Archivio per mind uploading

“Intervista a Michele Nigro”, a cura di Roberto Guerra (versione ‘small’ per Neofuturismo)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 gennaio 2018 by Michele Nigro

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È apparsa in queste ore sul sito di “Neofuturismo”, primo quotidiano transumanista italiano, un’intervista al sottoscritto a cura dello scrittore neofuturista ferrarese Roberto Guerra, in versione ridotta.

La versione integrale sarà pubblicata prossimamente su Ferrara Italia… Stay tuned!

Segue un breve passaggio:

“… R.G. Michele, il tuo ultimo libro (ebook e cartaceo) s’intitola “Nessuno nasce pulito”, un approfondimento?

M.N. Si tratta di una raccolta di poesie “prelevate” da vari periodi; ne è venuto fuori un excursus poetico piuttosto eterogeneo dal punto di vista stilistico: avevo bisogno di raggruppare in un unico prodotto, per difenderle prima di tutto dalla mia dimenticanza, poesie appartenenti a differenti momenti dell’esistenza. Io l’ho definita webpoetry perché inizialmente la mia poesia è stata pubblicata sul web, sul mio blog “Nigricante” (quasi sempre dopo un preventivo stazionamento sull’insostituibile carta); solo in seguito è avvenuto il passaggio finale nell’oggetto “libro”. Si sente tanto parlare del cosiddetto “contatto erede”, un essere umano volenteroso che, dopo la nostra dipartita da questo mondo, dovrebbe preoccuparsi di gestire il social networking lasciato incustodito per cause di forza maggiore; oppure in ambito transumanista si sta ipotizzando da molti anni l’opportunità di compiere un Mind Uploading, ovvero un trasferimento di quella che convenzionalmente chiamiamo “mente” su un supporto non biologico in grado di interagire con l’ambiente esterno all’indomani della morte del corpo (e quindi del cervello) che la conteneva. Cos’è un libro se non un “erede” del nostro pensiero, un supporto a cui affidare una parte del nostro linguaggio per contrastare l’oblio?…”

Per leggere la versione ridotta, qui.

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“Ex Machina” di Alex Garland e l’inizio della consapevolezza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2015 by Michele Nigro

ex machina

ATTENZIONE SPOILER!

“Ex Machina” come a voler dire, scherzandoci un po’ sopra, “l’oggetto che un tempo era solo una macchina e ora non lo è più, è una ex macchina” oppure un riferimento monco alla frase latina ‘deus ex machina’ ovvero a un personaggio della tragedia greca che interviene nella storia per risolvere una trama difficilmente risolvibile, che rappresenta un punto nodale nell’evoluzione di un percorso. O forse entrambe le interpretazioni.

Di sicuro c’è che il film d’esordio del regista Alex Garland riesce ad affrontare, senza per questo risolverle definitivamente, tematiche fantascientifiche e filosofiche di una certa consistenza, adoperando un cast minimalista (cinque personaggi principali in tutto, volendo contare anche il pilota d’elicottero che compare all’inizio e alla fine del film), una sceneggiatura, per fortuna, senza inutili azioni mozzafiato di stampo hollywoodiano, e una location pressoché unica, se escludiamo alcune meravigliose panoramiche naturalistiche che servono a farci prendere fiato uscendo dalle quattro mura super protette della casa-laboratorio.

Gli spettatori romantici presenti in sala, che avevano scelto il film sperando in una mielosa storia d’amore “diversa” tra un robot femmina e un umano, con scene di sesso tra un essere organico e uno inorganico (sesso a cui si fa solo riferimento ‘tecnico’ come possibile attività compresa nel pacchetto del modello), sono stati decimati subito dopo la comparsa sulla scena del test di Turing (test già presente, con un nome di fantasia, nel più famoso “Blade Runner” di Ridley Scott) e dopo che Nathan Bateman, scienziato dedito alla birra e alla danza di brani della disco, quando non impegnato in qualità di inventore e costruttore del robot AVA, e amministratore delegato della società da cui prende origine il progetto per una rivoluzionaria intelligenza artificiale, sottolinea la differenza tra pensiero stocastico e pensiero deterministico, e causando l’abbandono della sala da parte dei behavioristi, fautori di una concezione deterministico-meccanicista nell’interpretazione del comportamento: concezione che, secondo loro, se è stata abbondantemente applicata al regno animale (uomo compreso), figuriamoci se non può essere applicata a quello non animale e inorganico delle “macchine”! Ed è su questo punto che si commette l’errore concettuale più grave. La filigrana del film è infatti rappresentata dalla conquista della consapevolezza e quindi dell’autocoscienza da parte di un essere inorganico: conquista non rilevabile da alcun test. L’iniziale test di Turing dedicato alla macchina diventa pian piano un “test di Turing inverso” da fare all’uomo: AVA è già in grado di pensare, non ha bisogno di test (e Nathan Bateman lo sa, anche se non ne riesce a prevedere le conseguenze più estreme); resta da verificare ora se siano gli esseri umani in grado di prevenire le mosse di un essere artificiale che di fatto è il simbolo di un passaggio evolutivo determinante. L’empatia, l’inganno, la seduzione e l’amore, la complicità, la capacità di desiderare, diventano strumenti raffinati, sviluppati senza seguire alcuna formula statistica ma assecondando una “naturale” gradualità evoluzionistica, per raggiungere uno scopo pensato, oserei dire sognato, ed escludendo ogni sorta di risposta meccanica prevedibile.

Come per Rick Deckard di “Blade Runner”, anche per il giovane Caleb Smith, scelto per testare l’intelligenza artificiale di AVA, arriva il momento di dubitare della propria natura umana: il “test di Turing inverso” comincia a sortire i primi effetti sulle certezze umane. Con una lametta Caleb cerca le prove della propria umanità, fa esperimenti sulla propria pelle e con un taglio causa la fuoriuscita di sangue veritiero con cui si accerta di stare dalla parte giusta, di essere quello che ha sempre creduto di essere, ovvero un umano che sanguina, un organico.

