Archivio per mobilità

Intervista monodomanda di Roberto Guerra su “Call Center – reloaded”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 Mag 2018 by Michele Nigro

ebook e cartaceo

Michele Nigro alias Nigricante, il reloaded per il racconto “Call Center” e in edizione cartacea. Una metafora attualissima sul destino socioeconomico e psicosociale del nostro tempo, tra avvento irreversibile della robotica e dell’automazione, e il suo impatto reale nel mercato del lavoro non attrezzato per pilotare la mutazione in atto. A ruota libera, che ne pensi?

Non è attrezzato perché mancano (ancora?) le basi per una definizione seria e politicamente strutturata del lavoro stesso in quest’epoca di cambiamenti: così facendo il tutto viene delegato agli squali del pseudoliberismo economico. L’ideologia è scomparsa, la politica offre soluzioni da “paghetta” settimanale giusto per restare a galla dal punto di vista elettorale. Gli unici ad avere le idee chiare su come sfruttare i lavoratori sono gli aguzzini aziendali che masticano risorse umane, delocalizzano, licenziano, assumono facendo firmare contratti in bianco… Fanno i loro comodi indisturbati: e siamo arrivati ai braccialetti di Amazon per sapere quante volte vai a pisciare! Quale sarà il prossimo stadio dell’automazione e dell’efficientismo? E noi glielo lasceremo fare per esigenze impellenti? È solo il mercato del lavoro ad essere impreparato o è impreparato anche il sistema politico che dovrebbe regolamentarlo, proteggendo i cittadini che a quel sistema dà energia nelle urne? Da qui il voto di protesta dello scorso 4 marzo…

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“CALL CENTER – RELOADED”… coming soon!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 febbraio 2018 by Michele Nigro

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“Non importa chi vincerà il 4 marzo: il ‘mostro’ ha già vinto!”

“CALL CENTER – RELOADED”, un racconto Social Fantasy di Michele Nigro, dedicato ai lavoratori Amazon di Piacenza…

Prefazione e postfazione/intervista a cura di Roberto Guerra.

PROSSIMAMENTE!
COMING SOON!

Non è un paese per monotoni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 febbraio 2012 by Michele Nigro

Esegesi de “La monotonia”

Alcuni pensano di poter separare la poesia dalla cronaca, il mondo noumenico dei versi da quello immanente dei fatti quotidiani. Quali analogie intercorrono tra la difficile decisione di mettere in vendita, ad esempio, una vecchia casa di campagna appartenente a una famiglia da più generazioni, frequentata con una riverente abitudine, e l’elogio della flessibilità di Mario Monti? Apparentemente nessuna. Come accade durante un telegiornale senza audio, supportato da musiche casuali che evocano notizie alternative: “Interrompere le connessioni associative” – scrivevo qualche post fa!

La monotonia sembra essere diventata un problema nazionale, oltre che personale. Sentiamo l’esigenza di abbandonare antichi schemi familiari in vista di orizzonti esistenziali flessibili: il ricordo, la tradizione, i luoghi e gli oggetti pregni di significato, rappresentano al tempo stesso un peso fastidioso da cui liberarsi e i simboli necessari, archetipici direi, che nutrono la nostra individualità. Da una parte sentiamo di non poter fare a meno di certe ‘fonti storiche’ personali, dall’altra siamo consapevoli che la vera evoluzione interiore (e fenotipica) ha bisogno di interruzioni draconiane. Anche la semplice vendita di un ‘oggetto’ di famiglia può scatenare una serie piuttosto articolata di contrasti interiori, alimentati dal pragmatismo di chi vive accanto a noi:

Mi chiedono da anni
di svendere il passato
la mia storia
i luoghi familiari
i ricordi di chi non c’è
gli oggetti consueti.
Per una manciata di soldi sporchi.

