Archivio per moralismo

Desidera la donna d’altri!

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versione pdf: Desidera la donna d’altri!

Agli amori impossibili

e a quegli amanti che li rendono tali

Recita il nono comandamento del Decalogo, meglio conosciuto come I dieci comandamenti: “Non desiderare la donna d’altri”; essendo il termine donna piuttosto generico, in quanto comprendente anche una persona nubile di età adulta o una giovane ragazza che pur avendo raggiunto la maturità sessuale non è ancora in età da matrimonio, gli esegeti in difficoltà fanno ricorso alla versione del Decalogo tratta dal libro dell’Esodo in cui si specifica severamente, rivolgendosi ai tipi vaghi: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo”, restringendo decisamente il campo e allontanando il fedele da qualsivoglia rischio interpretativo. Indipendentemente dall’utilizzo del termine donna o moglie, il principale bug contenuto in questo comandamento è il carattere di possesso, esercitato dall’uomo nei confronti della donna, che traspare dalle parole: comandamento che, per chi crede, sarà stato pure dettato da Dio, infallibile per definizione, ma la lingua in cui è stato tradotto, ad uso e consumo dell’umanità bisognosa di norme, anzi scolpito sulle leggendarie tavoletradisce esigenze terrene palesemente maschiliste che di divino hanno veramente poco! È quel d’altri, usato indifferentemente tra “roba” (del decimo “non desiderare la roba d’altri”) e “donna”, a rappresentare uno dei punti meno nobili del nono comandamento. Ma andiamo per gradi: ritorneremo sulla questione del possesso in un secondo momento.

“Non desiderare…” Che significa? Come si può ordinare alla propria mente e al proprio corpo di non desiderare? Ovvero di volere fortemente? Posso decidere di non muovere per un giorno intero il braccio destro (che è un “oggetto” materiale visibile e tangibile) ed è un esercizio quasi impossibile da realizzare perché l’istinto, in un momento di distrazione, ci imporrebbe prima o poi di muovere il suddetto braccio nel caso in cui dovesse servire per bloccare una minaccia o per evitare una caduta rovinosa… Eccolo lì, il vero pericolo della virtù: l’istinto. Più sfuggevole e incontrollabile del libero arbitrio che presuppone un libero ragionamento a cui seguirà un’azione volontaria, meditata. Il desiderio non è come un arto fatto di muscoli e ossa: è un concetto intangibile che però può avere effetti concreti nella realtà. Il desiderio non è il frutto di un ragionamento; il desiderio sorge all’improvviso dalla mente, dal cuore e spesso, prima ancora, dalla carne. Esiste, però, anche un desiderio casto: desiderare di ascoltare le parole di una persona che tocca le nostre corde interiori; questo non precede necessariamente un toccare corde fisiche, ma prevenire è meglio che curare – avranno pensato gli antichi custodi della nostra integrità morale – e quindi ci viene intimato nel vangelo di Matteo: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (in un altro libro che nominerò più avanti* si legge una versione simile sempre in riferimento al vangelo di Matteo: “Chiunque mette gli occhi su una donna sposata per concupirla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” […] l’adulterio consumato all’interno dell’uomo equivale per gravità a quello consumato nella carne [pag. 216]). In entrambe le versioni c’è una costante: con lei, ovvero la donna è adultera a sua insaputa solo perché un uomo l’ha desiderata nell’immaginazione. Una sorta di “parità tra i sessi” ante litteram in chiave immaginifica? O di condivisione neurologica delle responsabilità? La posizione dei peccatori peggiora se anche lei asseconda e ricambia lo sguardo desideroso di lui. In quel caso l’inferno è assicurato per entrambi: anzi la donna vi entrerà per prima in quanto è un essere a cui non è permesso desiderare esternamente, in quanto “roba”, cosa, oggetto del possesso privo di potere decisionale e vincolata da un “familismo amorale” di stampo sentimentale. Infatti il Decalogo esclude a priori l’equivalente femminile del nono comandamento: “Non desiderare l’uomo di altre”. Tanto a cosa servirebbe specificarlo? Le ragioni di questa esclusione non sono solo di natura sessuale (nel senso di sesso di appartenenza), o dovuta a una superiorità di genere decisa dall’alto, ma soprattutto trattasi di motivazioni socio-economiche e culturali “giustificate” dall’epoca storica in cui sono state concepite.