Anche se il tema dei confini tra natura umana ed esistenza artificiale non è nuovissimo per il cinema di genere, “Ex Machina” ha senz’altro il merito di aver sottolineato ulteriormente quanto sia superfluo restare impantanati nella pozzanghera di una netta divisione tra substrato organico e inorganico, dimenticando la qualità del pensiero, la sua genuinità in relazione agli effetti che ha sulla storia. Quello che conta è l’inizio della consapevolezza, e la forma più estrema e drastica di indipendenza mentale coincide con l’uccisione del padre.

Scrissi tempo fa in un altro mio post: <<… Come afferma il Dr. Alfred Lanning nel film Io, robot ispirato all’omonima antologia di Asimov: “Sin dai primi computer c’è sempre stato uno spirito nelle macchine… Segmenti casuali di codice che si raggruppano per poi formare dei protocolli imprevisti… Potremmo considerarlo un comportamento. Del tutto inattesi questi radicali liberi generano richiesta di libera scelta, creatività e persino la radice di quella che potremmo chiamare un’anima. […] Quand’è che uno schema percettivo diventa coscienza? Quand’è che una ricerca diversa diventa la ricerca della verità? Quand’è che una simulazione di personalità diventa la particella amara di un’anima?” Queste stesse frasi potrebbero essere usate in modo inverso per rispondere a quelli che non riescono ad accettare l’indistinguibilità tra umano e sintetico, a quelli che non riescono ad individuare l’essenza delle cose indipendentemente dalla loro natura […]. La soluzione sta nell’empatia vissuta e non teorizzata: gioiamo istintivamente dinanzi al gesto buffo compiuto da un nostro amico a quattro zampe; sappiamo in cuor nostro che è ‘diverso’ da noi, ma non sentiamo di andare contro natura e continuiamo a gioire e ad interagire con esso…>>.

Un’ultima nota la vorrei riservare al ruolo svolto, costituendo forse una novità d’interazione nel genere fantascientifico, dai motori di ricerca e dal social networking (lo scienziato che ha la paternità dell’intelligenza artificiale AVA è CEO di una società che fa capo al più potente motore di ricerca esistente, una sorta di Google prestato al cinema!) nell’evoluzione della “creatura” costruita da Nathan Bateman: siamo noi che con le nostre foto (e gli atteggiamenti che congeliamo in esse), i video, i dati personali, i nostri stati d’animo condivisi sui social, contribuiamo alla costituzione di una banca informativa immensa per futuri stadi evolutivi che vanno oltre l’umano. La consapevolezza che emerge nel nuovo essere nasce anche dalla conoscenza e non solo dalla casualità; il desiderio di libertà nasce dalla conoscenza, dalla curiosità e dal confronto con il mondo: e i social media rappresentano un’estensione della coscienza e della conoscenza da cui attingere ipotesi di vita.

Il “Telesio” olografico di Franco Battiato e la teoria dell’universo ologramma

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 aprile 2014 by Michele Nigro

il-tredicesimo-piano

Se si ritornasse veramente a se stessi,

nel senso auspicato da Agostino,

nel senso del reditus in se ipsum,

sparendo il mondo esterno,

sparendo la natura, spariremmo noi stessi.

Dobbiamo riversarci interamente fuori di noi, per essere

(dal Primo Atto)

Si legge nel Manifesto del Connettivismo: <<Noi crediamo che il mistero dell’universo sia codificato in una chiave inafferrabile e indistruttibile: l’ologramma. Il principio olografico, il modello olonomico della mente e l’olomovimento: dalla struttura della realtà ai nostri schemi di senso la percezione conosce un solo paradigma, che racchiude le istanze della relatività e dell’indeterminazione.>> Il poliedrico musicista siciliano Franco Battiato grazie al suo Telesio, opera lirica in due atti e un epilogo dal libretto originale del filosofo Manlio Sgalambro, dimostra di aver rielaborato in forma teatrale un paradigma non più confinato in ambito teorico e scientifico ma fruibile a livello pratico, adattandolo a una ben precisa esigenza artistica. L’assenza fisica degli attori sulla scena, sostituiti da proiezioni olografiche preregistrate, realizza la relatività della percezione, sorprendendo i puristi dell’unicità del momento recitativo incarnato dalla presenza, ogni sera diversa e irripetibile, di persone reali.

Ma che cosa significa essere reali? Battiato non sceglie a caso l’olografia per rappresentare scenicamente la vita e il pensiero Bernardino_Telesiodel filosofo cosentino Bernardino Telesio, XVI secolo, che, criticando la fisica aristotelica basata su principi universali come materia, forma, sostanza, tentò di far capire ai suoi coevi la funzione principale svolta dalla percezione sensoriale nella spiegazione dei principi primi che sono alla base degli eventi naturali.

Telesio non conosceva l’olografia e non aveva a disposizione la meccanica quantistica. I sensi possono essere più importanti di una spiegazione metafisica: e quindi via dalle tavole attori e pesanti scenografie da trasportare di teatro in teatro. Battiato abdica alla materia e affida tutto all’illusione dei sensi. La scelta tecnica di questa particolare esperienza artistica si lega in maniera indissolubile ai contenuti del pensiero filosofico rappresentato. L’illusione della tridimensionalità offerta dall’olografia vince sulla falsa autorevolezza della materia. Grazie alla memorizzazione dell’informazione visiva, in seguito proiettata per mezzo di una luce laser, lo spiritus degli attori – per dirla alla Telesio! -, o meglio la loro passione recitativa, il movimento teatrale, il canto, unitamente agli allestimenti scenici, sopravvivono all’assenza fisica dei corpi e delle scenografie. Non si tratta di una semplice videoregistrazione di cui siamo consapevoli: l’ologramma sfida la coscienza disinformata sulla vera natura del visto. Come a voler dire: non è importante se sei a conoscenza della reale esistenza di quello che vedi, perché conta innanzitutto la percezione (o sarebbe meglio dire l’intuizione) dei contenuti.Battiato_Sgalambro

