Archivio per metrica

Obiettivi arcaici

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 27 luglio 2013 by Michele Nigro

147492956517049659_hyRr5MGu_f-e1347805023905“Il mio modo arcaico di fare poesia nasce dall’esigenza di fornire, prima di tutto a me stesso e poi anche all’eventuale lettore, un’immagine scremata, sobria, asciutta, arcaica appunto di ciò che la vita mi fornisce quotidianamente o mi ha fornito in passato. Questa scelta, a volte, va a discapito di quella poesia concepita come intrattenimento piacevole e di una metrica ‘educata’ e matematicamente coerente. La rima è al servizio di una ‘filastrocca primordiale’ perché l’obiettivo del verseggiare è la ricerca di una verità seppellita sotto tonnellate di avverbi, aggettivi inutili e di immagini collettive di origine televisiva che non appartengono all’individuo. Uno degli obiettivi della poesia è ‘ripulire’ l’Io da certi prolungamenti prosaici per ritornare alle origini del pensiero. I singoli versi composti da non più di tre o quattro parole, determinano nella mente del lettore la formazione di frammenti lapidari, scomodi da leggere, grezzi, sacrificando consapevolmente la bellezza e la musicalità, e rasentando in alcuni casi un’ossessiva paronomasia. Anche le ricerca di una ‘rima interna’ contribuisce ad alimentare un suono ossessivo che è catarsi.” (m.n.)

Vent’anni

Roventi ferri dormienti
di ruggine pazienza
bollenti bulloni morenti
sferragliante partenza.

Inesorabili fischi trilli
con lamenti di molle
instancabili estivi grilli
scuri armenti tra le zolle.

Treni trainanti troie
verso città di studio
e civiltà in tripudio
sui seni allattanti noie.

***

Fuoco antico

Accese nervature lignee
come dolori scoperti
lambite da lingue sanguigne
chiome di calori incerti.

Bocca di calda grappa
morente su ceppi meditati
vene di antica mappa
silenziosi vecchi antenati.

***

Il tempo

Inchiostro rosso riesumato
come sangue bollente
di un mostro grosso trascurato
che langue incoerente.

Sberleffi di gente morta
facili previsioni.
Sonori ceffi su mente corta
gracili ribellioni.

Una fede passiva
conta gli anni
occasione furtiva
un’onta d’inganni.

Io amai la goccia
per la pazienza viva
osservai la roccia
d’antica sembianza priva.

Coscienza e dolori
richiedono vendetta
la terra e gli odori
già odono la vetta.

***

Fiori di strada

Poesie sgranate
ermetici rosari
rivedute carte
perdute e amate
fonetici calzari
eresie in arte.

Orfani puri
assenti tutori
gerani duri
coscienti untori.

Fiori di strada
follia invidiata
cori di rada
morìa agognata.

Accademici idioti
appassite vigne
anemici zeloti
indispettite tigne.

***

Ritorni di carta

Professori in scaletta
manifesti a colori
signori in giacchetta
vani gesti e scalpori.

Presuntuosa stirpe
sofferenti pagliacci
untuosa sirte
tra morenti ghiacci.

Riscoperti autori
d’alienati meriggi
deserti di umori
costipati miraggi.

Cartaceo coìre
per serate uggiose
grigiaceo morire
dimenticate spose.

Diaspore letterarie
dai cassetti profanati
idrovore precarie
fazzoletti incorniciati.

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Il mio attimo fuggente

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 settembre 2010 by Michele Nigro

Il destino del legno

E nel mentre che l’anziano Professore Egidio Quaranta – Ordinario di Metrica presso l’Università di Tediopoli – si apprestava a concludere l’annosa lezione trita e ritrita (intitolata: Misurare la poesia, misurare la vita), tutti udirono quel sinistro scricchiolio che preannunciava la tanto agognata liberazione…

La vecchia cattedra, ormai porosa, cedette rovinosamente sotto il peso degli anni, a suo dire navigati, della sedicente saggezza di cui il “Prof” si fregiava con gli amici poveri e le donnine engagé del Caffè in viale Europa e delle inutili parole colme di quell’educato e accorto pessimismo che avevano caratterizzato il lungo periodo della sua pedante carriera universitaria diluita con sprazzi di militante intellettualismo.

