassi, le procurava da secoli un aspetto invidiabile. Il suo corpo non conosceva la cellulite, la sua pelle era liscia e morbida, le sue forme sode e incrollabili erano la rara e duratura rappresentazione di una perfezione sovrumana.

Seduta sul suo trono di avorio e con il corpo rivestito di seta finissima, osservava il mondo esterno attraverso la Pettegola Pietra Veggente: “Ecco un’altra cicciona che scala inutilmente il Monte Fiato! Ahahahah!” rise sarcasticamente la Signora degli Anelli seguendo le fatiche di Froda e Gollum mentre si apprestavano a raggiungere, sudati e sfiniti, il castello della maga.

“Sono stanca, però, di trasformare in cinghiali, alberi e pietre tutti quelli che vengono a importunarmi fin quassù!” ammise, stupendo persino se stessa, la Signora degli Anelli.

“Questa volta preparerò ai miei nuovi autoinvitati una sorpresa diversa dalle altre…” aggiunse con tono meditabondo la bella donna che non era certamente priva di una perfida intelligenza e di una saggezza derivante dall’enorme esperienza accumulata nei secoli. Avvertiva che poteva trattarsi di un vero caso clinico e quindi avrebbe tenuto a bada per qualche minuto la tentazione di usare la magia.

“Quanto manca al Castello?” chiese Froda a Gollum che essendo più mingherlino riusciva a muoversi con una maggiore agilità rispetto all’ingombrante fidanzata. “Poco tesssssssoro! Poco!”

“Sono ore che dici che manca poco! Si può sapere quanto tempo ci vuole ancora?” aggiunse Froda in modo alterato dando fondo alle sue ultime energie. E mentre stava per scagliare una pietra in testa a Gollum ecco che intravide, seminascosta da una roccia, la torre ovest del Castello della Signora degli Anelli. “Ci siamo!” urlò soddisfatta, facendo cadere la pietra che aveva in mano.

“Che ti avevo detto?” si difese Gollum.

“Dai, bussiamo!” disse Froda tutta eccitata e dimenticando la triste fama che accompagnava la Signora degli Anelli.

“Aspetta Froda, leggi qui!” la fermò allarmato il povero Gollum che aveva evitato, solo pochi minuti prima, di essere colpito dalla pietra di Froda.

Scolpito su una lapide, vicino all’enorme portone di legno dell’oscura dimora, un avvertimento inequivocabile della padrona di casa:

 “Fermate dunque i vostri speranzosi passi

viandanti ignari e fate obese.

Se qui sperate di ottenere il Bruciagrassi

niente sembreranno le molte offese

quando vi tramuterò in piante e sassi.”

“Il messaggio mi pare chiaro. Andiamocene!” disse allarmato Gollum che voltandosi già studiava con lo sguardo la via del ritorno.

“Dove vai codardo, buono a nulla, omuncolo rinsecchito che non sei altro!” s’impose Froda. “E secondo te, dopo tutta questa faticata io mi faccio fermare da una stupida scritta?”

“No, è che non mi vedo bene sotto forma di travertino!”

“Io busso! Tu fai quello che vuoi, ma sappi che se mi lasci da sola in questa storia non avrai più niente da me…” minacciò Froda.

“Niente, niente?” chiese preoccupato Gollum “Nemmeno i nostri giochetti sotto le coperte?”

“Niente è niente!” concluse Froda.

“Quand’è così, resto… E poi se finisce male e veniamo trasformati in qualcosa, comunque dovremo lo stesso dire addio ai nostri passatempi erotici giù a Snelliville!” riassunse saggiamente Gollum.

Continua a leggere

Io non ho paura

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 febbraio 2012 by Michele Nigro

L’equivoco da evitare, dopo aver letto il romanzo “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti, è quello di pensare che si tratti di un libro ‘semplice’. Il linguaggio quotidiano, l’assenza voluta di congiuntivi, l’uso di termini ed espressioni tipicamente fanciullesche, la scelta di non utilizzare frasi complesse e orpelli narrativi, i dialoghi semplici e diretti, la voglia di raccontare in maniera scarna proprio come farebbe un bambino di nove anni: queste e altre caratteristiche nascondono una complessità infinita che rende il romanzo dello scrittore romano un’opera completa.