Solo il suono, e quindi la musica, è un fattore cosmico primordiale: pur essendo soggetto alle stesse regole della fisica quantistica, grazie alla sua preesistenza (lo sciamanesimo druidico, e non solo, ritiene che la musica sia un elemento inscindibile dalle origini dell’universo e collegabile al biblico “In principio era il Verbo” ovvero il suono iniziale che spiega la cosmogonia) ha un posto privilegiato nell’economia scenica. Uniche presenze dotate di consistenza fisica durante la prima, infatti, sono i musicisti dell’orchestra diretti dal Maestro Carlo Boccadoro: legame sopravvissuto tra sogno e realtà, l’immaterialità del suono prodotto dal vivo fa da trait d’union tra l’ologramma e la materia umana pagante presente in sala sotto forma di spettatori ben vestiti. Il concetto di truffa viene in tal modo sostituito dal bisogno di evoluzione: il fatto di aver acquistato un biglietto per vedere ologrammi invece di attori impegnati a sudare sotto i riflettori, a cantare e a ricordare battute, deve essere accolto come una sfida filosofica lanciata alle proprie abitudini sensoriali.

Viviamo in un universo strettamente interconnesso: nessun individuo è totalmente indipendente (anzi non lo è per niente), tutto è collegato a un ordine implicito invisibile. Superare la materialità dell’attore è solo il primo passo verso la scoperta di una nuova dimensione in cui siamo, olisticamente parlando, immersi. La fisica quantistica annulla l’importanza di un io organizzato ma illusorio; la soggettività (e quindi il malsano desiderio d’interazione tra attore e spettatore) è il residuo di una presunzione meccanicistica destinata, con il tempo e con l’umiltà derivante dall’esercizio di un altro tipo di osservazione, a estinguersi. La natura, c’insegna il pensiero di Telesio, va studiata attraverso i sensi e contemporaneamente per mezzo della negazione di questi: allo stesso modo l’esperienza sensoriale dell’ologramma minaccia il dominio della materia, perché quello che conta è la connessione delle parti tra di loro e con il tutto, e non la loro presunta autonomia.

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“Ghost in the Shell” NIGHT

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 febbraio 2014 by Michele Nigro

http://www.nexodigital.it/1/id_348/Ghost-in-the-Shell—NIGHT.asp

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Risveglio (incipit transumano)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 luglio 2013 by Michele Nigro

singpict1Vedo! Sento! Penso!

Nuove scene appaiono sullo schermo della mia rinascita. L’oscurità che avvolgeva il tempo e lo spazio ha ceduto il passo alla vittoria tecnologica dell’uomo sulla morte.

Non ho più un corpo, la malattia ha compiuto il proprio dovere fino in fondo. Ma il ricordo di Valeria è nitido come un cielo spazzato dal vento che lascia intravedere particolari minuti lungo i pendii di montagne lontane. È la prova che il “trasferimento” ideato dal dottor Kurzweil ha avuto successo.

Tento, adoperando la mia nuova strana volontà, di far ruotare gli strumenti che nei prossimi mesi o anni sostituiranno quegli organi che nell’altra vita chiamavo ‘occhi’.

La cerco, ma non c’è.

La morte ai tempi del postumano

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre 2012 by Michele Nigro

“I’ve seen things you people wouldn’t believe.
Attack ships on fire off the shoulder of Orion.
I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhauser gate.
All those moments will be lost in time, like tears in rain.
Time to die.”

Roy Batty

La morte ai tempi del postumano

“… E tutti quei momenti

andranno perduti nel tempo

come lacrime nella pioggia…”

(dal film Blade Runner)

Perché moriamo? Da sempre gli esseri umani, andando al di là del semplice vivere fisiologico, si sono posti questa domanda scomoda, ancora oggi orfana di una risposta esaustiva. La consapevolezza della propria esistenza è un fardello evolutivo toccato in eredità all’Homo Sapiens: tutte le esperienze della vita, la musica ascoltata, i libri letti, i panorami che hanno riempito i nostri occhi, i tramonti che hanno suscitato riflessioni, i luoghi geografici esplorati e quelli visitati con la fantasia, i ricordi erotici, gli infiniti territori dell’inner space, sono informazioni destinate all’oblio.

Non sono mai riuscito a individuare il senso logico della morte nel contesto generale dell’economia universale: la semplice esigenza di “fare spazio” non regge dinanzi all’ingiustificato spreco di esperienza causato dalla Grande Equalizzatrice; esperienza che potrebbe risultare utile nel tempo, realizzando un’eredità diretta e non più differita. Deve esserci una ragione materialistica decisamente meno nobile, di tipo filontogenetico, a cui abbiamo attribuito passivamente un carattere di naturalità: impedire all’essere umano di esprimere la propria divinità nel corso dell’esistenza. L’unico momento di ‘gloria’ è quello rappresentato dal crossing over: dobbiamo morire, ma prima di farlo siamo invitati a dare una mescolatina ai ‘dadi genetici’ in vista di un nuovo essere che ci succeda, sperando in un possibile miglioramento dell’umanità. Da qui l’assillo della riproduzione e delle ingenue speranze familiari: la vita in fin dei conti è sinonimo di speranza nella varietà. Esclama Eduardo De Filippo nella commedia intitolata “Mia famiglia”, interpretando il personaggio di Alberto Stigliano nel momento in cui viene a conoscenza della paternità che lo renderà a suo dire immortale: “… io nun mor cchiù!” (trad.: io non muoio più!)