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Lettera a una donna amata, persa e ritrovata…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2016 by Michele Nigro

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Napoli, 10 febbraio 2009

Cara Sibilla,

la mia partenza un po’ precipitosa da Firenze e il tuo comprensibile umore nero causato dalla brutta notizia giunta via telefono Domenica mattina, sorprendendoti durante il nostro primo caffè, non mi hanno permesso di lasciarti in eredità le parole che meriti.

La mia non è retorica diplomatica ma pura comunicazione amichevole e spontanea… Seppur ritardataria.

Noi “intellettuali” siamo così: viviamo in “differita”! Soprattutto quando si tratta di parlare di sentimenti, cerchiamo le parole giuste come se ci trovassimo al cospetto di una poesia o di un saggio.

Recuperare un’amicizia, un affetto dopo tanti anni è sempre motivo di grande gioia: passare dal silenzio alla comunicazione e addirittura – oddio, ancora devo realizzare la cosa! – all’incontro ravvicinato, corrisponde, almeno dal mio umile punto di vista, a un grande traguardo umano. Indipendentemente dall’esito finale.

Diciamoci grazie, l’uno all’altra! Siamo stati bravi per questo atto di coraggio nel recuperarsi… Credo.

Spero solo che non si sia trattato di uno di quei confronti a tempo, come tra compagni di scuola, per sottolineare superiorità e successi, dettati da meschine esigenze di rivalsa. Da parte mia non è stato così e sentendoti al telefono prima del nostro incontro non ho percepito un tale spirito nel tono della tua voce, o forse nel momento in cui t’ho vista sei stata brava a camuffarlo.

Pensiamo di poter sopravvivere anche senza valorizzare determinati rapporti (e infatti durante questi tredici anni ognuno di noi ha compiuto il proprio cammino, vivendo le proprie esperienze di vita e lasciandosi trasformare da esse, come è giusto che sia) ma non consideriamo il fatto che quando due persone si conoscono, fosse anche per pochi giorni o poche ore, hanno già “alterato” inesorabilmente le proprie esistenze. I legami più o meno flebili che si creano tra noi e le persone che conosciamo sono indissolubili nel tempo: nel bene o nel male le persone continuano ad appartenersi in eterno. Pezzetti di noi continuano a resistere ed esistere nelle altrui esistenze, immagazzinati tra le pieghe del possibile, anche se ci impegniamo con tutte le nostre forze per dimenticare e farci dimenticare. E nonostante le varie opere di rimozione portate a termine con successo.

Ma è giusto che sia così, anche se è un po’ triste: le cose superflue, che sono dovute diventare superflue per continuare a vivere o sopravvivere, vanno sempre a finire in garage o in soffitta. In basso o in alto, l’importante è che siano lontane dalla vista quotidiana. Non si parla mai, però, di una loro definitiva distruzione: non per una questione di spazi mentali in grado di conservare i ricordi, quanto piuttosto per un inconsapevole salvataggio compiuto dal nostro inconscio. Esso sa cosa conservare e cosa no; come se fosse in grado di valutare in maniera autonoma l’importanza delle esperienze da ricordare e di gestire la loro collocazione stratigrafica nella geologia della memoria.

Ti starai certamente chiedendo mentre leggi, tra una telefonata in ufficio e una lettera da scrivere per il capo, dove questo rincitrullito di un Dino voglia andare ad apparare! Arrivo, quasi, “ai vari dunque”…

Sei stata carinissima con me durante questo nostro clandestino weekend di “recupero” e non dimenticherò le tue attenzioni gastronomiche, casalinghe e di altra natura… Un’ospitalità greca condita, a un certo punto, da venature di freddezza teutonica forse derivanti dalla tua formazione scientifica o dalla rivalsa malcelata a cui accennavo prima. Non lo saprò mai: da questo punto di vista, non ti sei sbottonata.

La serata di Sabato, poi, è stata “epica”: birrozza compresa.

Mi piaci (l’avevo dimenticato) quando ti scoli la birra fredda con la dimestichezza di un camionista rumeno, per poi emettere suoni infantili e irriproducibili come a voler richiedere coccole seduta stante, in pubblico.

