Archivio per mistero

Waterboarding

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 30 ottobre 2012 by Michele Nigro

Chiuso per sempre

L’insolito buio offerto dalla chiusura settimanale del Roxy era interrotto, non molto lontano, dall’unico lampione del parcheggio e dal suo cono luminoso intermittente, sintomo di una lampadina destinata a cedere da un momento all’altro. Sotto le finestre chiuse dello storico locale, un gatto randagio geneticamente modificato emetteva miagolii metallici attendendo rifiuti inorganici e residui di cibi precotti, microondati, predigeriti e poi vomitati sul pavimento dei cessi del Roxy dai vari beoni di turno, satolli come maiali. Leccornie che, da quella notte in poi, non sarebbero più arrivate nella ciotola del felino di strada.

A contrastare i sinistri miagolii solitari della creaturina pelosa, dall’interno del locale buio, un monologo artificiale a volume sostenuto proveniva dalla radio di solito utilizzata da Schiuma mentre preparava i tavoli prima dell’apertura o per intrattenere qualche cliente ancora attaccato all’ultima birra e ai mille pensieri di una vita dura da digerire. Se un abituè del Roxy si fosse trovato a passare di lì, per caso, a quell’ora, avrebbe sicuramente pensato che il vecchio Schiuma, dando una dimostrazione presenile di rincoglionimento acuto da bancone, s’era semplicemente scordato la radio accesa uscendo dal locale.

<<… per il commento dei risultati riguardanti le elezioni di fine anno, colleghiamoci con il nostro inviato dalla Sala Dati del MinGestMa*: “… ennesima vittoria schiacciante del Partito Tecno Industriale… ‘Ci aspettano quattro anni di duro lavoro…’ – ha dichiarato il leader maximo della coalizione Centro-Superiore del Parlamento Verticale delle Terre Contaminate durante la conferenza a banda larga di oggi pomeriggio – ‘… ci aspetta una legislatura all’insegna della programmazione alimentare e della coercizione neonatale…’  Più figli obbligatori per tutti, insomma!…”>>

Così sbraitava con una finta enfasi il giornalista a ore dell’Agenzia dell’Informazione Pubblica dall’inascoltata radio del Roxy, mentre una leggera pioggerellina appena iniziata metteva in fuga il gatto ormai stanco di aspettare il puntuale cibo notturno. I gatti, anche quelli geneticamente modificati, odiano l’acqua.

<<… risolveremo entro sessanta giorni il problema delle scorie radioattive dei satelliti militari precipitati durante questi ultimi mesi sulle nostre terre…>>

Continuava così, ora, la voce registrata dell’invecchiato leader che si apprestava indisturbato a governare, per la quinta volta e senza validi oppositori, un Paese di inoccupati mentali farmaco-dipendenti e affetti dalle più atroci aberrazioni cromosomiche: malattie che erano state, negli anni passati, fonti di ricchezza per le case farmaceutiche create e dirette da quello stesso leader appena rieletto e prigioniero felice del suo doppiopetto color argento e della sua faccia di plastica.

Sul bancone del Roxy un corpo esanime e supino, avvolto dal buio, riceveva la luce ritmica del lampione esterno malfunzionante. I polsi di Schiuma erano stati legati con del nastro da imballaggio agli spillatori di birra del bancone. Da uno di questi partiva un tubo di gomma che terminava direttamente nella faringe traumatizzata del povero gestore. Il suo ventre gonfio, più gonfio del solito, denunciava un’indesiderata sbronza architettata da chi non voleva certamente trascorrere qualche ora in allegria con un amico di vecchia data, così, giusto per fare due chiacchiere davanti a una birra. Una serata voluta da amici insistenti fautori di un metodo di tortura birroso e tremendo, ideato per strappare notizie e vite.

Il luppolo usato al posto della macchina della verità. Un waterboarding con la birra, finito male: i professionisti del Crucco – gli angeli della morte – si erano lasciati prendere la mano, passando dalla simulazione di annegamento all’insufflazione birrosa dello stomaco del torturato.

Schiuma non aveva cantato, ed era stato ucciso durante il giorno di chiusura settimanale del suo amato Roxy, mentre ripuliva il locale e sistemava le derrate alimentari per le serate successive. Una morte consona al suo lavoro e al suo stile di vita: affogato nella sua birra. Forse, rivedendosi dall’alto, dal bancone del paradiso, aveva trovato persino divertente e originale la sua morte.

Degli “intubatori notturni” non c’era nessuna traccia… ormai, da ore. Testimoni oculari? Sì, forse uno: il gatto. Ma i gatti, si sa, sono testimoni inaffidabili, pensano solo a mangiare e badano ai fatti propri.

<<… volete sentire una nuova barzelletta?>>

La radio, imperterrita, continuava a tener compagnia al corpo senza vita del povero Schiuma riproponendo la voce del vecchio leader.