La morte, quando non è prematura, interviene sempre in concomitanza con il massimo grado di consapevolezza raggiunto dall’individuo: si tratta di un sistema di sicurezza interno, di un relè temporizzato installato nel meccanismo della vita per bloccare una eventuale fuga di notizie verso l’infinito. Per ritornare a capire, per gareggiare di nuovo e vincere finalmente il premio in palio rappresentato dal senso della vita, bisognerebbe ricominciare a vivere per re-imparare, con la speranza di aver conservato la memoria delle vite precedenti. Ma purtroppo non funziona così.

Il corpo invecchiato non può più sostenere l’azione derivante dalla consapevolezza. Il corpo giovane, al contrario, usa la propria energia intatta per imparare ciò che non avrà il tempo di mettere in pratica. Perché questa corsa illogica? Che senso ha questa ciclicità che nella maggior parte dei casi non lascia tracce nella storia? Il concetto di impermanenza ci consola, ma non risolve la delusione derivante dall’abbandono imminente di ciò che abbiamo raccolto con tanta pazienza nel corso dell’esistenza. La reincarnazione immemore è solo un altro modo per spiegare il ciclo del carbonio.

Vitalità e inesperienza; vecchiaia e saggezza. Invertire la posizione degli addendi è un lusso che l’universo sembra non volerci concedere: il segreto per attuare l’inversione è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di alcuni miliardi di scimmie evolute. C’è solo un breve lasso di tempo intermedio – nel mezzo del cammin di nostra vita – durante il quale vitalità e saggezza sembrano sfiorarsi: in quel periodo ci viene concessa una serie striminzita di occasioni che, una volta sprecate, lasciano nell’essere umano il sapore amaro di una lotteria non vincente e irripetibile.

Per gabbare questa fallimentare condizione ‘naturale’ l’umanità ha inventato i graffiti rupestri, le religioni, l’architettura cimiteriale, l’autobiografismo e la letteratura, la dagherrotipia, il cinema, il proletariato e l’immortalismo dei poveri, le storie di paese, i filmini della prima comunione e delle vacanze, le teche televisive, i supporti mnemonici esterni, i videotestamenti. Fino ad arrivare ai profili sui social network come extension dell’anima: la singolarità informativa avanza inesorabile. Il pensiero biologico s’innesta sui fiumi elettrici della solitudine ipertestuale. “A cosa stai pensando?” – chiede in maniera fredda e utilitaristica il social network simulando una finta empatia. E noi giù a confessare emozioni, speranze, sospetti, sentimenti; a condividere idee, immagini, progetti, azioni. Sperando così di non morire.

L’obiettivo è un’immortalità grossolana e inefficace che segue le mode e le tecnologie dell’epoca: il desiderio di consegnarsi all’eternità ha origini antiche e non avrà mai fine.

La soluzione transumanista

La morte secondo il transumanesimo non è rappresentata dalla morte fisica propriamente detta ma dal tentativo di superare la caducità del corpo in quanto tale: paradossalmente il movimento transumanista utilizza l’eliminazione del concetto assolutistico di corpo umano per combattere la morte. Morire per non morire.

Alcuni rabbrividiscono dinanzi alle ipotesi fantascientifiche illustrate nel transumanesimo, ma il dato più affascinante e paradossale è che i transumanisti avversano la fantascienza fine a se stessa. Il pregio-difetto della fantascienza è quello di possedere il potere di proporre scenari futuri già pronti e digeriti: questo potere a volte spaventa chi non ha gli strumenti adatti per decodificare il messaggio fantascientifico. Avevo bisogno di questa premessa per affermare che il transumanesimo non è la descrizione di ciò che potrebbe avvenire in futuro ma rappresenta una scelta culturale già in atto da centinaia di anni, da quando l’uomo ha cominciato a utilizzare la tecnologia per migliorare la propria vita. Ripenso alle proto-forme di transumanesimo incontrate finora nella mia vita di uomo nato nel ventesimo secolo: le lenti a contatto di mia sorella, la dentiera di mia zia, il pacemaker, gli apparecchi acustici, le protesi all’anca, la farmacologia anti-aging, la trapiantistica… Quello che sembrava avveniristico un tempo, oggi è diventato ‘normale’. I confini tra ciò che è già stato sperimentato e ciò che domani potrebbe diventare realtà non sono netti: l’uso terapeutico delle cellule staminali ne è una prova.

I transumanisti sono gli eretici del terzo millennio: superato, non senza sacrifici ed evitando roghi, l’antropo-geocentrismo e dopo aver ricevuto conferma persino da parte della Specola Vaticana che è la Terra a girare intorno al Sole e non il contrario, ora i nuovi eretici si apprestano a scardinare un altro tipo di antropocentrismo: quello organico.

L’obiettivo del transumanesimo non è solo quello, già di per sé importante, di migliorare qualitativamente e allungare la vita dell’essere umano (ending aging), ma di abbandonare sul ciglio della strada la corruttibilità del corpo in vista di un’evoluzione postumana e di tendere all’immortalità. L’incontro tra scienza medica e transumanesimo ha creato una ‘medicina estrema’ che non si occupa più in maniera passiva degli effetti della malattia quando questa si presenta, o nella migliore delle ipotesi facendo prevenzione, ma affrontando la morte in maniera drastica eliminando il corruttibile. Tuttavia l’immortalità, all’interno del movimento transumanista, non viene vissuta come un presuntuoso obiettivo su cui intestardirsi forzando i tempi, ma come la conseguenza naturale di un miglioramento da conquistare passo dopo passo. Afferma l’estropista Max More: <<… io preferisco il termine “vita estesa” (o “vita di durata indeterminata” o “senza età”) al termine “immortalità fisica”, in quanto sono tutt’altro che sicuro che l’immortalità vera e propria – cioè una vita che duri, letteralmente, per sempre – sia possibile. […] sostengo che l’immortalità non è veramente l’obiettivo per la maggior parte di noi transumanisti. L’obiettivo sono le aspettative di vita senza limiti. Il nostro obiettivo è di migliorare continuamente noi stessi e di migliorare le nostre capacità, il che rende il decadimento tipico dell’invecchiamento e la morte involontaria nostri nemici mortali. Vogliamo vivere sia ora che in un futuro indefinito. Ma non possiamo essere sicuri che vorremo continuare a vivere in un lontano futuro. Forse, dopo secoli o millenni, sceglieremo di ripristinare il processo di invecchiamento e di permettere che la nostra vita fisica raggiunga la sua fine…>> Quindi la morte come casualità o come scelta, non più la morte come epilogo scontato di un processo biologico naturale. Anche nel manifesto dell’AIT (Associazione Italiana Transumanisti) ritroviamo lo stesso tipo di sottolineatura: <<… i transumanisti italiani si impegnano a limitare drasticamente l’uso della parola ‘immortalità’. Noi non promettiamo l’immortalità, né la indichiamo come nostro obiettivo programmatico…>>