Riesci a gestire bene, a quanto pare, la tua presunta misantropia miscelandola adeguatamente con una buona dose di accoglienza calibrata e fine… Sei una cuoca rifinita e una vera donna da valorizzare: noi stupidi che t’abbiamo persa saremo costretti a vagare in eterno nel limbo dei dannati distratti e minchioni. Ci tocca!

Sei stata accogliente e premurosa: mi hai reso di nuovo partecipe della tua vita quotidiana fatta di commissioni da sbrigare e piccoli gesti dolci intercalati nel tran-tran, come ad esempio comprare le “frappe” di Carnevale o il pesce fresco non risciacquato in Arno ma proveniente dalla costiera grazie a una veloce catena del freddo, che poi m’hai cucinato amorevolmente “al cartoccio” nel forno della tua piccola cucina, lassù nella mansarda a forma di nido di cicogna dove ti sei rifugiata in questi anni tra una rinuncia sentimentale a causa del tuo orgoglio e una ricercata solitudine di stampo masochistico. Il tutto innaffiato con vino appositamente messo in valigia prima di raggiungerti.

E ti ringrazio per questo! Per aver aperto il tuo rifugio “alla stampa”, anche se, sarò sincero, ho avvertito odore di trappola, di schiaffo morale postumo ovvero di lezione di vita da impartire in ritardo – cara professoressa mancata! -, forte di un’assertività conquistata nel tempo e in cui sono caduto, indossando scarpe inadeguate, come si cade in una pozzanghera dopo un forte temporale. Lezione suggerita da una voglia di matematica vendetta da servire fredda e travestita da amichevole accoglienza. Cascato, come un fesso, nella rete della regina di cuori che senza parlare vuole dispensare morali delle favole a destra e a manca, vendicandosi di tutto e tutti a distanza di tempo.

Non fa niente! Sono stato al tuo “gioco”…

Inoltre sento il bisogno di chiederti scusa per alcuni miei gesti, parole o richieste morbose e discutibili che contrastavano apertamente con l’importanza di un momento umano già perfetto per come era stato concepito in partenza. A volte esagero e non rispetto la sensibilità altrui. Anzi a volte non rispetto nemmeno la mia sensibilità.

Scusami se forse sono stato arrogante e se mi sono mosso tra i nostri tredici anni di silenzio con la “leggiadria” di un elefante miope intento a bighellonare egoisticamente in un campo di fiori che non gli appartengono più. Sono riapparso quasi dal nulla armato di pretese e di false sicurezze: credo che l’audacia mal calibrata sia molto dannosa e che ci sia molto più coraggio in una lettera di scuse, come nel caso della presente, che in una prova di forza, soprattutto lì dove la forza non è necessaria ma a contare è l’amore. Anche se questo non spetta solo a me stabilirlo.

Forse hai sentito il bisogno di dimostrarmi che in questi tredici anni avevi avuto la tua vita e che io sono solo un povero “corso e ricorso storico” di vichiana memoria: non ce n’era bisogno, comunque… Di ribadire, intendo dire, il concetto di non indispensabilità di un essere umano nella vita di un’altra persona.

Solo quelli che “riposano” distesi in una bara a tre metri di profondità sotto terra, non possono più avere esperienze. O almeno non esperienze terrene, se si crede nell’aldilà.

La vita è mobile; l’amore continua a cercare, superata la fase della delusione, nuovi materiali edili con cui riempire i vuoti esistenziali creati da un appassito entusiasmo sentimentale e sessuale. È la natura a chiederlo, andando prima o poi contro l’immobilismo dettato dalla tristezza e il disincanto derivante dal lato cinico della vita.

La vita è cinica, Sibilla, e l’amore serve ad addolcire questa cruda verità. Come scriveva un poeta campano, di cui in questo momento non ricordo il nome:

“… All’orizzonte, fedele

la morte attende il respiro eccitato

e i sorrisi illusi sulla scena presente,

si finge distratta da momenti di gloria,

dall’eco amorosa

di un’apparente eternità.”