“Io non ho paura” è un monumento narrativo all’infanzia: leggendo questo libro noi cosiddetti ‘adulti’ riscopriamo le zone rimosse della nostra vita, le stesse che periodicamente sarebbe il caso di rispolverare per capire chi siamo veramente e in quale direzione siamo diretti. L’estate vissuta e descritta dal piccolo Michele Amitrano, il protagonista, è un’estate felice, spensierata, genuina, fatta di codici innati, di gesti gerarchici comprensibili solo dai membri collaudati di un gruppo ristretto di amici, di crudeltà sperimentali con cui mettersi alla prova; ma è anche un’estate gravida di eventi: l’infanzia non può durare per sempre e prima o poi accadono cose nella vita di un bambino che ne segnano il passaggio verso un’età non già adulta ma deprivata di una magia che non può convivere con la cruda realtà. Ammaniti, immergendosi nel prezioso mondo dei bambini, compie su se stesso un’operazione di decostruzione che in seguito dona al lettore: dimenticare la propria logica, acquisita nel corso degli anni, per calarsi nuovamente nei panni mentali e fisici di un preadolescente, non è facile. I sogni, gli incubi, le paure ridicole, le piccole gioie quotidiane, i desideri semplici, l’altruismo non calcolato, l’arcaicità del gioco, gli istinti non ancora dominati dalle sovrastrutture: durante la lettura di questo romanzo ‘leggero’ l’autore ci riporta in maniera disimpegnata e lieve verso le epoche acerbe e vere della nostra evoluzione. Epoche che ci siamo lasciati alle spalle, che pagheremmo oro pur di rivivere e che contengono i fattori preliminari del nostro presente da adulti.

La natura adoperata da Ammaniti non è funzionale a una descrizione paesaggistica fine a se stessa, ma diventa testimone dinamico e muto di transizioni esistenziali uniche e al tempo stesso antichissime, cicliche, inevitabili, scolpite nella mappa istintiva di ogni essere umano. Michele Amitrano (versione nostrana e maschile di una Alice nel paese delle meraviglie) scopre per caso un grosso buco nel terreno, all’interno del quale un gruppo di adulti balordi tiene prigioniero un altro bambino, Filippo: nel romanzo non viene usata l’espressione “sequestro di persona a scopo di estorsione”, troppo complicata per le immature capacità cognitive di un bambino. L’istinto infantile interpreta il male assecondando percorsi meno complessi ma decisamente più efficaci. E qual era la mia natura? Che sapevo fare io? Una domanda impegnativa sulla morale naturale. Michele sa benissimo cosa fare e segue il proprio istinto come quelle vespe che naturalmente e senza ricevere alcun ordine ricostruiscono testarde il proprio nido distrutto. Un temporale interrompe l’afa estiva, come a voler cambiare scenografia, temperatura ed epoca: l’interpretazione magica e onirica della realtà deve lasciare il posto, lentamente e inesorabilmente, alla verità oggettiva. Le streghe, i mostri, i lupi mannari, gli orchi cedono il passo alla molto più credibile fallibilità genitoriale: crescere significa anche capire che il proprio padre è un fallito e un debole. Crescere significa capire che a rapire i bambini non sono gli orchi e le streghe bensì gli adulti della specie umana: Michele non è in grado di interpellare le forze dell’ordine per liberare Filippo, è troppo piccolo per trovare una soluzione così pragmatica, ma avverte l’incrinatura dentro di sè e cerca con le proprie forze di alleviare il peso di una situazione nuova e terribile.

Interessante la scelta, forse casuale o forse no, dell’anno 1978: l’anno di un altro sequestro, quello di Aldo Moro, tragicamente reale e non inventato, storicamente importante e che segna la fine dell’infanzia di un’intera nazione.