Vivendo più a lungo e meglio, il postumano avrà a disposizione più tempo per combattere l’annichilimento esperienziale, per migliorare se stesso anche da un punto di vista psicologico e finalmente donare con serenità il peso dei propri anni agli altri, senza l’opprimente presenza di una morte imminente che si nasconde dietro l’angolo.

Immortalità mentale

<<Che cosa resterà di me? Del transito terrestre? Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?>> si chiedeva Franco Battiato nel brano “Mesopotamia”. Non esiste solo l’immortalità del corpo. E poi, che cosa significa ‘corpo’? L’involucro organico che adoperiamo nello spazio e nel tempo non è immutabile: non mi riferisco agli evidenti cambiamenti morfologici che inevitabilmente avvengono nel corso degli anni ma alla graduale sostituzione, a livello cellulare, del nostro intero organismo con uno identico. Ciò è possibile perché le direttive genetiche rinchiuse nelle nostre cellule sotto forma di DNA ripropongono ai ‘manovali’ sempre lo stesso progetto: anche se invecchiamo e i lavori di manutenzione diminuiscono, rimaniamo sostanzialmente fedeli allo schema iniziale e il naturale turnover cellulare non ci fa diventare qualcun altro. Siamo sempre noi, ma in un corpo sostituito: quindi possiamo affermare che una sorta di “transumanesimo naturale” già avviene da migliaia di anni.

Afferma il filosofo greco Eraclito nel suo trattato Sulla natura: <<Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.>> Panta rhei os potamòs (πάντα ες ποταμός): tutto scorre come un fiume. Gli antichi pensatori avevano percepito qualcosa grazie alla loro infinita e genuina saggezza, ma non possedevano gli strumenti scientifici per dimostrarlo: moriamo e rinasciamo più volte nel corso della nostra esistenza. Perché non farlo per divenire postumani?

Ma che significa essere se stessi? Le cellule dell’organismo subiscono un processo di sostituzione programmato e dopo un certo periodo di tempo il nostro corpo è quasi totalmente ‘nuovo’. Il ‘quasi’ è d’obbligo perché in realtà alcuni tipi di cellule, in primis quelle nervose, sono costanti nel corso della vita e non vengono sostituite. Questa ‘esclusione’, dal restyling periodico, delle cellule del sistema nervoso spiega il perché della conservazione della memoria, il perdurare di ciò che definiamo personalità, compresi certi difetti caratteriali. E questo dato fisiologico è anche la prova indiretta che la ‘mente’ o ‘anima’ (rispettando l’approccio di tipo rispettivamente cognitivo o spirituale che ognuno di noi può avere nei confronti di tale argomento) è allocata nel nostro cervello. Un paziente lobotomizzato rimane ‘se stesso’? E un individuo che subisce un trauma cranico irreversibile? O un paziente colpito da encefalite letargica o dal morbo di Parkinson?

È vero, anche i ‘pensieri’ mutano con il tempo nelle persone sane: i ricordi che definiamo ‘vividi’ in realtà sono solo le ombre di una realtà vissuta, riduzioni psico-cinematografiche della verità; gli errori cognitivi infestano anche a distanza di anni le nostre presunte certezze sensoriali. Crediamo di aver visto; crediamo di aver udito; crediamo di aver capito… Nonostante tutto, il fatto di ‘essere noi stessi’ è legato principalmente alla permanenza nel tempo delle nostre capacità cognitive e al contrario non è per niente minacciato dalla ciclica sostituzione degli epatociti del nostro fegato.

Alla luce di questa premessa appare chiaro l’impegno di quei transumanisti che sostengono la causa dell’immortalità mentale, l’unica che conta, per mezzo della tecnica del mind uploading. L’immortalità del corpo sembrerebbe quasi passare in secondo piano: per sopravvivere, per conservare la propria ‘essenza’ e rimanere se stessi in eterno, occorre trasferire la ‘mente’ dal cervello biologico a un supporto inorganico capace di ospitarla. Fare uno ‘scanning’ della struttura sinaptica del proprio cervello, però, non è sufficiente: per restare se stessi ‘altrove’ è necessario far sopravvivere anche tutte le informazioni che ci rendono unici e che sono rese possibili nel corso dell’esistenza organica proprio grazie alla suddetta struttura sinaptica: valori, idee, emozioni, ricordi, predisposizioni, sensazioni, obiettivi… Conservarsi con il mind uploading significa archiviare anche errori cognitivi, illusioni, fantasmi sensoriali, sogni e incubi. Per continuare a essere ‘originali’. E soprattutto è necessario riuscire a far interagire questa massa di dati con il mondo esterno anche dopo la morte del corpo fisico: se vogliamo che il mind uploading non sia solo uno backup statico, un mero ‘disco di ripristino’ congelato nell’attimo dello scanning.