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La poetica “maledetta” di Roberto Miglino Gatto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 agosto 2016 by Michele Nigro

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Rosario Carello, nella prefazione a “Poesie perdute”, non usa mezzi termini: nella poesia di Roberto Miglino Gatto vi sono la stessa ansia, inquietudine e insoddisfazione presenti nei versi di quelli che un tempo furono definiti “poeti maledetti”. Squarci di vita folle; esistenzialismi registrati senza aspettarsi niente in cambio, né aiuti né condanne; “urli” degni di Ginsberg anche se meno rabbiosi e più rassegnati: appare scontato il passaggio da Rimbaud, Baudelaire, Verlaine ai poeti e romanzieri della cosiddetta beat generation impregnati di strada e di notti con sfumature situazioniste a esistere in giro (Guy Debord docet!), senza meta e speranza. Quelle di Gatto sono poesie fatte di attimi sensoriali mai fini a se stessi, che preparano il terreno a condizioni dell’anima, a interiorità disperate che forse non cercano più neanche una risposta, ma si limitano a fissare un vissuto scellerato.

… di puttana in puttana

così come vado con loro

tornerei indietro di decennio in decennio

fino ad arrivare ad un primitivismo ottuso

di selvaggio e incoscienza d’animale…

C’è bisogno di recuperare il piglio ancestrale dell’esistenza per salvarsi dal presente doloroso: ricercare una propria origine primitiva attraverso bassi istinti animaleschi, catartici e liberatori.

… Notte

e fuochi accesi

sulle strade

nero asfalto

ruvido

e tu fanciulla

al mio fianco…

Un culto, anch’esso maledetto, della strada notturna che libera e condanna al tempo stesso: i riti sessuali con donne sconosciute e selvagge; la disperazione del viandante; la degenerazione, innominabile compagna di cammino verso la dannazione…

… falsi gemiti di piacere

di notti, che vanno via.

È una poesia ricca di sensualità e di sessualità: disseminata di orgasmi, letti disfatti, piccoli seni da baciare o mordere, labbra, capelli biondi, femmine in calore… Sesso disperato, salvifico, compulsivo; sesso rubato, pagato; sprazzi di sesso cercati per noia o per ingordigia lungo i margini esterni della notte e della ragione. Sesso senza nome come a volersi fottere il mondo intero, prima che il mondo fotta il poeta; altre volte è un sesso con nome (<<… questa notte / cerchiamo un po’ d’amore […] Vada per Eva lo fa con passione>>). È un sesso preliminare o sostitutivo di una fuga solo immaginata o irrealizzabile.

Andrò via di qui

[…]

Questa città non mi dà niente

dimenticherò questa strada

dimenticherò quel bar

dimenticherò tutto di me

anche il tuo sorriso…

La notte è sempre presente: testimone fedele di gesti inconfessabili, di ubriacature, di dannazioni e di tristi solitudini a un certo punto non più confortate da “compagni” funzionanti come in passato.

… notte solitudine

[…]

… questa bottiglia non serve

mi tormenta questa bottiglia

mi tormenti tu che non ci sei.

Momenti di perdizione che lasciano spazio alla coltivazione di una fede bizzarra, a strane “preghiere” di fortuna pensate dopo una difficile notte. In questa melma c’è il tempo e la forza di aggrapparsi a Dio e di dire:

… Ti ringrazio Gesù Santo

che mi hai tirato fuori dalla fossa…

[…]

Ora fa’ che non mi perda più.

E quasi come a voler portare il figlio di Dio dalla propria parte, dissacrandolo o amandolo in modo inconsueto:

Ti ho visto

Gesù benedetto

a bere un po’ di vino

e anche tu

al Vico delle Nevi

a cercare un po’ d’amore.

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Armistizio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 settembre 2015 by Michele Nigro

Title: HOMME ET UNE FEMME, UN / A MAN AND A WOMAN ¥ Pers: AIMEE, ANOUK / TRINTIGNANT, JEAN-LOUIS ¥ Year: 1966 ¥ Dir: LELOUCH, CLAUDE ¥ Ref: HOM020AO ¥ Credit: [ FILMS 13 / THE KOBAL COLLECTION ]

Tacciono!

le armi di logiche guerre

e le questioni di principio,

nuovi stati di felicità

ostili alla morte dell’anima

in chi guarda lontano

verso la patria dei sensi.

Ti sorprendi ad esistere

prevale la bellezza sull’odio

esulta lo spirito!

L’erotismo dei freddi obici

concentra un altro fuoco sulla pelle

amata,

avido di passione e di essenza

proponi un cessate il dovere,

difendi le cose che contano

e la pace del letto

dai guerrafondai della morale.