Sul versante socio-economico un accademico prestato alla politica, il Presidente del Consiglio Mario Monti, suggerisce ai giovani di non essere monotoni e di non legarsi all’idea del mitico ‘posto fisso’: una tipologia lavorativa ormai scomparsa da decenni a cui, pur volendo, sarebbe difficile legarsi. La monotonia della prevedibilità esistenziale e occupazionale contro l’elogio della mobilità:

“Bisogna guardare avanti!”
Proiettati verso un futuro vivace
ma senza identità.

La perdita dell’identità deriva dalla mancanza di sicurezza economica e dalla svendita del patrimonio storico personale: vogliono ridurci a produttori-consumatori privi di significato. Il precariato, diluito nella flessibilità della cosiddetta new economy, diventa paradossalmente sinonimo di vivacità imprenditoriale e di antidoto alla monotonia.

Poi mi accorgo che il passato
è già morto.
Sopravviveva fino a ieri
nella mia mente stanca
grazie a un’illusione tiepida
che oggi non ho più voglia
di perpetuare.

Alla fine ci si arrende. Convinti che in fin dei conti è bello accettare la sfida lanciata dall’insicurezza: rimanere legati a certe logiche non ripaga; che è eccitante cambiare, evolvere, sciogliersi in soluzioni estemporanee, svendersi… Avanzare fiduciosi, rimanendo fermi nella novità effimera del presente. Seppellire il passato solido per non fare confronti scomodi con un futuro precario. Il senso d’appartenenza rinforza l’anima ma al tempo stesso l’appesantisce con un patrimonio genetico superato. La ripetizione uccide la creatività esistenziale. Voltare pagina per salvarsi grazie all’ebbrezza di un divenire nebbioso: la stabilità è un disvalore che può condurre a morte il nostalgico; la mente costruisce catene illusorie in grado di bloccare la freschezza autoimprenditoriale perché siamo ossessionati dall’idea che lo strappo con il passato sarà doloroso e non crediamo nella possibilità di nuovi scenari.

L’Italia non può e non deve essere un paese per monotoni: il futuro appartiene ai lavoratori multitasking. Fare un solo lavoro è da sfigati! (Martone docet). Il romantico fatalismo mediterraneo è un cancro da estirpare dalla mentalità dell’italiano medio: bisogna essere dei convinti sostenitori della flessibilità. Cambiare lavoro (o trovarne uno) e andare oltre la cortina densa del passato personale è, tutto sommato, abbastanza facile. Basta volerlo. Basta impegnarsi.

Non avevo capito niente.

Grazie Mario!

Consumatori… consumate!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre 2010 by Michele Nigro

“Il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo – 1901

Noi, Proletari-Consumatori della Terza Rivoluzione Industriale.

Siamo bestiame!

Le nostre funzioni fisiologiche (bere, mangiare, fare la cacca, fare la pipì, avere le mestruazioni, fare sesso, fare figli…) sono state “istituzionalizzate” e rese inodori dal filtro della madre istigatrice di tutti i pensieri: la Pubblicità. Siamo come delle “fornaci” in cui bruciare i prodotti provenienti dall’immensa macchina industriale e nonostante ciò ci sentiamo stupidamente unici, speciali mentre compriamo la carta igienica a fiori o l’acqua minerale che fa dimagrire. Abbiamo mai veramente riflettuto su quante persone utilizzano la nostra stessa carta igienica? Milioni, miliardi! Siamo unici, forse, per altre cose.

All’inizio (mi riferisco alla Prima e alla Seconda Rivoluzione Industriale) non era così: il lavoratore era lavoratore e basta. Ogni diritto veniva affogato in ore di lavoro da “schiavi delle piramidi” e… altro che Sindacati! I sindacati, quelli seri, sono venuti dopo. Per poi scomparire con l’avvento dell'”era della flessibilità del lavoro” e del cosiddetto “lavoro parasubordinato”: schiacciati da un neocapitalismo prepotente e incoraggiato da leggi statali assolutamente sbagliate.