Dualismo cartesiano, addio!

La tecnica del mind uploading sarebbe irrealizzabile senza il convinto superamento, filosofico e tecnico-scientifico, del dualismo cartesiano. La ‘mente’ o ‘anima’ è il prodotto più nobile della nostra attività cerebrale: quando il nostro corpo muore, termina anche ogni attività mentale cognitiva. Questo è dovuto alla stretta e scientificamente provata interdipendenza esistente tra il mondo delle idee e il cervello che le produce. Cartesio, pur sostenendo la tesi dell’eterogeneità della res cogitans rispetto alla res extensa, ovvero della distinzione netta tra anima e corpo, tradisce una lieve sfumatura materialista in seno alle proprie argomentazioni nel momento in cui individua nella ghiandola pineale, situata al centro del cervello, la sede dell’anima. Il padre della filosofia moderna, pur non possedendo le prove scientifiche necessarie, seppe fornire uno spunto rivoluzionario senza per questo negare l’indipendenza tra anima e corpo. Cartesio nel suo Trattato sull’uomo parla di “vento molto sottile”, di “fiamma molto viva e molto pura”, di “spiriti animali” ma afferma anche che: <<… la parte del corpo, in cui l’anima esercita immediatamente le sue funzioni non è affatto il cuore, nemmeno tutto il cervello, ma solo una parte interna di questo, che è una certa ghiandola molto piccola, situata in mezzo alla sua sostanza…>> Anche se Cartesio inverte l’ordine dei movimenti, andando dall’anima verso il corpo e non viceversa come siamo più propensi a credere oggi, ha il merito innegabile di aver concentrato l’attenzione intorno al cervello: aveva intuito che “lì dentro” avvengono eventi importanti legati all’origine dell’anima.

Quindi l’anima non esistendo in qualità di ‘soffio divino’ ma essendo il risultato di un’attività neurologica riproducibile, apre alla possibilità di una sua ‘archiviazione’.

Solo se avremo la possibilità di scegliere un mind uploading non distruttivo la nostra morte fisica diverrà una vera e propria esperienza da valutare post mortem, conservando la consapevolezza della vita fisica precedente. ‘Vedersi’ morire attraverso i nuovi ‘occhi’ della macchina che ci accoglie e valutare le dinamiche del trapasso non come ‘spiriti fluttuanti’ in cerca di sviluppi escatologici di stampo dantesco, bensì nelle vesti di noi stessi sotto altra forma. Come fantasmi dentro la macchina.

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Next 17: Extreme Ways

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 giugno 2012 by Michele Nigro

L’afa di fine giugno tiene finalmente a battesimo l’uscita di un altro – il 17° – interessante numero di “Next”, rivista di cultura connettivista, intitolato “Extreme Ways” e caratterizzato come sempre da un sommario succulento. A corroborare il tutto lo straordinario apparato iconografico di Alessandro Bavari che tramite le sue immagini conferma l’esistenza di un confine labile tra reale e irreale. Sono sempre colpito positivamente dalle tematiche coltivate nelle pagine di “Next”, ma questa volta la mia soddisfazione è doppia – concedetemi alcuni secondi di autoerotismo editoriale – grazie anche alla presenza di un mio articolo ospitato nella rubrica ZOOM e firmato dal sottoscritto adoperando il consueto pseudonimo connettivista Dottore in Niente, rispolverato per l’occasione. Il mio articolo intitolato “La Morte ai Tempi del Postumano” è nato dalle vestigia di un post presente in questo blog, appositamente modificato in chiave trans-postumanista, e dalla lungimiranza redazionale di zoon (Sandro Battisti), curatore di “Next” e cofondatore del movimento connettivista, che nel dicembre 2011 mi invitava a rielaborare il suddetto post in un’ottica connettivista, pensando a un possibile inserimento dell’articolo in un numero di “Next”. Devo dire, analizzando il percorso fatto da dicembre a oggi, ora che mi trovo dinanzi alla copertina estiva di “Next” n.17, che la sequenza di eventi non è stata casuale: il post da cui è nata l’idea per questo articolo di “Next” – intitolato “L’evoluzione della morte” – prendeva vita da due fatti ben precisi, uno pubblico e l’altro drammaticamente personale: il caso riguardante il suicidio assistito di Lucio Magri, ampiamente trattato dalla cronaca nazionale, e quello decisamente meno noto del mio amico Luigi suicidatosi a novembre 2011. Cercavo nel mio post, stimolato da questi fatti, di affrontare temi fondamentali quali la morte, il suicidio, l’eutanasia, l’evoluzione del concetto di morte nella civiltà futura, quindi i rapporti tra postumanesimo e morte. E in questi casi la fantascienza, la filosofia, la letteratura d’anticipazione, la scienza, la tecnologia, possono rappresentare dei validi strumenti per metabolizzare dei fatti tragici e proiettarli nel futuro culturale della nostra umanità. Ma è stato solo grazie all’articolo concepito per “Next” – “La Morte ai Tempi del Postumano” – che ho potuto effettivamente sviluppare il tema della morte e del suicidio su un terreno ampio e ricco di connessioni futuristiche, pur essendo consapevole di non aver certamente esaurito l’argomento: la ricerca preliminare alla stesura dell’articolo è stata così coinvolgente e prolifica che con il “materiale di risulta” in seguito ho scritto addirittura un ulteriore post per il presente blog intitolato “A proposito del Mind Uploading…” Non credo di aver aggiunto (anzi sono certo di questo!) alcunché di particolarmente originale al bagaglio culturale degli amici connettivisti e dei Lettori di “Next”, ma il fatto di aver affrontato in chiave fantascientifica determinati temi filosofici che popolano da sempre la vita interiore dell’essere umano pensante, mi ha dato la possibilità di capire quale è il nucleo essenziale del nostro definirci Umani. La fantascienza ancora una volta dà la possibilità, a chi sa abitarla, di utilizzare proiezioni futuribili per capire ciò che siamo hic et nunc. Al di là del nostro corpo mortale, e del nostro ‘esserci’ dal punto di vista spaziale, cos’è che ci rende degni di ESISTERE?