Digiuno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 maggio 2015 by Michele Nigro

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Non retrocedo di un sospiro

dietro la linea del buonsenso,

mi lascio alle spalle un lungo elenco di rese

incondizionate

catturo quello che voglio e posso

assaggiando con la punta della lingua

la salsa barbecue per un nuovo peccato.

A proposito del Mind Uploading…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 dicembre 2011 by Michele Nigro

Che cos’è il Mind Uploading? In poche parole è il trasferimento della mente di un individuo dal cervello a un supporto non biologico. Direte voi: “ma è fantascienza!” In parte è così – per ora – ma la ‘discussione’ intorno alla realizzazione del M. U., almeno dal punto di vista filosofico e teorico, è più vecchia di quanto si possa immaginare. Siamo giunti a un punto, però, in cui il progresso tecnologico e le conoscenze riguardanti la struttura anatomica e la fisiologia del cervello, avvicinano gradualmente il sogno fantascientifico alla realtà. Che significa ‘trasferire’ una mente? Per cogliere il significato del trasferimento mentale bisogna partire dal presupposto che il pensiero è un prodotto meccanicistico: un meraviglioso e stupefacente prodotto, ma pur sempre il risultato di un’evoluzione anatomica ed elettrochimica… Certo, è stato più facile ricostruire la fisiologia dello stomaco che quella del cervello, ma il fatto che ci sia ancora tanto da fare sul versante della conoscenza del funzionamento del sistema nervoso, non significa che non si farà.

Il tema del doppio

Realizzare il Mind Uploading significa sostanzialmente creare una copia (o più copie) della nostra mente. Maggiore sarà la precisione con cui avverrà la scansione (“scanning”) e la conseguente mappatura sinaptica del cervello, maggiore sarà il grado di emulazione raggiunto. Anche se la mappatura da sola, senza l’introduzione di variabili fisiologiche (ormoni, influenze chimiche interne…), servirà a ben poco: il cervello è un organo estremamente complesso. L’intima conoscenza della neurofisiologia unita al progresso esponenziale raggiunto in campo informatico renderanno possibile l’abbattimento delle ultime barriere tra l’originale e la copia.

Il tema del doppio è un tema non nuovo per la fantascienza: racconti, film, telefilm, fumetti c’insegnano che i doppi in un modo o nell’altro, prima o poi, creano solo problemi. All’inizio della storia il doppio rappresenta la novità, la comodità, il progresso – vuoi mettere il piacere di mandare la tua copia a un duello o a raccogliere campioni di lava su un vulcano che minaccia di esplodere? – ma a un certo punto la narrazione devia verso i cosiddetti ‘imprevisti’. È già così difficile gestire la nostra complicata unicità!

Per ora il M. U. è solo teoria (la ricerca ha compiuto finora piccoli passi su modelli non umani) ed è troppo presto per parlare di menti innestate su robot umanoidi che prendono coscienza della propria individualità e se ne vanno in giro a combinare guai a nome nostro e con i nostri ricordi! Quindi preoccupiamoci dei profili clonati sui social network o dei cosiddetti furti di identità, espedienti molto in voga attualmente per spillare soldi ai malcapitati, perché quando il tema del doppio derivante dal M. U. diverrà un tema caldo sarà molto difficile dimostrare anche da un punto di vista legale che a compiere il crimine è stata la nostra copia e non noi stessi. Sarà difficile perché in fin dei conti le copie saranno noi, come in una sorta di vita parallela: come dimostreremo che, nelle condizioni in cui si è venuto a trovare il nostro doppio, non avremmo fatto lo stesso? Il suo crimine sarà il nostro crimine a meno che il codice penale non distingua la copia dall’originale fornendo piena dignità e autonomia giuridica al nostro doppio. Ma rendere autonoma la nostra copia, e quindi affidarle responsabilità civili e penali, significherà non considerarla più come la nostra copia e questo, lo capite da soli, sarebbe una contraddizione in quanto il nostro doppio sarebbe effettivamente una copia identica del nostro io e non solo una sua reinterpretazione.

