Archivio per modernità

I Soviet + L’Elettricità

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 agosto 2017 by Michele Nigro

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1917-2017
I SOVIET + L’ELETTRICITA’
Cento anni dalla rivoluzione russa – un secolo di CCCP

Un comizio musicale di Massimo Zamboni, con Angela Baraldi, Max Collini, Danilo Fatur, e con Cristiano Roversi, Simone Filippi, Simone Beneventi, Erik Montanari.

Martedì 7 novembre 2017, ore 21.00 – Prima nazionale
Teatro Augusteo , Piazzetta Duca D’Aosta n. 263, Napoli

I SOVIET + L’ELETTRICITA’ è uno spettacolo ideato e diretto da Massimo Zamboni dedicato al centenario della rivoluzione bolscevica del novembre 1917. Un comizio musicale che attingendo al linguaggio, alle parole d’ordine e ai simboli del socialismo reale, evoca il mito infranto della rivoluzione: della rivolta degli oppressi, del potere agli operai e ai contadini, della società senza classi e senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Quel mutamento epocale che riuscì a creare un immaginario collettivo per gli oppressi di tutto il mondo; il grande sogno che fece credere alla possibilità dell’uomo nuovo. Nel secolo odierno quelle passioni accese dalla rivoluzione d’Ottobre sono incagliate nei libri di storia, e forse l’unico modo sensato di riparlare oggi di CCCP, di ricordare la presa del Palazzo d’Inverno, è tornare a dar vita alle parole di allora, scontrandole con quelle dell’oggi, elaborandole in un testo drammaturgico moderno che non teme l’enfasi, l’utopia, ma nemmeno la disperazione.

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La pizza secondo Ikea

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 marzo 2017 by Michele Nigro

… idea proposta da Nigricante al colosso svedese…

Aperto di notte (Nattåpent), di Rolf Jacobsen

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 gennaio 2017 by Michele Nigro

aperto

Potremmo definire Rolf Jacobsen come “poeta ecologista”? Sì, ma sarebbe una definizione limitante. La sua critica nei confronti della moderna cultura tecnologica rappresenta solo l’aspetto socio-politico e culturale di una “protesta” che punta il dito verso un’involuzione di pensiero dell’umanità, causa di una perdita di valori scambiata per progresso. Scrivono nell’Introduzione all’edizione di LucidaMente (inEdition) di Nattåpent i traduttori Randi Langen Moen e Christer Arkefors: “Apparentemente canta l’evoluzione tecnologica, le costruzioni moderne, ma più che altro immette queste cose nuove nella sua immagine globale del mondo […] e cerca in esse bellezze e poesia tutt’altro che evidenti. Non è un segno di compiacenza da parte del Poeta ma l’espressione di una profonda paura nel suo animo: dove ci sta portando la tecnologia?” Solo una poetica del mondo potrà salvarci: nonostante le tante brutture concepite in nome di un necessario sviluppo, il Poeta c’invita con insistenza a cercare e a cercare ancora il vero senso e la vera bellezza di questo pianeta trascurato dai suoi stessi abitanti. Jacobsen diventa così poeta geografo e utilizza i luoghi del pianeta come se fossero i tratti somatici di un essere vivente, i suoi monti, le sue valli e le pianure, le ore di luce e di buio, come elementi esistenziali; perché – sempre dall’Introduzione – “… i due mondi che Jacobsen esplora [sono] quello esterno del pianeta Terra e quello interiore dell’uomo”.

Alla sua visione ottimistica del mondo, che in alcuni componimenti sembrerebbe assumere un respiro whitmaniano, all’entusiasmo nel farne parte e alla voglia di conoscerlo, alterna una certa prudenza critica nei confronti dell’evoluzione umana in chiave tecnocratica, come nella poesia O.K. – O.K.: “Ma la svolta seguente del nostro cammin / mi ha reso più pensieroso. Visto dal cielo tutto diventa piccolo / e un po’ spregevole.” E in Mai prima, riprendendo il tema dei rumori che permeano la nostra quotidianità (già affrontato in Jam – Jam) e che rappresentano un’occasione di fuga dalla sensazione di angoscia dell’uomo moderno: “Mai prima / si son dovute gridare le parole così forte / […] per far scomparire i pensieri e renderci innocui.”

Il Poeta non è critico a prescindere nei confronti della tecnologia: sono le modalità d’utilizzo e gli scopi reconditi a generare in lui una forte perplessità. Unica soluzione è continuare a decantare le bellezze del creato e i suoi lenti processi naturali da contrapporre alle moderne ed esasperanti velocità umane (Coralli); descrivere l’unicità dei paesaggi norvegesi (Nord); combattere l’omologazione e la solitudine nella moltitudine: “No, non fermate le proteste, / la forza di volontà oppure la rabbia. / Ma fate qualcosa contro la solitudine, / il gelo e la noia nel cuore” (Pressione assiale – insufficienza cardiaca).