Poi un bel dì un industriale geniale, o chissà chi per lui, scoprì (sorpresa immensa nel mondo scientifico ufficiale) che anche il lavoratore possedeva un rispettabile e operoso buco del culo!

Tutti gli industriali, gli economisti, gli anatomisti e altri capoccioni la cui professione finiva con –isti, si riunirono per discutere della scoperta. Qualche spregiudicato avanzò addirittura un’ipotesi: “… ma allora se hanno un ano, vuol dire che cagano?” E tutti, nel brusio generale, si lasciarono trasportare a personali considerazioni col vicino… “Ma è meraviglioso!” – si lasciò sfuggire il più lungimirante del gruppo – “Se cagano, vuol dire che CONSUMANO!” Ed ancora: “… facciamoli diventare lavoratori-consumatori! Così risolviamo in un sol colpo il problema della produzione e del consumo…!”

Ma lo scetticismo non mancò e infatti i più anziani manifestarono alcune perplessità: “… ma se fino a ieri li abbiamo trattati male, prendendoli a calci nelle gengive, come possono sentirsi motivati nel consumare ciò che producono? È come per il cane che si morde la coda!”

Improvvisamente, tra la folla di scienziati e industriali, si alzò il trisavolo di Giorgio Mastrota che disse senza mezzi termini : “… ignoranti che non siete altro: inventiamo la PUBBLICITA’!” E tutti in coro: “… ma cos’è!?” E il vegliardo con serafica pazienza illustrò alcuni “grafici” agli intervenuti e concluse: “… la pubblicità serve a farti sentire amato mentre lo stai prendendo nel culo!” E tutti, in un isterico tripudio di massa, plaudirono all’idea e all’ideatore.

Nacque così la Terza Rivoluzione Industriale: quando il lavoratore divenne Consumatore.

Il dottor Stranolavoro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 11 Mag 2010 by Michele Nigro

Il dottor Stranolavoro

ovvero

come imparai a non preoccuparmi della Produttività

e ad amare la Precarietà [1]

 

“Scegliere un lavoro è il mio problema
ma è colpa del sistema
la mia immobilità…”

(da “Polli di allevamento” – Giorgio Gaber – 1978)

“E salverei
chi non ha voglia di far niente
e non sa fare niente…”

(da “La torre” – Franco Battiato – 1982)

Stranilavori

Esistono al mondo innumerevoli lavori, tanto assurdi quanto malpagati o con prospettive instabili. La loro utilità è effimera come l’esistenza di un insetto e occultata dai movimenti delle Grandi Professioni.

Adulatori di casalinghe per via telefonica, assistenti all’eiaculazione di tori, livellatori di quadri storti, venditori di connessioni veloci in internet, riciclatori di pile scariche, smazzettatori di risme, assaggiatori di arachidi, rappresentanti di chiodi porta a porta, psico-massaggiatori di piedi per mutilati, controbilanciatori di tubi, assaggiatrici di sperma, venditori di fumo per l’affumicatura dei salumi, sommozzatori di pozzi neri, operatori di clisteri, lucidatori di ossa, collaudatori di giubbotti antiproiettili, venditori telefonici di righelli, pulitori di portacenere, allevatori di grilli, mimo per trasmissioni radiofoniche, tester di deodoranti ascellari per uomini, domatori di fenicotteri, commercialisti per le bancarelle del mercato, collaudatori di creme emorroidali, occupatori di parcheggi, collaudatori di profilattici, impacchettatori di regali nei negozi, ricostruttori di reputazioni on line, massaggiatori di cani, buttadentro…

Il sottobosco lavorativo offre una vastissima gamma di occupazioni surreali e facilmente sostituibili: l’assoluta mancanza di Diritti e la facile reperibilità di cosiddette risorse umane usa e getta, rappresentano l’autentico propellente di quelle Aziende che affidano la propria sopravvivenza ad una delle carte vincenti della moderna economia: la Precarietà del lavoratore.