Una questione spinosa non risolvibile nemmeno recuperando l’esperienza dei gemelli omozigoti: due gemelli nati da uno stesso zigote pur essendo identici e pur condividendo – anche a distanza – pensieri e in qualche caso azioni, hanno fin dalla nascita due menti ben distinte, ognuna delle quali segue una propria strada fatta di esperienze, di ricordi, di azioni e reazioni separate. La copia ricavata dalla mente di un uploadato di trentacinque anni, invece, avrebbe l’esperienza dei primi trentacinque anni dell’originale e in più le esperienze vissute autonomamente in qualità di copia, ma che sarebbero comunque condizionate dal vissuto dell’originale: la nostra copia potrebbe incontrare una nostra vecchia fiamma del liceo e riuscire a realizzare un rapporto sentimentale che l’originale non era stato in grado di realizzare. Oppure potrebbe decidere di vendicarsi di qualcuno… In entrambi i casi, sposare un’amica del liceo o uccidere una persona odiata, su chi ricadrebbe la colpa? Sull’originale che conteneva le premesse di quei gesti o su chi le ha realizzate? Bloccare penalmente la copia che commette un atto criminoso non sarebbe un’ipocrisia dal momento che l’originale da cui ha tratto ispirazione la copia rimarrebbe a piede libero?

Copie interattive

Una volta copiata e trasferita, quale sarebbe il destino della mente? Poiché il cervello da cui si trasferisce la mente è dotato di capacità cognitive, si presume che anche la sua copia avrà le stesse capacità che non si limiteranno alla sola consapevolezza o alla condivisione nella rete informatica dei propri pensieri. Quale sarà il grado di interazione tra il computer che ospiterà i risultati della scansione e la realtà esterna? Dal momento che la mente di una persona non è solo il risultato di pensieri generati in maniera solitaria ma soprattutto di informazioni sensoriali ricavate dall’esperienza relazionale e dal mondo esterno che ‘nutre’ la mente, il computer sarà corredato di sensori capaci di simulare i recettori che nel corpo fisico rappresentano le terminazioni nervose appartenenti ai cinque sensi?

Una mente non è solo il risultato di ricordi: integrare in tempo reale le esperienze con i dati (sensoriali e culturali) provenienti dall’esterno sarà il passo successivo di questa evoluzione. Ricordate il dottor Simon Wright, denominato anche Il Cervello Vivente, dell’anime Capitan Futuro? L’encefalo del vecchio scienziato, amico di Curtis Newton (Capitan Futuro), viene trasferito in un contenitore artificiale fluttuante. Anche se non si tratta di un trasferimento avvenuto grazie alla tecnica dello scanning, come previsto dai protocolli finora elaborati per il M. U., ma di un vero e proprio ‘spostamento’ di organo dalla sede cranica a un supporto meccanico, quello del cervello fluttuante del dottor Wright è un esempio perfetto di interazione post mortem tra cervello (e quindi la mente) di un soggetto e la realtà esterna.

L’obiettivo postumano di una mente uploadata in grado di comunicare con l’esterno rappresenta il senso di uno sforzo transumanista che non è solo fantascienza: non servirebbe a niente fare il backup della propria mente senza fornirle l’opportunità di continuare a interagire con le persone, i luoghi, gli oggetti, le emozioni che hanno contribuito nel corso di una vita alla costruzione dell’io.

La perdita dell’aura

Nel saggio intitolato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, il filosofo Walter Benjamin afferma che la riproduzione di un’opera d’arte in vista di una sua diffusione (basti pensare alle stampe di un quadro vendute negli store dei musei) causerebbe la cosiddetta “perdita dell’aura”. L’aura è costituita dalla sensazione derivante dall’incontro tra l’originale e l’osservatore: una via di comunicazione ‘mistica’ e unica che la cultura di massa ha definitivamente demolito. Effettuando un parallelismo forzato e considerando la mente umana come un’opera d’arte potremmo dire lo stesso anche per quanto riguarda le copie ottenute con il M. U.? I transumanisti, negando ogni forma di misticismo, non sembrano porsi il problema: l’unica perdita preoccupante per loro è la perdita di dati fondamentali durante la fase di trasferimento della mente. Al di là dell’aura, resta il problema filosofico (e anche pratico) dell’originalità dell’individuo: se il nostro doppio agisse mentre noi siamo in vita, quindi in caso di copia ricavata da un Mind Uploading di tipo non distruttivo, non si andrebbe a invalidare l’unicità dell’individuo? Per valutare l’esistenza di una persona bisognerebbe ‘fare la media aritmetica’ tra il vissuto dell’originale e quello delle sue copie?

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