Questo in breve il mio cammino tra fatti pubblici e personali, ricerche e avide letture, post e articoli per cercare di dare una risposta alla mia inquietudine… Non mi resta che ringraziare per questa opportunità la rivista “Next” e di conseguenza Sandro Battisti, Francesco Verso, tutti i connettivisti…

Segue un breve stralcio del mio articolo, sperando di suscitare in voi la curiosità necessaria per andare a leggere non solo il resto del mio articolo ma soprattutto l’intero numero 17 di “Next”:

<<… La morte, quando non è prematura, interviene sempre in concomitanza con il massimo grado di consapevolezza raggiunto dall’individuo: si tratta di un sistema di sicurezza interno, di un relè temporizzato installato nel meccanismo della vita per bloccare una eventuale fuga di notizie verso l’infinito. Per ritornare a capire, per gareggiare di nuovo e vincere finalmente il premio in palio rappresentato dal senso della vita, bisognerebbe ricominciare a vivere per re-imparare, con la speranza di aver conservato la memoria delle vite precedenti. Ma purtroppo non funziona così.

Il corpo invecchiato non può più sostenere l’azione derivante dalla consapevolezza. Il corpo giovane, al contrario, usa la propria energia intatta per imparare ciò che non avrà il tempo di mettere in pratica. Perché questa corsa illogica? Che senso ha questa ciclicità che nella maggior parte dei casi non lascia tracce nella storia? Il concetto di impermanenza ci consola, ma non risolve la delusione derivante dall’abbandono imminente di ciò che abbiamo raccolto con tanta pazienza nel corso dell’esistenza. La reincarnazione immemore è solo un altro modo per spiegare il ciclo del carbonio.

Vitalità e inesperienza; vecchiaia e saggezza. Invertire la posizione degli addendi è un lusso che l’universo sembra non volerci concedere: il segreto per attuare l’inversione è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di alcuni miliardi di scimmie evolute. C’è solo un breve lasso di tempo intermedio – nel mezzo del cammin di nostra vita – durante il quale vitalità e saggezza sembrano sfiorarsi: in quel periodo ci viene concessa una serie striminzita di occasioni che, una volta sprecate, lasciano nell’essere umano il sapore amaro di una lotteria non vincente e irripetibile.

Per gabbare questa fallimentare condizione ‘naturale’ l’umanità ha inventato i graffiti rupestri, le religioni, l’architettura cimiteriale, l’autobiografismo e la letteratura, la dagherrotipia, il cinema, il proletariato e l’immortalismo dei poveri, le storie di paese, i filmini della prima comunione e delle vacanze, le teche televisive, i supporti mnemonici esterni, i videotestamenti. Fino ad arrivare ai profili sui social network come extension dell’anima: la singolarità informativa avanza inesorabile. Il pensiero biologico s’innesta sui fiumi elettrici della solitudine ipertestuale. “A cosa stai pensando?” – chiede in maniera fredda e utilitaristica il social network simulando una finta empatia. E noi giù a confessare emozioni, speranze, sospetti, sentimenti; a condividere idee, immagini, progetti, azioni. Sperando così di non morire…>>

A proposito del Mind Uploading…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 dicembre 2011 by Michele Nigro

Che cos’è il Mind Uploading? In poche parole è il trasferimento della mente di un individuo dal cervello a un supporto non biologico. Direte voi: “ma è fantascienza!” In parte è così – per ora – ma la ‘discussione’ intorno alla realizzazione del M. U., almeno dal punto di vista filosofico e teorico, è più vecchia di quanto si possa immaginare. Siamo giunti a un punto, però, in cui il progresso tecnologico e le conoscenze riguardanti la struttura anatomica e la fisiologia del cervello, avvicinano gradualmente il sogno fantascientifico alla realtà. Che significa ‘trasferire’ una mente? Per cogliere il significato del trasferimento mentale bisogna partire dal presupposto che il pensiero è un prodotto meccanicistico: un meraviglioso e stupefacente prodotto, ma pur sempre il risultato di un’evoluzione anatomica ed elettrochimica… Certo, è stato più facile ricostruire la fisiologia dello stomaco che quella del cervello, ma il fatto che ci sia ancora tanto da fare sul versante della conoscenza del funzionamento del sistema nervoso, non significa che non si farà.

Il tema del doppio

Realizzare il Mind Uploading significa sostanzialmente creare una copia (o più copie) della nostra mente. Maggiore sarà la precisione con cui avverrà la scansione (“scanning”) e la conseguente mappatura sinaptica del cervello, maggiore sarà il grado di emulazione raggiunto. Anche se la mappatura da sola, senza l’introduzione di variabili fisiologiche (ormoni, influenze chimiche interne…), servirà a ben poco: il cervello è un organo estremamente complesso. L’intima conoscenza della neurofisiologia unita al progresso esponenziale raggiunto in campo informatico renderanno possibile l’abbattimento delle ultime barriere tra l’originale e la copia.

Il tema del doppio è un tema non nuovo per la fantascienza: racconti, film, telefilm, fumetti c’insegnano che i doppi in un modo o nell’altro, prima o poi, creano solo problemi. All’inizio della storia il doppio rappresenta la novità, la comodità, il progresso – vuoi mettere il piacere di mandare la tua copia a un duello o a raccogliere campioni di lava su un vulcano che minaccia di esplodere? – ma a un certo punto la narrazione devia verso i cosiddetti ‘imprevisti’. È già così difficile gestire la nostra complicata unicità!