“Io non ho paura” è un romanzo completo, contenente elementi basilari da cui partire verso discussioni infinite riguardanti l’esistenza umana: la complicità fraterna, l’amicizia, la fantasia come strumento interpretativo, il mondo dei sogni, il distacco dalle figure parentali, lo sviluppo della personalità, il carattere che segna un’intera vita, la percezione del male, la scoperta edipica del sesso, il tradimento, il deludente approccio al mondo adulto, la voglia di solitudine e di fuga, la libertà selvaggia, la cura del prossimo, la bellezza della natura che nasconde mostruosità, l’inaccessibile dimensione infantile, il senso del sacrificio, la conoscenza della morte, il dolore fisico… e tante altre cose ancora.

Autunno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , on 13 ottobre 2010 by Michele Nigro

Elogio del grigio


Vuoi mettere una giornata uggiosa

con nuvole nere in cielo

minacciose e severe come matrigne

con la solare prevedibilità dell’Io estivo?

Vorresti paragonare i misterici scrigni

e le magiche elucubrazioni

di un pomeriggio desolato e grigio

con i vortici popolosi delle feste?

“Datemi un temporale

una biblioteca

un gatto nero

… e vi trasmuterò il mondo!”

Un’acquosa aria elettrica

m’invita ad esplorare

i cauti incubi del quotidiano.

Vi ho mai parlato dei danni

che i raggi solari dell’ingenuo

mi causano sulla pelle dell’anima?

Il sapere casalingo del fuoco

illumina i sapienti libri eterni,

lontano dai percorsi consueti

di un borghese “dì di festa”.

E speriamo che piova ancora.

Coltivando un’idea

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 settembre 2010 by Michele Nigro

[…] Osservando la campagna lucana all’imbrunire, mentre due gatti miagolano feroci prima di un combattimento, mentre un cane abbaia lontano e la campana del paese suona, scandendo le monotone ore di questo luogo sperduto e ignorato dalla grande storia, mi è venuta in mente un’idea grossolana e primordiale… Utilizzare gli elementi, naturali e umani, già presenti sul territorio della regione Basilicata, per sviluppare una ricerca. Quando dico “elementi” intendo dire odori, colori, suoni, personaggi, sfumature, fatti locali, eventi storici dimenticati, sprazzi fotografici, sussurri, suggestioni, silenzi, case di pietra, legna bagnata, erba, falchi, polli, colombi, tramonti, montagne, stagioni, movimenti di paese, magie, leggende, il significato del tempo, gli strumenti musicali antichi, i tanti esodi di cui si sono perse le tracce, panorami, analogie, trame “fantasy” che s’intrecciano con la realtà… Tutto! Anche solo la luce di un lampione che illumina una siepe potrebbe innescare un flusso narrativo o saggistico… Se ho le idee abbastanza chiare su come procedere nella direzione di una lettura preliminare delle molteplici carte a mia disposizione e della successiva scrittura derivante dal riscontro di tutte quelle analogie che la lettura mi porrà dinanzi, non ho un’altrettanta sicurezza sul versante della condivisione tra questo mondo scritturale e quello potenziale di tipo socio-affettivo: sapersi giostrare tra la carta e “la vita” sarà arduo… Ma non si dice sempre che quando teniamo veramente a una cosa, il tempo alla fine si trova? Forse la soluzione è nella praticità mista alla disciplina: riuscire a essere metodici.

Un altro aspetto che emerge da queste mie poche righe scritte a mano è quello della penna che, scivolando quasi silenziosamente sulla paziente carta, è in grado di far parlare l’anima in modo più efficace dell’elettrica tastiera di un personal computer. E questo già lo sapevo! Chissà se alcune future pagine di questa ricerca ancora in fase embrionale non dovranno per forza di cose essere realizzate proprio utilizzando la vecchia, cara, insostituibile carta imbrattata dall’inchiostro…

Quella della ricerca tolkieniana in terra lucana la vedo ancora come un’idea quasi irrealizzabile: un’impresa per me enorme e che forse mai concretizzerò se non nell’universo della mia fantasia, dove tutto è possibile. Eppure mi è molto caro, ogni volta che ritorno in Lucania e a dire il vero anche quando sono altrove, il pensiero di questo progetto che ancora oscilla nella mia mente tra il narrativo e il saggistico, facendo prevalere quest’ultimo aspetto a causa della natura storico-scientifica della ricerca che mi prefiggo di attuare quanto prima. […]

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