E Rolf Jacobsen riuscì ad andare controcorrente prima di tutto con il suo modo unico di fare poesia; ancora dall’Introduzione: “Tralasciando la metrica tradizionale, Jacobsen riesce a trovare lirica nel bitume della città, nei binari della ferrovia.” E in seguito: “Rolf Jacobsen rappresenta il modernismo scandinavo, in cui una caratteristica fondamentale è la libera forma poetica dal punto di vista della metrica.”

Sebbene impegnato “sul campo” – le poesie Mai prima Ascolta, piccolo mio scritte rispettivamente per la protesta degli artisti del 1984 e per il referendum nucleare in Svezia nel 1980 – Jacobsen non dimentica mai di coltivare la propria interiorità, di combattere per se stesso, per difendere quei valori vissuti in prima persona e minacciati dalla modernità, per riscoprire la naturalità e le peculiarità della propria terra (Jacobsen “bioregionalista scandinavo” come il poeta americano James Koller?); perché come scrive nella poesia Il paese diverso: “I tempi sono cattivi, la quotidianità vuole il suo tra-tran. / Strade affollate, sudare sangue, assilli.”

Oslo. 19901205. Forfatter Rolf Jacobsen . FOTO: GEIR OLSEN

Oslo. 19901205. Forfatter Rolf Jacobsen . FOTO: GEIR OLSEN

“Santa Maria della Scala”, un progetto fotografico di Federico Pacini

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 aprile 2016 by Michele Nigro

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Tempo fa scrissi in “Elogio del recupero”: <<Restaurare le cose ci rende migliori. Riacquistiamo il ritmo giusto ed educhiamo il nostro corpo all’attesa riflessiva. Siamo liberi di decidere come utilizzare il nostro tempo e la materia inerte che incontriamo lungo il cammino. Il recupero possiede in sé anche un significato politico (non ideologicamente inteso): la “semplice” scelta culturale diventa scelta politica controcorrente. La fregola consumistica consigliata e incoraggiata dai nuovi dittatori viene sconfitta dalla chiave inglese e dal cacciavite. Ridiventare padroni di sé, del proprio tempo e degli oggetti dimenticati in attesa di resurrezione. Riscrivere l’elenco dell’utile e dell’inutile seguendo i rispolverati canoni qualitativi della vita reale. La poetica degli oggetti in disuso contro la stupidità dell’Occidente, contro l’arroganza dei velinismi tecnici ed estetici, contro il grasso che cola sullo scheletro di una filosofia perdente ma imperante.>>

Sfogliando l’ultima pubblicazione fotografica di Federico Pacini intitolata “Santa Maria della Scala” (Editrice Quinlan) e dedicata al restauro in fieri dell’omonimo ospedale, risalente al XI secolo, sito nel cuore antico di Siena, si ha l’impressione di trovarsi dinanzi non a una storia di recupero architettonico quanto piuttosto alla volontà di conservazione/congelazione di un tempo fatto di bizzarri strati accumulati dall’umana attività: timidi affreschi seppelliti che riemergono dagli intonaci della burocrazia; faldoni impolverati di un archivio ospedaliero che giacciono irriverenti accanto a volte di mattoni, scalinate in cui risuonano le voci dei secoli e nicchie votive disabitate… Pacini avrebbe potuto scegliere la facile e gloriosa strada di un progetto fotografico fatto di un “prima” e di un “dopo”, fornendo al lettore/osservatore, già bella e pronta, tutta la profondità di un processo. Fino ai titoli di coda di un successo visibile. Invece quello fotografato da Pacini è un tempo sospeso: tra le eterogenee stratificazioni di ciò che è stato (e sono tante!) e le immaginate potenzialità di un luogo in trasformazione, violentemente dinamico. La conferma ci viene fornita da Roberto Maggiori che nell’introduzione scrive: <<… si indaga la realtà locale privilegiando una “visione laterale” delle cose, opposta alla centralità del pensiero dominante e distante dalla spettacolarità fine a se stessa.>> La brutalità degli interventi umani sembrerebbe non lasciare spazio all’importanza storica di quel luogo: di tanto in tanto, però, Pacini immortala sprazzi di un passato che ha resistito alle offese della necessità e di un futuro che s’intravede tra l’arroganza di una modernità già superata e la speranza in un progetto appena accennato.