Per ora il M. U. è solo teoria (la ricerca ha compiuto finora piccoli passi su modelli non umani) ed è troppo presto per parlare di menti innestate su robot umanoidi che prendono coscienza della propria individualità e se ne vanno in giro a combinare guai a nome nostro e con i nostri ricordi! Quindi preoccupiamoci dei profili clonati sui social network o dei cosiddetti furti di identità, espedienti molto in voga attualmente per spillare soldi ai malcapitati, perché quando il tema del doppio derivante dal M. U. diverrà un tema caldo sarà molto difficile dimostrare anche da un punto di vista legale che a compiere il crimine è stata la nostra copia e non noi stessi. Sarà difficile perché in fin dei conti le copie saranno noi, come in una sorta di vita parallela: come dimostreremo che, nelle condizioni in cui si è venuto a trovare il nostro doppio, non avremmo fatto lo stesso? Il suo crimine sarà il nostro crimine a meno che il codice penale non distingua la copia dall’originale fornendo piena dignità e autonomia giuridica al nostro doppio. Ma rendere autonoma la nostra copia, e quindi affidarle responsabilità civili e penali, significherà non considerarla più come la nostra copia e questo, lo capite da soli, sarebbe una contraddizione in quanto il nostro doppio sarebbe effettivamente una copia identica del nostro io e non solo una sua reinterpretazione.

Una questione spinosa non risolvibile nemmeno recuperando l’esperienza dei gemelli omozigoti: due gemelli nati da uno stesso zigote pur essendo identici e pur condividendo – anche a distanza – pensieri e in qualche caso azioni, hanno fin dalla nascita due menti ben distinte, ognuna delle quali segue una propria strada fatta di esperienze, di ricordi, di azioni e reazioni separate. La copia ricavata dalla mente di un uploadato di trentacinque anni, invece, avrebbe l’esperienza dei primi trentacinque anni dell’originale e in più le esperienze vissute autonomamente in qualità di copia, ma che sarebbero comunque condizionate dal vissuto dell’originale: la nostra copia potrebbe incontrare una nostra vecchia fiamma del liceo e riuscire a realizzare un rapporto sentimentale che l’originale non era stato in grado di realizzare. Oppure potrebbe decidere di vendicarsi di qualcuno… In entrambi i casi, sposare un’amica del liceo o uccidere una persona odiata, su chi ricadrebbe la colpa? Sull’originale che conteneva le premesse di quei gesti o su chi le ha realizzate? Bloccare penalmente la copia che commette un atto criminoso non sarebbe un’ipocrisia dal momento che l’originale da cui ha tratto ispirazione la copia rimarrebbe a piede libero?

Copie interattive

Una volta copiata e trasferita, quale sarebbe il destino della mente? Poiché il cervello da cui si trasferisce la mente è dotato di capacità cognitive, si presume che anche la sua copia avrà le stesse capacità che non si limiteranno alla sola consapevolezza o alla condivisione nella rete informatica dei propri pensieri. Quale sarà il grado di interazione tra il computer che ospiterà i risultati della scansione e la realtà esterna? Dal momento che la mente di una persona non è solo il risultato di pensieri generati in maniera solitaria ma soprattutto di informazioni sensoriali ricavate dall’esperienza relazionale e dal mondo esterno che ‘nutre’ la mente, il computer sarà corredato di sensori capaci di simulare i recettori che nel corpo fisico rappresentano le terminazioni nervose appartenenti ai cinque sensi?

Una mente non è solo il risultato di ricordi: integrare in tempo reale le esperienze con i dati (sensoriali e culturali) provenienti dall’esterno sarà il passo successivo di questa evoluzione. Ricordate il dottor Simon Wright, denominato anche Il Cervello Vivente, dell’anime Capitan Futuro? L’encefalo del vecchio scienziato, amico di Curtis Newton (Capitan Futuro), viene trasferito in un contenitore artificiale fluttuante. Anche se non si tratta di un trasferimento avvenuto grazie alla tecnica dello scanning, come previsto dai protocolli finora elaborati per il M. U., ma di un vero e proprio ‘spostamento’ di organo dalla sede cranica a un supporto meccanico, quello del cervello fluttuante del dottor Wright è un esempio perfetto di interazione post mortem tra cervello (e quindi la mente) di un soggetto e la realtà esterna.

L’obiettivo postumano di una mente uploadata in grado di comunicare con l’esterno rappresenta il senso di uno sforzo transumanista che non è solo fantascienza: non servirebbe a niente fare il backup della propria mente senza fornirle l’opportunità di continuare a interagire con le persone, i luoghi, gli oggetti, le emozioni che hanno contribuito nel corso di una vita alla costruzione dell’io.

La perdita dell’aura

Nel saggio intitolato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, il filosofo Walter Benjamin afferma che la riproduzione di un’opera d’arte in vista di una sua diffusione (basti pensare alle stampe di un quadro vendute negli store dei musei) causerebbe la cosiddetta “perdita dell’aura”. L’aura è costituita dalla sensazione derivante dall’incontro tra l’originale e l’osservatore: una via di comunicazione ‘mistica’ e unica che la cultura di massa ha definitivamente demolito. Effettuando un parallelismo forzato e considerando la mente umana come un’opera d’arte potremmo dire lo stesso anche per quanto riguarda le copie ottenute con il M. U.? I transumanisti, negando ogni forma di misticismo, non sembrano porsi il problema: l’unica perdita preoccupante per loro è la perdita di dati fondamentali durante la fase di trasferimento della mente. Al di là dell’aura, resta il problema filosofico (e anche pratico) dell’originalità dell’individuo: se il nostro doppio agisse mentre noi siamo in vita, quindi in caso di copia ricavata da un Mind Uploading di tipo non distruttivo, non si andrebbe a invalidare l’unicità dell’individuo? Per valutare l’esistenza di una persona bisognerebbe ‘fare la media aritmetica’ tra il vissuto dell’originale e quello delle sue copie?

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