* Ministero Gestione Masse

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Scrittura artigianale: dalla scultura all’enologia passando per Forrester

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 maggio 2012 by Michele Nigro

Ho sempre considerato valido il paragone tra scrittura e artigianato in generale, tra scrittura e scultura in particolare.

L’atto scritturale, per qualcuno, sarebbe ancora da relegare in un ambito creazionistico, caratterizzato da ispirazione divina e fatalismo. È vero: il passaggio dall’immaginazione di una situazione al concepimento dell’incipit rimane in fin dei conti un ‘mistero’, ma pur sempre un mistero laico. La ricerca della voce narrante è un ‘lavoro’ che confina con la metafisica: non esiste una tavola periodica delle idee. Dall’immaterialità interiore si passa miracolosamente al segno visibile e modificabile, dalla proiezione mentale di un dettaglio catturato tra la veglia e il sonno si giunge alla narrazione di una storia inventata, ma non per questo meno vera della vita reale.

Struttura

Preparare una ‘scaletta’ degli eventi, documentarsi, progettare la sequenza di forme eterogenee da far comparire nel testo, scrivere una sorta di “racconto parallelo” fatto di elementi embrionali e pensati ad uso e consumo dell’autore, conoscere in anticipo i ‘materiali’ da usare nella costruzione del nostro mondo immaginario, allestire un’impalcatura solida su cui aggiungere i vari ‘pannelli’ che illustrano la storia: tutto questo lavoro preliminare serve a costituire la struttura di un racconto. Un’idea, anche la più solida, la più ossessionante e vivida, ha bisogno di struttura. In alcuni casi l’idea nascente è talmente invadente e ipertrofica che contiene già nel suo interno una struttura prematura inglobata, prigioniera di una quantità eccessiva di materia non richiesta. Questo accade quando la formazione della struttura e l’ideazione della storia avvengono contemporaneamente. L’entusiasmo creativo sommerge una struttura ancora acerba che rischia di ‘crollare’ sotto il peso della materia narrativa collocata in maniera confusa sullo ‘scheletro’ del racconto. Anche nella creazione di una scultura, la materia in eccedenza viene allontanata con cura, senza compiere tagli profondi, con perizia chirurgica tramite una tecnica di intaglio – “per forza di levare” (cioè di sottrazione della materia superflua) – avendo ben presente in mente la forma che vogliamo raggiungere, per liberare la struttura e scarnificarla. Bisognerebbe parlare di ‘scoperta’ della scultura e non di creazione: ‘scolpire’ in senso lato significa sostanzialmente portare alla luce una forma che già esiste in maniera potenziale nel blocco materico messo a nostra disposizione dalla natura, dalla conoscenza, dalla lettura, dalla stratificazione delle esperienze culturali, dalla sedimentazione delle idee. Non tutti sono capaci di compiere questa operazione di scarnificazione: spesso c’innamoriamo della materia, la consideriamo incondizionatamente utile all’economia della nostra storia.

È per questo motivo che preferisco di gran lunga, in qualità di simpatizzante ‘strutturalista’, il secondo tipo di approccio, quello graduale, paziente, che rispetta gli ‘agganci’ forniti dalla struttura stessa. Le pause, l’attesa programmata, il “dormirci sopra” senza assecondare l’impazienza della conclusione: presupposti che spingono lo scrittore al rispetto dei ‘tempi di reazione’ e delle ‘distanze di sicurezza’. In questo caso il procedimento scultoreo modellato – “per mettere” ovvero modellando materiali plasmabili e sommati di volta in volta – è quello che più si avvicina alla tecnica scritturale ideale, aggiungendo gradualmente elementi narrativi appropriati. La struttura, se ben allestita grazie a un lavoro preliminare apparentemente noioso ma necessario, ci suggerisce essa stessa dove collocare in maniera omogenea i vari pezzi di argilla. Il nostro tempo di reazione al suggerimento può fare la differenza (a volte le intuizioni applicate frettolosamente possono denaturare la struttura; d’altro canto un’eccessiva attesa può svilire la freschezza di un’idea da cogliere al volo); ma è soprattutto grazie a una visuale distanziata che possiamo apprezzare il risultato della nostra opera di incastro. Nonostante la tecnica scritturale “per mettere” sia la più ‘saggia’ (anche se alcuni autori ‘ispirati dall’alto’ la detestano), non esclude una fase finale di intaglio, di rimozione del superfluo: anche le scelte ponderate, in seguito possono rivelarsi errate o bisognose di rivalutazioni modellanti. Io, per dirla in breve, parteggio per una scrittura “dal basso”.