Dalla bandella del fotolibro:

progetto
L’Ospedale di Santa Maria della Scala risale al XI secolo ed è sito nell’area più antica della Siena di impianto medievale. È il luogo di cura più antico dell’Occidente, a livello mondiale secondo solo a quello di Istanbul. In parte dell’antico ospedale è attualmente in corso un restauro che convertirà gli spazi in museo, l’altra metà dell’edifico è già stata recuperata e ospita una serie di collezioni che vanno dall’arte antica (Museo archeologico Nazionale) all’epoca moderna, alternando ambienti monumentali e corridoi angusti, intrecci di gallerie scavate nel tufo e grandi spazi voltati a mattoni. Nei suoi 350.000 metri cubi d’estensione si trovano testimonianze storico-artistiche che sintetizzano la città e la sua storia, in un arco di circa mille anni. Tra queste il celebre Pellegrinaio, il più importante ciclo di affreschi del Quattrocento senese. Questa ricerca fotografica di Federico Pacini ha ripreso gli spazi da convertire a Museo.

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Imprinting

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 luglio 2015 by Michele Nigro

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(Pompei, 1971 – 2015)

Guidato da passi sapienti, ripercorro strade rimosse

di una vita passata, un abbozzo sospeso

embrione di quello che non fu

ricordi inossidabili impolverati di tempo

frammenti di memorie

non del tutto seppellite

dagli attacchi del presente.

Ipotizzo per gioco esistenze parallele

potenziali, non espresse

un altro possibile me

cammina al fianco dell’uomo di oggi.

Vorrei salire le scale primordiali

bussare alla porta dell’imprinting

entrare in quella prima casa

abitata da generazioni estranee.

L’istinto incalza e mi lascio distrarre

da spensierati locali al neon,

lì dove acerbi mescitori

scimmiottano in abiti moderni

culinarie vestigia romane.

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Subway Poetry

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 gennaio 2015 by Michele Nigro

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(Uomini sotto la superficie)

La storia dell’uomo

finì sotto i suoi piedi.

Orde di assopiti vichinghi

in attesa di Caron dimonio,

con occhi di bragia

scrutano stanchi

l’orizzonte di sotterranee attese

assenti ebbri di video colorati

ascoltando lounge music gracchiante

d’edulcorata ipnotica normalità.

Un grasso topo metropolitano

reso quasi cieco da buie ricerche

attraversa indifferente i binari.

Dietro la linea gialla

di un muto allarmante linguaggio che informa

idroponici fiori femmina

obliteratrici d’inconsapevoli desideri

sprecano sensualità sotto luci artificiali

sognando tiepide spiagge

bagnate da mari di superficie.

Un drago di ferro

macchiato d’arte incompresa

spettina i vaghi pensieri

di pazienti soldatini senza tempo

congelati nelle viscere della civiltà.

Un abile buddha partenopeo

conta i proventi dai distratti automi.

Strana soluzione

fingersi talpe.

(Napoli, febbraio 2005)

Regredito

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 settembre 2014 by Michele Nigro

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Privo di gusci tecnologici

e distrazioni elettriche

l’uomo nevrotico ritorna al pensiero di se

cantando l’elogio della disinformazione.

È costretto da una spaziale restrizione

del suo io drogato di app

a ricercare, non senza spasimi

un’essenza dimenticata.

Le tenebre preindustriali

la lentezza dell’azione storica

un silenzio antifuturista, vicario di glorie meccaniche.

Suoni naturali

fino a ieri seppelliti sotto chili di pubblicità

trasportati da un vento arcaico

rammentano l’onesta posizione nel cosmo

all’essere pensante che si crede dio.

L’uso della parola non bastava

la mente esplora oltre il dicibile.

Comincia così il vero spettacolo

della vita interiore.

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Marciapiedi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 12 maggio 2014 by Michele Nigro

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Una cronica mancanza di camminatori,

marciapiedi trascurati dalla burocrazia

e inutili alla storia

ostacolano la libertà cittadina

del viandante che sfida

la veloce umanità dell’happy hour.

E osservi diffidente il mio passo notturno

protetta dalla lucida carrozzeria

delle tue moderne paure.

Postfuturismo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 febbraio 2014 by Michele Nigro

Mi spaventi, uomo!

Il vento caldo dei tuoi ordigni

il frastuono meccanico dei motori

l’arroganza della macchina,

sono parte di te.

Innaturale e degenerato

t’incammini da solo tra la folla

verso gloriosi stadi evolutivi.

Protesi grottesche per un corpo

irriconoscibile,

cosa sei diventato?

E sogno salvifiche estinzioni

tra masturbazioni scientifiche

e le gioie del feticismo.

Mi spaventi, donna!

Musa ispiratrice della follia

complice dell’alterazione,

nutri gli operai dell’impossibile.

Prigioniero del vostro progresso

sono anch’io parte di voi,

estraneo alla storia

caduto per caso

negli ingranaggi della fine.

"Tetsuo: The Iron Man" (1989), film di Shinya Tsukamoto

“Tetsuo: The Iron Man” (1989), film di Shinya Tsukamoto

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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