Squadre insonni di irriverenti e nevrotiche tarme votate all’antiaccademismo concludevano, così, la loro necessaria missione pluridecennale a dispetto di ammuffiti compendi e manuali privi di entusiasmo.

Un chimerico buonismo piccolo borghese, ricco di arrugginenti offerte in denaro e consigli paterni intrisi d’insicurezza, aveva fatto il resto su chiodi e giunture…! La cattedra era inesorabilmente persa!

Ci vollero diverse ore per estrarre il corpo del vegliardo da sotto le macerie legnose. E, quel che è peggio, nessuno dei “cari”, ad eccezione della sua anziana colf ucraina, che non aveva mai rappresentato per lui una minaccia intellettuale, si accostò all’obitorio. Forse gli sprovveduti temevano che, destandosi dal sonno eterno ed in preda a riesumati attacchi di igienismo culturale, il Professore recriminasse sull’arredamento interno della bara, sul doppiopetto gessato con cui l’avrebbero inumato e sulle diversità dendrologiche esistenti tra il ciliegio del suo vicino di cassa, un giovane impiegato delle Poste ucciso da un’indefinita malattia contratta in un ristorante cinese, e il platano in cui giaceva senza nemmeno il conforto del vessillo di partito.

‘A sciorta d’‘o llignamme

Pe tramènte ca ‘o viecchio Prufessore Eggidio Quaranta – Urdinario de Mettrica a ll’Uneverzetà de Sfasteriopoli – steva purtanno a concrusione ‘na palla ‘e lezzione (chiammata Ammesurà ‘a puvesìa, ammesurà ‘a vita), tutte quante ausiolarono chillo zerrechezè c’annecheleva e che strummettiava ’a tanto abbramata lebberazzione.

‘A vecchia càtetra, oramaje ‘mpapicciata, scarrupaje a precepizio sotto ‘o pìsemo de ll’anne, a ddirla ‘ntutto truttate, d’‘o fàuzo jodìzio ca ‘o “Prufessore” deva ‘e sé stisso, che sfurgiava ‘nnante a ll’ammice puverielle, a lle sciantoselle ‘mpignate d’‘o Cafè a llo Stratone Aròpa e de mutte enùtele enchiute de chella alleccata seccetùdene che steva ‘mperecuócolo ‘ncoppa a pelosa carrera uneverzetaria, allascata cu sputazzelle de protanquànquero ‘ntellettualìsemo.

Squatriglie ‘nzunnulute de pàppece scassacazze e nevròtece, appercantate d’‘o meglio anti-accademìsemo, scumpetévano porzì ‘a necessaria, antesecula concrusione pe fa straviério de cumpénnie e cumpenniélle ammuscenute, sine antoseàseno.

‘N abbaglio crestiano o chi sa cche, d’ommo qualesìase, ‘mpurpato ê ‘nferte arruzzenute de quibbusse e patierne cunsurtazzione ‘mprignate ‘e malannagge, aveva fatto ‘o riesto ‘ncoppa a cchiuove e gghiònte…! ‘A càtedra era perza senza cazze appènnere!

Ce vulètte àutro e àutro tiempo pe caccià fora ‘o catàvero d’‘a sotto ‘a ruttamma. E, quotpejo, nisciuno, a pparte chella vecchia zambracca ucraeìna, la quale nunn era maje stata pe isso na menaccia ‘ntellettuale, s’abbecenaje ‘o sarmatòrio. Forze ‘e ‘nzicco-‘nzacco temmevano che, scetàtese d’‘o suonno eterno e tarantulate da ll’acciesso d’arcestruzejone, ‘o Professore s’allamentasse ‘ncoppa a mubiglia finale, ‘ncoppa ‘o gessato co llo quale l’avessero atterrato, e ‘ncoppa ‘a defferenzia arvoreològgeca asistente tra ‘o ceràso d’‘o bbecino de cascia – nu giovane zucagnosta d’‘e Pposte ‘nfettato e acciso da nu curiuse pànteco pigliato dint’‘a na tratturia cenésa – e ‘o chiàteno addó accucciava, senza manco ll’addefrisco d’‘o stendardo d’‘o Partito.

(traduzione in lingua napoletana a cura di Mario Visone)

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