Il taccuino è lo strumento con cui lo scrittore dà vita alla struttura. Dalla ricerca della voce narrante all’autoediting, passando per l’incipit (preceduto da un’eventuale introduzione), la costruzione e la collocazione di monologhi e dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, il climax o “i climax” da raggiungere, il tono e le sue variazioni, le citazioni da intercalare, il finale e il tempo ovvero la distanza della voce narrante dai fatti narrati: tutto deve essere pronto prima di cominciare a scrivere. C’è una scrittura non ufficiale che precede la scrittura vera e propria: si tratta di materiale ufficioso che nessuno leggerà mai, di ‘bozze’ e di progetti che testimoniano il ‘concepimento’, di prove che riassumono un cammino preliminare, personale, a volte doloroso e non casuale. Il rapporto tra lo scrittore e il suo taccuino può essere pacato o ossessivo: nel primo caso le linee progettuali abbozzate costituiscono solo un promemoria che non vincola la penna dello scrittore; nel caso di un rapporto ossessivo tra il ‘disegno’ e il ‘costruttore’, il taccuino diverrà motivo di tormento e punto di riferimento costante. Solo alla fine, dopo la stesura del finale, lo scrittore riesce finalmente a licenziare il proprio taccuino, chiudendolo. Non è dato sapere se si tratta di insicurezza o di fedeltà alla linea progettuale: l’importante, come sempre, è il risultato finale apprezzato dal lettore estraneo a queste dinamiche interne e segrete.

Decantazione

Sempre a proposito di ‘misteri’, quello riguardante la decantazione è senz’altro uno dei più affascinanti. Cosa accade durante i periodi in cui lo scrittore “sospende il giudizio” nei confronti del proprio lavoro artigianale? Perché è fondamentale lasciar ‘riposare’ il nostro scritto? In realtà a riposare non è lo scritto, in quanto prodotto ‘congelato’ nella posizione scelta dall’autore, bensì noi, il nostro occhio critico, la nostra forza creatrice di idee e di conseguenza la nostra capacità di valutare l’opera. Come per certi tipi di vino, anche per la scrittura vale la stessa regola: il prodotto che osserviamo sul foglio, frutto del nostro lavoro, purtroppo non rappresenta il risultato perfetto ed etereo di un’ideazione di origine soprannaturale ma è il ‘concepimento sporco’ di una mente che contiene ottime idee ma anche tanta ‘feccia’ ovvero sovrastrutture, errori cognitivi, illusioni, fantasmi, fraintendimenti, presunzioni, manie di grandezza, ipertrofismi vari… Lasciar riposare uno scritto significa far depositare sul fondo del nostro cervello le impurità scritturali che al termine del processo di assemblaggio non siamo in grado di valutare con serenità, apparendoci come oggetti intoccabili.

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Le dita di Dio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 31 gennaio 2011 by Michele Nigro

<<… “Ma quale è stata, o quale è, la loro funzione in questo luogo? Sul pianeta Terra?” – domandò a se stesso Muhammed mentre osservava nel metallo perfettamente lucido il suo volto riflesso e perplesso. – “Erano le colonne, forse, la porta d’ingresso di un sotterraneo regno abitato dai giganti? I filistei e i giganti appartenevano alla stessa popolazione, come è riportato nella Bibbia, o fu solo un’alleanza stipulata tra i nemici di Israele e questi esseri mostruosi venuti su dalle viscere della terra? Davide e gli israeliti erano scesi giù in battaglia per difendersi dai filistei o, al contrario, per conquistare il regno dei giganti? E perché?” – E facendo sfociare il fiume della fantasia nel mare delle più scalpitanti ipotesi fantascientifiche –  “I giganti, come Golia, da dove provenivano? Erano i custodi delle colonne e del loro segreto? Erano forse l’aberrante risultato di un’antica unione genetica tra i filistei e altri esseri provenienti da lontani mondi? Questi esseri non umani furono i costruttori di ciò che sto toccando? Le quattro colonne erano l’ingresso di qualcosa o più esoticamente rappresentavano il punto di trasmissione, come se fossero delle enormi antenne, verso il pianeta di origine delle creature gigantesche? Il quadrato disegnato dalle quattro colonne era il punto di atterraggio per mezzi extraterrestri? Gli israeliti cosa sapevano di tutto ciò? Qual è la vera ragione delle persecuzioni, perpetrate nei secoli, nei confronti degli ebrei?”

Lui che era musulmano l’avrebbe dovuto già sapere, ma le spiegazioni avanzate dalla storia ufficiale e dal suo credo religioso gli risultavano inspiegabilmente insufficienti.

“Lo scontro tra Davide e Golia è avvenuto all’interno del quadrato? L’energia delle colonne, dotata di facoltà senzienti, aveva forse “permesso” un combattimento solo tra due rappresentanti scelti: un israelita e un extraterrestre? L’imprevedibile vittoria di Davide aveva interrotto il dominio dei giganti sulla terra causando il ritiro degli extraterrestri nel loro mondo? La Bibbia è stato il primo grande esempio di omissis nella storia del sapere umano? Gli ebrei di Davide avevano visto le colonne? Ne conoscevano il segreto? La forza?”…>>

(tratto da Le dita di Dio)

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