Nell’humus creato grazie ai cadaveri dei lavoratori precari lasciati a marcire nei terreni economici della società post industriale, affondano le radici delle Grandi Professioni, dei Lavori Veri, quelli conosciuti da tutti, quelli che i bambini sognano di fare una volta divenuti adulti: il Medico, l’Avvocato, l’Ingegnere, l’Astronauta… Dietro la grandi invenzioni dei professionisti, all’ombra delle decisioni prese dai Consigli d’Amministrazione, si nasconde il lavoro “sporco”, oscuro e scarsamente retribuito dei precari: carne da cannone per moderne guerre economiche.

Il bisogno

La molla che fa scattare il meccanismo perverso della precarietà è il bisogno.

Il pleomorfismo occupazionale nasce dal bisogno di soddisfare quelle esigenze primarie di un’esistenza biologica e culturale a cui si intende dare il nome di “Vita”. Gli imprenditori, incoraggiati dall’invenzione vergognosa dei cosiddetti “contratti a progetto” (co.co.pro.), utilizzano consapevolmente il bisogno così come il contadino adopera la carota appesa a un filo dinanzi agli occhi dell’asino dubbioso: nel tentativo di raggiungere asintoticamente il “premio” ci muoviamo in maniera motivata e muovendoci verso un futuro inesistente trasformiamo l’energia dell’entusiasmo in prodotti, in “oggetti” materiali e immateriali, contribuendo alla produttività generale della grande e benevola famiglia per cui lavoriamo.

Comportamenti premianti

Il lavoratore, in particolar modo quello precario, va educato.

Così come il cucciolo di cane appena giunto nella sua nuova dimora deve essere prontamente educato nell’espletamento dei propri bisogni fisiologici in angoli ben precisi provvisti di fogli di vecchi quotidiani conservati all’uopo, allo stesso modo il lavoratore deve capire fin da subito che il suo comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì ad un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.

L’allineamento, l’accondiscendenza, l’incondizionato assorbimento delle incontestabili direttive aziendali, la personalità abbozzata, la disponibilità senza “se” e senza “ma”, l’assenza di cultura, la scaltrezza del venditore arabo, il carattere come forma di pressione, la repressione del confronto tra individui, il rifiuto di proposte alternative…: questi sono solo alcuni dei cosiddetti comportamenti premianti che, se accettati fedelmente dal lavoratore, diventano vere e proprie armi per la conquista del successo aziendale.

“Ci devi credere!”

L’Azienda è come una religione di stato: il lavoratore fedele è uno di quei pochi fortunati che ha ricevuto il dono del lavoro da parte del suo dio industriale. Se il lavoratore ha fede non può porsi, per definizione, troppe domande nei confronti del suo dio e deve accettare i dogmi aziendali. Il dubbio, la perplessità, il pensiero alternativo, la coscienza, sono fattori controproducenti.

Non bisogna pensare troppo… Ci devi credere! E basta.

Tempi

I tempi dell’Azienda non coincidono con i tempi del lavoratore. Caso mai vale il contrario: è il lavoratore che, sopprimendo ogni forma di velleità individualista, deve sincronizzare la propria esistenza interiore e fisica con i tempi della Produzione. I tempi formativi, la crescita individuale, la riflessione applicata al miglioramento delle mansioni, la partecipazione attiva al proprio progetto lavorativo, l’autogestione matura del proprio contributo produttivo, sono elementi superati in determinati contesti aziendali dove è più facile applicare un rapido ricambio del personale. Da qui la sensazione di estraniazione applicata al mondo del lavoro: il lavoratore diventa una rondella sostituibile. Niente di più!

L’elogio della lentezza è caduto in disuso; l’individuo è morto; l’adeguamento veloce e forzato delle risorse umane è la regola della new economy.


[1] Parafrasando “Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, film di Stanley Kubrick del 1964.

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